John prese un profondo respiro, poi entrò a Scotland Yard.

Non vi rimetteva mai piede volentieri, dopo il trattamento che la centrale di polizia aveva riservato a lui e all'amico.

Sapeva, ovviamente, che gli agenti stavano solo facendo il loro lavoro; ma questo non spiegava – e non riusciva a giustificare – l'estrema facilità con cui tutti avevano accettato così di buon grado le accuse contro Sherlock Holmes.

Andò direttamente nell'ufficio di Lestrade.

Aveva ricevuto una sua telefonata la mattina prima.

Sembrava dovesse dirgli qualcosa di urgente…

Imboccò il corridoio, trovandosi di fronte l'agente Donovan.

Ovviamente John sapeva che prima o poi lui e la donna si sarebbero incontrati nuovamente; ma sperava sinceramente che la cosa non dovesse avvenire così presto.

Decise di ignorarla, procedendo per la sua strada.

«Mi spiace, dottore».

John si voltò verso la donna.

«Come, prego?»

«Mi spiace» ripeté l'agente Donovan.

«Per quanto detto e fatto» continuò.

«Beh… Alla fine non ne ha veramente motivo, non è così? Sherlock è morto. Non l'avrà più tra i piedi. Ha vinto. Ora niente e nessuno metterà più in cattiva luce lei e i suoi colleghi».

Non le diede nemmeno il tempo di replicare, e la lasciò ferma in mezzo al corridoio, entrando nell'ufficio di Lestrade.

Probabilmente era stato troppo duro con la donna, ma non gli importava.

Era giusto, si disse, che si sentisse in colpa anche lei, così come si era sentito lui.

Benché i motivi fossero completamente diversi.

«Greg» disse a mo' di saluto.

«John» replicò l'ispettore.

«Da quanto ho capito devi dirmi qualcosa» chiese il medico, sedendosi.

L'uomo annuì.

«Infatti. Ieri mattina ho ricevuto una telefonata da Mycroft Holmes».

Lestrade estrasse dal cassetto della scrivania una foto.

«Mi ha inviato questa, domandandomi se uno di noi due lo conoscesse. Per quanto mi riguarda, l'ho sentito nominare un paio di volte, ma non ho mai avuto occasione di incontrarlo di persona».

John studiò il volto dell'uomo nella foto.

Aveva l'aria minacciosa e gli occhi che brillavano di una luce folle.

«Sebastian Moran. E' stato un cecchino dell'esercito britannico, prima che venisse cacciato per tradimento. Non l'ho mai incontrato di persona nemmeno io; ma quando ero ancora nel quinto reggimento fucilieri di Northumberland ho sentito diverse storie sul suo conto».

Lestrade ripose nuovamente la fotografia.

«A quanto dice Mycroft, Moran è tornato a Londra una settimana fa. Sembra che dopo aver scontato qualche mese in carcere per quanto avvenuto in Afghanistan abbia conosciuto Moriarty».

John annuì.

«Sì, ricordo di aver letto che la pena fu leggera perché il suo avvocato riuscì a convincere la Corte dicendo che Moran aveva sparato al suo commilitone per errore».

Lestrade si appoggiò allo schienale della sua poltrona.

«Non credi sia così, vero?».

John lo imitò.

«Non diventi il miglior cecchino dell'esercito sbagliando bersaglio» disse.

«Mycroft è certo che Moran fosse uno dei killer assoldati da Moriarty il giorno in cui Sherlock…».

John annuì nuovamente.

«E ora è di nuovo in città… Credo di sapere cosa ti ha detto Mycroft dopo. Pensa che sia tornato per portare a termine il lavoro, non è vero?».

Lestrade annuì a sua volta.

«Ammetto però che è strano. Sono passati tredici mesi dalla morte di Sherlock. Perché attendere tutto questo tempo, prima di farsi avanti?».

L'ispettore si grattò il mento, pensieroso.

«Magari non ha potuto fare altrimenti. Forse è stato costretto fuori dall'Inghilterra e ha potuto farvi ritorno solamente la scorsa settimana».

John non sembrava convinto.

«Sì, ma se anche così fosse? Sherlock in fondo ha mantenuto fede alla sua parte del patto. Perché mai Moran dovrebbe voler comunque adempiere al compito affidatogli? E' un rischio inutile. Ora come ora non ha motivo per temere un qualsiasi tipo di arresto, immagino. Perché rischiare di attirare l'attenzione su di sé? Moriarty è morto, e nessuno ha prove concrete che lo colleghino a lui».

Lestrade scrollò le spalle.

«Chissà, forse vuole solo vendicarsi. Qualcosa mi dice che la morte di Moriarty non fosse in programma».

«Potresti aver ragione. Ma questo significa che non sono solo io ad essere in pericolo. Anche tu, la signora Hudson… Tutti quelli che hanno contribuito a far sì che la verità venisse fuori potrebbero essere un bersaglio».

«E' per questo che ti ho chiamato qui. Proporrei che tu e la signora Hudson vi nascondiate in un luogo sicuro finché le acque non si siano calmate un po'. Forse potreste rivolgervi a Mycr…».

«Cosa?! Dovrei nascondermi? Non ci pensare neppure. E se anche dovessi cambiare idea, e decidere di ascoltare il tuo consiglio, sicuramente non affiderei la mia sicurezza a Mycroft Holmes».

«Ma…»

«Non mi tirerò indietro solo perché in città è arrivato un amante del tiro al bersaglio, Greg. Non ora. Ci sono ancora cose su cui voglio far luce. Prima su tutte la fine che ha fatto il corpo di Moriarty. Una volta che l'avrò visto con i miei occhi potrò essere certo che sia morto sul serio. E poi, ho la stranissima sensazione che ci siano particolari di questa storia che non sappiamo. Inoltre, come ho già detto, anche tu sei in pericolo».

«Sono un poliziotto» replicò Lestrade, come se quello fosse una valida ragione per ritenersi al sicuro.

«E io un capitano dell'esercito sopravvissuto alla guerra afghana e a diciotto mesi con Sherlock Holmes come coinquilino».

Lestrade sorrise.

«Per di più, se conosco il modo di fare di Mycroft Holmes, a quest'ora ci starà già facendo seguire dai suoi uomini migliori».

[*]

Sherlock Holmes si svegliò di soprassalto, confuso.

Aveva la vista annebbiata, la testa stranamente vuota, le articolazioni bloccate, la bocca impastata…

Uno straccio.

Scosse il capo, cercando di riordinare le idee e di capire per quale motivo riversasse in quelle condizioni.

Niente.

Serrò gli occhi, concentrandosi.

Ricordava di essere caduto addormentato a causa della troppa stanchezza e dei ritmi serrati a cui quella caccia all'uomo lo costringeva.

Osservò l'orologio, stupendosi di aver dormito per quasi diciotto ore.

Solitamente, durante un caso non dormiva mai più di un'ora o due a notte, arrivando persino a non dormire affatto.

Non dormiva mai un granché, in realtà, pur di non perdere tempo.

Serrò nuovamente gli occhi.

Non ricordava neppure di aver sentito Irene uscire.

Avevano deciso di passare una settimana insieme, dato l'abbassarsi della guardia - e della sorveglianza – da parte degli ex – colleghi della donna.

Sherlock aprì gli occhi, un lampo di comprensione nella mente annebbiata.

Un dubbio.

Si studiò l'interno del gomito sinistro, scoprendovi un forellino.

L'aveva drogato.

Ma il motivo per cui l'avesse fatti gli rimaneva ancora oscuro.

Scosse vigorosamente il capo.

Non riusciva a pensare correttamente.

"Ecco come deve sentirsi Anderson".

Bene.

L'ironia non sembrava aver subito danni.

Si alzò traballante dal letto e andò in salotto, sorreggendosi con il muro.

Il movimento parve giovargli e la mente recuperò un po' della consueta lucidità.

Almeno riusciva a parlare.

Fu sorpreso di trovare La Donna ancora nell'appartamento.

«Sherlock! Già sveglio?» cinguettò questa, innocente.

«Perché mi hai drogato?».

«Sai? E' strano che tu sia già in piedi. Le altre persone su cui l'ho usato non si svegliavano mai prima delle ventiquattro ore»

«Perché mi hai drogato?» ripeté il detective, la voce ferma.

«Ma tu non sei una persona come le altre, no?».

Sherlock si lasciò cadere sul divano.

Meno contatti aveva con le sostanze stupefacenti, meglio era.

Irene gli si sedette accanto.

«E' andata meglio, stavolta. Non hai neppure avuto le convulsioni, come la prima volta».

L'uomo fissò il soffitto.

Non era certo una buona notizia.

«Dimmi perché l'hai fatto» mormorò.

«Avevo due scelte. O lasciarti dormire le due ore di cui parlavi, oppure… aiutarti a recuperare un po' di sonno perduto».

«Ci sono persone che usano bevande come la camomilla, sai?».

Irene rise.

«Ti sembro tipo da camomilla, Sherlock?».

L'uomo la guardò.

«No, mi sembri più il tipo che droga le persone senza curarsi minimamente degli effetti e delle conseguenze».

Irene lo fissò, offesa.

«L'ho usata milioni di volte, con molti miei amici, e…»

«Quanti dei tuoi amici hanno un passato da tossicodipendenti?» chiese Sherlock interessato.

Vide la donna sgranare gli occhi sorpresa, e si diede mentalmente dell'idiota.

A volte John aveva davvero ragione.

Doveva imparare a tenere la bocca chiusa.