«"E' una persona di pochissimo conto". Hmm... Devo ringraziarti, Sherlock?» disse Irene Adler, uscendo dalla stanza del detective.
«A dire la verità, dovresti. Ho dovuto dire a mio fratello quello che voleva sentirsi dire. Magari tu avresti preferito che dicessi la verità, non è così?».
Irene rise.
«Suppongo, quindi, di essere in torto»
«Avevi dubbi?».
La Donna sorrise, ma non disse nulla.
«Così… Il mese scorso ricorreva un evento speciale»
«Era solo un mese come un altro».
«Con la differenza che il mese scorso hai compiuto gli anni»
«Un anno in meno al momento in cui il mio cervello deciderà di abbandonarmi».
Irene si sedette accanto all'uomo.
«Dev'essere tremendo pensare al proprio compleanno in questo modo».
Improvvisamente si mise a ridere, apparentemente senza motivo.
«Che c'è?» domandò Sherlock, confuso.
«E' la prima volta, da quando ero bambina, che dormo solamente nello stesso letto di un'altra persona».
Sherlock ghignò.
«Wow, un'esperienza nuova per la tua versione adulta. Sarai emozionata… Mi spiace, non ho champagne per festeggiare l'avvenimento».
Lei lo ignorò.
«E' il tuo violino» notò invece, indicando lo strumento.
«Non ti sfugge niente… Mio fratello ha creduto sarebbe stato un ottimo regalo. Al solito, in ritardo».
La Donna lo fissò, pensierosa.
«Ricordo che il dottor Watson mi disse che scrivevi musica triste. Lo fai spesso?».
Sherlock distolse lo sguardo.
«No. Fu solo un periodo. Fortunatamente concluso»
«Quando mi credesti morta».
Non era una domanda.
Sherlock non replicò, ma Irene sapeva che era così.
«Mi faresti sentire?» domandò, raggomitolandosi di fronte a lui e fissandolo.
«Perché dovrei?».
La donna scrollò le spalle.
«Non mi sembra tu abbia altro da fare. E poi, non ti ho mai sentito suonare».
[*]
«Cosa pensi che sia quest'area più scura?» chiese John, indicando quella che sembrava una macchia ai suoi piedi.
Lui e Lestrade erano sul tetto del St. Bartholomew's Hospital, alla ricerca di indizi su quanto successo mesi prima.
«Non ne ho idea. Potrebbe essere qualunque cosa. E' passato davvero molto tempo. Certo è che se si tratta - come credo - di sangue, non dovrebbe essere difficile trovarne qualche residuo. O almeno, lo spero».
Lestrade prese il cellulare.
«Sono l'ispettore Lestrade. Ho bisogno di alcuni ragazzi della scientifica sul tetto della Barts. Chiunque sia libero e ben disposto a compiere qualcosa di praticamente impossibile. Molto bene».
L'ispettore imitò John, chinandosi ad esaminare l'alone scuro sul pavimento.
«Non ha una forma ben definita. Tranne che qui».
John indicò un'area pulita, alla sua destra.
«Sembra che vi fosse qualcosa; forse addirittura qualcuno. Ora la domanda è chi? Il sangue, se davvero di questo si tratta, dev'essere suo. Sherlock non aveva altre ferite, oltre a quelle conseguenti alla caduta. Molly l'ha confermato, e so che ha svolto l'autopsia con la massima serietà e accuratezza».
Lestrade annuì.
«A quanto pare questa storia non è per niente finita».
[*]
«E' davvero una musica bellissima. Non riesco a credere che l'abbia composta tu» disse Irene, sinceramente colpita.
Nessuno aveva mai fatto niente del genere, per lei.
Neppure i suoi tanti "amici".
Quando la notizia della sua morte era stata divulgata, quegli inutili omuncoli e quelle sciocche ochette non si erano dimostrati molto addolorati.
Solo Sherlock sembrava esserne rimasto sinceramente turbato.
Ma non l'avrebbe mai ammesso, questo Irene lo sapeva bene.
Non aveva mai ammesso apertamente cosa provasse - se davvero provasse qualcosa - per lei.
La cosa la infastidiva.
La infastidiva non sapere, non avere il controllo.
Eppure non diceva o faceva nulla per cambiare le cose.
Sorrise.
Era un fastidio piacevole.
Chissà, forse era quello "il livello superiore" a cui Sherlock era riuscito ad accedere.
[*]
John andò ad aprire, trovandosi di fronte Lestrade.
«Avevamo ragione» fu il suo modo di salutare.
«E' sangue?» chiese John, conducendo il poliziotto in salotto.
«Sì, sangue umano. Dai rilievi appare chiaro che la quantità è ben oltre superiore alla metà. Di sicuro chi l'ha perso non ha lasciato quel tetto sulle sue gambe. Dubito, infatti, che abbia potuto avere con sé una sacca di sangue, contro ogni evenienza».
«Stiamo cercando un cadavere, quindi».
John si fece pensieroso.
Qualcosa gli sfuggiva, qualcosa di molto importante.
Ma cosa?
«Aspetta, non è finita. Sul tetto, poco lontano dalla macchia di sangue, abbiamo ritrovato questo. Durante la nostra "prima visita" ci eravamo concentrati troppo sul sangue, e non abbiamo dato un'occhiata in giro».
Lestrade estrasse un cellulare in una busta di plastica sigillata.
«E' il cellulare di Sherlock!» esclamò John, riconoscendolo immediatamente.
Lestrade annuì.
«L'abbiamo fatto analizzare. Fortunatamente era finito sotto una piccola tettoia, così la pioggia non l'ha danneggiato. Risulta che Sherlock abbia inviato un messaggio, poco tempo prima della morte. A un numero privato».
L'uomo prese il suo taccuino, mostrando al medico il testo del messaggio.
John sgranò gli occhi.
Ecco cosa gli era sfuggito, come poteva non essersene reso conto prima?
«E' indirizzato a Moriarty» mormorò, la voce flebile.
«Ne sei sicuro?».
John annuì.
Raccontò dei killer che si erano trasferiti nelle vicinanze di Baker Street, della visita di Jim Moriarty a Sherlock…
Lestrade imprecò.
«Perché diavolo non ne siamo stati informati, giù a Scotland Yard?!»
«Greg, ritenevate Sherlock un rapitore, un bugiardo. Gli avreste creduto? Per di più, era appena fuggito all'arresto, portando con sé un... ostaggio. Sii serio. Non credi neppure tu alle tue parole».
Sospirò.
«Quindi, suppongo che questa sia la risposta» mormorò l'ispettore, mostrando il testo di un altro SMS.
Cadde il silenzio.
John si alzò, tremando.
Si passò una mano sul viso, sconvolto.
«C'era lui» disse, la voce roca.
Guardò l'ispettore Lestrade, dandosi mentalmente dell'idiota per non esserci arrivato subito.
«Su quel tetto c'era Jim Moriarty».
