Molly Hooper temette davvero di non riuscire a parlare o a muoversi quando, il mattino seguente alla visita di John Watson all'obitorio, scoprì che a portarle il cappotto del detective altri non era stato che Mycroft Holmes.
Molly aveva sempre avuto un'autentica soggezione verso quell'uomo in giacca e cravatta.
Era così diverso dal fratello…
Sherlock forse non era il tipo di persona pronta ad aiutare il prossimo, sempre disponibile e gentile; ma aveva saputo mettere da parte il suo pessimo carattere, il suo orgoglio e persino le sue priorità per "piegarsi" a chiedere aiuto ad altri, ammettendo così di non essere poi così perfetto.
«Oh, dottoressa Hooper…» disse Mycroft Holmes, andandole incontro.
«Signor Holmes…» mormorò lei, imbarazzata.
Mycroft consegnò alla donna il cappotto – ripiegato - del fratello minore.
Molly lo prese come se si fosse trattato di una reliquia sacra.
«Che devo scrivere nel rapporto?» domandò, senza togliere gli occhi dall'indumento.
«La verità. Faccia pure eseguire tutte le analisi del caso. Trattandosi del cappotto indossato da Sherlock sul tetto della Barts, non dovrebbero mancare elementi per le indagini che John Watson si ostina a portare avanti».
Molly annuì nuovamente.
«Molto bene. Allora lo invio immediatamente al laboratorio. Grazie mille».
Mycroft studiò il fedele orologio da taschino.
«Si è fatto tardi, e io ho un impegno al ministero. Dottoressa…».
L'uomo svanì così com'era arrivato.
Molly scosse il capo.
Che persona fredda.
[*]
John attese pazientemente la telefonata di Molly.
Dai risultati degli esami di laboratorio sarebbe dipeso l'andamento dell'indagine che lui e Lestrade stavano conducendo.
Stava ormai per gettare la spugna, quand'ecco il cellulare trillare per l'arrivo di una telefonata.
«John?» esordì una voce femminile.
«Oh. Ciao Mary».
Il medico non riuscì a mascherare del tutto la delusione.
«Ciao. Mi spiace averti disturbato, ma…»
«Come? No, no. Nessun disturbo, Mary. Stavo aspettando la telefonata di una persona per una faccenda molto importante, quindi quando mi hai chiamato credevo… Ma mi fa piacere sentirti».
«Oh. Okay. Ascolta, il mio capo redattore vorrebbe sapere se sei disposto a rilasciare una nuova intervista su Sherlock. Sai, ora che la sua genialità non è più in discussione…».
John scosse il capo, pur sapendo bene che la giornalista non poteva vederlo.
«No, Mary. Mi spiace. Quando rilasciai la prima intervista lo feci per riabilitare la memoria del mio migliore amico. Questa è sempre stata la motivazione. Non voglio che ora la vita di Sherlock torni a diventare un fenomeno mediatico. Il tuo capo redattore probabilmente ha fiutato un buon affare, sperando di vendere la storia di "un genio incompreso". Non sarò io a dargli una mano ad arricchirsi. Ti consiglierei di proporgli il nome di Mycroft Holmes. Non dovrebbe risultargli difficile dirti ciò che il tuo capo redattore vuole sentire».
Quando Mary Morstan tornò a parlare, la sua voce era mogia.
«Certo, ti capisco. Beh… Allora niente. Dirò al mio capo di abbandonare l'idea. Grazie comunque John».
«Mi spiace. Saprò farmi perdonare, vedrai».
La donna rise.
«Non ne dubito. A presto, allora»
«A presto».
John aveva appena posato il telefono, quando quello tornò immediatamente a suonare.
Molly gli aveva appena inviato un SMS.
Ho i risultati degli esami eseguiti sul cappotto. Vieni al laboratorio della Barts. M.
John si sentì percorrere da una scarica di adrenalina.
Avrebbe finalmente fatto luce su cos'era accaduto otto mesi prima al suo migliore amico.
