Capitolo 18.

Quantico, Virginia
Era stata dura, il caso più personale che potesse esistere per uno come lui. Per tanti anni aveva odiato suo padre e il fatto che li aveva abbandonati, non una parola di chiarimento, semplicemente William Reid non aveva più fatto parte della loro vita. Era cresciuto da solo, con il peso di sua madre sulle spalle, perché nessuno a parte lui poteva aiutarla. Colpi con un pugno il volante della macchina, una reazione inconsueta per il mite e placido Spencer Reid, il piccolo genio dell'Unità, l'imbranato della situazione che sapeva solo snocciolare statistiche.
Quelle spiegazioni che finalmente aveva avuto dopo quasi vent'anni potevano ricucire quello strappo? Chiuse gli occhi e li strofinò forte, cercando una risposta come se quello fosse un problema matematico. Sapeva che niente sarebbe stato più come prima per lui, ma suo padre non aveva fatto parte della sua vita fino ad allora, come poteva trovare il modo di comunicare con lui adesso? Per quanto lo riguardava era come se quell'uomo che l'aveva generato fosse morto il giorno che l'aveva visto varcare la soglia di casa con la valigia in mano.
La storia di Reily Jenkins poteva giustificare il comportamento del genitore? Quando aveva abbandonato lui e sua madre, sapeva benissimo di lasciare un ragazzino di dieci anni ad occuparsi di una donna schizofrenica. Come pensava fosse stata la sua vita? Sempre preoccupato di tornare a casa e trovare la madre persa in una delle sue crisi, timoroso che lei fosse uscita di casa e vagasse senza metà per le strade di Las Vegas. Quando, ormai maggiorenne, l'aveva fatta rinchiudere si era sentito un verme, ma cos'altro avrebbe potuto fare? Voleva disperatamente una vita normale, per quanto possibile, e il doversi occupare di lei poneva dei limiti a quello che poteva e non poteva fare.
Voleva entrare nell'F.B.I. e diventare un profiler, ma come avrebbe reagito Diane ad un possibile trasferimento? Inoltre lui voleva andare a Yale, aveva una borsa di studio e la possibilità di studiare psicologia, cosa che avrebbe favorito una sua possibile carriera all'interno della B.A.U., ma tutto questo non era fattibile lasciando una malata da sola in casa. I servizi sociali sarebbero giunti alla stessa conclusione, almeno in quel modo aveva potuto scegliere la casa di cura e trovarle un posto dove le fosse permesso tenere i suoi libri.
Aveva preso decisioni che nessun adolescente dovrebbe essere costretto a prendere. Per quelle cose c'erano i genitori che dovevano tenere i propri figli al sicuro il più a lungo possibile. Ma William non l'aveva fatto, si era limitato a lasciarli. Come poteva, ora, riaccoglierlo nella propria vita? Era anche infastidito dal fatto che Garcia avesse trovato tutte quelle cose su di lui nel computer del padre, come se il fatto di cercarlo con i motori di ricerca lo rendesse un padre più attento… Dove era quando lui aveva bisogno di una guida?
Gideon era stato per lui un padre molto più di William, ma anche il suo mentore l'aveva abbandonato. Gli aveva scritto una lettera dove cercava di spiegare le proprie motivazioni, come se il fatto di lasciare l'F.B.I. giustificasse il fatto di aver abbandonato anche lui. Strinse il volante così forte da farsi diventare bianche le nocche. Abbandono, quella parola era una costante nella sua vita.
Si chiese se avrebbe sviluppato prima o poi la "sindrome abbandonica" e cercò nel suo cervello la definizione scientifica: "la sindrome abbandonica produce una serie di disagi che vanno dalla sfiducia all'incapacità di essere amabile, di sentirsi degni d'amore, dalla rassegnazione alla tendenza ad isolarsi, fino agli attacchi di panico, ai disturbi alimentari, alla depressione e agli equivalenti depressivi come la nevralgia del trigemino, il bruxismo, la colite ulcerosa, l'ulcera duodenale, l'emicrania".
Rabbrividì pensando che alcune cose potevano essere riconducibili a lui. Oltre la spada di Damocle della schizofrenia ereditaria, ora gli mancava solo di sviluppare una sindrome psicotica… perfetto! Cos'altro poteva andare storto nella sua vita? Era chiaro che le persone su cui faceva affidamento prima o poi lo lasciavano: suo padre, Gideon, Elle. Chi sarebbe stato il prossimo?
Non aveva parlato per tutto il volo di ritorno, perso nei suoi ragionamenti. Non aveva discusso la cosa neanche con Morgan, che poteva considerare il suo migliore amico. Sorrise dell'ironia di quell'affermazione, come se lui avesse una montagna di amici fra cui scegliere quello che sentiva più vicino. Quando erano atterrati, aveva proposto di andare subito in ospedale a trovare JJ e dare il benvenuto al piccolo. Sperava in una parola di conforto da parte della bionda collega, magari di sentirsi di nuovo bene solo perché lei lo chiamava Spence.
Quando era entrato nella stanza, aveva percepito un atteggiamento strano da parte di tutti, come se la sua presenza imbarazzasse le persone che erano intorno al letto. JJ si era scambiata uno sguardo con Will che aveva proposto subito a tutti di andare a prendere un caffè, col chiaro intento di lasciarli soli. Si era chiesto cosa fosse successo durante la sua assenza.
La richiesta di fare da padrino al piccolo Henry l'aveva colto del tutto impreparato, si era sentito strano nell'accettare ma non aveva trovato un modo gentile di declinare la proposta che gli era stata fatta. Poi quella storia di mandare il piccolo a Yale l'aveva turbato non poco, come se in qualche modo JJ volesse che suo figlio seguisse le sue orme. Si era rimproverato di quel pensiero assurdo e aveva restituito il piccolo alla madre, lui non era bravo con i bambini e forse questo non sarebbe mai cambiato.
La conversazione avuto con Emily sui possibili futuri baby-geni gli attraversò la mente come un lampo. Forse un giorno… Il sorriso amaro riapparve sul suo volto, tirato per la stanchezza accumulata in quella settimana. Lui padre? Non ci si vedeva proprio, anche perché prima avrebbe dovuto trovare qualcuna disposta a sposarlo e procreare con lui. Si lasciò andare contro il sedile, mentre rifletteva che ora c'erano anche i famosi uteri in affitto. Se avesse sentito la necessità di fare un passo del genere, c'erano sicuramente agenzie preposte che poteva aiutarlo.
Sentì una lacrima scorrergli lungo la guancia e la asciugò con un moto di stizza. Scese dall'auto sbattendo la portiera e si incamminò verso il suo appartamento. Quei pensieri sul futuro lo rendeva sempre triste, come se lui non avesse il diritto di sperare in qualcosa di meglio che un appartamento vuoto e la segreteria paurosamente silenziosa quando tornava a casa dopo un caso.
Forse tutti i rifiuti che aveva dovuto affrontare l'avevano reso incapace di pensare positivo, di credere nel domani. Quella cosa di JJ, poi, l'aveva catapultato di nuovo in un periodo della sua vita che non era ansioso di ripercorrere. Ripensare a tutta la sofferenza provata, quando si era reso conto di non essere ricambiato, l'aveva gettato in un vortice di emozioni che non voleva rivivere.
Aprì la porta di casa e gettò la tracolla sul divano, mentre accendeva distrattamente la luce. Andò in cucina, deciso a prendere da bere e passò accanto al mobiletto del telefono. Tornò sui suoi passi, perché qualcosa non gli tornava. Fisso l'apparecchio per un lungo momento prima di rendersi conto di cosa c'era di diverso dal solito. Una lucetta rossa lampeggiante lo avvertiva che qualcuno gli aveva lasciato un messaggio. Corrugò la fronte, chiedendosi se magari non si fosse dimenticato di pagare il condominio ed ora l'amministratore non lo stesse inseguendo per tutta Quantico. Premette il pulsante, curioso di sapere chi potesse averlo cercato mentre era a Las Vegas.
- Sono presente due massaggi non ascoltati – cominciò la segreteria sotto lo sguardo stupito del giovane dottore – Primo messaggio.
Una voce maschile famigliare cominciò a parlare dopo il bip.
- Spencer, sono papà… io… mi sono reso conto che non ci siamo scambiati i numeri di telefono prima che te ne andassi. Per fortuna tua madre aveva quello di casa e me lo ha dato… ti lascio il mio, nel caso volessi contattarmi, anche solo per parlare…
Spencer girò le spalle e si avviò in cucina, infastidito da quell'intrusione nella sua vita da parte di suo padre. Non si prese neanche la briga di ascoltare il numero di telefono che l'uomo stava dettando. Era pronto a premere il tasto cancella, sicuro che anche il secondo messaggio fosse di suo padre, ma bloccò il dito a mezz'aria guardando l'apparecchio con occhi sgranati.
- Spencer? Sono Hope… So che sei fuori per lavoro e non… non volevo chiamarti sul cellulare – risata nervosa della ragazza – Insomma, immagino che tu non voglia che… i tuoi colleghi… Comunque ti chiamavo perché mi manchi. Quando senti il messaggio chiamami, se ti va – la voce sembrava triste ed incerta – E' una settimana che non ho tue notizie e cominciò a preoccuparmi… Forse non dovevo, scusami io…
Il suono del telefono occupato diceva che aveva riattaccato in fretta e furia. Si mise a sedere sul divano e si guardò le mani. Non aveva parlato con nessuno di Hope, perché? Forse perché quella vocina interiore che lo accompagnava sempre gli diceva che era inutile mettere al corrente la squadra, tanto prima o poi la ragazza avrebbe troncato la loro relazione.
Era così preso dal lavoro che non l'aveva chiamata neanche una volta in sette giorni, era normale che lei fosse preoccupata. Guardò il telefono, indeciso se chiamarla o meno. Era tardi e sicuramente la ragazza stava già dormendo e poi… aveva paura che fosse arrabbiata con lui. Come darle torto? Era sparito senza più preoccuparsi di lei.
Ripensò alla definizione di sindrome abbandonica e scosse la testa. Lui non voleva finire da solo, voleva che Hope continuasse a far parte della sua vita. Si avvicinò al telefono e compose il numero senza pensarci troppo, anche se gli avesse fatto una sfuriata, che lui si era ampiamente meritato, voleva sentire il suono della sua voce.
- Pronto? – una voce impastata rispose al terzo squillo.
- Hope, sono Spencer, scusa l'ora ma…
- Come stai? – sembrava preoccupata – E' successo qualcosa?
- No, cioè… il caso è stato più lungo e difficile del solito. Mi dispiace non averti chiamato, ma…
- Tu stai bene? – sembrava tesa.
- Sì, sto bene – sbatté le palpebre aspettandosi la famosa sfuriata.
- Meno male – la sentì sospirare di sollievo – Avevo paura che ti fosse successo qualcosa.
- Avrei dovuto chiamarti – provò a giustificarsi lui.
- Immagino che tu sia stato molto impegnato con il lavoro – la sentì molto più rilassata – Domani vai in ufficio?
- No, sono rientrato poco fa e il mio capo ha detto che posso rimanere a casa – non capiva perché lei non si fosse arrabbiata.
- Ti va di vederci? Sempre che tu non sia troppo stanco… non devi sentirti obbligato.
- Mi fa piacere – si ritrovò suo malgrado a sorridere – A che ora vogliamo vederci.
- Chiamami quando ti svegli – una breve esitazione da parte di Hope – Buonanotte e… mi sei mancato.
- Anche tu mi sei mancata – si stupì di scoprire che era vero – Buonanotte.

Continua…

* Fonte: .net