Il capitano dell'Enterprise cercava di leggere il libro che il suo consigliere scientifico gli aveva fatto pervenire, ma non era ancora riuscito ad andare oltre la seconda pagina. E ciò non era dovuto alla pesantezza del testo (non che non lo fosse) ma più per il fatto che i pensieri dell'umano non riuscivano ad allontanarsi dalle due aliene (le due belle e attraenti aliene) che avevano preso dimora della villetta contigua alla sua.
Il capitano Jonathan Archer non si trovava in intimità con una donna da mesi, cosa comprensibile data la sua difficoltà di trovare luoghi appartati sulla sua nave e, soprattutto, la sua posizione di capitano. Ma era comunque un essere umano, e provare certe pulsioni faceva parte della sua natura. Dopo settimane di astinenza, il capitano aveva cominciato a percepire tali pulsioni per alcuni membri dell'equipaggio con sempre maggiore frequenza, e si era trovato a provare attrazione persino per T'pol, una vulcaniana, specie che personalmente non gradiva affatto. Si era addirittura trovato a sognare, una volta, di avere un rapporto intimo con l'aliena in questione nella stanza di decontaminazione, ma non aveva dato troppa importanza all'evento, ritenendo che il suo dovere di capitano consistesse anche nell'evitare che i suoi impulsi offuscassero il suo giudizio.
Ma ora i suoi impulsi erano tornati, e con una pressione ben maggiore: trovandosi in un ambiente atto al relax, e senza il suo status di capitano in comando a trattenerlo psicologicamente, Archer capì che tali pulsioni dovevano essere sfogate, in una maniera o nell'altra. Proprio mentre stava valutando come provvedere all'autosoddisfacimento dei suoi istinti, un rumore proveniente dal balcone lo riscosse dai suoi pensieri, facendolo voltare verso l'esterno dell'abitazione, dove vide rimbalzare una pallina di colore blu scuro, che lentamente perse la sua energia cinetica e si fermò, proprio al centro della terrazza. Jonathan, dopo un attimo di smarrimento, uscì dalla sala dove si trovava e afferrò la piccola sfera, abbastanza dura al tatto, e gli balenò nella mente il ricordo una pallina da ping pong, solo più grande, meno dura, e blu. Pochi secondi più tardi, un suono sordo proveniente dall'interno lo riscosse dai suoi pensieri: qualcuno aveva bussato. Incamminandosi verso la porta, il capitano della nave stellare Enterprise si trovò a immaginare (e un po' a desiderare) chi potesse essere il proprietario (o le proprietarie) della sfera che ora teneva in mano. Una volta aperto l'ingresso, l'umano in preda alle pulsioni radicate nel suo DNA si trovò davanti proprio coloro che avevano stimolato tali istinti: le due aliene bionde dell'altra villetta erano vestite con un leggero vestito aderente in due pezzi, simile a quello che gli umani usavano per fare jogging, e tenevano in mano due racchette simili a quelle usate nel tennis, ma con la parte piana composta da una specie di plastica blu. Ora Jonathan non aveva più dubbi su quale fosse l'origine della sfera rimbalzante sul suo balcone.
"Scusaci." disse una delle due aliene, sorridendo imbarazzata. "Penso di aver esagerato con l'ultimo lancio…"
"Non c'è problema." rispose Archer affabile, allungando la mano che conteneva lo strumento del gioco alieno.
Ora che le aveva di fronte, a pochi centimetri di distanza, il capitano umano poté notare che non solo le due femmine aliene si assomigliavano, ma che erano perfettamente identiche. Stessi capelli, stessi tratti somatici, stesse macchie che scendevano lungo le spalle, parzialmente coperte dalla parte superiore dell'indumento delle due. Le ragazze parvero notare l'interesse dell'alieno sconosciuto nei loro confronti, tanto che la seconda aliena gli chiese "Qualche problema?"
"No, niente. E che… " Jonathan Archer si trovava in imbarazzo, sia per l'interesse che le due suscitavano in lui, o meglio in una certa parte di lui, sia per la natura della domanda che aveva in mente, ma, non potendo rimanere in silenzio, e per potersi concentrare sulla conversazione, si sforzò di finire la domanda. "Mi stavo solo chiedendo… siete gemelle per caso?"
Le due aliene scoppiarono brevemente a ridacchiare, e Archer si sentì ancora più in imbarazzo. Poco dopo però le due annuirono, e la prima confermò "Si, siamo gemelle".
"Non avevo mai incontrato una specie che prevedesse gemelli, oltre alla mia…" disse Jonahan, parlando più che altro a se stesso.
"Anche sul tuo pianeta ci sono persone come noi?" chiese la seconda femmina, con aria stupita. "Capita moto di rado che una specie umanoide abbia gravidanze multiple."
"Da quale pianeta provieni? Mi piacerebbe studiarne la biodiversità per valutarne l'andamento evolutivo…"
Ora Jonathan Archer era più sorpreso che imbarazzato: i discorsi delle due sue vicine di casa non appartenevano a semplici giocatrici di tennis, ma lasciavano intuire una certa cultura e intelligenza. Tali pensieri furono interrotti da un verso a lui ben noto, ma molto meno alle sue interlocutrici, tant'è che entrambe si sporsero a guardare alle spalle dell'umano, notando il mammifero quadrupede che si trovava sul divano della sala, voltato in direzione della porta.
"Oh, che carino!" squittì una delle due (ormai Archer non le distingueva più), voltandosi subito verso il padrone di tale creatura. "E' tuo? Che bello! A che specie appartiene?"
"E' un cane." rispose il terrestre, contento di aver trovato altre persone interessate ai cani, anche se forse per motivi ben diversi dai suoi. "Un beagle per l'esattezza, sul nostro pianeta li teniamo come animali da compagnia."
"Possiamo osservarlo meglio?" chiese la seconda gemella. "Per favore?"
"Oh, certo… entrate pure." E così dicendo, spostandosi di lato, ignorando volutamente la diffidenza di Portos verso gli estranei, il capitano Jonathan Archer fece entrare nel suo appartamento le due aliene dall'identico DNA, osservando meglio, durante il loro spostamento, le racchette impugnate delle due, e per un attimo si chiese come avesse fatto una pallina da ping pong aliena ad arrivare su di un balcone dieci metri più su di quello dove, con tutta probabilità, le due stavano giocando. Un momento più tardi tale pensiero era sparito.
