TEMPESTA, Parte I
Capitolo 1, La stanza
Luce accecante. La stessa che ci sveglia domenica mattina, quando ci scordiamo di chiudere le imposte della finestra la sera prima. Quella luce intensa e fastidiosa, che proprio non ne vuole sapere di andarsene da sotto le palpebre. Intensa e fastidiosa...
Il sognatore voltò la testa per sottrarre gli occhi al bagliore. Poi si rese conto di essere disteso su qualcosa di duro.
"Non è un letto d'ospedale...!" pensò. Si girò verso la fonte della luce e aprì gli occhi, schermandoli con la mano.
Si trovava in una piccola stanza quadrata. Le pareti ed il pavimento bianchi sembravano di plastica. Il soffitto era luminoso come un neon. Nella stanza, su pareti opposte, c'erano due porte stagne, anch'esse bianche. Avevano un maniglione bianco proprio al centro. Soffitto pareti e porte avevano un che di futuristico, arrotondato e privo di spigoli. Non c'era altro lì dentro, tranne lui ovviamente.
Non poté fare a meno di guardarsi la mano. Era una mano giovane, maschile... Giovane!
"S-sono.. r-ringiovanito!?" si alzò agilmente da terra. Non si era sentito così bene da anni e anni! Cominciò un frenetico ed approfondito esame di se stesso.
"Due occhi, un naso... ehi ma quant'è lungo? Bocca, tutti i denti?... aaaa, uggg, shi cshi shono tutti sembrerebbe..." non poté fare a meno di cominciare a ridere mentre si contava i denti ficcandosi le dita in bocca.
"Umm, sono un uomo!? Lo ero anche prima? Che strano...! Non mi ricordo! E' tutto al posto giusto comunque... Gambe, coso e cosi, dita dei piedi..." si strappò un ciuffo di capelli, "Ahio! Castani. Come prima..."
Nel frattempo si era quasi spogliato, gettando i vestiti a terra. Arrivato alla biancheria e terminato l'esame anatomico, prese ad osservare il suo abbigliamento.
"Nulla a che vedere con il camice ospedaliero... t-shirt rossa... paille blu... jeans scoloriti... diamine li odio scoloriti! Giacca a vento nera, calzini corti di spugna e boxer grigi. Canottiera nera. Scarpe da ginnastica bianche... perché bianche!?"
Tutto sommato era un mix decente... sebbene non si intendesse affatto di moda. In genere indossava le prime cose che trovava nell'armadio.
"La cosa bella è che non ricordo di aver mai posseduto questi vestiti... oh bé, è un sogno dopo tutto."
Soddisfatto, sopratutto per la ritrovata gioventù, prese ad esaminare il contenuto delle tasche, che ammontava a nulla di nulla. Quindi si dedicò alla stanza. Esaminò a lungo il soffitto, che sembrava consistere in un singolo pannello luminoso. Emanava una luce simile a quella delle lampade a risparmio energetico. Non emetteva rumori e la luce era fredda e bianca. Non si notavano meccanismi, circuiti o altro.
Toccò le pareti con prudenza. Erano fredde e gommose al tatto. Sembravano di plastica e forse lo erano. Prese ad esaminare una porta. Sembrava composta dello stesso materiale delle pareti. Se vi spingeva contro, il materiale cedeva di pochi millimetri per poi divenire impenetrabile. Provò ad ascoltare appoggiandovi sopra l'orecchio. Nulla.
"Ok, posso solo aprirla ora. O rimanere qui e morire di sete, lasciando una bella mummia rinsecchita per i posteri..." pensò scherzoso mentre girava la maniglia. Dopotutto era in un sogno e a parte svegliarsi, non poteva accadergli nulla di grave.
Capitolo 2, La tempesta
Una folata di vento fortissimo lo spinse indietro irrompendo nella stanza! Il vento ululava con forza immane ed era... strano! Riusciva a vederlo! Non sembrava aria, assomigliava piuttosto ad una miscela di fumi colorati, principalmente blu e rosso. Riuscì a richiudere a malapena la porta, dopo molti sforzi.
"Ma che accidenti era quello? Potrei averlo respirato? Magari è velenoso!" pensò mentre ansimava. Cercò di calmarsi. Quel vento sembrava essersi dissipato immediatamente, ma poteva essere nocivo. In effetti sentiva un odore...
"Cannella? Sento odore di... cannella?" Si spremette le meningi per ricordare se qualche gas velenoso avesse quell'odore, ma non era mai stato un granché in chimica. Rimase a pensare di fronte alla prima porta per qualche minuto, totalmente dimentico della seconda.
Ad un certo punto si diede mentalmente dello stupido. Come poteva morire avvelenato in un sogno? D'impulso riaprì la porta stagna.
Il vento si ripresentò ululante e intenso, portando altri odori e colori e sensazioni. Lo strisciare di un insetto sulla pelle, il sapore del sale sulla lingua, odore di limone, macchie di colore di fronte agli occhi! C'era da impazzire. E le sensazioni cambiavano continuamente. La porta sbatteva pazzamente spinta dal vento tempestoso e il sognatore di si accorse di urlare in preda al panico!
Dopo qualche istante di quello strazio si rese conto che dopo tutto non succedeva altro. Se si concentrava chiudendo gli occhi, riusciva a sopportare quell'assalto sensoriale. Inoltre il vento infuriava solo nell'entrare nella stanza. Se si teneva di lato non lo infastidiva più di tanto. Cercò di calmarsi. Negli ultimi anni della sua vita, le continue cure farmacologiche lo avevano abituato a sensazioni simili, formicolii, capogiri, macchie di colore e sapori strani. Magari stava sognando un ricordo di quelle sensazioni, estremizzandole.
"Ora basta! Non intendo sprecare il mio sogno così! Voglio vedere cosa c'è la fuori, vento o non vento!" disse ad alta voce per rassicurarsi. Poi si alzò a fatica e sbirciò oltre la porta.
Vincere quel caleidoscopio di sensazioni fu difficile, ma dopo alcuni momenti di sforzo intravide qualcosa. Pareva fosse sospeso sopra un enorme uragano scatenato. Un vero e proprio Maelstrom di colori. Solo a guardarlo, le sensazioni aliene provocate dal vento incrementarono di parecchio! Si tirò indietro rapidamente.
"La stanza sta volando sopra un uragano! Volando sopra un maledetto ciclone colorato! Stavolta nella flebo l'infermiera ci ha messo qualcosa di forte! Accidenti che roba!" pensò eccitato. Mai nei suoi sogni ad occhi aperti aveva immaginato nulla del genere.
"Mi sento molto Dorothy che va ad Oz... Ehi Toto, non siamo più in Kansas!" disse tra se e se sbirciando nuovamente mentre teneva la porta ferma.
Una mano lo afferrò per la giacca tirandolo indietro rudemente, mentre un calcio spinse la porta con forza, fino a chiuderla di scatto. Venne buttato a terra, dove cadde di sedere, piuttosto dolorosamente.
"Ahi! Che... chi... cos...urgh?" Si interruppe quando la canna di un qualcosa, che assomigliava minacciosamente ad una pistola, gli venne ficcata nella narice destra.
"Nome, qualifica e incarico! Sii convincente e rapido o ti faccio saltare le cervella, sempre che ci sia qualcosa là dentro!" urlò a voce altissima un energumeno corazzato, il proprietario della pistola, direttamente in faccia al sognatore...
Capitolo 3, Incontro ravvicinato
Si capiva immediatamente che il tipo faceva sul serio. Come un poliziotto, che vi chiede la patente dopo che avete parcheggiato la macchina in mezzo ad un negozio di cristallerie. Rispose senza neanche pensarci.
"Non ricordo! Nessuna! Non lo so! Mi toglierebbe il cannone dal naso...? Per favore!"
"Rapido ma non convincente! Riprova o ti disintegro l'encefalo!" sbraitò il tizio.
Il sognatore si prese uno o due secondi frenetici per dargli un occhiata. Era un uomo, almeno lo sembrava. Alto e nerboruto, anche abbronzato, dietro il casco trasparente alla Flash Gordon si intravedevano capelli biondi tagliati a spazzola e occhi verdi. Indossava una tuta monopezzo arancione con una quantità infinita di tasche piene di attrezzi e oggetti incomprensibili. Un adesivo blu con la scritta "N.A.D.A" circondata di ricami a fronde di ulivo bianchi si faceva notare sul petto e sulle spalline della tuta. Sembrava un astronauta palestrato.
"Riprovo allora... ehm... Non ricordo davvero il mio nome... non mento, deve credermi! Sono uno specialista d'inserimento dati e... ergh... Sono qui per... turismo?" disse sudando copiosamente. Cercò di calmarsi, dopotutto era lui che sognava quel tizio. Magari era un ricordo distorto di uno dei suoi capiufficio...
"Ci facciamo una passeggiata eh? In una singolarità probabilistica di classe 10? Ma chi vuole prendere in giro eeeEEH?" gli urlò in faccia l'energumeno.
"Una che? Singo-cosa? Senta... io sono solo un nullafacente specializzato nell'evitare responsabilità! Fino a pochi minuti fa stavo per morire di vecchiaia in un letto d'ospedale e ora sto sognando di essere minacciato da lei! La pianti di puntarmi contro quella pistolaaAAH!" urlò di rimando il sognatore, ora abbastanza irritato. Non si sarebbe fatto mettere i piedi in testa da un artificio onirico, per quanto reale potesse sembrare.
Sorprendentemente l'uomo obbedì al suggerimento e lo tirò su, trascinandolo per il bavero. Si tolse il casco, mettendolo sottobraccio.
"Va bene. Continui pure a fare lo spiritoso. Lei non me la dice giusta... quando ha aperto la porta stagna sarebbe dovuto morire! Nessuno, e dico nessuno, sopravvive ad un livello di improbabilità come quello, senza protezione! Comunque..." disse facendo con la pistola un gesto verso la seconda porta, da cui era ovviamente entrato "... Il capitano vuole darle un occhiata. Si muova, e non tocchi niente!"
Il sognatore sospirò rassegnato. Almeno ora non voleva più fulminarlo. Fece come gli veniva ordinato e attraversò la porta.
"Mi verrà una fobia per le porte, mi verrà... Prima l'incappucciato nero, poi la tempesta singo-cosa... e ora il capitano vuole vedermi..." pensava immaginando un omone vestito di nero con respiro sibilante e maschera diabolica. Gli veniva da ridere.
Quel posto era chiaramente frutto di una tecnologia avanzata. C'erano strutture di cui non riusciva di capire la funzione, anche se poteva immaginare che fossero i meccanismi di una specie di astronave. Provò a chiedere qualcosa all'energumeno.
"Ehm, senta... ma dove siamo? Intendo dentro cosa? Lo so che siamo in una singo-cosa di livello 10. Ma questa cos'è, un astronave? E lei? Come si chiama?"
L'uomo lo fissò come se avesse appena parlato in un oscuro dialetto alieno, poi lo spinse avanti con la canna della pistola.
"Inutile resistere!" disse laconico.
Il sognatore, con un espressione scocciata sul volto, riprese a camminare. Decise di collaborare, tanto per vedere come andava a finire.
Dopo aver attraversato vari ambienti, giunse in una stanza molto più grande della prima. Piena di console di computer, avrebbe fatto la gioia di uno scrittore di fantascienza. Ronzii e biip si inseguivano echeggiando sulle pareti. Schermi tridimensionali proiettavano dati incomprensibili, almeno a lui.
Nella stanza c'erano altre quattro persone. Due uomini e due donne. Una di esse, slanciata e dinamica, capelli neri e sguardo deciso, gli venne incontro.
"Così questo è il nostro clandestino, eh? Bel lavoro Gonza! E Lei mi dica, chi..."
Il sognatore la interruppe di getto parlando con voce atona: "Non ricordo come mi chiamo. Non so fare nulla di utile e mi trovo qui per caso... per quanto possiate trovarlo incredibile." poi si girò con un sorriso sarcastico verso il suo catturatore: "Gonza eh? Ci credo che non volevi dirmi come ti chiamavi..."
L'osservazione gli fruttò uno sguardo ancora più torvo da parte dell'uomo.
La donna, che evidentemente era il capitano, parlò con voce calma: "Questo lo so già, vi stavamo monitorando. Tutti gli ambienti di questa sonda sono sotto controllo. L'abbiamo vista apparire d'improvviso, come materializzato. E sappiamo che da quel momento non ha avuto il tempo di sabotare nulla, se questo era il suo scopo. D'altro canto chissà cosa ha potuto fare prima che la individuassimo." toccando uno dei monitor, la donna fece apparire una registrazione dove si vedeva chiaramente il sognatore comparire improvvisamente sul pavimento della stanza, per poi svegliarsi e...
"Che figura che ho fatto! Vorrei sprofondare..." pensò guardandosi compiere gesti inconsulti sullo schermo. Sentiva chiaramente le gote diventare sempre più bollenti. Il capitano spense il monitor all'arrivo di Gonza nella stanza.
"Quello che non torna, signor mio, è che quando ha aperto la camera di compensazione senza tuta ha rischiato di suicidarsi. Ancora non posso credere che sia sopravvissuto ad un esposizione così prolungata alla singolarità. "
Il sognatore la guardò imbarazzato: "Eh? Sopravvissuto? A cosa? Era una camera di compensazione? Ma dove diavolo sono? Che strano sogno ragazzi!"
L'equipaggio lo guardò sconcertato, poi uno dei due altri uomini, alto e dall'aria colta, intervenne con voce nasale: "Capitano, è possibile che quanto appare riguardo a quest'uomo sia vero. Appena è entrato l'ho sottoposto ad un esame del P-rating. Il suo valore è incredibilmente basso. Si può dire che esista a stento." mentre parlava stava puntando una sorta di tozza antenna verso il sognatore.
"Ma questo vuol dire che, se è vero..." esclamò la seconda donna eccitata.
"Si", disse il capitano, "Vuol dire che è stato materializzato dall'anomalia..."
"Materializzato! Un colpo di fortuna incredibile! Diventeremo famosi!" vociarono i membri dell'equipaggio mentre Gonza e il Capitano lo guardavano taciturni. Una con interesse e una certa preoccupazione, l'altro con astio.
Il sognatore ne comprendeva meno di prima, ma intuiva che quel sogno si stava sviluppando in una direzione che non gli piaceva poi tanto: "Scusate? Nessuno mi ha spiegato nulla... Dove siamo? E cosa intende quello per materializzato? E la pianti di puntarmi contro quella cosa!" disse indicando lo scienziato, che continuava a regolare verso di lui la sua antenna.
Il capitano lo guardò a lungo: "E va bene. Lei si trova nell'ARC-07 della National Astronautics and Dimensional Agency, la N.A.D.A. Io sono il Capitano Harlan. Lo specialista di EVA Gonza lo conosce già. Questi sono il fisico Bronte, la biologa Marzan e l'ingegner Yaral. Siamo in missione per sondare un anomalia, una singolarità probabilistica di classe 10. E' stata scoperta cinque anni fa dai nostri scienziati durante degli esperimenti di teletrasporto quantico. E per materializzato intendo dire che lei fino a pochi istanti fa... non esisteva!"
