«Ero convinto avessi letto i giornali» disse Sherlock dopo un po'.

Ormai il "danno" era fatto.

«L'ho fatto. Ma non ho creduto a tutto. I giornalisti sono soliti scrivere cattiverie per screditare i protagonisti dei loro articoli, si sa» replicò la donna.

Guardò il detective.

«E' per questo, allora, che la prima volta che ti drogai, a Londra, avesti quella reazione. Era il tuo corpo che rifiutava una sostanza di cui aveva imparato a fare a meno, che riteneva dannosa…».

Il detective annuì.

«Quando… Insomma, lo sai».

«Al mio secondo anno di università. Quando mio padre morì» rispose laconico.

Non aveva mai amato particolarmente parlare.

Soprattutto di quel periodo.

«Al tuo secondo… Santo cielo, avevi appena vent'anni!».

L'uomo scrollò le spalle.

«Anagraficamente, forse. Ma mentalmente…».

Irene lo guardò, scioccata.

«Probabilmente meno, per compiere un gesto simile!».

Sherlock la ignorò.

Aveva detto troppo.

Irene non si diede per vinta.

«Perché lo facesti?»

«Diventare un tossicodipendente? Credi sia il genere di cose che qualcuno programma di fare, come una vacanza?»

«Sai che non è questo che volevo dire».

Il detective fece spallucce.

Lo stordimento stava lentamente svanendo.

«Ero continuamente sotto pressione. E non certo per lo studio. Scelsi di iscrivermi a Criminologia, andando contro il volere di mio padre. Lui avrebbe voluto che seguissi le sue orme, entrando nell'esercito. O che imitassi Mycroft: iscrivermi a Scienze Politiche, diventare un importante membro del governo…».

Represse un brivido di disgusto.

«Immagina la noia».

La Donna lo osservò un po'.

«Poi tuo padre morì» mormorò.

Temeva di sapere come sarebbe andata a finire quella storia…

«Sì. Corsi al suo capezzale, non appena seppi che stava male».

Si esibì in un sorriso privo di allegria.

«Mi cacciò, dicendomi che non voleva una simile pecora nera accanto a lui nei suoi ultimi istanti di vita».

Irene provò una morsa allo stomaco.

Generalmente non le importava delle storie personali delle persone con cui aveva a che fare.

Non significavano nulla, per lei.

Non voleva diventare loro amica.

Al massimo teneva in considerazione solo ciò che poteva tornarle utile, nulla più.

Ma Sherlock non era un suo amico.

Non era una di quelle amorfe personcine che si rivolgevano a lei di solito.

«Era fuori di sé, Sherlock. Non avresti dovuto dar peso alle sue parole…» mormorò.

Per quanto si sforzasse, non riusciva ad essere una dominatrice, con lui.

Erano sullo stesso piano.

Vedevano decine di persone ogni giorno, riuscendo ad andare oltre l'apparenza, scavando nel loro intimo.

Depredavano ciò di cui avevano bisogno, non curandosi delle reazioni che questo avrebbe suscitato, e raggiungevano i loro scopi utilizzando ciò che la natura aveva loro donato.

Ed entrambi erano cinici, autoritari e assolutamente bisognosi di qualcuno alla loro altezza.

«Me lo disse anche mia madre. Ma entrambi sapevamo che non era vero».

Il detective non sapeva perché le stesse dicendo quelle cose.

Non aveva mai amato molto parlare di sé.

Probabilmente era quella sostanza che lei gli aveva iniettato a farlo comportare così.

Forse era in quel modo che La Donna otteneva le informazioni dai suoi giocattoli.

«Per quanto sei andato avanti?» chiese lei, raggomitolandosi al suo fianco.

«Fino a ventitré, forse ventiquattro anni. Mio fratello fece sparire ogni spacciatore di Londra, dando ascolto alle suppliche di nostra madre. Hai conosciuto Mycroft. E' il tipo di persona che preferisce stare a guardare, aspettando che gli altri se la sbrighino da soli».

«Funzionò?»

«In parte. Certo, non avevo più la possibilità di drogarmi. Ma la disintossicazione fu tremenda. Mycroft convinse nostra madre che chiudermi in un centro specializzato avrebbe immediatamente creato uno scandalo e avrebbe rovinato il buon nome dalla famiglia, oltre che il mio futuro».

Rise senza allegria.

«Come se non sapessimo tutti, in realtà, quanto temesse che fosse il suo nome ad essere "rovinato". E con esso anche la sua posizione».

Irene sgranò gli occhi.

Non riusciva a crederci.

All'inizio aveva creduto che Mycroft Holmes fosse solo uno di quegli omettini impettiti con cui aveva a che fare quasi ogni settimana.

Persone che sembravano tutte d'un pezzo, finché non veniva loro scoperto il punto debole.

Ma ora, dopo i "racconti" di Sherlock, dopo aver visto e sentito personalmente il modo di fare del maggiore dei fratelli Holmes, dovette ricredersi.

Si era sempre chiesta per quale motivo Jim Moriarty l'aveva definito "L'uomo di ghiaccio", arrivando persino a credere che il nomignolo fosse ironico.

Ora lo sapeva, e la cosa la disgustava.

Nemmeno lei sarebbe scesa tanto in basso.

Il che era tutto dire.

«Fu allora che incontrasti l'ispettore Lestrade?».

Sherlock annuì.

«Mycroft non voleva che io finissi arrestato. Avrebbe vanificato il suo piano per non "macchiare" il buon nome della famiglia. Così mandò a chiamare Lestrade e mi… "consegnò" a lui, dicendogli di tenermi fuori da quel giro, di aiutarmi a sopravvivere alle crisi. Ringraziando il cielo, Lestrade ebbe compassione di me e mi diede una mano. Per distrarmi mi faceva studiare gli appunti dei suoi casi. Fu così che scoprii di essere bravo. Molto bravo. Decisi che quello sarebbe stato il modo in cui mi sarei guadagnato da vivere, e inventai la mia posizione. Non sono tipo da prendere ordini, non potevo accettare di lavorare per Scotland Yard. Non direttamente, almeno».

Sherlock tacque.

Si sentiva bene.

E non solo perché finalmente l'effetto del narcotico era svanito.

Era come se si fosse tolto un enorme peso dallo stomaco.

Irene pensò fosse meglio chiudere quella discussione, quindi ammiccò – non con poco sforzo, dato lo stato d'animo in cui si trovava.

«Però. Diventi loquace in queste condizioni» disse.

L'ombra di un vero sorriso attraversò le labbra del detective, che si alzò.

«Altro buon motivo per cui non voglio ripetere l'esperienza. La prossima volta, usa una camomilla».

[*]

Sebastian Moran ringhiò stizzito.

Non aveva mai la visuale libera.

C'era sempre qualcuno in mezzo ai piedi, pronto a spingere via il medico.

Doveva essere sicuramente opera di quell'altro Holmes.

Già da prima che Moriarty morisse, quell'insopportabile omino in giacca e cravatta si era sempre immischiato in affari che non lo riguardavano.

Si sarebbe davvero meritato un bel proiettile calibro 50 dritto in fronte.

Ma l'uomo sapeva bene che colpire Mycroft Holmes – per quanto l'idea lo allettasse – non era sicuro, e tanto meno intelligente.

Si sarebbe ritrovato come minimo mezzo governo alle calcagna.

Per non parlare poi di organizzazioni governative come la CIA.

Sebastian Moran ripose con cura il suo Barrett M82.

Ci sarebbe stata un'altra occasione per uccidere John Watson.

Non potevano proteggerlo per sempre.