NEVE, parte IX
Capitolo 27, Pioggia amara
Nella casa regnava il silenzio. Neve si era allontanata da alcuni minuti, lasciando la porta aperta. Il vento si era placato e una calma innaturale era scesa sui presenti. Unica luce, quella della luna.
Furetto e Fiore avevano seguito Neve all'esterno, il loro dolore trasformato in gelida rabbia. La sognatrice, straziata dalla morte del suo amato, abbracciava il corpo immobile senza emettere suoni. Il capo poggiato sul petto insanguinato del guerriero.
Primo riaccese il fuoco muovendosi lentamente, come se il minimo rumore potesse spezzare l'apparente tranquillità. Primavera era inginocchiata al fianco della sognatrice, guardando il volto immobile dell'uomo che era stato come un padre per lei negli ultimi due anni.
All'esterno un tuono rombò profondamente, un rumore sordo che penetrava nelle ossa. Pochi attimi dopo un lampo illuminò il cielo. Prese a piovere, all'inizio lentamente, poi con forza.
"Piove... i ragazzi si bagneranno..." disse sottovoce Jean.
Primo si voltò verso di lei, uno sguardo triste lasciava intuire la sua preoccupazione per gli amici. "Si..." rispose laconico.
La sognatrice si sollevò, senza distogliere lo sguardo dal volto esanime di Elmo. Si diresse verso il fondo della stanza. Sollevò un telo, scoprendo le armi e le corazze. La sua mano si tese esitante verso la lancia che Elmo le aveva donato. La lama della lunga-fascia brillava riflettendo la luce del focolare. Era bellissima e letale. Si era ripromessa di non combattere ancora... non le piaceva la violenza. Ma non avrebbe sopportato di perdere altri amici. Prese la tunica rinforzata, da usare sotto la corazza, e la indossò rapidamente. Afferrò l'arma, stringendola con forza. Considerò di indossare anche il resto dell'armatura, ma non ne aveva il tempo.
Elmo aveva detto di aver eliminato due guardie su cinque. Tre avversari... senza l'aiuto della 'vista'. Probabilmente l'avrebbero fatta a pezzi, ma non poteva permettere che facessero del male a Neve, Furetto e alla piccola Fiore. "Vado. Bada alla bambina. Io penserò agli altri." disse arrivando alla porta di casa. Sapeva di potersi fidare di Primo. Parlava poco ma era molto più saggio di quanto la sua età lasciasse intendere. In quel mondo si cresceva in fretta... o si restava uccisi.
Il ragazzo annuì mentre l'amica usciva sotto la pioggia. Primavera fece cenno di seguirla, ma lui la fermò. La tenne per mano mentre la pioggia continuava a scendere. Insieme videro Jean sparire in lontananza, inghiottita dalle tenebre.
La sognatrice camminò a lungo tra i campi. I sandali di paglia, zuppi di acqua, le erano solo di intralcio, così li scalciò via. Sapeva dove andare. Neve si sarebbe diretta sicuramente al maneggio. Da Tempesta!
Dopo una mezz'ora di faticoso incedere, bagnata fino al midollo, giunse alla staccionata che divideva i campi coltivati dall'allevamento. Un cavallo solitario era fermo sotto la pioggia, come ad aspettarla.
"Vento!" disse stupita Jean. Il suo cavallo l'aveva attesa, come se sapesse che sarebbe venuta. Il baio nitrì, forse ridendo della sua sorpresa, forse per incoraggiarla. Pensando alle leggende sugli spiriti della natura, che la Sciamana del villaggio le aveva raccontato, la sognatrice si sentì rizzare i capelli sulla testa.
"Ok bellezza, portami da Tempesta più veloce che puoi!" disse al cavallo montandogli in groppa. L'animale nitrì impennandosi, contemporaneamente al cadere di un fulmine. Poi partì velocemente al galoppo. Sarebbe stata una scena drammatica, forse eroica... se la sognatrice non fosse quasi caduta a terra! Si aggrappò al collo dell'animale terrorizzata, mentre questi correva rapido dirigendosi verso le montagne. "Avrei dovuto farmi dare più lezioni di equitazione..." pensò prendendosi a calci mentalmente. Poi fu nuovamente sopraffatta dalla tristezza... lezioni di equitazione... da Elmo. Che ora era morto.
La pioggia si mescolò alle lacrime e il tuono portò via le grida di angoscia della donna, mentre attraversava i campi cavalcando a rotta di collo. La tempesta sembrava piangere con lei, esprimendo tutto il suo dolore.
Perché era giunta sin lì? Perché aveva ricevuto una nuova vita, se poi doveva perdere tutto così? Perché gli esseri umani dovevano sempre uccidere, rubare, maltrattare, mentire e ferire? Che senso aveva tutto ciò? Capì infine perché avesse trascorso la sua vecchia vita senza mai concludere nulla. Aveva paura di soffrire. Paura di essere ferita. Paura di fallire.
E ora? Aveva fatto un patto con una specie di diavolo... aveva avuto una nuova vita. Aveva osato, si era esposta. Vincendo la paura. Per questo? L'angoscia che provava era così profonda, così atroce... Tutti provavano quel dolore alla perdita di uno dei loro cari? Come facevano a sopportarlo? Sarebbe stato meglio distruggere tutto! Spegnere il sole, avvizzire l'erba, appassire i fiori, gelare i mari e seccare l'aria! Se non fosse esistito nulla forse non avrebbe più sofferto tanto...
A quei pensieri, generati dalla tristezza e dal dolore, rispose la tempesta. Lampi cerulei saettarono in cielo, accompagnati da lugubri tuoni. La sua vista si tinse di blu. Sarebbe stato così facile... gettarsi da una rupe mentre il cavallo correva... finire tutto. Oppure... uccidere il Capo Villaggio, uccidere i nobili, sollevare una rivolta, e uccidere, uccidere, uccidere... fino ad affogare nel sangue quella terra violenta. Vedeva come fare. Sarebbe stato semplice. La sua 'vista' le mostrava tutto il necessario. Ogni gesto, ogni parola. Ad ogni morte sarebbe stato più facile, più veloce. Alla fine un arida distesa di terra bruciata avrebbe messo la parola fine a tutto quel dolore.
Venne bruscamente distolta da quei pensieri. Vento nitrì sgroppando, come per protesta. Quasi la fece cadere. Riuscì a tenersi in groppa per miracolo. Poi realizzò... la 'vista' era tornata! Ora! Non per salvare l'uomo che amava, ma per aiutarla a vendicarsi del mondo? Capì che quel potere non era mai stato suo... anche Centromonte aveva emanato quella luce blu, il nobile l'aveva usata per rianimare i suoi servitori morti. Durante la battaglia le aveva parlato in nome dell'incappucciato senza volto, quindi quella luce di morte doveva appartenere... a lui!
Jean gridò infuriata, piena di odio per l'essere che l'aveva ingannata. "E' questo che vuoi da me vero? Vuoi che soffra? Vuoi che trovi quello che desidero, così da potermelo togliere? Vuoi che diventi un mostro come Centromonte... COL CAVOLO!" gridò con tutto il fiato che aveva, spaventando il suo destriero, che si agitò confuso.
Agitando la lancia contro il cielo in tempesta, la sognatrice infuriata sfidò il fato che l'aveva trasportata fin lì. "Non avrai MAI da me quello che vuoi, MAI! Possa soffrire per l'eternità, prima o poi la pagherai per quello che hai fatto, lo GIURO!"
Un fulmine azzurro colpì la lancia con forza tremenda! L'avrebbe uccisa, se un identico fulmine rosso non si fosse abbattuto nello stesso istante sulla punta dell'arma. Ci fu un lampo abbacinante, seguito da un tuono assordante. Il povero Vento si impennò terrorizzato, e stavolta Jean cadde davvero per terra. Il cavallo, indenne, riprese la calma e le si avvicinò, per sincerarsi che stesse bene. La donna si alzò sorridendo mesta. "Sto bene, caro Vento. Sto bene." disse dando una pacca sulla schiena dell'animale. Recuperata la lancia risalì in groppa e spronò il cavallo. Ora era sicura di riuscire a sconfiggere i tre assassini e il loro capo... un bagliore rosso nei suoi occhi ne era la prova. La sua 'vista' era tornata.
Un'ora dopo aveva raggiunto la via delle montagne. Una strada erta e faticosa che attraversava il passo di Luposcuro, all'estremità sud della valle. Il sentiero mostrava chiaramente i segni del passaggio di numerosi carri. Anche in mezzo al pantano provocato dalla pioggia i solchi erano inconfondibili. Con quel tempo, su quella strada, i cavalli dei ragazzi non avrebbero potuto procedere tanto in fretta. Forse il solo Tempesta, ma il cavallo di Fiore e quello di Furetto non erano certo più veloci di Vento. Ed infatti, dopo pochi minuti intravide il gruppetto cavalcare dietro una curva a breve distanza da lei.
"Forza Vento, un ultimo sforzo!" disse all'orecchio del suo cavallo. Sapeva di essere giunta in tempo. "Ragazzi! Ehi Neve! Fiore! Aspettatemi!" gridò, sperando di essere sentita nonostante la pioggia.
Fu Furetto a vederla. Voltandosi per tenere d'occhio la strada, sempre diffidente, notò il cavallo e il suo cavaliere armato di lancia. "Ehi ci seguono!" disse ai suoi amici. Neve si voltò di scatto, incrociando subito lo sguardo di Jean, nonostante la distanza. La sognatrice rabbrividì. Le iridi di Neve riflettevano una luce dorata. Il gruppo si fermò ad attenderla. Quando li ebbe raggiunti, prima che qualcun altro potesse aprir bocca, Neve le parlò con voce minacciosa. "Non tornerò indietro senza aver vendicato Elmo. Voglio vendetta! Quell'uomo malvagio deve morire."
"Si! E' tutta colpa sua. La morte dei nostri genitori. Le razzie al villaggio. La morte del caro Elmo. Lo voglio morto, morto!" aggiunse Fiore strillando. "Vendetta!" disse anche Furetto.
Jean li osservò con occhi tristi, scuotendo la testa. "Ne ho abbastanza di sangue e morte. Non ci riporterà indietro i nostri cari." Sollevò la lancia orizzontalmente di fronte a se, come a voler chiudere il discorso, e disse: "Niente vendetta, ma..."
A quelle parole i tre ragazzi indignati aprirono la bocca per protestare, ma lei li bloccò terminando la frase. "Giustizia!".
Il cielo sottolineò quella parola con un altro tuono. Proprio nel momento giusto...
I tre si guardarono tra loro. Avevano capito quello che la sognatrice voleva intendere. L'odio li avrebbe resi uguali agli uomini che tanto disprezzavano. Fiore e Furetto annuirono, piangendo. Neve arrossì imbarazzata, finalmente risvegliata dalla sua furia. Poi la consueta espressione decisa le tornò sul volto. "Giustizia sia. Andiamo!" disse autoritaria, spronando Tempesta.
Capitolo 28, L'origine del male
Mentre cavalcava la sognatrice sospirò. La 'vista' le aveva mostrato il momento giusto in cui parlare con un lampo rosso. Sapeva che il cielo avrebbe tuonato in quell'attimo e aveva sperato che la drammaticità del momento potesse dare maggior peso alle sue parole.
Rifletté sulla natura della 'vista'. La luce rossa era chiaramente legata alle emozioni positive e alla salvezza, mentre quella blu alla morte e alle passioni negative. Ora sapeva che la luce blu veniva dall'uomo senza volto. Ma da dove veniva quella rossa? Sembrava possederne una quantità limitata, che aveva esaurito nel duello con Centromonte.
Lo sforzo di volontà che aveva compiuto poco prima, rinnegando il dolore e la disperazione, pareva averle ridato le forze. Non le era chiaro il meccanismo, ma aveva avuto sicuramente origine nel momento in cui era stata travolta dall'occhio di quella tempesta di realtà contrastanti, in cui tutto era possibile. "Un vero Maelstrom... una vortice non di acqua, ma di... possibilità?" pensava tra se e se.
Forse il sacrificio che aveva fatto, quando si era lasciata cadere nell'anomalia per salvare la vita del capitano Harlan, l'aveva caricata di quella luce soprannaturale? Oppure la pietra magica che aveva posseduto le aveva infuso la sua energia? Se quella teoria era vera, avrebbe potuto salvare Elmo, se solo avesse tenuto da parte un po' di quel potere. Scosse la testa confusa. Non era il momento di lasciarsi andare a inutili elucubrazioni, doveva concentrarsi sul momento presente e cercare di dare il meglio di se, per i ragazzi. Quei pensieri le fecero venire in mente una domanda.
"Hey! Come sapete che il Capo Villaggio si trova lungo questa strada? Non dovremmo prima verificare se è nella sua villa?" chiese rendendosi conto di non sapere dove stessero andando così di fretta. Era riuscita a raggiungere i ragazzi solo grazie al fiuto di Vento, ma si rendeva conto di essersi persa.
"Già fatto. La villa era vuota. Ci siamo stati un ora fa." rispose Furetto. "I servi rimasti ci hanno detto che il signor Luce, il suo segretario e tre guardie erano andati via da poche ore. Non volevano dirci dove, ma Neve li ha guardati male e quelli ci hanno subito rivelato tutto!" al ricordo il ragazzo sorrise malignamente. "Hanno caricato tre carri con tutto il grano estorto, più di cinquanta sacchi. Poi si sono diretti lungo la via di passo Luposcuro, dove siamo ora. Credo stiano cercando di uscire dal feudo senza farsi notare... Questa è una strada poco utilizzata, per via dei lupi..." spiegò indicando con un cenno la foresta attorno a loro.
"Sono vicini!" disse Neve interrompendoli. La fanciulla spronò il suo destriero, scattando avanti al gruppo. Jean si sforzò di penetrare con lo sguardo la coltre di pioggia, che si era finalmente fatta più leggera, per vedere cosa ci fosse lungo la strada di fronte a loro. "Vacci piano Neve. Rischiate di cadere!" gridò la sognatrice. Quel sentiero fangoso era tortuoso e passava nella parte più fitta del bosco, inoltre si trovava a mezza costa lungo il fianco della montagna. Un passo falso poteva far precipitare un incauto cavaliere dentro una profonda forra, dove sarebbe stato sepolto sotto una cascata di fango... una morte orribile.
Dato che la ragazza non l'ascoltava si vide costretta a spronare Vento e correrle dietro. Si avvide allora dei carri che si muovevano nel fango qualche decina di metri di fronte a loro. Avevano raggiunto un punto in cui il sentiero scendeva ripidamente e le guardie che tiravano i carretti erano state costrette a rallentare. Un uomo in piedi sul carro di testa stava gridando qualcosa. Doveva essere il Capo Villaggio. Al suo comando gli uomini abbandonarono i carri rimasti indietro e aiutarono a spingere quello di testa.
"Sciocchi! Così rischiano di perdere il controllo del carro!" pensò Jean osservando i futili sforzi di quegli assassini. Anche spingendo in quattro non avrebbero mai potuto distanziare Tempesta. E infatti il destriero li raggiunse in un attimo.
"Fermatela, fermatela! Due sacchi di riso a chi la uccide!" Gridò il signor Luce da sopra il carro. Il suo segretario, esausto e immerso nel fango fino alle caviglie lo guardò stravolto, poi si rivolse alle guardie. "Avete sentito, idioti. Ammazzatela!" gridò mentre continuava a tirare il carro in avanti.
Le guardie smisero di spingere il veicolo per estrarre le spade. Sapevano che il loro destino era legato a quello del capo. Se fosse stato condannato per loro non ci sarebbe stato scampo. Sarebbero stati decapitati o peggio, messi in croce... Si fecero avanti minacciosamente, cercando di colpire il destriero bianco. In quel momento la sognatrice raggiunse la scena, puntando la lancia verso i tre sgherri.
"Assassini! Prendetela con qualcuno armato come voi! Per Elmo!" gridando a piena voce caricò in mezzo ai tre uomini, portando un fendente alla testa di uno di loro. Questi parò il colpo, ma l'impeto del cavallo aveva caricato di una forza micidiale la lama della lunga-fascia. Venne spinto indietro oltre il limite del sentiero, per cadere dentro la forra. Con un urlo terrorizzato l'uomo precipitò sulle rocce, rimbalzandovi sopra come una bambola di pezza. Nello stesso momento Neve fece impennare Tempesta. Gli zoccoli del destriero colpirono le lame delle due guardie rimaste, spezzandole in uno scoppio di scintille. I due, presi dal panico, scapparono verso il carro del loro capo, sorpassandolo.
"Tornate indietro vigliacchi! Per cosa vi pago! Ammazzatela, ammazzatelaaaa!" gridava fulminando Neve con gli occhi. Questa spronò il cavallo e raggiunse nuovamente il carro. Guardando l'uomo che aveva fatto uccidere il loro amico, la fanciulla non mostrava emozione alcuna. Le due guardie superstiti non fecero molti passi prima di essere raggiunti dalla sognatrice che, spingendoli con la punta della lancia, li fece tornare indietro.
"Sei un miserabile, Luce. Non ti uccideremo. Verrete giudicati dalle nuove leggi del feudo. Per te è finita!" disse sprezzante la fanciulla.
Mentre apostrofava il Capo Villaggio, ormai paonazzo dalla rabbia e paralizzato dal terrore, Neve non notò l'assistente. Questi, nascosto dal bordo del carro, aveva estratto un coltello da lancio e si apprestava a colpire. Ma altri occhi lo avevano visto.
"Attenta Neve!" gridò Fiore, appena giunta sopra la sua cavallina. Furetto, che era rimasto al suo fianco, aveva già la cerbottana pronta. Soffiò rapidamente un dardo verso il segretario, colpendolo alla mano. Neve si spostò di lato, evitando facilmente il coltello, malamente lanciato dalla mano ferita del segretario. Questi, forse per il dolore provocatogli dal dardo, forse sbilanciato dal tentativo di lanciare un pugnale da quella scomoda posizione, scivolò nel fango cadendo disteso per terra.
Nel tentativo di frenare la caduta afferrò il giogo del carretto, tirandolo verso di se ed inclinandolo verso il basso. Il terreno fangoso cedette sotto le ruote del carro, facendolo procedere in avanti. Il signor Luce, non aspettandosi quel movimento, cadde sul fianco, compromettendo la stabilità dei sacchi di riso, che rotolarono in avanti. Il carro si rovesciò sulle guardie e il segretario, che ne vennero travolti.
Dinnanzi allo sguardo stupito dei ragazzi, il carro, i sacchi ed i quattro uomini urlanti sparirono in un attimo oltre il bordo del sentiero, rotolando sotto una vera e propria frana. "Attenti o cadremo anche noi!" gridò Neve facendo arretrare Tempesta. Seguirono subito il suo consiglio, spostandosi di lì. Dopo alcuni minuti, scesi da cavallo, cercarono di vedere che fine avessero fatto i malcapitati. Furono attirati da un debole lamento. Li videro una trentina di metri più in basso. Il carro e il riso che trasportava avevano schiacciato sotto di loro il Capo Villaggio, nonostante tutto ancora vivo. Il suo segretario e le guardie erano rimasti travolti dal fango e dai massi franati e non si muovevano più.
"A-aiuto... non sento più le gambe... aiutooo! Tiratemi fuori di qui..." si lamentava il signor Luce. Ma i volti dei ragazzi che lo osservavano dall'alto non mostravano alcuna pietà.
"Spiacente signor Luce. Non possiamo scendere in questo fosso, rischieremmo di precipitare anche noi." Disse Neve gelida. In quel momento si udì un ululato di lupo, in lontananza.
"Già... ci sono anche i lupi... troppo pericoloso. Temo che dovremo tornare al villaggio a chiedere aiuto. Ma torneremo... probabilmente tra qualche ora." aggiunse Jean.
"Nooooo, non lasciatemi qui! Vi darò il riso, della terra! Vi regalerò i cavalli! Aiutatemi vi pregooo!" continuava a implorare l'uomo.
Fiore lo guardò in quello stato e la sua espressione si addolcì. "Lo lasceremo davvero lì? Lo volevo morto, ma ora non ne sono sicura. Elmo non tornerà comunque e io... io..." scoppiò in lacrime, subito abbracciata da Furetto.
Neve la guardò con espressione triste. "Non c'è nulla che possiamo fare per lui. Se non sente le gambe vuol dire che ha la schiena spezzata. E non potremo arrivare sin lì da soli senza rischiare di cadere a nostra volta. Ci serve aiuto." disse inginocchiandosi di fronte alla bimba e poggiandole le mani sulle spalle. "E stanno davvero arrivando dei lupi. E' pericoloso restare qui. Dobbiamo andare." La bimba annuì, asciugandosi le lacrime. Rimontarono tutti a cavallo.
Mentre se ne andavano, la sognatrice indugiò un attimo sul bordo del baratro, guardando in faccia il signor Luce.
"T-ti prego... non lasciarmi qui... io posso renderti ricca... ricca..." Continuava ad implorare l'uomo.
"Ero già ricca. Più di quanto fossi mai stata. E tu mi hai tolto tutto. Ma io non sono come te. Ti lascio tutto il tuo riso." disse indicando i sacchi sparsi attorno al carro, in fondo alla forra. "Pagaci il traghetto per l'inferno!" disse sprezzante.
"Maledetta! Straniera maledetta! Non ti accetteranno mai tra loro! Sarai sempre una straniera! Sposarti con uno di noi sarebbe stato un abominio! Avrebbero dovuto darmi un premio per aver fatto ammazzare Elmo! Maledetta!" gridò l'uomo con le sue ultime forze, rivelando la sua vera natura.
Jean fu colpita profondamente da quelle parole, mentre una rabbia cieca la possedeva. Stava per colpire il bordo del sentiero con la lancia per provocare un altra frana, ma si fermò.
"Troppo facile... non ci casco. Non avrai un morte rapida. Se ti fossi arreso avresti avuto un processo, ma la giustizia non conta nulla vero? Solo il potere del più forte. E se il più forte non fossi tu?" disse sarcastica, mentre un nuovo ululato risuonava nella foresta.
"Sembra che sia ora di cena. Io vado... addio." disse spronando Vento e tornando a... casa?
Capitolo 29, L'ira della terra
Cremarono Elmo la sera dopo, su una pira di legno raccolto nel bosco, a cui aggiunsero tutta la legna da ardere che avevano, più altra donatagli dai nonni. Fu un rogo degno di un eroe mitologico, a cui però la maggior parte degli abitanti del villaggio non assistette. Sebbene la notizia della morte del guerriero avesse già fatto il giro del paese, solo i Nonni, Sagace, i commilitoni di Elmo e la signora Pruno col marito si presentarono quella notte. Jean fece del suo meglio per trattenere la disperazione, confortando Fiore e Primavera, che piansero a dirotto. Persino i ragazzi non riuscirono a trattenersi. Neve invece mantenne una dignitosa espressione di riserbo. La sognatrice notò comunque le sue mani, strette a pugno con tale forza da diventare bianche. Le ceneri vennero sepolte su un colle da cui si poteva vedere tutta la valle. Piantarono anche una stele di legno, su cui Sagace incise abilmente il nome del guerriero.
Dalla morte di Elmo, ogni giorno, ciascuno di loro passò a visitare la tomba. Portando fiori, versando liquore sulla terra o lasciando piccoli doni di cibo. Era l'usanza di quel popolo. Neve suggerì di donare la lancia del guerriero al tempio, perché servisse in futuro a difendere il villaggio. La Sciamana accettò il dono e ripose l'arma in uno dei sacrari, insieme ad altre antiche spade e archi che si trovavano lì da generazioni.
Ma la vita doveva andare avanti. C'era un raccolto da mietere, le piante andavano sbattute per liberare il riso, il riso doveva essere lavorato perché fosse commestibile. Si dovevano intrecciare corde, rammendare i vestiti, imbottire le stuoie, raccogliere acqua, legna, piante, funghi e frutti nel bosco. Insomma, non ebbero tempo per abbandonarsi alla disperazione. Passarono i giorni, poi le settimane ed infine i mesi. L'inverno era oramai alle porte.
Annullato il matrimonio e persa l'opportunità di divenire una guerriera-servitrice, alla sognatrice non restò che continuare a lavorare alla fattoria di Fiore. Dalle espressioni dei paesani, si rese conto che non la consideravano più una di loro. Erano stati disposti ad accettarla fino a che rimaneva la compagna di Elmo, che nessuno avrebbe osato infastidire. Ma ora per loro era tornata ad essere solo una straniera. Certo, per tutti coloro che la conoscevano bene, i nonni, i ragazzi, Pruno e Pesco, Sagace e i compagni di Elmo, lei era un amica. Questo la rincuorava, ma anche la preoccupava.
Un giorno le capitò di ascoltare la signora Pruno litigare con un venditore, da cui Jean aveva da poco comprato dei frutti ad un prezzo molto elevato. A quanto pareva il venditore le aveva fatto pagare di più del normale, e alla sua amica questo non andava giù.
"E allora, perché alzi il prezzo se a comprare è la signora Grazia? Dovresti fargli uno sconto, dopo quanto ha fatto per il villaggio!" chiedeva la signora.
"Io faccio i prezzi che voglio a chi voglio! Se non vi sta bene coltivatevi la frutta da soli!" gridò in risposta il venditore. "Quella donna porta sfortuna! Pensi a cosa è successo da quando è qui! Un disastro dopo l'altro!" continuò.
La signora Pruno divenne paonazza e si preparò a rispondere per le rime, ma Jean si fece avanti. "Non importa, cara Pruno, lascia correre. Vuol dire che seguirò il consiglio e coltiverò la frutta da sola. Ti ringrazio comunque." disse inchinandosi alla donna, che annuì tristemente.
Questo episodio, unito a molti altri simili, consumarono la poca felicità rimasta nel cuore della sognatrice. Persino la compagnia le veniva meno. Fiore e Primavera erano state finalmente adottate dai nonni, ed erano andate a vivere a casa loro. Furetto e Primo si spostarono nella baracca dei lavoranti, oramai si sentivano adulti. Rimase dunque sola con Neve, che non era certo la migliore compagnia. La fanciulla si era fatta sempre più scura, man mano che il tempo passava. Era nervosa ed irritabile, anche se sempre inappuntabilmente educata. Quando infine l'inverno arrivò, fu portato da un vento gelido, carico di umidità, che spazzò via tutte le foglie dagli alberi, assieme al sorriso della sognatrice.
Fu allora che arrivarono le prime scosse di terremoto. All'inizio tutti furono sorpresi, ma non spaventati. Non era certo una novità in quel paese. Jean fu informata dal nonno che i terremoti erano frequenti ma in genere innocui, solo sussulti fatti nel sonno dal dio della montagna. Una sera si trovavano assieme per cena e Sagace aveva raccontato loro di quella leggenda, indicando un piccolo altare presente nella casa. Questo conteneva una strana statuina, un guerriero stilizzato di coccio.
"Molti secoli fa, in queste terre regnava il dio della montagna. Questi era infastidito da come gli uomini scavavano e coltivavano la sua terra e per punirli sputava fuoco e fiamme dalla sua reggia in cima a Monterosso. Tale era la sua furia che gli uomini non poterono fare altro che nascondersi disperati nella pianura, una palude infestata da malattie e spettri, dove la vita era durissima. Gli anziani decisero allora che il dio doveva essere placato ad ogni costo, o per il popolo non ci sarebbe stato futuro. Così scelsero una fanciulla bellissima, ancora vergine, e la offrirono in sposa al dio della montagna. Secondo la leggenda, questo fermò la sua ira, permettendo al popolo di abitare queste terre. Le leggende dicono che ogni venti anni, un altra fanciulla veniva data in sposa al dio. Il crudele sacrificio venne presto sostituito da offerte votive, statuette femminili di coccio, che ogni anno vengono poste nel tempio. Hai partecipato anche tu, cara Grazia, a questa cerimonia qualche mese fa, con Elmo... ehm..." il ragazzo si morse la lingua. Si era reso conto di aver detto una parola di troppo.
La nonna cambiò subito discorso, parlando del tempo davvero inclemente. Mentre tutti si lanciavano in una dissertazione sulla quantità e la qualità della pioggia che quell'inverno sembrava voler imporre loro in continuazione, Jean si accorse dello sguardo concentrato di Neve, fisso sulla statuetta del dio della montagna.
Proprio in quel momento, un altra scossa di terremoto si scatenò, più forte delle precedenti. Sagace spense rapidamente tutti i fuochi, aiutato dai ragazzi, mentre le ragazze aiutavano i nonni ad uscire dalla casa. Il terremoto non si fermò, aumentando invece la sua intensità. Il terreno si riempì di fenditure, una della quali passò sotto la capanna degli attrezzi, che crollò in un cumulo di rottami.
Dal villaggio si sentivano grida terrorizzate, mentre le luci di alcuni incendi in paese fecero loro capire che non tutti erano riusciti a spegnere in tempo i fuochi di casa. Infine, dopo un rombo terribile, la sommità di Monterosso sputò una orribile lingua di fiamme, seguita da una lunga fumata nera!
Un eruzione. Dopo alcuni orribili attimi, quando il mondo sembrava volersi capovolgere, il terremoto infine si placò. Un filo di fumo continuò ad uscire dalla sommità del monte, che brillava debolmente di un corrusco alone rosso.
"Parli del diavolo..." disse la sognatrice, pensando al racconto di Sagace. Tutti guardarono il ragazzo con gli occhi spalancati.
Nei giorni successivi si dovete lavorare duramente per riparare i danni subiti dal villaggio. Le scosse di terremoto continuarono però ad arrivare, fortunatamente più deboli. Il fumo che usciva da Monterosso e il bagliore che ne sottolineava la cima durante la notte ricordavano a tutti il vero pericolo, il dio della montagna era adirato.
I paesani si erano riuniti al tempio, dove la Sciamana aveva compiuto continui rituali nel tentativo di placare il dio. Nonostante tutto le scosse non si fermarono. Fu allora indetta una riunione per decidere il da farsi. La sognatrice, insieme a Neve, si era seduta sul tronco di un albero spezzato dal terremoto, al limite della piazza del tempio ove il consiglio del villaggio si era raccolto.
"C'è da prendere in considerazione il costo delle riparazioni..." diceva uno. "Le spaccature del suolo hanno danneggiato i canali di irrigazione, dovremo ripararli..." proseguiva un altro. "La mia famiglia ha perso la casa e tutto il riso che avevamo... come faremo nei mesi successivi? I miei bambini moriranno di fame!" disse angosciata una donna.
"Abbiamo delle scorte extra, prese dal magazzino dell'ex Capo Villaggio, non temete. Ci sarà cibo per tutti, anche se dovremo stringere la cinghia." replicò il nonno. "Dobbiamo piuttosto preoccuparci di evitare altri danni..." in quel momento ci fu un altra scossa di terremoto. Tutti i presenti si guardarono in faccia terrorizzati.
"Ma... se continua così... non potremo ricostruire nulla. Non facciamo in tempo a riparare una casa che le scosse la fanno crollare di nuovo!" disse un carpentiere. "E' vero. Non è pensabile di andare avanti così. Ci sono almeno cinque scosse al giorno da una settimana. E il monte non smette di fumare. L'acqua del fiume ha un sapore strano, gli animali la bevono di malavoglia." aggiunse un allevatore.
Uno degli anziani interruppe il discorso: "Nessuno ha il coraggio di dirlo apertamente, ma..." guardò i volti dei suoi compaesani, che distolsero lo sguardo spaventati. "... ma dobbiamo considerare la possibilità che il dio della montagna voglia una nuova sposa." finì la frase in mezzo ai sospiri spaventati dei presenti.
"Si, certo, si sarà scocciato di collezionare bambole di coccio!" disse sarcastica la sognatrice, tra lo sconcerto di tutti. "Andiamo, non crederete mica a questa idiozia?" aggiunse alzandosi in piedi.
"Che cosa ne sai tu? Straniera!" disse il vecchio, mentre gli altri annuivano e qualcuno sussurrava parole di astio verso di lei.
Jean non si scompose, si era attesa quella reazione. "Gettare una fanciulla nel vulcano non vi servirà a nulla. Le eruzioni sono causate dalla pr... pr.. ssne... della lava sullo str-ra...to di roccia sovrastante!" disse forzandosi di pronunciare quelle parole aliene. "E i terremoti sono prodotti dallo scorrere delle p-pl...a..cche tttet-to...nche... arrrgh! Accidenti, maledetta lingua!" imprecò infastidita. Si accorse che tutti, proprio tutti, la stavano guardando con compassione. Persino Sagace pensava che farneticasse. Prima che potessero linciarla per aver pronunciato un eresia, furono interrotti da Neve.
"Mi offro io." disse semplicemente.
"Cooooosa? Ma sei pazza?" gridò Jean, afferrandola per le spalle. "Che dici? Non ascoltatela, si sente male." disse dandosi dei colpetti sulla tempia. Il silenzio era calato sulla riunione, tutti sembravano mortalmente seri. Neve le pose una mano gentile sulla guancia. "Non essere triste, cara Grazia. E' una cosa necessaria. Ho tutti i requisiti richiesti. Andrò io."
"No! Andrò io!" disse Fiore con voce disperata. Furetto la trattenne subito, mettendole una mano sulla bocca, che la bambina morse prontamente. Mentre il ragazzo ululava di dolore, Neve si avvicinò all'amica. "Sei troppo giovane, non puoi ancora sposarti, e al dio serve una sposa." disse gentilmente, prendendole il volto tra le mani e dandole un bacio sulla fronte.
"Ma... ma io non voglio perderti!" disse la bambina. Neve sorrise tristemente, senza rispondere. Sagace guardava la ragazza come pietrificato. Stava per parlare quando venne preceduto.
"Mi oppongo a questa barbarie!" disse il nonno. "Nessuno si sacrificherà. Affronteremo questa crisi insieme!" continuò. Proprio in quel mentre il monte eruttò di nuovo. Ci fu un rombo potentissimo e un altra lingua di fuoco si sollevò dalla sommità di Monterosso. L'eruzione proseguì per qualche minuto, facendo piovere cenere su tutto il villaggio. Poi si fermò.
"I-il dio ha parlato!" disse la Sciamana. "Desidera una nuova sposa e abbiamo già una volontaria. Che si proceda subito al rito!" aggiunse con voce tremante. Dopo anni di silenzio gli dei finalmente si erano fatti sentire, ma non certo come l'anziana donna avrebbe preferito.
"Non se ne parla neanche!" Disse Jean parandosi di fronte all'amica. "Non vi permetterò di compiere una pazzia!" disse venendo subito affiancata da Sagace, Primo e Furetto. La nonna fermò Fiore e Primavera prima che potessero unirsi a loro.
"Togliti di mezzo straniera! Tu e quei due mendicanti non ci fermerete!" dissero alcuni dei paesani, i più superstiziosi e violenti. La sognatrice non fu sorpresa di vedere tra loro il venditore di frutta. La donna si mise nella posizione di combattimento che le aveva insegnato il suo amato Elmo, facendo cenno con la mano agli uomini di farsi avanti. "Provaci bellezza, noi due abbiamo un conto in sospeso..." disse spavalda, attivando la 'vista'. Era infuriata, e pronta a fare un massacro!
"Ora basta." disse fredda Neve dietro di lei. "Non dovete mettervi in pericolo per me, smettila immediatamente Grazia! E anche tu, Furetto, Primo, Sagace!" La sua voce li gelò sul posto, autoritaria come mai era stata. I ragazzi rimasero bloccati dov'erano, mentre Jean, seppure a fatica, riuscì a voltarsi. Neve sembrò sorpresa, poi le sorrise. "Mi spiace, cara Grazia. Ma è necessario." aggiunse, mentre uno dei paesani colpiva la sognatrice alla nuca con un bastone, facendole perdere conoscenza.
Capitolo 30, Candida neve
Una fila di nani, armati di martello, camminava ordinatamente cantando una filastrocca. Ogni volta che uno dei malefici gnomi arrivava di fronte a Jean le dava una martellata sul cranio, provocandole una fitta di dolore. La cosa più strana è che avevano tutti la faccia di Tigre, il guerriero da lei sconfitto in duello mesi prima. "Piantatela, vi ho già ucciso, come potete essere qui?" gridò la donna, accorgendosi di essere legata su un letto d'ospedale. Provò senza fortuna a sciogliersi dai legacci, quando uno dei nani, con la voce di Furetto, le disse "Svegliati Grazia, svegliati!"
La donna trovò la cosa così strana da svegliarsi di colpo. I nani sparirono, ma il dolore pulsante alla testa rimase. "Grazia, non c'è tempo! Hanno già portato Neve alla montagna! Dobbiamo fermarli o la sposeranno al dio!" le gridò in faccia Furetto.
"Va bene, va bene, sono sveglia!" disse Jean guardandosi attorno. Erano chiusi in una stanza dotata di sbarre alla porta e alle finestre. Oltre Furetto c'erano anche Sagace e Primo. "Ma dove siamo?" chiese.
"Nella prigione del villaggio." disse Furetto. "Dobbiamo uscire subito e raggiungere la processione, o sarà troppo tardi."
"E come possiamo farcela?" chiese disperato Sagace. "Le sbarre sono troppo resistenti e non abbiamo la chiave della serratura!" il suo amore per Neve e la paura di vederla morta lo stavano facendo impazzire.
Jean cercò di concentrarsi con la 'vista' in cerca di vie d'uscita. Un bagliore rosso attirò la sua attenzione. Guardando fuori dalle sbarre vide le chiavi della cella appese ad un gancio, ben oltre la portata delle loro braccia, sulla parete opposta della stanza. "Hanno lasciato le chiavi, ma come ci arriviamo?" disse pensando freneticamente.
"Se avessi la mia cerbottana potrei facilmente farle saltare via..." disse Furetto. "... ma l'ho lasciata a casa!" si diede una pacca sulla testa.
In quel momento un uomo entrò nella stanza. Prese le chiavi e aprì la prigione! "Presto, uscite! Vi resta poco tempo!" disse facendo loro cenno di andare. Lo guardarono, increduli per la fortuna inattesa. Jean riconobbe l'uomo dopo averlo osservato per bene. "Sei il contadino che Elmo salvò dalle guardie del Capo Villaggio! Mi ricordo di te!" disse piacevolmente sorpresa.
"Mi spiace non aver preso le vostre parti da subito, non volevo mettere in pericolo la mia famiglia. Ma Elmo ci ha salvato dalla servitù, o peggio... non potevo abbandonare i suoi amici. Andate ora. Presto!" replicò ansioso.
Senza farselo ripetere, il gruppetto corse trafelato alla casa. "Prendiamo le armi, poi andremo dai cavalli. Cavalcando dovremmo raggiungerli in un attimo. Andiamo!" disse la sognatrice determinata. Non avrebbe perso un amica quel giorno, a costo di tramortire l'intero villaggio. Prese la sua fida lancia, mentre Furetto recuperava la cerbottana. Elmo gli aveva costruito dei dardi dalla punta d'acciaio, e se necessario li avrebbe usati. Primo e Sagace raccolsero un bastone, riuscendo per una volta a sembrare minacciosi.
Dopo una corsa disperata raggiunsero il maneggio. Ancora una volta gli intelligenti animali sembravano attenderli. Tempesta era presente, visibilmente nervoso. Nitrì violentemente, come a intimargli di affrettarsi. Non fecero in tempo a saltare in groppa che il branco partì galoppando a folle velocità verso la montagna.
Avvicinandosi alla meta la sognatrice non poté fare a meno di notare i danni prodotti dai continui terremoti e dalle due eruzioni. Alberi abbattuti, laghetti prosciugati, animali morti e un onnipresente odore di zolfo. Sembrava davvero opera di un dio infuriato.
Giunsero infine alla base del monte, dove il sentiero non era più praticabile dai cavalli. A malincuore dovettero smontare, abbandonando il branco. Mentre salivano i gradini di pietra intagliata che portavano alla sommità della montagna, Tempesta li seguì con lo sguardo, nitrendo un ultima volta come furono oltre la sua visuale. Un ultimo augurio o un appello disperato di salvare la loro comune amica?
Correndo disperatamente, i quattro arrivarono infine sulla sommità del monte. Una distesa di pietra ricoperta di ghiaia e cenere incorniciava il cratere del vulcano, il cui bordo si innalzava notevolmente nella parte posteriore. Anteriormente invece il terreno era piano, largo a sufficienza da contenere tutta la popolazione del villaggio. Una propaggine di pietra si protendeva sopra la lava gorgogliante che riempiva il cratere, come una sorta trampolino mortale. Il calore era già fastidioso da lontano, vicino al cratere doveva essere asfissiante.
I paesani erano inginocchiati poco avanti a loro, assorti nella preghiera, mentre la Sciamana cantilenante stava agitando un incensiere in modo da spargerne gli effluvi attorno a Neve. La fanciulla rimaneva in piedi sulla lingua di roccia, calma e dignitosa, come se il calore non la riguardasse. Fiore e Primavera si trovavano in mezzo alla folla, impossibilitate ad agire per paura di alcuni figuri che le tenevano ferme in una morsa brutale. I nonni, disperati, erano troppo anziani per liberarle.
Una furia cieca salì agli occhi della sognatrice, mentre la sua vista si tingeva di rosso. A grandi passi si avvicinò alla folla gridando "Attenti a voi!" Subito dopo prese a mulinare la lancia. Colpì a destra e a manca con il calcio dell'arma, senza pietà. Qualcuno cercò di opporsi, ma Primo e Sagace le coprirono le spalle.
Fiore approfittò dell'occasione per mordere l'uomo che la teneva ferma. Con un grido sdegnato questi cercò di colpirla con uno schiaffo, ma la bimba si gettò tra le sue gambe velocissima, per poi colpirgli i gioielli di famiglia con un calcio. Il malcapitato si accasciò dolorante, mentre il suo compagno, che teneva ferma Primavera, venne colpito alla gamba da uno dei dardi della cerbottana di Furetto. Subito dopo fu abbattuto da una bastonata inferta con forza da Primo. "Lascia la mia amica, maledetto!" gridò il ragazzo in un insolito scoppio d'ira. I paesani scapparono da tutte le parti sotto l'impeto di quell'assalto furioso. Persino la Sciamana smise di bofonchiare i suoi incantesimi.
Neve si voltò per vedere cosa avesse causato tanto fracasso. Quando vide i suoi amici rimase assolutamente sorpresa. Per un attimo sul suo volto si susseguirono molte emozioni, perplessità, preoccupazione, felicità ed infine una profonda tristezza. Per la prima volta da quando la conoscevano la fanciulla pianse. Poi, visibilmente scossa, si fece forza voltandosi verso la lava e alzando le mani al cielo. "Dio della montagna! Mi offro spontaneamente come tua sposa, in cambio della pace per il villaggio e il popolo che vi abita. Ti prego, ti imploro, prendi me e risparmiali!" gridò la ragazza con voce cristallina. Fece un passo avanti.
"Nooo!" gridò la sognatrice, lanciando la sua arma con tutte le forze. Concentrò il potere che aveva negli occhi per sapere dove colpire. La lancia volò rapidissima, trapassando la tunica di Neve e piantandosi profondamente nella roccia. La ragazza fu immobilizzata sul posto e non poté gettarsi nella lava.
In quel momento un ennesima scossa di terremoto fece tremare la montagna, poi accadde l'impensabile. La lava, ribollendo, si erse verso il cielo. Non fu un eruzione... si sollevò come se sotto di essa qualcuno stesse cercando di alzarsi. Poi prese a solidificarsi, mentre la maggior parte della pietra fusa colava nuovamente nel lago di pietra fusa. In pochi orribili attimi, un guerriero di roccia incandescente si formò di fronte a loro, immerso nella lava fino ai polpacci. Aveva persino un'enorme spada, elmo cornuto e corazza di pietra. Alto più di 15 metri, era una figura da incubo.
Dopo alcuni attimi di silenzio, sicuramente dovuti all'incredulità, la folla si disperse urlando. Alcuni caddero nella lava, morendo orrendamente. Altri precipitarono dal sentiero a causa della troppa fretta con cui stavano fuggendo. Il mostro rimase immobile, osservando la scena senza muoversi. Dopo pochi minuti erano rimasti solo loro. Persino i nonni erano scappati, trascinati dai compaesani in preda al panico. Avevano cercato di portare via anche le bambine, ma queste si erano divincolate, restando a fianco dei ragazzi. Neve invece non si scompose. Estraendo con cautela la lancia dalla tunica, la pose rispettosamente a terra, rivolgendosi poi alla creatura.
"Dio della montagna. Un demone ha corrotto questa valle. Il sangue versato ha inquinato le tue terre. La malvagità e l'avidità degli uomini hanno disturbato il tuo sonno. La tua ira è giustificata. Ma ora è tornata la pace. I malvagi sono stati giustiziati e la terra verrà purificata. Placa la tua ira! Sarò la tua sposa. Prendimi con te e risparmia queste terre, ti imploro!" disse alzando nuovamente le braccia al cielo.
Nel frattempo il gruppetto di ragazzi era rimasto fermo, incerto sul da farsi. "A-avete visto quella cosa? E' il dio! Il dio esiste davvero!" diceva Sagace. "Come potremo salvare Neve? Come?"
Jean non credeva ai suoi occhi. Tutte le sue certezze erano appena andate a farsi un giro, senza neanche lasciare un biglietto. Altro che placche tettoniche e pressione magmatica... quello era davvero il dio della montagna? Digrignando i denti decise che non le importava affatto. "Non mi importa un accidente se quello è un dio! Non ha il diritto di terrorizzare e uccidere! Mi senti, grosso idiota di pietra? Sei solo un bullo gigantesco! Solo perché sei grosso e forte non puoi fare tutto quello che ti pare!" gridò avanzando furiosa.
I ragazzi la guardarono stupefatti! La loro amica non conosceva il terrore? Poi capirono... Era spaventata come loro, ma aveva scelto di combattere la paura. Negli ultimi mesi avevano affrontato insieme briganti, battaglie e demoni. Non si sarebbero arresi ora. Elmo non l'avrebbe fatto. Raccolsero sassi e bastoni e seguirono la donna.
"Amici, vi prego, vi imploro! Non potete fare nulla, andatevene!" disse loro Neve piangendo.
"Col cavolo!" rispose Jean raccogliendo la sua lancia. Impugnandola con tutta la sua forza, si concentrò per invocare ancora la 'vista'. Vide un bagliore rosso sul petto del mostro. "Colpite dove miro io, ragazzi!" gridò lanciando l'arma.
La lancia volò in cielo rapidissima, per poi colpire con uno schiocco secco la corazza pettorale del mostro. Vi rimase infissa profondamente, aprendo una piccola crepa. Le pietre e i bastoni lanciati dai ragazzi colpirono intorno allo stesso punto, senza apparente effetto. Il mostro però se la prese a male. Ruggendo con voce terribile alzò la spada gigantesca, agitandola di fronte a se.
Una tremenda folata di vento ardente li fece ruzzolare tutti a terra storditi. Neve e Jean erano troppo vicine, e il vento passò loro di poco sopra la testa. La sognatrice, scossa dal potere terribile della creatura, si avvicinò alla fanciulla prendendola per mano. Il mostro alzò la spada sopra di loro. Stavolta non c'era nulla da fare... la 'vista' mostrava solo morte.
"Dovevi andartene. Perché sei rimasta, amica mia?" chiese Neve triste.
La sognatrice ripensò alla sua vecchia esistenza. All'ospedale e ai suoi ultimi attimi di quella vita così vuota. "Nessuno dovrebbe morire da solo." disse stringendole forte la mano.
La spada si abbatté. Spaccò la lingua di roccia, facendo precipitare le donne nella lava. I loro amici gridarono per l'orrore, mentre una nuvola di cenere copriva il punto dove le loro amiche si trovavano poco prima.
Fu Fiore ad accorgersi per prima della neve. "Guardate! Nevica!" disse indicando verso il cielo. Una raffica di vento fresco spazzò via l'aria mefitica del vulcano, per poi risalire in cielo come un turbine. Contemporaneamente cadde una fitta nevicata, composta di fiocchi grandi ma leggeri di neve asciutta. Questi si attaccarono al corpo del mostro ricoprendolo a poco a poco. La creatura cercò di liberarsene, colpendo l'aria con la spada di roccia.
A nulla valsero i suoi sforzi. La neve lo ricoprì completamente, tramutandosi in una scorza di durissimo ghiaccio. Identica sorte toccò al lago di lava, che gelò in pochi minuti. Davanti agli occhi stupefatti dei ragazzi, la creatura prese a scricchiolare, mentre il suo cuore di lava si solidificava. Poi, gridando disperata, si sgretolò in mille pezzi, che caddero in mezzo alle pietre gelate sul fondo del vulcano. Il dio della montagna era morto.
Cercarono a lungo i corpi delle amiche, senza però trovarli. Sagace rinvenì invece la lancia di Jean, a cui era rimasto impigliato il nastro che legava i capelli di Neve. Tristemente scesero a valle, portando con loro quei due oggetti. La nevicata non cessò prima di aver ricoperto di un manto bianco tutta la valle, i colli e la montagna. Giunti al villaggio raccontarono cosa era successo.
Alcuni dei paesani avevano sentito il grido di morte del dio, e nei giorni successivi sulla sommità del monte si poterono osservare parte del suo volto di pietra e le mani frantumate. Anche quei pochi resti furono in seguito sgretolati dal ghiaccio, senza lasciare traccia. Riparati i danni subiti dal villaggio, ci si rese conto che la provvidenziale nevicata aveva spazzato via la cenere, purificato il fiume e ricoperto tutto di una candida coltre.
Le piogge e l'umidità di quell'inverno vennero sostituite da un freddo secco, facilmente sopportabile. I bambini giocavano con la neve, costruendo pupazzi a forma di dio della montagna e abbattendoli a colpi di bastone.
Il coraggio dei ragazzi mise in imbarazzo tutto il paese. Per rimediare a quanto era successo, nominarono il nonno nuovo Capo Villaggio. Fu costruito un sacrario in cui vennero riposte la lancia della straniera e il nastro della fanciulla, che col loro coraggio avevano spinto gli dei a mandare la neve che li aveva salvati.
Negli anni successivi Fiore divenne una splendida fanciulla. Lei e Furetto si sposarono, rimettendo a nuovo la vecchia casa. Qualche anno dopo anche Primavera e primo convolarono a nozze. I nonni, già vecchi, morirono solo dopo aver visto tutti i loro cari crearsi una vita felice, circondati da una schiera di nipotini.
Sagace divenne il nuovo Capo Villaggio, ma non si sposò mai. Ogni anno, nell'anniversario della morte del dio, si recava al Santuario della Lancia e del Nastro per pregare. In quel giorno nevicava sempre, tutti gli anni. Ma l'uomo amava la neve, anche quando fu molto vecchio, trovava comunque la forza di compiere la sua visita.
Un giorno nevicò più del solito, una neve asciutta e leggera, proprio come tanti anni prima. L'anziano non raggiunse mai la sua meta. Gli amici lo cercarono a lungo, senza trovarlo. Uno dei nipoti di Fiore disse però di aver visto la sua tunica, sollevata insieme alla neve da un turbine di vento, sparire nel cielo notturno.
Epilogo
"Sono morta." pensò la sognatrice tenendo gli occhi stretti. Aveva freddo e le girava la testa. Il vento le turbinava addosso da tutte le parti. "Che strano, non ho sentito dolore. Eppure quella spada di pietra doveva far male, molto male!" si disse stupita. Qualcosa di Freddo la teneva stretta per la vita, mentre i suoi piedi si agitavano nel vuoto, senza toccare terra. "La morte non è affatto come me la immaginavo... d'altro canto mi sono capitate cose più strane." si disse aprendo gli occhi.
La prima cosa che vide fu il volto preoccupato di neve. La fanciulla la teneva abbracciata per i fianchi, mentre entrambe volavano in mezzo ad un turbine di neve e vento, tra le nuvole!? "Neve? Siamo morte?" chiese all'amica.
Questa le sorrise sollevata. "Grazia, pensavo che fossi ferita. No, siamo vive, grazie a mio padre. Ho completato la missione! Ce l'ho fatta, Grazia! Vivrò, vivremo tutti!" esclamò felice. Jean non l'aveva mai sentita così contenta.
"C-che cosa...? Chi..? Come?" disse la donna stupefatta. Stavano volando verso il cielo, dentro un turbine di neve!
La fanciulla sorrise. "Ti devo una spiegazione, amica mia. Io... io non sono umana. Sono una Dea della Neve. Padre inverno, stanco della mia indolenza, mi ordinò di scendere tra gli uomini per purificare la valle dal male. Avevo due anni di tempo per riuscire, o sarei morta sciogliendomi al sole della seconda estate." disse tutto d'un fiato.
"Eeeeh? Ma dici sul serio?" disse Jean incredula. Poi si guardò intorno ripensando a dove si trovava. "Ehi, suppongo che sia vero. E il mostro? Farà del male ai ragazzi!" gridò improvvisamente ansiosa.
"Non temere, cara Grazia. Nel momento in cui ci ha colpite, padre Inverno mi ha ridato i poteri. Sono balzata in aria e ho distrutto il dio della montagna con la mia neve. Era fatto di lava e non poteva tollerare il gelo. Padre Inverno mi ha richiamato subito in cielo, e ho dovuto portarti con me, se ti avessi lasciato saresti precipitata!" la informò la fanciulla. Mentre ascendevano nei cieli, Jean si accorse che l'amica si faceva sempre più perfetta e luminosa, come se risplendesse di una luce interiore. Il suo vestito divenne candido come la neve più pura e molto molto freddo.
"Ouch! Mi stai congelando!" disse battendo i denti. Il freddo diminuì immediatamente a livelli tollerabili.
"Perdonami, amica mia. Il mio potere aumenta tanto più ci avviciniamo al regno celeste. Sono due anni che non lo uso, devo riprendere l'abitudine." disse Neve ridendo con voce argentina.
"Ma i ragazzi? Staranno bene?" chiese la sognatrice.
"Certamente. Guarda nella neve! Ti mostrerò dove sono." rispose la fanciulla facendo un gesto con la mano. In mezzo al turbinio apparve un immagine dei loro amici che tornavano mesti al villaggio. Erano tutti sani e salvi.
"Sono sollevata... in tutti i sensi!" disse sorridendo Jean. "Che ne dici di scendere, cara Neve? Torniamo da loro."
La fanciulla, che era una dea, la guardò improvvisamente seria. "Non posso fermarmi. Non sono io a volare. E' mio padre, l'Inverno, che mi richiama a se. Normalmente gli dei non possono mescolarsi coi mortali." spiegò. "Io sono stata trasformata in umana durante questi due anni. Ora che sono di nuovo una dea devo tornare in cielo. Ma proteggerò sempre tutti i nostri amici e i loro figli e i figli dei loro figli, finché avranno memoria della nostra avventura." disse infine, mentre un attimo di tristezza e nostalgia le passava sul volto felice.
La sognatrice poteva accettare tutto ciò, ma una cosa non le tornava. "E... e io? Mi trascini in cielo con te? Senza offesa, ma io vorrei stare con i ragazzi!" disse preoccupata.
Neve si fece nuovamente seria. "Io... non so. Proverò a portarti con me. Quando arriveremo chiederò a Padre Inverno di riportarti sulla terra. Una cosa del genere non ha precedenti. Di solito i mortali possono ascendere ai cieli solo al momento della morte."
"No grazie. Preferisco restare viva. Fai del tuo meglio, Neve!" disse Jean aggrappandosi all'amica.
Le due donne rimasero abbracciate a lungo, mentre il volo interminabile proseguiva. Dopo lunghi minuti le nuvole furono sostituite da una foschia luminosa. Neve si guardò intorno. "Siamo quasi arrivate." disse senza fiato. Sembrava esausta.
Anche la sognatrice era molto stanca, si era sforzata di rimanere abbracciata con tutte le sue forze. "Era pure ora. Non ce la faccio più!" disse stringendo i denti.
Fu allora che una scossa tremenda rischiò di farle perdere la presa. Nel momento in cui la foschia cominciava a prendere le forme di una terra luminosa ricoperta da neve scintillante, sotto di loro si manifestò un vento multicolore. Raffiche di lampi colorati le crepitarono intorno, mentre l'ascesa si arrestò. La donna si sentì tirare con forza verso il basso. Cominciarono a scendere lentamente verso la tempesta d'energia che si stava velocemente materializzando sotto i loro piedi. La sognatrice riconobbe immediatamente quel fenomeno. Al centro della tempesta si era già formato l'occhio del ciclone... il Maelstrom!
"L'Anomalia! Mi attira verso di se! Maledizione!" si strinse all'amica con le forze che le restavano.
Neve l'afferrò strettamente, mantenendo la presa. "Non ti lascio! Non arrenderti!" la spronò.
Jean si accorse che cadevano sempre più velocemente. Neve non l'avrebbe lasciata mai, e sarebbero finite insieme nell'Anomalia. Le parve di sentire in mezzo ai tuoni e al crepitio dei lampi la secca risata dell'uomo senza volto che rideva di lei. "Lasciami Neve. Non mi succederà nulla. E' così che sono arrivata in questo mondo. Non vi appartengo, e ho portato solo guai. Lasciami, sarà meglio per tutti." disse col cuore spezzato, smettendo di reggersi.
Questa però non si arrese. "L'ho sempre saputo! Ho anche cercato di esorcizzarti, senza successo. Fu allora che capii che non eri un demone. Non so cosa ti sia stato fatto, ma non arrenderti. Non è colpa tua, c'è una maledizione su di te. La vedo chiaramente ora. Non posso toglierla, ma vedo che può essere sciolta. Reggiti ti prego. Non cedere!" gridò disperata.
La sognatrice sospirò. "Tu eri pronta a morire per noi. Per questo hai superato la prova di tuo padre. Ora non negare a me la stessa scelta. Credimi ... ci sono abituata. Non morirò. In quella tempesta tutto è possibile! Vedrai che me la caverò senza un graffio." disse guardando negli occhi l'amica.
"E sia! Rispetto il tuo coraggio. Ma ascoltami. A te che è stato tolto il ricordo della tua identità, è stato dato in cambio il potere di vivere infinite nuove vite. Non cedere alla disperazione, non lasciarti andare all'odio. Fai tesoro di ciò che ti viene donato in amicizia, senza secondi fini. E la maledizione si scioglierà!" gridò Neve continuando a tenerla stretta.
"Ma non ho ricevuto nulla! Non riuscirò mai a..." disse la sognatrice, fermandosi di colpo. Si rese conto che aveva torto. Una cosa le era stata data in dono sull'ARC... una cosa fondamentale... il nome! E nel mondo di Neve aveva trovato amore e amicizia. Realizzando quanto importanti fossero i doni che le erano stati dati disinteressatamente la donna sorrise. "Si. Ho capito. Mi ricorderò per sempre di tutti voi. Addio amica mia!" disse annuendo.
Neve l'abbracciò per un ultimo momento, poi la lasciò andare. La sognatrice la vide volare in cielo, sfolgorando di luce nel momento in cui raggiunse il regno di suo padre. Le parve di sentire un nitrito e di vedere un cavallo di un bianco quasi accecante galoppare verso la giovane dea. Tempesta?
Sorridendo, la donna pensò a tutti gli amici che si era fatta, e al suo amato Elmo. Forse... lì dove tutto era possibile... l'avrebbe incontrato ancora. Rimase sospesa in cielo per un ultimo attimo, poi precipitò nell'Anomalia.
