John Watson posò il cellulare, soddisfatto.

Aveva parlato con la signora Hudson, Lestrade, l'ispettore Dimmock - che si era occupato delle indagini durante il caso che lui aveva ribattezzato: "Il banchiere cieco" - e ora con Henry, ancora loro grato per averlo aiutato con l'inquietante e misteriosa storia del mastino.

Era riuscito a convincerli ad aiutarlo nell'epica - perché era unicamente quello il termine che avrebbe usato - impresa di riabilitare il nome di Sherlock Holmes agli occhi della gente.

Avevano tutti accettato di buon grado di parlare con Mary Morstan, desiderosi di rendersi utili, esprimendo le loro opinioni e "narrando" i loro incontri e i successivi rapporti con Sherlock.

Il cellulare mandò un trillo, ma non appena John lesse il nome di chi lo stesse cercando, finse di non aver udito nulla.

Non voleva neppure sentire quello che Mycroft Holmes aveva da dirgli.

Il medico spense il cellulare, sedendosi in poltrona con il suo notebook.

Ma non fece neppure in tempo ad accenderlo, che il campanello del suo nuovo appartamento lo avvisò dell'arrivo di una visita.

Posò il portatile sul tavolinetto, andando ad aprire e trovandosi di fronte a due uomini in giacca e cravatta.

«Dottor John Watson?»

«Sì, sono io»

«Deve seguirci»

[*]

Sdraiato nell'appartamento messogli a disposizione da suo fratello Mycroft ormai un mese e mezzo prima, Sherlock fissava ostinato il soffitto sopra il suo letto.

Erano ore che non faceva altro che pensare.

Sul momento l'idea di morire gli era parsa buona.

Terribile, certo.

Ma buona.

Invece ora...

Si passò una mano sugli occhi stanchi.

Poi con uno scatto si alzò, infilandosi la giacca del completo.

Forse una passeggiata lungo la Senna l'avrebbe aiutato a schiarirsi le idee.

[*]

Irene Adler si sdraiò sul divanetto, sbadigliando pigramente.

Gettò un'occhiata fugace al suo appartamento.

Dopo la visita di uno dei suoi amici, era rimasto insolitamente in disordine.

Ghignò.

Avrebbe punito quell'omuncolo nel successivo incontro.

Il suo sguardo si posò quasi casualmente sul cellulare, abbandonato sul tavolo della cucina.

Sospirò.

Le cose non stavano andando come avrebbero dovuto.

Lei e Sherlock, grazie alle informazioni ricevute da uno dei partecipanti alla "convention" di qualche tempo prima, avevano messo a punto un buon piano d'attacco; una buona strategia.

Impossibile arrestare tutti i presenti in una sola volta.

Probabilmente non erano che una minuscola parte della banda che un tempo, nemmeno troppo lontano, era capitanata da James "Jim" Moriarty.

Se li avessero catturati tutti insieme, non ci sarebbe voluto di certo un genio per ricollegare il suo improvviso "ritorno dalla morte" con quanto accaduto.

Così avevano deciso di aspettare.

Occasione dopo occasione, erano riusciti comunque a consegnare alla giustizia britannica la bellezza di sedici persone.

Ma questo non aveva fatto altro che rendere ancora più sospettosi gli altri, più attenti a non commettere alcun tipo di errore.

Ormai erano giorni che Sherlock si trovava a un punto morto.

Cosa che di certo non migliorava il suo umore.

Irene decise di fargli una visita.

Magari prendersi gioco di lei l'avrebbe distratto.

Rise al suo stesso pensiero.

La Dominatrice che accettava di sua spontanea volontà che qualcuno si prendesse gioco di lei.

La personalità del detective era dunque davvero più forte della sua?

"Domanda retorica, mia cara" si disse.

In pochi minuti era fuori.