Capitolo 17.
Quantico, Virginia
Derek scese dalla macchina e si avviò verso il proprio appartamento. Si fermò proprio a metà del viottolo e alzò gli occhi verso le finestre di Fanny che, vista l'ora tarda, erano buie. Era stato via più di una settimana per quel caso a Las Vegas. Prima il bambino rapito che erano riusciti miracolosamente a mettere in salvo, prima che la follia dell'S.I. lo facesse morire di fame e poi… Non riusciva neanche ad immaginare come doveva sentirsi Reid dopo quello che avevano scoperto sul suo passato e su come fosse sfuggito alle attenzioni di un pedofilo che aveva già ucciso un altro bambino del quartiere.
Scoprire che i suoi avevano nascosto l'omicidio perpetrato dal padre del piccolo Reily, l'abbandono del genitore che si era sentito inutile ed incapace di proteggerli… e tutto questo per mettere lui al sicuro. Si chiese come doveva sentirsi il suo giovane collega dopo aver odiato per tanto tempo suo padre senza conoscere i motivi che l'avevano spinto a lasciare la famiglia. Probabile che lo strappo fra i due non si sarebbe mai saldato del tutto, ma almeno era un inizio su cui lavorare.
Ricordava ancora come si era sentito quando suo padre era morto, però era una situazione completamente diversa. Suo padre era sempre stato un eroe ai suoi occhi e lui era cresciuto col desiderio di onorare il nome che portava. Per Reid era stato diverso, lui aveva sempre avuto solo sua madre come punto di riferimento. Una donna affetta da schizofrenia era più un peso che un aiuto alla crescita emotiva di un ragazzo con problemi relazionali dovuti al suo Q.I. così alto. Provò un'infinita pena per il giovane dottore, non aveva avuto un vita facile e continuava a non averla.
Il fatto che il bambino di JJ fosse nato, poi, rendeva tutto ancora più difficile. Anche se non ne avevano mai parlato apertamente, tutti sapevano della cotta che Spencer aveva per la bionda addetta alle comunicazioni. Avevano lasciato l'ospedale senza parlare, veramente non avevano parlato molto neanche sul volo di ritorno da Las Vegas. Era come se il ragazzino si fosse chiuso a riccio ed avesse tagliato i ponti con il mondo circostante.
Morgan si rimproverò, erano passati due mesi da quando lui e Fanny avevano cominciato quella specie di relazione, ma lui non aveva più intrapreso il discorso Hope né con Reid né con la rossa spumeggiante, come ormai la chiamava. Il suo non era disinteresse per la vita del collega, semplicemente conoscendo la timidezza del ragazzino non voleva metterlo in difficoltà o in imbarazzo. Visto che non gli aveva più chiesto consigli di alcun tipo sulla mora dagli occhi blu, era giunto alla conclusione che quella storia fosse finita ancora prima di decollare veramente.
In cuor suo aveva sperato che fra i due ragazzini imbranati potesse nascere qualcosa di duraturo, o almeno di così impegnativo da togliere JJ dalla mente del geniale dottor Reid. Non faceva bene al ragazzo fossilizzarsi su una fantasia che non aveva sbocchi ne possibilità di realizzarsi. Il fatto che la ragazza bionda gli avesse chiesto addirittura di fare da padrino al piccolo Henry lo aveva infastidito non poco. Verissimo che non era una profiler, ma possibile che non si fosse accorta di quelle occhiate adoranti e di come il ragazzo cercasse sempre la sua approvazione? Era stupida o insensibile?
Sospirò accantonando quei pensieri, decidendo che in fin dei conti non erano affari suoi come gli altri gestissero la propria vita sentimentale, non era nella posizione di dare consigli in merito. Afferrò le chiavi e si mise a cercare quella che apriva la porta d'ingresso. Inavvertitamente gli capitò fra le dita quella che apriva l'appartamento di Fanny. La ragazza aveva insistito per dargliele, adducendo che lei era una distratta cronica e rischiava di perdere le sue ogni momento, averne una copia di riserva al piano di sotto era una vera comodità. Gli aveva inoltre fatto notare che lei aveva una copie delle sue, perché lui aveva insistito sull'utilità di avere qualcuno che si potesse prendere cura di Clooney quando doveva assentarsi per parecchi giorni di fila.
Guardò attentamente il luccichio della chiave, mai usata perché non ne aveva mai sentito il bisogno. Si recava nell'appartamento di sopra solo quando era sicuro al cento per cento che la ragazza fosse in casa, non aveva senso recarsi lì per stare da solo. Se era la solitudine che voleva, bastava che si chiudesse in casa e cominciasse a darsi da fare con quei lavori di ristrutturazione che sembravano destinati a non finire mai. Ma quella sera sentiva un altro tipo di necessità, il bisogno di avere qualcuno accanto che non gli facesse domande, che lo accogliesse in un caldo abbraccio e lo lasciasse riposare.
Fece i gradini due a due e poi aprì la porta con fare sicuro, cercò di essere silenzioso per non svegliarla e si liberò della borsa da viaggio nel soggiorno. Senza accendere la luce, si diresse a passo sicuro lungo il corridoio che portava nella camera da letto. La famigliarità di quel percorso rendeva il fatto di accendere la luce qualcosa di superfluo. Sorrise al pensiero di quanto ormai conoscesse quella casa palmo a palmo, ricordando tutto il tempo trascorso lì in compagnia di quella che in definitiva poteva considerare la sua ragazza. Preferivano l'appartamento di lei per non avere il cane sempre tra i piedi, visto che il rottweiller adorava intrufolarsi sul letto fra di loro per farsi coccolare da Fanny.
Ripensò al loro rapporto, sorprendendosi di come fosse tutto naturale e semplice con lei. Niente scenate di gelosia, niente richieste di attenzione, non gli imponeva mai niente e sembrava felice quando lui si apriva e parlava dei suoi colleghi e di quello che succedeva in ufficio. E lui si sentiva stranamente possessivo nei confronti della giovane anatomo-patologa, protettivo in un modo che a volte lo spaventava. Non c'erano scossoni nella loro relazione, tutto viaggiava sui binari tranquilli e si chiese se fosse normale. Da quello che aveva visto dall'esterno di coppie che conosceva, c'erano sempre problemi dietro l'angolo. Persino la moglie di Hotch aveva mollato le ancore sentendosi trascurata per via del loro lavoro.
Era sempre stato terrorizzato all'idea di ritrovarsi intrappolato in un rapporto complicato e di dover dedicare un sacco di tempo e di energie che non aveva per mantenere viva la fiamma. Si era sempre visto come un uomo libero, che mal sopportava la costrizione di una relazione, eppure quello che lo legava a Fanny era qualcosa di speciale di cui sentiva di non poter fare più a meno.
La stanza era illuminata dalla luce argentea della luna e lui poteva distinguere la figura di lei nascosta sotto le lenzuola, mentre una brezza leggere muoveva appena le tendine in quella tiepida notte di inizio settembre. Si chiese come fosse diventato così dipendente dalla presenza della ragazza, quando aveva cominciato a scandire la sua vita nell'attesa di tornare a casa la sera? Il sorriso di lei era in grado di illuminare anche la più nera delle giornate e riusciva sempre a farlo ridere. Si sentiva bene quando la stringeva fra le braccia e lei lo chiamava "biscottino", era diventata la panacea di tutti i mali del suo lavoro.
Si spogliò frettolosamente, lasciando addosso solo i boxer, scostò le lenzuola e poi prese posto vicino a lei baciandole delicatamente la spalla. La sentì rigirarsi nel dormiveglia mentre sussurrava il nome che non usava mai quando erano soli e sentì qualcosa di strano alla bocca dello stomaco. Ammirò il suo incarnato latteo e le passò una mano sul braccio, mentre le baciava una tempia.
- Sono qui, piccola – le sussurrò all'orecchio.
- Bentornato a casa – mugugnò lei rintanandosi sotto le lenzuola.
- Tutto qui? – le carezzò il fianco e sorrise malizioso – Speravo in un'accoglienza più "calorosa".
- Dovrai aspettare un paio di giorni – rispose lei girandosi e aprendo finalmente gli occhi – Mi dispiace.
- Non essere sciocca – il suo dito indice le toccò la punta del naso – Possiamo anche solo dormire, anzi lo preferisco visto che sono distrutto.
- Brutto caso.
- Ehi, non si parla di lavoro a letto – dicendo così la fece voltare di schiena e le si accoccolò addosso – Ora dormi, principessa.
- Biscottino… - la voce impastata dal sonno.
- Dimmi.
- Ti amo – si era già riaddormentata.
Se la strinse contro e affondò il viso nei capelli di lei. Perché gli veniva da piangere? Perché invece di essere spaventato da quella dichiarazione si sentiva… rincuorato? Decise che poteva pensarci il giorno dopo e che ora era arrivato il momento di godersi il meritato riposo.
Continua…
