Irene si maledì per lo stato in cui riversava il suo appartamento.
Quel piccolo idiota gliel'avrebbe pagata cara.
«Quindi, questo è l'aspetto che il tuo appartamento assume dopo ogni visita» rise Sherlock.
«No. Solitamente prima che se ne vadano li faccio sistemare ogni cosa secondo i miei capricci»
«E loro lo fanno».
L'uomo rise di nuovo.
«Devo ammetterlo. La tua capacità di sceglierti amici tra i migliori rappresentanti della categoria "Senza spina dorsale" mi ha sempre affascinato, Irene» disse, appoggiandosi allo stipite della porta.
«Ma suppongo che ognuno abbia gli amici che si merita, no?» continuò, perfidamente.
La Donna gli scocciò un'occhiataccia.
«Il non aver niente da fare ti rende insopportabile, vedo».
Il detective scrollò le spalle.
«Chi dice che non sia tu a rendermi così?»
«Io, o il fatto che abbia questo tipo di amici?».
Sherlock non rispose, indispettito.
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«Allora domani potrò leggere il tuo articolo?» chiese John, decisamente più sollevato.
Era entusiasta di quanto era riuscito a fare in appena un mese e mezzo "di lavoro".
«Puoi starne certo. Devo solo sistemare gli ultimi dettagli, ed entro la mezzanotte di stasera sarà già in stampa».
Il medico annuì.
«Ci pensi? Se riusciremo a convincere tutti, se riusciremo a far aprire loro gli occhi...».
Mary sorrise radiosa.
«Direi che dovremmo brindare alla buona riuscita dei nostri sforzi» disse, alzando il bicchiere.
John la imitò.
«Alla memoria di Sherlock Holmes» disse, la voce che gli tremava.
Per un attimo gli occhi della donna si velarono.
«A Sherlock Holmes. Che possa essere fiero di quanto stai facendo. Ovunque egli sia».
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«Ora che ci penso, io e te non abbiamo mai neppure provato a giocare secondo le mie regole, da quando sei arrivato qui a Parigi».
«E di certo non cominceremo adesso» disse il detective placidamente.
«Non sono uno dei tuoi giocattoli, ricordi?» continuò, sorseggiando tranquillo il liquore dal suo bicchiere.
La Donna lo osservò un po'.
«No, non lo sei. Ma non so dirti se questo mi faccia piacere o meno».
Sherlock la fissò di rimando.
Sorrise, tornando a posare gli occhi chiari sul bicchiere con cui stava giocherellando.
«Non ricordavo che le tue pupille si dilatassero così, in mia presenza».
Irene sorrise maliziosa.
«Dimenticato o rimosso, Sherlock?» si informò, interessata.
«Purtroppo... Dimenticato. Non sono riuscito a rimuove alcunché di ciò che ti riguarda»
«Ci hai mai provato veramente?».
Sherlock ghignò.
«Magari non con tutto me stesso. Chissà, potrei non voler rimuovere niente che possa ricordarmi te. Neppure i lati negativi».
Tornò a guardarla, gli occhi che brillavano.
«Anche perché ammettiamolo. Se volessi rimuovere i lati negativi non rimarrebbe molto, vero?» disse, riacquistando la consueta ironia tagliente.
«Continua così e puoi dimenticarti il tuo "avanzamento d livello"» lo minacciò lei, poco convinta dalla sua stessa affermazione.
«Oh. Mi chiedo come farò, dopo» replicò lui, ironico.
«Ad ogni modo, come mai venivi da me, se non avevi notizie da darmi?».
La Donna scrollò le spalle, noncurante.
«Volevo vederti. Parlare un po'...»
«Non amo parlare».
Irene rise.
«Già, lo so»
«Allora perché mai dici di voler parlare?» chiese lui.
«Per lo stesso motivo per cui ti chiedo di cenare con me, pur non avendo fame».
Sherlock si sedette vicino a lei.
«Parola mia, più ho a che fare con te, più ti trovo incomprensibile».
«Non hai idea di cosa io voglia, Sherlock?» domandò la donna, maliziosa.
Il detective si esibì in un ghigno divertito.
«Oh, no. So esattamente cosa vuoi. No, trovo incomprensibile la tua reticenza nel chiederlo e basta».
Irene lo fissò.
«Che risponderesti, se lo facessi?».
Sherlock la fissò di rimando, sorridendo sfacciato.
«Provaci e staremo a vedere».
