Hoshi era seduta ad un tavolo, in un piccolo ristorante all'aria aperta, e osservava gli altri commensali seduti a poca distanza da lei. O meglio, ascoltava. Il numero di lingue che aveva catalogato mentalmente da quando si era seduta in quel punto aveva ormai superato la ventina. Una tale babele di linguaggi alieni era una vera manna per una persona dotata di un orecchio e un interesse per grammatiche e sintassi sconosciute com'era lei. Il giovane guardiamarina non poteva credere di aver cercato di convincere il capitano Archer, mesi prima, di non essere il migliore candidato per la missione esplorativa dell'Enterprise: essere li, in mezzo ad una galassia di nuove lingue da studiare, comprendere e tradurre, era quanto di meglio potesse desiderare.
Il guardiamarina Sato era sempre stata attratta dalle novità, dalla scoperta, dalle sfide che trovava nel riuscire a capire come funzionavano le cose, e le sue abilità uditive e il suo talento per le lingue l'avevano portata a studiare proprio i differenti fonemi delle lingue umane e aliene, trovando in esse sempre diversi stimoli e piaceri. Ma ora tali stimoli erano troppi. Cercare di ascoltare così tanti tipi di pronuncia, di grammatica, di suoni differenti tutti insieme era troppo anche per lei. Avere così tante possibilità di imparare, e così poche possibilità di capire era frustrante. Necessitava di parlare con poche persone alla volta, concentrandosi nello studio di un singolo linguaggio, per poter trarre da quella conversazione più informazioni e divertimento possibile. Hoshi se la cavava bene con il Risiano, la lingua più usata su quel pianeta oltre che dagli abitanti, com'era logico, anche dalle altre diverse specie come base di comprensione. La sua abilità nell'uso di tale lingua le era stata confermata poco prima da un'anziana coppia risiana, con cui aveva appena avuto una breve discussione. Ma ora i suoi interlocutori se n'erano andati e l'ufficiale addetto alle comunicazioni necessitava di qualcun altro con cui comunicare. La ragazza umana cominciò ad osservare i gruppi di persone seduti ai tavoli, formati da non più di tre individui ciascuno. Avrebbe potuto scegliere uno qualunque di essi per fare pratica di lingue aliene, ma la sua innata timidezza la tratteneva dall'attaccare bottone.
Hoshi stava considerando di attaccare discorso con un ragazzo seduto in un tavolino separato dagli altri, che aveva trovato in un paio di occasioni ad osservarla, quando dalla porta d'ingresso del locale entrò una coppia di alieni che il guardiamarina non aveva mai visto. Erano alti circa quanto lei, uno dei quali (che l'umana riconobbe come una femmina) anche meno, privi di capelli ed indossavano entrambi una semplice tuta beige scuro, che ben si accostava con la loro pelle di un arancione quasi marrone. Erano certamente membri dello stesso equipaggio, e il loro abbigliamento spiccava su quelli degli altri presenti per via della monocromaticità e della apparente scomodità (la stessa Hoshi indossava un corpetto beige e una lunga gonna rosata). Ma non furono tanto questi particolari ad attirare l'attenzione dell'umana, quanto la lingua che stavano usando. Era costellata di 'X' e con un gran numero di aspirate. A Hoshi ricordo l'arabo, o l'andoriano, ma di certo era molto diversa da qualunque lingua avesse mai sentito. Quando i due alieni si sedettero ad un tavolo proprio accanto al suo, la migliore traduttrice del pianeta Terra decise di mettere da parte la timidezza e di provare ad effettuare il suo primo, personale, primo contatto.
"Scusate…" disse, in Risiano, rivolta ai due nuovi arrivati, che si voltarono verso la terrestre mostrandole i loro occhi gialli, leggermente più grandi di quelli umani e molto di più di quelli del guardiamarina asiatico.
"Si?" rispose il maschio della coppia con voce baritonale, poco affine alla sua corporatura.
"Ecco… scusate se vi disturbo. Ho solo notato il vostro linguaggio e mi chiedevo se, con il vostro permesso, potevo impararne la struttura di base."
"E' interessata alla nostra lingua?" proruppe la femmina della coppia, con un timbro da mezzosoprano, in tono allegro. Hoshi notò solo ora che i suoi due interlocutori dovevano essere abbastanza giovani, circa il corrispettivo alieno della sua età.
"Si, sono l'addetto alle comunicazioni della mia nave, e volevo utilizzare la mia licenza per fare pratica di lingue aliene. Quando sono a bordo il computer fa quasi tutto il lavoro…"
"Oh, la capisco." disse lui, con un sorrisetto. "Anche sulla nostra nave è quasi tutto automatizzato. E' comodo, ma alla lunga viene a noia…"
"Da quale pianeta viene?" chiese la femmina aliena. "Non riconosco la sua specie".
"Siamo nuovi dello spazio." rispose con più allegria Hoshi, contagiata dal tono cristallino della ragazza davanti a lei. "Sono un'umana , e il mio pianeta si chiama Terra."
"Noi siamo Xerxtiani" dichiarò il maschio. "e il nostro pianeta si chiama Xar".
A Hoshi sfuggì una risatina nel sentire tutte quelle X messe insieme, ma non appena la ragazza aliena si alzò dal suo tavolo per poi avvicinarsi a quello dove era seduta la giovane umana, chiedendo nel frattempo "Possiamo?", questa si sentì nuovamente in imbarazzo.
"No, no, non vi disturbate…" cominciò lei.
"Non è un disturbo." disse il ragazzo, alzandosi a sua volta. "Anche noi siamo in licenza, e se possiamo trascorrerla in compagnia di una così affascinante amica, non posso che esserne grato a Hixtus… "
"Xari!" esclamo l'aliena con un tono falsamente offeso, colpendo poi il suo compagno con un leggero pugno.
La sovrabbondanza di 'X' in quella lingua aliena spinse nuovamente Hoshi a ridere, proprio mentre i due alieni facevano la stessa cosa per via della piccola gag che avevano appena interpretato. Tare risatina collettiva servì a stemperare ulteriormente gli animi e, dopo un sorriso di tutti e tre i commensali, Hoshi cominciò a sperimentare quanto fosse difficile concentrarsi nello studio di una lingua aliena e nel frattempo dover trattenere le risate che essa provocava.
