HALLELUJAH
III. Filling Five Senses

Gli sembrò d'aver ricevuto un pugno nello stomaco, tanto la notizia lo aveva colto di sorpresa. Seifer aveva salvato la vita a Rinoa? Quando, come, perché? Perché lui che era il suo Cavaliere non si era accorto che lei era in pericolo? Senza rendersene conto, le fece cenno di andare a sedersi accanto a lui, e lei ubbidì.

"Ti ho detto oggi nel tuo ufficio che abbiamo avuto grossi problemi. Diciamo che 'grossi problemi' è un eufemismo."

Gli prese la mano, e lui la strinse leggermente, continuando a guardarla in viso mentre raccontava.

"Quando sono arrivata a Timber, dovevamo decidere per un piano d'azione, per poterci coordinare prima di farvi intervenire di nuovo. Abbiamo stabilito di contattare tutti i capi dei movimenti di resistenza di Timber, per capire quanti di loro fossero disposti a passare ai fatti. In definitiva, abbiamo creato quello che chiamiamo 'Comitato di Resistenza'. Tutti i capi dei gruppi di resistenza si riuniscono periodicamente, tutti insieme decidono cosa fare e come farlo, e tutti i membri della resistenza sanno esattamente cosa sta succedendo. Ci è sembrata la cosa più democratica e più logica da fare."

Squall annuì; era stata un'ottima mossa stabilire prima di muoversi su quante persone avrebbero potuto effettivamente contare. L'esercito galbadiano era anche allo sbando, ma era comunque numericamente e tecnicamente superiore.

"Un soldato ci ha scoperti e siamo stati arrestati e deportati alla Prigione del Deserto, dove saremmo stati torturati e uccisi. Quando ci siamo andati la prima volta non eravamo coscienti e non ci siamo accorti della durata del viaggio, ma si tratta di ore. In quel periodo, Seifer era a Deling e aveva sentito parlare dell'imboscata che ci avrebbero teso. Non è arrivato in tempo per avvertirci, e non ha potuto contattarci, quindi noi eravamo già in viaggio verso la prigione quando lui è arrivato a Timber con Fujin e Raijin. È andato subito dal vecchio che gli ha raccontato quello che è successo. Ha radunato quante più persone poteva, e ha cercato di raggiungerci."

"Rinoa, quelle… l'arresto… ti hanno…?" intervenne Squall, scosso all'idea che Rinoa fosse stata sul punto di provare quello che aveva provato lui, crocifisso e attraversato da un'insopportabile scarica di elettricità. E sapeva bene come erano fatti i soldati galbadiani. Se Rinoa aveva avuto la sfortuna di passare per le mani di un qualche porco, non riusciva nemmeno a immaginare cosa avrebbe potuto farle…

"No, Squall. Sono la figlia del Colonnello Caraway. Se mi avessero toccato anche solo con l'unghia di un dito, mio padre li avrebbe fatti appendere per le palle prima che fosse passata un'ora."

"Questo non ha impedito che ti arrestassero, però," borbottò lui, lasciandole la mano per attirarsela al petto. Pensare che l'incredibile sensazione di calma e sicurezza che provava quando la teneva stretta a sé la doveva a Seifer era quantomeno disturbante e… irritante. Non voleva essere in debito con quello là, per nulla al mondo.

"E poi?" chiese, cercando di scordarsi della rabbia e della rivalità e della gelosia. Quel pomeriggio non aveva certo detto 'la mia ragazza' tanto per dire.

"Eravamo stipati sue due camionette diverse, che sono partite a distanza di circa due ore una dall'altra. Quella su cui ero io è stata la seconda a partire. Seifer ha raggiunto noi, e ha attaccato la camionetta con le persone che si era portato dietro. In poco tempo siamo riusciti a sconfiggere i soldati galbadiani e a scappare. Il problema era che la prima camionetta doveva già essere arrivata alla prigione e non intendevamo perdere membri della resistenza senza provare a salvarli."

Tipico di Rinoa, rischiare la vita per salvare quella degli altri. Era la stessa cosa che aveva fatto quando in prigione c'erano loro e aveva riempito Irvine di lividi per tornare a prenderli.

"Seifer conosceva bene la Prigione, e sapeva come e dove entrare. Ci siamo messi le divise dei soldati che avevamo già sconfitto e siamo entrati senza che facessero troppe domande. Per farla breve siamo riusciti a liberare i nostri compagni, ma l'allarme è scattato e non tutti erano pronti alla battaglia. Ho usato più magie che quel giorno che nei mesi con voi, credo. Mentre io preparavo le magie, Seifer mi difendeva. Alla fine siamo riusciti anche a fuggire, ma il problema era che un paio erano già stati torturati e stavano malissimo, io ero troppo distrutta per curarli e anche gli altri non erano messi meglio, per via delle battaglie con i mostri. Con le camionette che hanno usato per portarci alla Prigione siamo riusciti a raggiungere la foresta che c'è poco prima del Garden di Galbadia. Siamo rimasti nascosti lì per un mese e mezzo, cercando di curare tutti i feriti."

"Intendevi questo… quando dicevi che avresti potuto contattarmi?" le chiese, accarezzandole gentilmente un braccio.

"Il Garden non era lontano. Ma non ero sicura di poter entrare senza essere riconosciuta e arrestata di nuovo. La posizione politica del Garden di Galbadia è ancora incerta, e non volevo rischiare… avrei costretto i miei compagni a doversi spostare, senza che però avessero recuperato le forze. Abbiamo voluto aspettare anche di più, per evitare che i soldati in città ci riconoscessero. Fortunatamente l'esercito aveva altro a cui pensare che farci delle fotografie segnaletiche, e i soldati cambiano ogni tre mesi circa. Quelli nuovi non sapevano che faccia avessimo; sapevano solo che c'erano degli evasi, ma i cittadini di Timber non avrebbero mai detto loro chi erano."

"Stanno bene, adesso?" chiese Squall, intenerito dal racconto, dal fatto che mentre lui era mezzo arrabbiato con lei, e cupo e scontroso, lei pensava se poteva rischiare l'arresto per farsi viva con lui.

"I torturati non del tutto. A uno hanno frantumato le ossa delle gambe, prendendolo a manganellate, e la magia non ha potuto risolvere più di tanto. E noi non eravamo medici. Deve recuperare l'uso del ginocchio e non siamo sicuri che tornerà al cento per cento. L'altro ha subito dei danni cerebrali, a quanto sembra… non ricorda nessuno e a volte non riesce a parlare."

Lui la strinse forte al petto; l'idea che anche lei avrebbe potuto subire quelle cose, se non peggio, lo atterriva, e non poteva evitare di tirare un sospiro di sollievo che avesse evitato la tortura. Il fatto di dover ringraziare Seifer non sembrava più orribile, anche se continuava a fargli moderatamente schifo.

"È per questo che hai voluto Seifer in squadra? Perché vi ha salvato?"

Lei sospirò di nuovo, allontanandosi dal suo petto per poterlo guardare in faccia. "Non proprio. In quelle settimane in cui siamo rimasti nascosti io e lui abbiamo parlato molto, ma… certe cose non riesco a perdonargliele. Quello che ha fatto a tutti noi, ma soprattutto a te… non posso perdonarlo. Un giorno gli chiesi come potevo sdebitarmi per il suo aiuto. Non mi vergogno ad ammettere che volevo liberarmi di lui, non riuscivo a sopportare la sua presenza. Lui chiese di partecipare alla liberazione. I capi degli altri gruppi erano d'accordo, ma io no. Alla fine stabilimmo di riparlarne quando si fossero calmate le acque."

Squall tacque; c'erano così tante cose importanti in quello che lei aveva appena detto, che riusciva a vedere tutta la questione in maniera diversa. E la cosa lo faceva innamorare di lei ancora di più. Quello che aveva fatto a lui, aveva detto: Rinoa soffriva delle sue sofferenze e quella era una cosa che nessun amore gli aveva mai offerto.

"Quando siamo tornati a Timber," continuò Rinoa, vedendo che lui non intendeva intervenire, "ne abbiamo discusso. Per giorni. Dovevo contattarvi e l'idea di richiedere il completamento della missione con la presenza di Seifer era ben chiara nella mente di tutti. L'idea non mi piaceva, non mi piace nemmeno adesso… ma il Comitato ha delle ottime argomentazioni, Squall."

Lui la guardò interrogativo; lei le elencò, come se non venissero da lei, ma le avesse imparate a memoria in previsione di un discorso del genere. "Primo: Seifer è stato per un certo periodo il Comandante dell'esercito galbadiano. In quel periodo l'esercito stazionava direttamente nel Garden, per ogni evenienza. Seifer conosce i meccanismi sia dei SeeD di Galbadia, che dell'esercito non specializzato. Conosce codici, strutture, funzionamento, strategie. Per noi tutto questo è una manna dal cielo. È vedere il nemico dal di dentro."

"Sì," ammise Squall, "è un vantaggio che non possiamo sprecare."

"Secondo: Seifer non ha mai rivelato a nessuna delle strutture militari di Galbadia come funzionasse la SeeD o come lavorasse la resistenza a Timber. Questo ha aumentato l'importanza del suo ruolo – lui ci permette di conoscere i segreti del nemico, ma non ha rivelato i nostri."

"Seifer ha una certa lealtà," disse Squall. "È sicuramente un bastardo che se ne frega degli altri e che ambisce solo al potere, ma agli amici è fedele. Vi considerava amici," terminò, sorridendo all'espressione sorpresa di Rinoa. "Hey, non mi piace, ma non significa che non abbia qualità o che io non le rispetti. Non ci sopportiamo, ma abbiamo sempre avuto stima l'uno dell'altro."

"Ok," sorrise a sua volta Rinoa. "Terzo: Seifer ci avrebbe aiutato gratuitamente. Sì, rispetto alle altre come giustificazione è piuttosto stupida, ma dopo l'arresto le finanze si sono assottigliate e ogni aiuto gratis è, di nuovo, una manna dal cielo."

"Accettare il suo aiuto era la mossa migliore. Avete fatto bene," disse Squall, attirandola di nuovo a sé. "Perché non volevi?"

"Ero preoccupata per te," ammise lei sottovoce. "Dovevamo ricontattarvi e vi volevo tutti con me… e non volevo che la sua presenza vi disturbasse. Alla fine però il mio voto non ha contato molto, e ho accettato la loro decisione. Lo abbiamo assegnato alla trasmissione di informazioni perché lui ci ha raccontato che per alcuni soldati – soprattutto i più giovani, reclutati da poco – lui è ancora una specie di eroe. In pratica c'è gente per cui il cattivo di turno sei tu," ridacchiò, sentendo una risata simile risuonare nel petto di lui. "Se lui facesse avanti e indietro dalla stazione televisiva a una casa qualsiasi di Timber, questi soldati non lo fermerebbero mai. Noi invece… correremmo più rischi di essere fermati e perquisiti. E dato che sono spesso le nuove reclute che vengono mandate a Timber… ci è sembrata, ancora, la soluzione migliore."

Lui le posò due dita sotto il mento e le fece alzare il viso per guardarla negli occhi. "Scusa per oggi. Ho esagerato e adesso me ne rendo conto. Non avrei dovuto trattarti così," terminò, posandole un dito sulla labbra quando lei fece per interromperlo. "Grazie per avermi aspettato."

Lei sorrise. "Nulla in confronto a quanto mi hai aspettato tu, Squall. E poi mi piace quando fai il geloso," disse ridacchiando, quando lui fece un'espressione a metà tra il seccato e lo stupito. "Comunque… sai com'è fatto Seifer. Potrebbe dire qualsiasi cosa per farti arrabbiare. Ti prego solo… qualsiasi cosa ti dica su di me, non è vera. Tu sei stato il primo… e sei sempre l'unico."

Lui si abbassò a baciarla, uno di quei baci lenti e lunghi e appassionati che le ricordavano quel sabato pomeriggio in cui le aveva chiesto di passare la serata in camera con lui. Gli sorrise quando si separarono, e lui si alzò, rimettendo a posto la custodia del gunblade e andando a prendere il cestino della mensa.

"Ora ceniamo," disse lui, togliendo dal cesto una porzione doppia di tutto e posandola sul tavolino davanti a lei. Lei guardò stupita alternativamente lui e il cesto, fino a quando lui finì di 'apparecchiare' e le disse imbarazzato, grattandosi la nuca, "pensavo che saresti venuta qui…"

Lei ridacchiò, coprendosi la bocca con una mano, e gli occhi le scintillavano di gioia e d'amore quando rispose, "beh, sai. Non so dove dormire…"

"Non penserai di dormire, vero?" scherzò lui. Aveva pensato che sarebbe stato carino sedurla, alla fine – sempre che lei non fosse troppo arrabbiata – e aveva immaginato che sorprenderla con la cena sarebbe stato un buon inizio. Anche se la cena della mensa non era esattamente una cena da gourmet. Anche se non pensava realmente che Rinoa l'avrebbe rifiutato. Anche se, a dirla tutta, non aveva creduto realmente che lei lo avrebbe aspettato davanti alla porta.

Mentre mangiavano, Squall disse con fare noncurante, quasi non contasse nulla, "se si azzarda a dire qualcosa su di te…"

"Tranquillo," lo interruppe Rinoa, vuotandosi un po' d'acqua. "Se si azzarda a dire qualcosa su di me, ho una nuova mossa di Angelo da provare."


I due SeeD che lo avevano accompagnato dal Preside lo stavano ora accompagnando alla stanza di detenzione da cui sarebbero andati a prelevarlo la mattina dopo poco prima della partenza. Camminare di nuovo per i corridoi del Garden di Balamb era strano; c'era chi lo guardava storto, chi iniziava a sussurrare non appena li aveva superati, chi invece faceva un'espressione stupita ma poi scrollava le spalle e se ne tornava ai fatti propri. Ecco, stranamente ora gli piacevano di più questi ultimi.

Una volta avrebbe venduto l'anima pur di avere l'ammirazione delle persone davanti a cui passava. Una volta, divideva quell'attenzione con Squall. Entrambi al top, per motivi diametralmente opposti, entrambi esperti di un'arma così difficile da maneggiare eppure con uno fascino insito, antico e inderogabile. Tutti cedevano all'ammirazione, quando vedevano passare un gunblader. Erano quelli che combattevano con l'arma più rara al mondo, l'arma passata alla storia come quella del Cavaliere della Strega. Quando aveva scoperto che il Cavaliere del film che lui adorava da bambino era il padre di Squall, l'ironia l'aveva colpito come un fulmine a ciel sereno: lui ne imitava la posa di battaglia, la celebrazione della vittoria, e Squall, senza nemmeno sapere che quel film esisteva, possedeva una tecnica raffinata, quasi innata. Naturale ed elegante.

Seifer non era naturale ed elegante con il gunblade. Per anni si era allenato cercando sempre di ricordare quella posa di battaglia, quella celebrazione della vittoria che il film aveva consegnato alla Storia. Allora aveva desiderato essere il Cavaliere della Strega, quando aveva visto l'eroe proteggerla dal drago. Era una banale storia di bene contro il male, ma quale storia, si era chiesto più avanti Seifer, non era in fondo riconducibile al bene contro il male? Bene e male erano due opposti che si toccavano agli estremi. Lo aveva imparato, nel corso della guerra: nulla è mai totalmente nero o bianco. Esistono più sfumature di grigio di quante il linguaggio umano sia in grado di definire.

Si chiese se anche Squall, quando passava per i corridoi, adesso, si sentiva addosso occhi che lo scavavano, occhi che lo esaminavano, occhi che lo giudicavano. Sempre la guerra gli aveva insegnato che un leader difficilmente è amato da tutti: Squall era sicuramente oggetto di invidie, di rancori, dettati dalle ambizioni spezzate di qualcuno, o dai meriti insufficienti di qualcun altro. Ricordava Nida, il giorno dell'esame SeeD, che borbottava che presto il Garden sarebbe stato suo: come si sentiva nel vedere sotto agli occhi ogni giorno che il Garden, invece, era di fatto di Squall? Come si sentiva Squall nel saperlo e nel dargli ordini sulla rotta da seguire?

Quanti altri Nida si nascondevano nel Garden di Balamb, nel mondo intero?

Lui e Squall erano stati entrambi al top, spiccando per i loro meriti, a volte i loro demeriti, per il loro talento, per le loro sfide, per la loro tecnica e agilità, per la loro rivalità accesa. Quando qualcuno diceva loro di lasciar perdere, loro ridevano. Con chi allenarsi, se non con l'unica altra persona al mondo che usa la tua stessa arma?

Nessuno degli osservatori esterni, nemmeno Quistis, aveva mai capito le regole insite nelle loro sfide al primo sangue, il pungolo incessante al miglioramento che rappresentavano l'uno per l'altro. La sfida non era spiccare tra gli altri, spesso mediocri, studenti del Garden. La sfida era avere la meglio l'uno sull'altro, sapere affondare meglio dell'altro, saper parare il colpo prima che andasse a segno.

Era così che erano diventati i migliori gunblader del pianeta.

Arrivati alla stanza di detenzione, uno dei due SeeD si mosse per aprire la porta. Erano sorprendentemente gentili con lui; si era aspettato parole di scherno, battute ed allusioni, ma erano rimasti zitti per tutto il tempo. A parte quando si erano scontrati con Quistis…

…Quistis. Una delle ragioni per cui questa missione avrebbe fatto schifo, oltre al fatto che avrebbe dovuto sorbirsi Squall e Rinoa che tubavano da bravi innamorati. Non era sicuro quale delle due cose fosse peggio: affrontare la ragazza che un'estate aveva desiderato e che non aveva mai avuto, e che aveva preferito darsi al suo rivale della vita, o affrontare quella che in effetti lui aveva desiderato e avuto, ma che avrebbe preferito darsi al suo rivale della vita. In tutta la faccenda, nessuno aveva mai desiderato lui e la cosa aveva lo squallido sapore della tristezza.

I SeeD lo accompagnarono dentro e lo fecero sedere sulla brandina, tenendolo d'occhio mentre confabulavano su chi avrebbe dovuto stare di guardia. Alla fine decisero per chiederlo direttamente al Comandante Leonhart, e lo chiamarono sul suo numero privato.

Seifer ascoltò con interesse la conversazione. Il SeeD che parlava con Squall ogni tanto sbarrava gli occhi e faceva un'espressione che il suo amico sembrava interpretare benissimo, ma che lui non riusciva a decifrare. Alla fine, chiuse la comunicazione e Seifer gli sentì dire, "il Comandante dice che possiamo lasciarlo senza guardia. Non scapperà di sicuro secondo lui e in ogni caso se ne assume personalmente la responsabilità."

"Mi prendi in giro?"

"No. Mi ha detto esattamente così: possiamo andare e lasciarlo qui, basta portarlo all'ingresso per le sette domattina. Era piuttosto… impegnato."

L'altro SeeD guardò l'amico senza capire. "Con una donna, idiota," disse il primo, sospirando. "Sarà la tipa di Timber che è tornata oggi. Si sentiva ridacchiare e ansimare in sottofondo… cose che non pensavo di sentire mai telefonando al Comandante."

L'altro ridacchiò un po', poi entrambi scrollarono le spalle e tornarono a rivolgersi a lui. "Il Comandante ritiene di poterti lasciare solo per la notte. Non è che farai scherzi, vero? Perché ha detto che se ne assume la responsabilità, ma era… piuttosto preso… e non so se lo pensa davvero, ecco."

Seifer sorrise a sua volta. Questi due gli piacevano: non spettegolavano, erano persone semplici, e si facevano gli affari loro. Che il Comandante fosse in camera sua a fare sesso a loro non importava; l'importante era che non se la prendesse con loro il giorno dopo, se aveva dato gli ordini con la mente un po' annebbiata. "Se vi do la mia parola vi basta?"

I due si scambiarono uno sguardo, scrollarono le spalle e sembrarono decidere che bastava. "Ti slego le mani per la notte," disse quello che aveva telefonato a Squall. "Ma chiudo la porta a chiave. Se ti serve qualcosa dillo adesso," terminò, togliendogli le manette e posandole sul tavolino della stanza.

"Sono a posto, grazie," rispose Seifer.

"Ok. Domattina alle sette meno un quarto ti veniamo a riprendere per portati dal Comandante."

Seifer annuì, stendendosi sulla brandina, e i due SeeD uscirono. Udì lo scatto della chiave nella serratura, e i passi che si allontanavano. Se le accoglienze fossero state tutte così, sarebbe stato a cavallo.


Rinoa si era tolta gli stivali, mentre Squall riportava il cesto vuoto alla mensa, e si era accomodata sul divano. Persino quello le sembrava un lusso, dopo due mesi in cui aveva dovuto darsi alla macchia: di certo dormire sull'erba poteva anche essere carino, ogni tanto, ma dopo un po' il corpo aveva bisogno di qualcosa di morbido e accogliente, e soprattutto asciutto.

Squall rientrò e sorrise; sembrava che lei si godesse un mondo il suo divano. Ricordava di aver protestato con Cid che non gli serviva un appartamento di quel genere, né tutti quei mobili, ma ora come ora aveva quasi voglia di ringraziarlo. Si tolse gli stivali e la giacca, e andò a sedersi accanto a lei, allungando una mano ad accarezzarla appena sotto l'ombelico.

"Comoda?" le disse quando lei aprì gli occhi.

"Mh-mh," fece lei, stiracchiandosi un po'. "Non sai quanto avevo voglia di dormire su un letto normale, o almeno sul sedile di un treno."

"Scordati di dormire," sussurrò lui, facendo scorrere lentamente la mano sul suo corpo fino a chiuderla intorno a un seno. Si avvicinò fino a quando i loro fianchi si toccarono e lei mugolò qualcosa.

"Ma non voglio dormire. Non vedi che mi sono già spogliata?" scherzò indicando gli stivali abbandonati per terra, mentre lui le saliva a cavalcioni, sostenendo il proprio peso sulle ginocchia.

Aveva appena cominciato a baciarla quando il telefono squillò da qualche parte nella stanza. Sbuffando, le mugolò che doveva rispondere e si sollevò da lei, andando poi allo scrittoio per sollevare la cornetta.

"Leonhart."

Lei fece un rumore che lo fece voltare, e decise che era ora di divertirsi un po': si alzò in piedi e iniziò a sbottonarsi la giacca, lasciandola cadere per terra, e poi levò anche il maglioncino, rimanendo solo con il reggiseno. Gli fece cenno con il dito di avvicinarsi, con un sorriso malizioso, e iniziò a slacciarsi i pantaloni mentre lui la guardava, avvicinandosi impercettibilmente a lei.

"Non ha bisogno di custodia. Lasciatelo libero per stanotte e andate pure, basta che domattina alle sette lo scortiate all'ingresso del Garden."

Rinoa lasciò cadere a terra i pantaloni, e uscì dalla stoffa con una mossa sensuale, continuando a fargli cenno con un dito di avvicinarsi. Si sedette nel punto in cui il divano faceva angolo e diventava più largo, e quando lui le fu abbastanza vicino allargò le gambe perché lui potesse inginocchiarcisi in mezzo, cosa che lui fece prontamente.

"Sì, sono sicuro, e so chi è. Vi assicuro che non scapperà. Chiudete la porta a chiave se avete paura che scappi," disse Squall al SeeD che insisteva dall'altro capo della cornetta, osservando Rinoa che tendeva il suo corpo fino a sfiorare il suo bacino con il proprio, e poi si muoveva appena, ridacchiando della sua espressione mezza stupita.

Le fece cenno di tacere, cercando di evitare di ansimare al telefono, e poi rispose di nuovo, "vi ripeto che non scapperà. Mi assumo io la piena responsabilità. Scortatelo domani mattina alle sette all'ingresso…"

Non gli riuscì più di non ansimare, perché Rinoa aveva iniziato a sfiorarsi appena i capezzoli ancora coperti con la punta delle dita, e quel gesto le faceva tendere il corpo ancora di più, spingendola a premersi contro il suo bacino. Ora era sicuro che anche l'altro SeeD la sentisse.

"…all'ingresso del Garden. È il mio ultimo ordine. Buonanotte," disse chiudendo bruscamente la comunicazione e gettando il telefono a casaccio sul tavolino. Perché diavolo gli rompessero l'anima con richieste così stupide non riusciva a capirlo, ma sperava solo che non avessero sentito Rinoa…

"Ti fidi abbastanza da lasciarlo senza custodia?" ansimò Rinoa, continuando a muoversi contro il suo bacino, sentendolo indurirsi sotto alla pelle dei pantaloni.

"È una prova," disse lui, affondando il viso tra i suoi seni mentre rispondeva finalmente alle spinte del suo bacino. "Se la supera… rimane nella missione… Hyne, Rinoa, ti vesti sempre di pizzo quando scappi?"

Lei rise, allungando le mani a togliergli la maglia mentre lui sganciava le cinture e si slacciava i pantaloni. "No, sapevo che non avresti voluto dormire. Pensavo che apprezzassi…"

"Lo apprezzo," gemette lui abbassandosi i pantaloni, mentre lei li spingeva giù con i piedi lungo le sue gambe. Era un gesto che lo eccitava, lo aveva imparato in quella settimana chiusi in camera.

Lui tornò a baciarla, lasciandole scorrere le mani sulla schiena, una verso il basso, a infilarsi nelle sue mutandine per accarezzarle le natiche, e l'altra verso l'altro, a sganciarle il reggiseno in fretta. Le gemette un bacio contro il collo quando lei si mosse per far cadere la stoffa e il suo seno nudo incontrò il suo petto, e pensò di non essersi mai reso conto fino ad allora di come gli fosse mancato anche il sesso, e gli sembrò di sentirsi scoppiare se non l'avesse presa subito. Si separò da lei bruscamente, lasciando scorrere le mani lungo i suoi fianchi fino a infilarle sotto l'elastico dei suoi slip, levando in fretta anche quelli. La aiutò quando lei allungò le mani a sfilargli i boxer, accompagnando anche quelli con i piedi, e quando sentì le sue dita sfiorargli le caviglie, mentre lei sollevava le gambe a stringersi intorno ai suoi fianchi, chiuse gli occhi lasciando andare un gemito.

"Allora," disse lei ansimante, scostandogli i capelli dal viso. "Pensi di portarmi in camera, adesso?"

"Nemmeno per idea," disse lui tornando a guardarla, allungando una mano per accarezzarle i capezzoli come aveva visto fare a lei.

"Perché?" gemette lei, tendendosi sotto alle sue carezze e premendosi di nuovo ritmicamente contro il suo bacino. Senza vestiti era molto, molto meglio, e cercò di allungarsi per abbracciarlo e succhiargli quel punto sul collo che lo faceva impazzire, ma lui la spinse contro lo schienale, infilandosi lentamente sotto di lei, sostenendosi sulle ginocchia. La premette di più contro lo schienale abbassandosi a succhiarle un seno, e lei si tese nuovamente, bloccata dal desiderio di spingersi contro di lui e dall'impossibilità di farlo perché lui l'aveva praticamente immobilizzata. Inarcò la schiena ed emise un gemito di frustrazione.

"Perché sul divano non abbiamo mai provato," rispose lui dopo alcuni minuti, quando lei si era già scordata della domanda e sapeva solo che c'era la sua lingua sul suo seno. Non le diede tempo di dire altro, si impossessò della sua bocca con un bacio che le tolse il fiato, e si mosse impercettibilmente tra le sue gambe, mentre una mano scendeva a posarsi appena sotto alle sue natiche, a far da supporto ai movimenti scomposti del suo bacino, e l'altra le percorreva il fianco in una stretta dolorosamente piacevole che si fermò bruscamente sul seno, con il pollice che strofinava il capezzolo inturgidito.

Lei gemette qualcosa nel bacio e lui si separò da lei quanto bastava per osservarla gettare all'indietro la testa, appoggiandola sullo schienale, intrappolata tra il suo corpo caldissimo e la stoffa che sembrava quasi fredda contro la schiena. Quando si rese conto che lui era praticamente immobile, aprì gli occhi e lo osservò sorridere, mentre si premeva appena contro di lei.

"Saltiamo i preliminari?"

Lei sospirò un sì e lo attirò a sé per baciarlo, cercando di spingersi in giù quando lo sentì entrare in lei a una lentezza insopportabile. Lui però si separò da lei, tenendole con forza i fianchi, e ansimò, "aspetta." Lei capì che era il suo modo di fargliela pagare per la sua lunga assenza e lo lasciò fare, inarcandosi contro di lui, tesa come una corda di violino, mentre lo sentiva penetrarla così lentamente che le sembrava di sentire ogni millimetro del suo sesso. Non riuscì a evitare di gemere per tutto il tempo, mentre lui era così silenzioso da farla quasi vergognare di come fosse a riuscito a possederle anche la voce, e in quell'interminabile e straziante piacere le sembrò che lui l'avesse riempita totalmente, che la stesse penetrando in tutti i sensi, e il suo corpo percepiva solo il suo sapore, il suo odore, sentiva il rumore del suo sesso dentro di lei e le sue mani, saldamente ferme sui fianchi, che sembravano ancora percorrerla tutta con le sue carezze insieme ruvide e delicate. E quando aprì gli occhi, e l'espressione di Squall era così ubriaca di lei da farla sentire incredibilmente invincibile, si sentì piena di lui in ogni cellula e in ogni fibra del suo corpo, ed ebbe l'assoluta, brillante certezza che non avrebbe mai potuto appartenere a nessun altro come apparteneva in quel momento a lui.

Poi finalmente lui era completamente immerso in lei e lo sentì sussurrarle all'orecchio che gli era mancata da impazzire e che non l'avrebbe più lasciata andare via da sola e tutto quello la intenerì così tanto che preferì baciarlo e rassicurarlo e non sentire le altre cose che avrebbe potuto volerle dire. Lui abbandonò la lentezza e si spinse dentro di lei con una forza che le dimostrava solo tutta l'urgenza e tutto il bisogno che lo riempivano in quel momento, e lo ascoltò gemere nella sua bocca, spingendosi contro di lui con la stessa forza e con la stessa urgenza, e con l'idea che il divano avrebbero dovuto provarlo più spesso perché il modo in cui lui la sosteneva penetrandola la faceva sentire leggera e le provocava una meravigliosa sensazione di vuoto nella pancia che crebbe, crebbe e crebbe fino a quando si trovò scossa dai tremori del piacere, sempre più premuta contro lo schienale dal corpo di lui che le si muoveva addosso, e si chinò a succhiargli il punto del collo che aveva scoperto quel sabato pomeriggio che sembrava così lontano, per riuscire a provare la sensazione di avere un orgasmo insieme a lui. Ci riuscì, e l'emozione sembrava frantumarle l'anima in scaglie di piacere che le riempivano i sensi e quel dilaniarsi la apriva a qualcosa di totalmente nuovo e inaspettato che la incuriosiva e le riconsegnava, infranta e ricomposta, una parte della sua anima che non ricordava di avere.

Lui si lasciò cadere all'indietro, trascinandola su di sé e abbracciandola, per riprendere fiato prima di andare a dormire. Erano tante le cose che gli erano mancate di lei, al di là degli aspetti più fisici del sesso: il profumo dei suoi capelli, l'odore del suo sudore e della sua eccitazione, la sensazione della sua pelle, sempre troppo morbida rispetto alle sue mani, indurite dall'uso del gunblade. Il suo peso. La sensazione dei baci sul petto che lo ringraziavano di quei momenti di debolezza in cui le avrebbe portato anche la luna, se lei gliel'avesse chiesta. Le dita di Rinoa che si aggrappavano alla sua schiena, premendo contro la sua carne, ma senza fargli male perché aveva il vizio di mangiarsi le unghie. L'idea che se lui le avesse chiesto di farle crescere, perché voleva sentirle nella pelle quando godeva, lei l'avrebbe fatto, perché era curiosa e aperta, e perché se lui le avesse chiesto la luna lei gliel'avrebbe portata. Il suo respiro che gli solleticava i peli del petto. La sua voce, la sua risata… anche la sua biancheria intima. Il modo tutto suo che aveva di mangiare, tagliando con il coltello dietro la forchetta e poi infilzando il boccone. Il modo in cui scrollava le spalle quando le diceva che sarebbe stato più veloce e logico tagliare con il coltello davanti alla forchetta.

Allungò una mano ad aprire il cassetto del tavolino per prendere il suo pacchetto di sigarette. A fumare gli aveva insegnato Seifer, dopo che aveva perso una sfida con lui. Aveva scoperto che la sigaretta aveva un potere rilassante, per lui, ma non quanto allenarsi con il suo gunblade. Fumava solo in rarissime occasioni, quando era così nervoso che gli tremavano le mani e, da poche settimane, dopo il sesso. Era diventato un luogo comune dell'amore, proprio lui che nemmeno voleva sentirne parlare solo pochi mesi prima: prima andava alla mensa e ordinava per due, perché sapeva che lei sarebbe andata da lui, o comunque la sarebbe andata a cercare; poi sceglieva quello che le piaceva di più; poi le portava la borsa, poi le diceva che era meravigliosa quando facevano l'amore, e poi con un braccio le stringeva la vita e con l'altro fumava la sua sigaretta.

Era il momento tutto suo che l'amore non gli permetteva più di avere.

Quando tempo prima aveva guardato gli innamorati con disprezzo, lo aveva fatto perché pensava che l'amore fosse una forma di debolezza così squallida e inutile che era persino umiliante provarla. E aveva resistito a Rinoa fino a che aveva potuto, senza rendersi conto che lei era già entrata e si era diffusa nella sua anima come un cancro. Allora, quando si era reso conto che quella sensazione che gli stringeva le viscere in una morsa era amore, si era trovato di fronte all'immenso abisso della sua anima e ci aveva guardato dentro, chiedendosi per quale motivo lei ritenesse che ne valeva la pena. L'amore rende forti, l'amore rende migliori. Lo aveva sentito centinaia di volte e non aveva mai capito del tutto cosa significasse; poi la presenza di Rinoa gli aveva aperto gli occhi. Essere innamorato di lei aveva significato, per lui, guardarsi dentro per giudicare che persona era, se meritava la splendida persona che vedeva in Rinoa. La risposta era praticamente sempre no, e quando una volta lo aveva sussurrato, in quei momenti dopo il sesso, lei aveva alzato lo sguardo e aveva detto che nemmeno lei meritava lui.

L'amore rendeva migliori perché aveva un modo brutale e violento di mettere le persone davanti ai propri fallimenti. Sapeva avvolgere l'altra persona di una luminosità così accecante da sembrare bollente, e davanti al biancore dell'anima di Rinoa lui si sentiva un essere insignificante, più inutile dell'erba dell'universo in cui lei viveva, così pieno di difetti e di cose sbagliate che lei sprecava solo il suo tempo ad amarlo. Sapere che anche per lei le cose funzionavano così era stato consolante per un verso e spaventoso per l'altro. Non era esattamente l'amore a rendere migliori. Era la propria volontà di rendersi degni dell'altra persona a fare da pungolo incessante a scoprire gli abissi della propria anima e portarli alla luce, per rivelare i fondi di bottiglia che laggiù sembravano inestimabili tesori e i veri tesori sepolti dai silenzi e dai rancori, e dalle dimenticanze. La luce che l'essere innamorati gettava sui propri abissi era crudele come quella che feriva gli occhi appena svegli, e aveva la stessa violenza di un incubo che si faceva realtà. Tutto diventava più spigoloso, più nitido e più squallido. Per lui non era diverso; Rinoa aveva toccato una corda dentro di lui che aveva acceso i riflettori sulla persona che era, e coprirsi gli occhi per proteggerli non era servito a nulla. Aveva ancora davanti a sé l'immagine della propria anima; lei lo portava a guardarci ogni giorno. E ogni giorno qualcosa era diverso, migliore, anche se era troppo poco per essere degno di lei, e allora tornava ad affrontare la vita a muso duro con la speranza di fare qualcosa che lei avrebbe ammirato, e amato.

Innamorarsi di lei gli aveva fatto capire che l'amore non era un traguardo, ma un percorso lunghissimo, devastante ed estenuante che ogni giorno andava rifatto, e che a volte si portava dietro la sensazione fredda, amara e rancida della sconfitta, della perdita, del fallimento, ma l'avere successo, per una volta, il sentire che si era fatto qualcosa di giusto, qualcosa di importante, di indimenticabile, anche nella sua semplicità, aveva il sapore di quella che doveva essere l'ambrosia di cui si cibavano gli dei. E quello ne valeva la pena.

Alla fine aveva capito che le persone che vedevano la faccenda in bianco o in nero si perdevano una parte così importante dell'amore che era come gettare via un pezzo della propria anima. C'erano più grigi di quanto il linguaggio umano, che non coincideva mai con il linguaggio dell'amore, sarebbe mai riuscito a definire a parole, e lui se li vedeva davanti agli occhi, e anche se non sapeva definirli li vedeva e quello era abbastanza. Era quello l'importante. Avere Rinoa accanto, scoprire ogni giorno qualcosa di lei lo portava a essere migliore anche con gli altri, ed era giunto alla conclusione che in realtà, l'amore era la maniera brusca in cui la vita faceva capire agli esseri umani che non conoscevano affatto se stessi.

E quel sentiero lunghissimo e quasi distruttivo che lui percorreva ogni giorno scopriva parti di lui che aveva dimenticato di avere perso, e le trovava frantumate e scomposte e talmente a pezzi da sentirsi spaccare il cuore, ma c'era lei alle sue spalle, e lei, il sentimento che sapeva scatenare in lui, sapeva ricomporle, e lui avrebbe potuto amarla anche solo per quel suo restituirlo a se stesso.

E allora lui continuava a scendere nei suoi abissi, a guardarsi con gli occhi di un bambino curioso, per la durata della vita di una sigaretta, con il motivo della sua lotta interiore stretto al petto. Era il suo momento personale, privato, pieno di una solitudine che non era più sola, ed era il suo momento di celebrazione dell'ennesimo mezzo passo avanti verso la persona migliore che lei meritava di avere accanto.

La sentì sbadigliare sul suo petto, e spense la sigaretta oramai finita per poi alzarle il mento con due dita.

"Pensi di portarmi in camera, adesso?" disse lei, con la voce piena di sonno e di stanchezza e di gioia.

Lui ridacchiò, e si sollevò a sedere, stringendosi le sue gambe intorno ai fianchi mentre lei si aggrappava al suo collo. "Sì, adesso direi di sì," le rispose alzandosi, e portandola a letto, in quel modo strano di portarla in braccio – Rinoa aveva sempre immaginato una specie di principe azzurro che l'avrebbe sollevata tra le braccia come nelle migliori favole, e Squall era invece così più cupo e così più prosaico, e così infinitamente più adorabile e reale.

"Mi lascerai dormire, però?" scherzò di nuovo lei, mentre lui la gettava senza troppe cerimonie sul letto – no, non era affatto un principe azzurro.

E poi lui si inginocchiò sul letto e si avvicinò a lei praticamente gattonando, e aveva quell'espressione che sapeva di pericolo e di qualcosa di infinitamente squisito che sarebbe arrivato all'improvviso e inaspettatamente, per lei. In quei momenti Squall aveva insieme la grazia di un gatto e la forza di una tigre che caccia la sua preda – e non era sicura di come il suo 'principe azzurro' avrebbe reagito all'idea che lei lo considerasse una tigre.

"No, direi di no," rispose lui, e poi si chinò a baciarla, e lei fu praticamente certa che lui non l'avrebbe lasciata dormire per niente.

Avrebbe dovuto accontentarsi dei sedili del treno.

*****
Nota dell'autrice: parte delle riflessioni di Squall sull'amore sono ispirate alla canzone Hallelujah di Leonard Cohen, che ha un testo che è impossibile da descrivere tanto è bello e tanto fa riflettere. Sempre nelle riflessioni di Squall, l'espressione "erba dell'universo" non è mia, ma l'ho letta in Solaris di Stanislaw Lem, e mi è sembrato il modo migliore per fare un omaggio al libro che rileggo ogni anno, scoprendo sempre qualcosa di nuovo, e per esprimere qualcosa di estremamente insignificante. Se non avete mai sentito la canzone e/o letto il romanzo, ve li consiglio entrambi caldamente.
Alcune informazioni su Seifer, tipo che vuole fare il Cavaliere per aver visto il film di Laguna, e la posa di battaglia, le ho trovate sulla Final Fantasy Wikia alla voce Seifer Almasy. Vi lascio il link se vi può interessare, anche se è soltanto in inglese.