Irene si guardò attentamente intorno, prima di entrare nel grande portone.

Erano quattro mesi che non vedeva l'uomo di persona.

Si erano scambiati solo quegli SMS criptici e all'apparenza senza senso.

Salì le scale e suonò al campanello.

Doveva ammettere che quando Sherlock aveva "proposto" quell'appartamento al fratello aveva fatto davvero un'ottima scelta.

La porta si aprì, e Irene si dimenticò di quanto avrebbe dovuto dire all'uomo.

Sherlock appariva più stanco di quanto lei l'avesse mai visto.

Aveva gli occhi cerchiati da profonde occhiaie violacee, che risaltavano ancora di più a causa del naturale colorito perlaceo del suo viso.

Ed era molto magro.

Più di quanto Irene ricordasse.

«Santo cielo, Sherlock! Che è successo?» esclamò, entrando e chiudendo la porta dietro di sé.

Non l'aveva mai visto in quelle condizioni.

«Hai detto di avere qualcosa di cui parlarmi; che era importante. Ti ascolto».

«Non dirò un bel niente finché non mi avrai spiegato perché sei ridotto così».

Sherlock la fissò, fermo.

«Allora credo ci saluteremo qui».

«Non ti interessa quello che ho da dirti, dunque?»

«Se non è tua intenzione rendermi partecipe, non vedo perché dovrebbe»

«Perché si tratta del dottor Watson».

Sherlock si voltò immediatamente al suono di quel nome.

«Che è successo?».

Irene scosse il capo.

Mai visto un tipo così testardo.

L'uomo si scompigliò i capelli in un gesto nervoso.

«Ascolta, si tratta sicuramente di qualcosa di davvero importante, se hai corso il rischio di venire qui, quindi…».

Irene sospirò rassegnata.

Era inutile.

Non avrebbe ricavato nulla da lui, se non gli avesse detto quello che voleva sentire.

«Si tratta di Moran. E' partito per Londra. Vuole rintracciare chi ha fatto la spia sugli altri e sbarazzarsi del dottor Watson. Pensa così di portare a termine le ultime volontà di Jim».

Sherlock sbiancò, stupendo non poco la donna.

Non credeva che l'uomo sarebbe potuto diventare più pallido di com'era normalmente.

«Quando è partito?»

«Non ne ho idea. L'ho scoperto appena mezz'ora fa».

L'uomo estrasse rapidamente il cellulare, componendo il numero in maniera febbrile.

«Ora vuoi dirmi che…» cominciò Irene.

Ma Sherlock si prette un dito sulle labbra.

«Mycroft? Ascolta senza interrompermi con una delle tue frasi idiote. Sebastian Moran è partito per Londra. Non ho idea di quando, né se sia già atterrato. Vuole vendicarsi di quanto accaduto a Moriarty, uccidendo John e probabilmente anche tutti coloro che a suo parere ne sono responsabili».

Si passò una mano sugli occhi.

«Mettiti all'opera, sguinzaglia i tuoi uomini migliori. Non deve importarti di come sono venuto a conoscenza di queste cose, Mycroft! Limitati a fare in modo che John rimanga vivo fino al mio ritorno».

Chiuse la telefonata, sedendosi sul divano, il viso tra le mani.

«Tu stai male, Sherlock. Non puoi negarlo» mormorò Irene.

L'uomo scosse il capo.

«Ho solo bisogno di riposare. Ma non prima della fine di questa "caccia"».

Irene sgranò gli occhi.

«Aspetta un momento. Vuoi farmi credere che non dormi da quando hai lasciato il mio appartamento?».

Sherlock la guardò critico.

«Stare a contatto con i tuoi ex - colleghi deve averti abbassato il quoziente intellettivo»

«E lo stare a lungo da solo ti ha peggiorato il carattere».

L'uomo la ignorò.

"Santo cielo, che bambino" pensò Irene stizzita.

«Quindi?» lo incalzò.

«Ho dormito un paio d'ore a notte, giusto il tempo di rimanere abbastanza lucido».

«E hai mangiato?» domandò, sedendosi anch'ella.

Sherlock scosse il capo.

«Poco o niente. La fame aguzza l'ingegno».

La Donna provò di nuovo l'impulso irrefrenabile di schiaffeggiarlo; e non per il semplice gusto di farlo, ma per la stupidità di cui l'uomo stava dando prova.

«Hai bisogno di rimetterti in forze, Sherlock».

Di nuovo, il detective scosse il capo, alzandosi.

«Devo partire immediatamente per Londra».

Irene lo guardò sbigottita.

«Tornare in Inghilterra ora sarebbe un suicidio! Hai idea di quante cose dovrai spiegare? Come pensi di poter passare inosservato agli occhi di un criminale come Sebastian Moran, con tutti i riflettori puntati su di te? Con i giornalisti desiderosi di capire per quale motivo ti sei finto morto per un intero anno?».

Il detective ghignò.

«Sono già sopravvissuto a un suicidio, no?».

Tornò serio.

«Non posso rimanere impassibile a quello che mi hai raccontato. Se dovesse accadere qualcosa a John la colpa sarebbe esclusivamente mia».

«E torneresti in questo stato? A stento ti reggi in piedi. Come pensi di affrontare un tipo come Sebastian?».

Sherlock la fissò, risoluto.

«Sono benissimo capace di cavarmela anche senza queste tue assurde preoccupazioni».

La Donna assottigliò gli occhi.

«Meriteresti uno schiaffo solo per questo tuo modo di rivolgerti a me».

«E perché mai? Non sei né più né meno una persona come gli altri, Irene. Tu non sei "La Dominatrice" e io uno dei tuoi stupidi amichetti senza spina dorsale. Non stiamo giocando. E inoltre, ti ho già detto una volta che se fossi in te, non avrei riprovato a schiaffeggiarmi»

«E' vero. Ma tu non sei me».

Lo sfidò con lo sguardo.

«Hai ragione. Non sono "La Dominatrice", con te. Ma sono comunque una delle poche persone che ancora fa qualcosa come preoccuparsi per te, che ti piaccia o meno».

«Non te l'ho chiesto»

«Tu fai solo quello che ti viene chiesto?».

Sherlock non rispose, e Irene notò le sue pupille tornare alla loro forma originale.

Era certa che se avesse potuto sentirgli il polso, inoltre, l'avrebbe scoperto nuovamente regolare.

All'improvviso seppe cos'altro c'era che non andava.

Al detective mancava Londra, mancava il suo lavoro.

Mancava John.

«E' un anno che sono lontano. Credevo sarebbero bastati pochi mesi al massimo. Quanti criminali potevano seguire un pazzo come James Moriarty? Pensavo di poter concludere questa storia alla svelta, e invece…».

Sherlock sospirò, allontanandosi dalla donna.

Irene non si mosse.

Non le avrebbe mai permesso di essere partecipe fino in fondo al suo malessere interiore.

Era Sherlock.

«Ora mi trovo davanti a un bivio, di nuovo. Mi ritrovo a dover scegliere se proseguire con il mio lavoro, o rinunciare a tutta la fatica fatta per evitare di perdere le persone a cui mio malgrado tengo».

La Donna non rispose subito.

«Tuo fratello le proteggerà fino al tuo ritorno. Ha molti uomini che lavorano per lui. Staranno bene».

Il detective si voltò verso Irene.

«E tu potrai chiudere tranquillamente questa faccenda, come avevi programmato».

L'uomo parve convincersi.

Irene sorrise allegra.

«Bene. Suppongo dovremmo festeggiare questa nostra "allegra rimpatriata". Cena?».

[*]

Mycroft Holmes posò il cellulare, sospirando.

Sebastian Moran di nuovo a Londra, libero di girare indisturbato per le affollate vie cittadine.

Che altro sarebbe successo, dopo?

Il ritorno di Jack lo Squartatore?

C'era da chiedersi se Sherlock avesse una particolare predisposizione nell'attirare l'attenzione – e la conseguente follia omicida – dei criminali più pericolosi di tutti i Paesi conosciuti.

Mycroft non si sarebbe affatto stupito se un giorno avesse ricevuto la notizia che la N.A.T.O. e il Pentagono avevano deciso di dichiarare guerra al fratello.

Tamburellò con le dita sulla sua scrivania di mogano.

In realtà la domanda che lo assillava era un'altra.

Come otteneva Sherlock quelle informazioni?

Chi erano i suoi informatori?

Sapeva che interrogare i criminali già arrestati sarebbe stato inutile.

Erano terrorizzati dalle possibili ripercussioni dei compagni ancora in libertà.

L'unica cosa che ammettevano era quella di aver lavorato per Moriarty.

Mycroft Holmes riprese il suo cellulare.

«Philip? Ho appena saputo che Sebastian Moran è a Londra. No, non ho ancora avuto modo di localizzarlo. Mi servirebbe il tuo aiuto e quello degli uomini migliori del tuo reparto».

Guardò fuori dalla finestra, ascoltando attentamente l'amico.

«Ho buone ragioni per credere che sia sua intenzione vendicarsi dei vecchi nemici di James Moriarty. Sì, esattamente quello che pensavo anche io. Avviso immediatamente i miei uomini di alzare il livello di sorveglianza a quattro».