2° CAPITOLO

NEO-TOKYO 3
"Muovetevi pigroni".
La voce di Misato risuonò nelle stanze di Shinji e Asuka, che si stavano vestendo per andare a scuola.
Quando Shinji fu pronto, si presentò in cucina, dove Misato stava versando dentro un bicchiere un po' di the già confezionato in bottiglia, che poi gli porse.
Il ragazzo cominciò a berlo di corsa: "Asuka è già uscita vero?"
"No, è ancora nella sua stanza".
"Che?" Shinji si bloccò di colpo, era stupefatto perché era la prima volta che Asuka non lo precedeva nell'andare a scuola.
Pensando che stesse male si avvicinò alla sua stanza, ma prima che potesse bussare la porta si aprì all'improvviso.
Shinji trasalì leggermente quando vide davanti a lui Asuka con una faccia scurissima.
"Cosa vuoi stupido?"
"N- niente, volevo solo sapere se c'era qualcosa che non andava. Di solito sei la prima ad essere pronta la mattina, invece oggi…"
Non completò la frase perché Asuka lo superò senza degnarlo di uno sguardo, andò in cucina a salutare freddamente Misato e poi uscì dall'appartamento.
Shinji andò dalla sua tutrice e le chiese: "Ma stavolta cosa ho fatto di male?"
"Tu niente", fu la risposta, "ma credo che Asuka si senta sola".
"Come sarebbe a dire?"
"Beh, è difficile da spiegare a parole, ma penso che Asuka si trovi in quella fase dell'adolescenza in cui si sente il bisogno di avere un compagno, ed è irritata in parte perché non vorrebbe provare tale bisogno e in parte perché non trova un ragazzo che la soddisfi".
Shinji salutò Misato e si avviò anche lui a scuola, meditando sulle parole sentite prima.
Non riusciva a capire perché Asuka avesse tali problemi, fino ad allora era sempre stata così autosufficiente, e adesso sentiva un bisogno del genere.
Per un attimo nella mente di Shinji balenò il pensiero che quel compagno avrebbe potuto essere lui, ma lo rigettò subito.
Asuka meritava qualcuno migliore.

La giornata a scuola proseguì normalmente, il professore, come al solito, infiocchettava ogni spiegazione con racconti del Second Impact.
Durante la pausa pranzo Shinji si mise a parlare con Toji e Kensuke, ma il suo pensiero andava sempre ad Asuka, che aveva tenuto il broncio per tutto il tempo e aveva sorriso un po' solo dopo aver parlato con la capoclasse Hikari. "Ehi Shinji, che cos'hai?"
"Eh?"
La domanda di Toji lo aveva colto di sorpresa.
"Stai con la testa tra le nuvole", si inserì Kensuke.
"No, non è vero".
"Come non è vero? Quando ti ho chiamato sei trasalito".
"Non ho niente", rispose Shinji cercando di sorridere per tranquillizzare i suoi due amici.
Ma ormai Toji e Kensuke avevano capito che qualcosa lo preoccupava.
Gli si avvicinarono di scatto, portando i loro visi a pochi millimetri dal suo, e dissero all'unisono: "Non tenerti tutto dentro signorino!"
La loro foga era tale che per poco Shinji non cadde dalla sedia.
Messo alle strette raccontò tutto ai due, che rimasero di stucco.
"Che cosa?", esclamò incredulo Toji. "Quel maschiaccio di Asuka sentirebbe il bisogno di avere un compagno?"
"Beh, è una teoria della signorina Misato, e di solito queste cose le azzecca", sussurrò Shinji.
"Incredibile", commentò Kensuke, "purtroppo per lei dubito che riuscirà a trovare qualcuno che la soddisfi, quella ragazza è talmente altezzosa e orgogliosa che considera tutti i maschi creature inferiori. Temo proprio che sia condannata alla solitudine. Tuttavia…".
Kensuke si bloccò di colpo quando vide l'espressione terrorizzata di Shinji e Toji, che con lo sguardo gli indicavano di guardarsi le spalle.
Kensuke divenne rigido come un pezzo di ghiaccio, sussurrò: "Oh, Oh", e si voltò lentamente.
Asuka lo fissava con uno sguardo assassino, i pugni chiusi.
Con voce irritata chiese: "Allora, imbecille, a cosa sarei condannata io?"
"Ecco, io…", Kensuke non sapeva cosa dire, di solito aveva sempre la risposta pronta, ma con Asuka arrabbiata rischiava grosso.
Alla fine trovò il coraggio di parlare: "La mia, ecco sì, era solo una considerazione personale. Una ragazza intelligente e carina come te non avrà problemi a trovarsi un ragazzo".
Finito di parlare sorrise nervosamente, ma Asuka spostò lo sguardo su Shinji, che fissato in quel modo si sentì diventare piccolissimo.
"Tu, grandissimo stupido, chi ti ha dato il diritto di raccontare i fatti miei agli altri?"
"M- ma io…", Shinji non sapeva come rispondergli, ma il fatto che Asuka non smentisse, confermava la tesi di Misato.
"Adesso basta, non ne posso più di avervi tra i piedi. Me ne vado!"
Frettolosamente Asuka mise i libri nella cartella e si avviò verso l'uscita dall'aula.
La capoclasse le disse: "Dai Asuka, non fare così. Sono sicura che non volevano offenderti".
Asuka la guardò, il suo tono di voce si addolcì leggermente, ma la rabbia traspariva dagli occhi: "Forse hai ragione Hikari, però oggi non me la sento proprio di stare in classe".
Uscì dalla scuola, e Toji, Kensuke, Shinji e Horaki, affacciati alla finestra, la guardavano allontanarsi.
Durante il tragitto verso casa Asuka era immersa nei suoi pensieri.
La rabbia e la disperazione si mescolavano nel suo animo, questo disturbo lo provava da diverso tempo, ma fino ad allora era riuscito a mascherarlo, ora non più.
Tutto era cominciato tre settimane fa: stava tranquillamente sdraiata sul suo letto, da sola, quando all'improvviso sentì qualcosa rompersi dentro di lei. Neanche la ragazza sapeva spiegarsi cosa era successo, sta di fatto che aveva cominciato a sentire il bisogno di avere qualcuno vicino, ma non un semplice amico.
Aveva bisogno di un compagno!
Ma questo desiderio l'aveva fatta inorridire: "Ma come, io, che ho giurato di contare sempre e solo su me stessa, adesso mi metto a cercare qualche stupido maschio? No, mai e poi mai!"
Il bisogno però non era sparito, anzi col passare del tempo si era aggravato.
Inconsciamente Asuka aveva cominciato a giudicare i ragazzi che le stavano accanto, e questo la faceva infuriare con se stessa ancora di più.
L'unico maschio che l'avrebbe fatta contenta era Rioji Kaji, ma Asuka sapeva di tenere a lui solo perché cercava un sostituto per la figura paterna.
In realtà anche Shinji, in fondo, ma proprio in fondo, la attraeva un pò, ma quel ragazzo era così timido, imbranato.
Mentre stava camminando con la testa immersa in questi pensieri, urtò all'improvviso contro un ragazzo che era spuntato fuori da un vicolo e gli fece involontariamente lo sgambetto, facendolo cadere per terra.
"Ehi ragazzina, stai attenta".
"Scusami", rispose la ragazza con tono imbronciato.
Il ragazzo non era solo, e purtroppo era anche in compagnia di alcuni amici. Dall'abbigliamento si capiva chiaramente che erano i classici bulli di quartiere che si divertivano a infastidire gli altri.
Asuka non se ne curò e proseguì per la sua strada, ma il ragazzo la inseguì e le si parò di fronte gridandogli: "Con chi credi di avere a che fare? Mi hai fatto cadere per terra e pensi di cavartela con un semplice scusami?"
Asuka lo fissò con sguardo irritato, avrebbe voluto suonargliele, ma non se la sentiva di perdere tempo con quei tipi, perciò cercò di tagliare corto: "E allora cosa vuoi che faccia?"
Il ragazzo si toccò il mento con una mano, e facendo un sorriso malizioso disse: "Vediamo… potresti diventare la mia ragazza. Io sono il capo della banda più tosta del quartiere e tu sei molto carina, proprio il tipo che mi serve. Saresti un ottimo trofeo. Sì, d'ora in poi sarai la mia fidanzata".
Asuka si sentì esplodere: "Ma vai a quel paese!", e fece per superarlo.
Il teppista divenne furioso, la prese per un braccio strattonandola fortemente: "Ehi bella, guarda che la mia non era una richiesta, era un ordine!"
La pazienza di Asuka era terminata, diede al ragazzo un calcio fenomenale alla mascella, che lo fece volare all'indietro di un metro e gli fece anche saltare qualche dente.
"Piccola bastarda", gridò il ragazzo, però nel suo sguardo non c'era rabbia, ma paura.
Asuka lo fissava pensando tra sé e sé: "Tutti così questi bulli: prima fanno gli spacconi, poi non appena incontrano qualcuno che sa reagire, ecco che si rivelano i vigliacchi che sono in realtà".
I compagni del ragazzo si precipitarono attorno a lui, che, come confortato dalla loro presenza, assunse uno sguardo feroce e disse: "Prendetela, voglio sentirla urlare!"
I teppisti la circondarono, erano in dieci, ma Asuka non era per niente intimorita: "Va bene, forse sfogarmi con questi idioti mi rilasserà".
Le si lanciarono contro in tre, sul davanti, ma Asuka ruotò su se stessa e con un calcio li stese tutti in una volta, poi altri due cercarono di afferrarla alle spalle, la ragazza li anticipò e prima li fece piegare in avanti con due pugni allo stomaco, poi colpendoli al viso con le ginocchia li mise al tappeto.
Gli altri membri della banda erano rimasti impietriti, non si aspettavano che quella ragazza fosse così abile, ma non si diedero per vinti.
Con una rapida occhiata due di loro si intesero: uno con la maglietta nera le andò incontro, Asuka si preparò a riceverlo, ma un altro con la maglietta blu e la testa rasata si avvicinò alle sue spalle, la ragazza si voltò e lo colpì con un pugno, ma intanto quello con la maglietta nera cacciò fuori un coltello, e con uno scatto in avanti le fu addosso e le ferì il braccio sinistro.
In realtà aveva mirato al ventre, ma per fortuna Asuka lo aveva visto con la coda dell'occhio e si era spostata.
Tuttavia adesso Asuka aveva una brutta ferita al braccio, non riusciva più a muoverlo come si deve e fissò un attimo il sangue che colava dal taglio, rimanendone impressionata perché non ne sopportava la vista.
I teppisti approfittarono della distrazione, due di loro le saltarono addosso e le bloccarono braccia e gambe.
Asuka cercava di liberarsi, si dimenava, ma chi l'aveva afferrata era piuttosto robusto.
"Lasciatemi andare bastardi, o vi cambio i connotati ".
Quelli però le si avvicinarono con delle espressioni poco rassicuranti, il capo, con il sangue che colava dalla bocca, le si parò davanti e disse: "Adesso ti faremo molto male", e le agitò il coltello davanti agli occhi.
Asuka non era spaventata, ma si vedeva senza vie d'uscita.
"Merda", sussurrò.
Il capo le avvicinò il coltello al petto, gli altri erano intorno, stava per strapparle il vestito, quando qualcuno arrivò di corsa alle sue spalle e lo colpì ai fianchi con una raffica di pugni.
Il capo cadde a terra lamentandosi, gli altri, dopo un iniziale sorpresa, si avventarono in quattro contro lo sconosciuto, che però con una serie fulminea di calci al viso li stese tutti.
Poi si lanciò contro quello che bloccava le gambe di Asuka e con un calcio lo fece rotolare via.
Asuka, anche lei inizialmente sorpresa, ne approfittò subito e con un calcio all'indietro colpì al muso chi le bloccava le braccia, facendolo cadere giù.
Asuka fissò il suo soccorritore: era un ragazzo con i capelli neri, gli occhi castani, un bel viso pulito dai lineamenti occidentali. Stava leggermente piegato sulle ginocchia, pronto a respingere eventuali nuovi attacchi. Nel guardarlo sentì una strana sensazione.
I teppisti si rialzarono spaventati: "Oh no, adesso sono in due, meglio scappare!", esclamò uno di loro e si dettero alla fuga.
Rimasti soli, il ragazzo si avvicinò ad Asuka: "Vigliacchi, in dieci contro uno. Stai bene?"
"Sì, grazie per l'aiuto".
"Meno male che stavo passando di qui. All'inizio pensavo ad uno scherzo, ma quando ho visto il sangue e il coltello, ho pensato che ti servisse una mano".
"Li avrei sistemati lo stesso, ma ammetto di essermela vista brutta".
Asuka si sentiva strana: conoscendosi, immaginava che avrebbe provato rabbia per non essere riuscita a cavarsela da sola, e invece l'essere stata protetta le dava un senso di sicurezza che non aveva mai provato prima. E poi questo ragazzo sembrava parecchio un tipo a posto, si fidava di lui, nonostante lo conoscesse da neanche un minuto.
Dopo però arrivarono delle fitte di dolore: "Ahi!", esclamò Asuka, che fissando il braccio lo vide pieno di sangue.
"Fammi vedere", disse il ragazzo, che le prese delicatamente il braccio e cominciò ad esaminarlo.
"Mm… è una brutta ferita, non molto profonda, ma temo che dovrai metterci dei punti. Se vuoi ti accompagno al pronto soccorso".
"Grazie, ben volentieri". Asuka rimase sorpresa dalle sue stesse parole.
"Allora andiamo. Credo di averlo visto due isolati fa ".
"Come credi?"
"Non sono di questa città, mi sto facendo un giretto per quella che diventerà la nuova capitale del Giappone".
Detto questo si avviarono verso il pronto soccorso.
Uscirono da pronto soccorso, ad Asuka avevano messo quattro punti, l'infermiera tranquillizzò la ragazza: "Non preoccuparti, tolti i punti non resterà neanche una piccola cicatrice".
Davanti all'edificio il ragazzo decise di congedarsi: "Be, sono contento che tu stia bene. Immagino che avrai altre cose da fare, perciò non voglio farti perdere altro tempo. Ciao".
Il ragazzo fece per allontanarsi ma Asuka lo fermò: "No, aspetta".
"Cosa c'è?"
"Ecco io…", Asuka si sentiva imbarazzata, non capiva cosa le stesse succedendo, però quando aveva visto il ragazzo andarsene si era sentita molto triste.
Riprese arrossendo: "Tu, ecco sì, mi hai aiutata e io vorrei sdebitarmi. Posso offrirti qualcosa?"
A questo punto anche il ragazzo arrossì e rispose: "Va bene, se insisti…"
"Certo che insisto".
E cosi andarono in un bar a prendere dei gelati, si sedettero a un tavolino e cominciarono a parlare, non c'era un argomento fisso, discussero di tutto, dalla musica alla cultura, e scoprirono di avere molto in comune. La conversazione divenne sempre più sciolta e durò ore, ma loro non sembrarono accorgersene.
A un certo punto però il ragazzo guardò l'orologio e disse: "Diamine, ma è tardissimo! Mi dispiace, ma ora devo proprio andare".
Anche Asuka guardò l'orologio e trasalì leggermente nel vedere che ore erano, sarebbe dovuta rientrare almeno due ore fa. Misato e Shinji dovevano sicuramente essere preoccupati.
"Anch'io devo andare, ma spero che ci rincontreremo".
"Certo, per un po' di tempo mi fermerò in città, e se vuoi possiamo rivederci ancora".
"Benissimo, allora facciamo domani alle cinque, a questo bar". Asuka era felicissima.
"No, domani non posso, ho un impegno urgente. Ti va bene dopodomani?"
"Sicuro, allora ci vediamo dopodomani. Ciao."
"Ciao", la salutò il ragazzo con uno splendido sorriso.
Avevano fatto solo pochi passi ciascuno nella propria direzione quando il ragazzo la richiamò.
"Aspetta, ora che ci penso, dopo quella chiacchierata ancora non ci siamo presentati".
"E' vero, io mi chiamo Asuka, Asuka Soryu Langley. E tu?"
"Io Michael, Michael McCoy".
"Michael, che bel nome", commentò sorridendo la ragazza.
"Ehm già", rispose il ragazzo un po' imbarazzato, "allora ci vediamo".
Michael si allontanò sotto lo sguardo di Asuka, che continuò a fissarlo finché non sparì dietro un muro.
A quel punto anche la ragazza si avviò verso casa, la sua espressione era molto felice.
Il suo comportamento l'aveva sorpresa, era stata aiutata ma il suo orgoglio non era rimasto ferito, e con quel ragazzo appena conosciuto si era aperta come non aveva mai fatto prima. E poi si accorse che parlando con lui il suo malessere emotivo era scomparso. Era davvero contenta, e cominciò a pensare a cosa avrebbe indossato all'appuntamento di dopodomani.
Anche Michael era rimasto colpito da quella ragazza, era molto carina, ma anche intelligente, e aveva qualcosa di veramente speciale, non sapeva spiegarselo, ma si sentiva attratto da lei.
Un colpo di fulmine? Forse, ma prima doveva scoprire cosa ne pensava Asuka, se provava gli stessi sentimenti.
Inoltre c'era la questione del suo patrigno Russel: Michael si sarebbe fermato a Neo-Tokyo 3 per poco, se voleva iniziare un rapporto serio con la ragazza, avrebbe dovuto rimanere lì, ma come avrebbe reagito il patrigno?
"Va beh", disse tra sé e sé. "una cosa alla volta, prima affrontiamo la battaglia di domani, sperando di non distruggere il luogo dell'appuntamento, e dopo si vedrà. Comunque per adesso non gli dirò niente".
Arrivato all'hotel che lo ospitava, chiamò un taxi che lo conducesse in un luogo situato nella periferia della città, dove lo aspettavano per condurlo alla base dove era stivato l'Eva-P.
Asuka rientrò a casa.
"Sono tornata".
Misato e Shinji le andarono incontro.
"Era ora", esordì la donna, "si può sapere dove sei stata? Ti abbiamo aspettato fino ad adesso".
"Il tuo pranzo ormai si è raffreddato, ma se vuoi te lo riscaldo nel forno", disse Shinji.
"No, ti ringrazio ma non ho fame. Voglio solo andare a riposarmi".
Asuka li superò e andò in camera sua, ma Shinji vide la ferita che aveva al braccio.
"Cos'hai fatto al braccio?"
"Niente, un piccolo contrattempo con dei teppisti. Sono già andata al pronto soccorso, per questo ho fatto tardi".
Misato e Shinji rimasero a fissarla, mentre Asuka chiuse la porta e cominciò a cercare nel suo guardaroba un vestito adatto per uscire con Michael.
Misato a un certo punto entrò e disse: "Asuka, tu stai nascondendo qualcosa".
"Eeeh?" Asuka si voltò di scatto. "Ma che stai dicendo?"
"Beh, prima di tutto mi sembra che tu abbia la testa fra le nuvole, poi il fatto che tu sia andata al pronto soccorso non giustifica un tale ritardo. E adesso, sei appena arrivata e hai cominciato a scegliere tra i tuoi vestiti, come se dovessi andare da qualche parte. Magari hai un appuntamento galante?"
Misato fissava con aria indagatrice il volto di Asuka, che era rimasta di sasso. Infatti aveva deciso di non dire niente di Michael a quei due perché non voleva che spettegolassero, ma Misato aveva già intuito tutto.
"Vedi, è che io...", iniziò la ragazza, ma Misato ammiccando con lo sguardo disse: "Eh sì, hai un appuntamento galante con qualcuno. Di chi si tratta?"
"Non sono affari tuoi", rispose la ragazza, cercando di mascherare con una finta rabbia il suo imbarazzo.
"Dai", incalzò Misato, "ti prometto che resterà tra di noi. Come si chiama? Che aspetto ha?"
"Si… si chiama Michael, ed è una persona davvero gentile, oltre che bella", sussurrò Asuka.
"Mm, ho capito. Beh, non voglio disturbarti ancora, ma se vuoi potrei aiutarti a scegliere cosa indossare".
"D'accordo, ma non dire niente a Shinji, quello stupido è capace di raccontarlo a tutta la classe".
"A quanto pare la prode Asuka vuole nascondere la cosa per proteggere la sua fama di dura, non è vero?", commentò ironicamente Misato.
Asuka, sempre più imbarazzata, non rispose.
"Chi tace acconsente. Forza, diamoci da fare" concluse la donna.

ISOLA DI TO-SHIMA
Nella base, situata su un isola posta al largo delle coste giapponesi, i preparativi fervevano, Russel McCoy e il dottor Land stavano discutendo.
"Domani è il grande giorno. Finalmente vedremo di cosa è capace l'Eva-P, dottor Land".
"Già, sono emozionato. Michael è arrivato?"
"Sì, in ritardo perché a quanto pare ha avuto un contrattempo in città, ma non importa".
"Vado a supervisionare gli ultimi controlli. Con permesso".
Land si allontanò e Russel rimase a fissare l'Eva-P appoggiato ad una ringhiera.
"Sarà uno spettacolo davvero interessante".