Molly sgranò gli occhi.

Oh, no.

No, no, no.

Non era assolutamente una buona idea.

Sarebbe stato terribilmente imbarazzante spiegare il motivo per cui, all'interno di una bara seppellita nel cimitero di Londra, non ci fosse nessuno.

Sì, decisamente imbarazzante.

«Co... Cosa? No... Non puoi» mormorò.

John la guardò comprensivo.

Povera Molly.

Aveva sempre nutrito profondi sentimenti per Sherlock.

Era ovvio che l'idea di disseppellirlo la ripugnasse.

La cosa disgustava anche lui.

Ma avevano bisogno di risposte.

«So, Molly, che questa soluzione è ripugnante e immorale. Ti posso giurare che la cosa non piace nemmeno a me. Ma...»

«Non c'è bisogno di... di... Lestrade mi ha detto che domani mattina potremo analizzare il cappotto di Sherlock. Se ha sparato a qualcuno, come credi, sicuramente troveremo della polvere da sparo sulla manica. E' più probabile trovarne su un indumento, piuttosto che su un corpo. Sono passati otto mesi, il test del guanto di paraffina potrebbe risultare falsamente negativo» tentò Molly.

Non poteva assolutamente permettere che John e gli altri scoprissero la verità.

Fortunatamente John annuì, convinto.

«Sì, hai ragione tu. Devo ammettere di essere sollevato. Non mi sarei potuto mai più guardare allo specchio, se avessi fatto ciò che mi ero ripromesso».

Molly sorrise nervosa.

C'era mancato davvero poco.

«Ti chiamerò non appena avrò i risultati degli esami svolti sul cappotto».

John le sorrise grato.

«Grazie tante, Molly».

[*]

«Mi chiedo che cosa intendesse O'Brian» mormorò Sherlock, massaggiandosi la guancia dove Irene l'aveva schiaffeggiato.

Era seduto sul divano, i gomiti sulle ginocchia.

«Credi sospetti qualcosa?».

L'uomo scosse il capo.

«Lui no. L'ho osservato bene, prima che qualcuno mi costringesse a smettere».

Irene ghignò.

«Ebbene?»

«Aveva un evidente tremore alle mani. Niente a che vedere con il nervosismo o l'età. E' evidentemente una conseguenza dell'alcol con cui all'inizio affogava il dispiacere per il tradimento della moglie. Dalla gravità del tremore azzarderei ad affermare che il caro O'Brian sia un bevitore incallito da almeno una decina d'anni. E se bevi da tanto, in una quantità decisamente superiore alla norma, è un puro miracolo se riesci a ricordare il tuo nome. Figuriamoci se riusciresti a scoprire qualcosa come un piano così segreto e ben articolato per la cattura dei tuoi soci».

«E tutto questo l'hai dedotto da un'occhiata? Non mi stancherò mai di stupirmi delle tue capacità».

La Donna osservò Sherlock alzarsi.

«Hai detto che non credi che O'Brian sospetti qualcosa... Ma non hai detto che nessuno possa sospettare qualcosa».

Il detective passeggiò avanti e indietro nervosamente per qualche minuto, prima di rispondere.

«O'Brian ha detto che Moran è dell'idea che sia successo qualcosa, il giorno della morte di Moriarty».

«Pensi sappia che sei vivo? ».

Sherlock scosse il capo.

«No. Se fosse così, sarebbe già sulle mie tracce. E se la sua reputazione è anche solo una minima parte corrispondente alla realtà, a quest'ora sarei sicuramente morto».

Smise di camminare.

«Ma di certo sta cominciando a farsi delle domande. Dobbiamo saperne di più».

Studiò l'ora.

«Credo sia giunto il momento, per me, di lasciare il tuo appartamento. Ritengo che d'ora in poi dovremo guardarci seriamente le spalle, e stare ben attenti alle persone che ci circondano. Sono certo che la cosa migliore sia non vederci per un po'. Ci terremo in contatto tramite SMS, meglio se in codice, tanto per stare ancor più sicuri».

Irene attese che il detective finisse di parlare.

«Lo ritieni davvero necessario?» domandò.

«Assolutamente. C'è un motivo se Moran non è mai comparso in nessuna lista sospettati, negli omicidi che compiva. Ed è perché è bravo. Dannatamente bravo. Ritengo che possa essere anche più pericoloso e letale dello stesso Moriarty».

La Donna annuì.

«Hai ragione. Allora, come ci organizziamo con i codici per gli SMS?».