«Ti vedo più riposato» disse Mycroft Holmes, entrando nuovamente nell'appartamento che il fratello aveva occupato ormai sedici mesi prima.
«La mortalità mi fa bene» replicò serafico Sherlock.
In effetti aveva l'aria di dormire regolarmente ogni notte e di mangiare abbastanza da riuscire a reggersi in piedi senza sforzo.
«E' già la tua seconda visita» notò Sherlock.
«Sì, e non immagini quanto averla dovuta fare mi secchi»
«Ma non mi dire…».
Mycroft lo ignorò.
«Credevo che dopo avermi avvisato di Moran saresti tornato immediatamente a Londra».
«L'ho creduto anche io. Ma poi la ragione ha avuto il sopravvento. Avevo ancora alcune cose da sistemare, qui»
«E ora?».
Sherlock finse di non capire.
«Ora cosa?»
«Ora queste "cose" sono state sistemate, Sherlock?».
«Alcune sì, alcune no…» disse vago il detective.
«Quindi non tornerai nemmeno stavolta».
«Te l'ho detto. Alcune questioni richiedono ancora la mia presenza qui a Parigi».
«Questioni di che tipo?»
«Beh, ora che Drews è… al sicuro nelle carceri britanniche, e che Moran è sparito anche da Londra… Non resta che catturare Armand Brets e questa lunga caccia all'uomo potrà ben dirsi conclusa. Sempre, ovviamente, che per allora non torni a farsi vivo il colonnello, qui a Parigi. Sicuramente meriterebbe appieno la mia concentrazione. Non potrei certo permettergli di fuggire, non credi?» rispose Sherlock, in tono amabile.
Mycroft lo studiò con attenzione.
«Molto bene. Allora credo che il nostro incontro termini qui. E' sempre un piacere»
«Completamente tuo».
Mycroft si morse la lingua, voltandosi verso la porta.
«E comunque… – cominciò il detective, acciambellandosi sulla poltrona con il suo violino. – Quanto ti ho detto è ancora valido. Sei personalmente responsabile della vita di John e degli altri».
Il maggiore dei due fratelli strinse gli occhi fino a farli diventare due piccole fessure.
«Non sono una baby - sitter, Sherlock».
«Strano, il ruolo ti calzerebbe a pennello».
Lo fissò, serio.
«E' la ruota che gira, Mycroft. Persino tu sai che è giusto che sia così».
La porta sbattè, lasciando il detective a ghignare divertito.
[*]
Ci volle molto più tempo del previsto per catturare Armand Brets, un famosissimo e spietato serial killer che si divertiva a disegnare un fiore con il sangue delle due vittime sul luogo del delitto.
Sherlock e Irene rischiarono seriamente di essere scoperti dal criminale in più di un'occasione.
C'erano infatti momenti in cui, durante un pedinamento, – che di solito consisteva in una semplice "passeggiata" sulla scia dell'uomo, da parte di uno dei due, opportunamente camuffato – Brets si accorgeva che qualcosa non andava, e si voltava minaccioso, guardandosi le spalle.
Ma non scorgeva mai nessuno, a parte un povero suonatore di violino in cerca di qualche spicciolo, o un'elegante signora intenta a guardare annoiata le vetrine.
Per consegnarlo alla giustizia britannica, Sherlock dovette fingersi un suo appassionatissimo seguace, convincendolo ad incontrarsi in un buio vicolo dei quartieri bassi per mostrargli quanto avesse appreso sul suo modus operandi.
L'aiuto di Irene si rivelò fondamentale quando Brets, reso sospettoso verso chiunque da quanto accaduto ai suoi compagni, volle le prove che il suo fantomatico imitatore non fosse in realtà un gendarme o un agente del governo inglese.
Brets pretese da Sherlock la foto di una delle sue "opere", che il detective avrebbe dovuto spedire al computer di un frequentatissimo Internet Cafè.
La Donna tornò così a ricoprire il ruolo di un cadavere, il cui volto era stato opportunamente celato per evitarne l'identificazione – ma che Sherlock giustificò solamente con una pessima abilità fotografica.
L'incontro era stato carico di un'elettricità surreale, e Sherlock aveva dovuto ringraziare il suo sangue freddo ancora una volta.
Una persona comune sarebbe sicuramente morta di terrore - o uscita di senno - a causa dell'elevata tensione.
Fu un vero sollievo quando il detective poté lasciare un furioso Arnold Brets, ben immobilizzato, davanti al consolato Inglese, con una lettera indirizzata al signor Mycroft Holmes infilata nella tasca della sudicia giacca che l'uomo indossava.
L'organizzazione di James "Jim" Moriarty era ormai solo un pallido e spaventoso ricordo.
[*]
John sospirò, posando nuovamente gli occhi sulla lapide del suo migliore amico.
Si sentì toccare la spalla da una mano vellutata.
Mary doveva averlo seguito.
«Ciao Mary» disse con voce roca, senza guardarla.
«Stai bene? Stamane ti sei alzato presto, così ho pensato di seguiti. Spero non ti dispiaccia».
L'uomo scosse il capo.
«No, tranquilla. E' che… Dovevo venire qui. Ormai è un rituale. Lo ripeto ogni anno da quando è morto».
Mary Morstan posò anch'ella gli occhi sul nome di Sherlock Holmes.
«Oggi è il terzo anniversario, vero?».
John annuì, la gola secca.
Si era ripromesso di non piangere più.
Ma ogni volta che si trovava davanti a quella lastra di marmo nero dimenticava ogni promessa, ogni buon proposito.
In fondo al cuore sapeva che era giusto così.
Mary mise dei fiori freschi.
«Non appena mi sono resa conto di dove stessi andando, mi sono fermata a comprarli».
Studiò le lettere, piegando il capo da un lato.
«Mi sarebbe piaciuto conoscerlo. Di persona, intendo».
John rise.
«Lo dici ora. Ma scommetto che se avessi potuto farlo, diresti l'esatto contrario»
«Tu non lo dici. Mai seriamente, almeno».
Il medico scrollò le spalle.
«Continua a mancarmi molto, lo sai?».
Mary annuì.
«Lo so».
«Ma almeno ora il suo nome è tornato quello di un tempo, e cosa più importante, tutti hanno saputo cosa è accaduto qual giorno, sul tetto del St. Bartholomew's Hospital».
Rimase in silenzio per qualche istante.
«E' finita. Moran è sparito, Mycroft me l'ha assicurato. La verità è venuta a galla… Anche le sedute con la mia analista stanno migliorando, te l'avevo detto, no? Ormai non ho più nemmeno gli incubi, la notte».
Annuì, cercando di convincere più sé stesso che Mary.
«Posso ricominciare una nuova vita ora, Mary. Una normale».
La donna lo osservò.
«Ma è quello che desideri davvero, John?».
Lui la guardò.
«Non lo so, Mary. Ma è tutto ciò che potrò avere da oggi in poi. Dovrò farci l'abitudine. Tornerò ad essere qualcuno a cui non succede assolutamente niente».
