Capitolo I, Acqua e Sapone

Il sole splendeva su Minas Tirith, in un sabato pomeriggio di primavera; era una giornata calda, come se ne ricordavano poche di recente, ed erano quasi le cinque.
Il sabato era un gran giorno, per i bambini, in quanto non erano costretti ad andare a lezione dal loro precettore, Turis, un elfo con qualche migliaio di anni sulle spalle che insegnava loro i rudimenti di grammatica, matematica, storia e geografia. Aveva un bel da fare a tenerli in classe tutti insieme, con età tanto diverse tra loro, specie da quando il Sovrintendente gli aveva impedito di usare l'antico metodo delle bacchettate.
Quel giorno, sabato 13 Aprile 2983 T.E, c'era una pace innaturale, rispetto al solito. I piccoli si trovavano nel sesto cerchio, con la raccomandazione di non disturbare chi si trovava alle Case di Guarigione. Purtroppo la Cittadella era sprovvista di uno spazio adeguato ai loro giochi: Denethor aveva concesso loro di recarsi presso i giardini delle cerchia inferiore, purché non uscissero dal cancello. Si stavano divertendo insieme, per bene e senza litigare, ma la cosa non era ovviamente destinata a durare: del resto è noto che un nano ed un elfo sotto lo stesso tetto porterebbero alla disperazione chiunque, specie se il nano e l'elfo in questione hanno meno di dieci anni.
Gilraen, giunta a recuperarli, affrettò il passo sentendoli gridare.
"Che succede?" chiese, frapponendosi tra i due contendenti. "Cosa erano quelle urla?"
"È colpa sua!" replicò Legolas, indicando Gimli.
"Non è vero!" si difese l'accusato
"Sì, che è vero!"
"No che non è vero!"
"Sì che lo è!"
"Visto che hai le orecchie a punta, l'orchetto lo fai tu!"
"Impossibile!"
"Gli orchetti erano elfi una volta! E tu sei un elfo, sbaglio?"
"Qualcuno mi fa capire qualcosa?" domandò la donna.
"Stiamo giocando all'ultima alleanza," spiegò Boromir. "Io faccio Sauron, Aragorn Isildur e ci mancano Elrond ed almeno un orchetto. Per essere due contro due."
"Elrond deve farlo Legolas, mamma," interloquì Aragorn. "Legolas è un elfo. Non può farlo Gimli."
"Ma io non voglio fare l'orchetto!" insistette Gimli.
"Di certo tu non puoi fare l'elfo!" sottolineò Legolas. "Io sono un elfo. Anzi, sono più di un elfo: sono un Principe Elfico!"
Gilraen ignorò la rivendicazione del titolo nobiliare.
"Anche gli orchetti sono importanti ai fini della storia," disse. "L'orchetto non può farlo Boromir e Gimli fa Sauron, se è un problema così grande?"
"No!" rispose il figlio del Sovrintendente. "È casa mia e io l'orchetto non lo faccio!"
"Capisco…" disse Gilraen. "Poco male. Sono venuta a portarvi in casa: è ora di fare il bagno."
La risposta fu un no corale.
"Avanti, lo sapete che il sabato pomeriggio dovete farvi il bagno. È la regola," insistette la donna.
"Io sono un Principe Elfico," ribadì Legolas. "Non ho bisogno di lavarmi, sono pulito di mio."
"Ti farai il bagno come tutti gli altri," replicò Gilraen. "Sei qui da sei mesi, dovresti saperlo."
"Ma io sono un Principe Elfico," ribadì il bambino.
"Anche i Principi Elfici si fanno il bagno il sabato pomeriggio!"
"Solo se sono d'accordo! E io non sono d'accordo!"
"Io sono un Principe Elfico," gli fece il verso Gimli, "Io non ho bisogno del bagno, io profumo sempre di ciclamino anche se mi rotolo nel letame!"
"Tu, invece, puzzi sempre di letame anche se ti rotoli nei ciclamini!" replicò Legolas piccato.
"Basta!" esclamò Gilraen. "Qui a Minas Tirith il tuo titolo nobiliare non conta, Legolas. E se non la smetti di fare scenate ti metto in castigo!"
"Perché io in castigo e il nano no?"
"Se non la smettete di litigare finite in castigo entrambi."
Legolas incrociò le braccia offeso.
"Ti conviene andare a farti il bagno, Legolas figlio di Thranduil, perché mi sto arrabbiando. E lo stesso vale per voi tre!"
"Ma io non me lo voglio fare il bagno, mamma," disse Aragorn aggrappandosi alla gonna della madre. "Non mi piace fare il bagno. Io sto bene così, mamma, sono un Ramingo!"
"Aragorn…"
"Ma se nessuno di noi vuole farsi il bagno possiamo non farcelo e basta?" insistette il futuro Re.
"No. Ho detto di no. E se non la fate finita, ragazzini, andrò a chiamare Denethor. E non scherzo."
"Io vado a farmi il bagno," si arrese Boromir. Suo padre non era mai stato particolarmente severo con lui, in cinque anni di vita, ma meglio non rischiare.
"Bravo bambino," sorrise Gilraen dolcemente. "Poi? Chi altri?"
"E va bene…" sospirò Gimli, sentendosi il fratello maggiore: dall'alto dei suoi otto anni doveva dare l'esempio.
"Ottimo," commentò Gilraen.
Mancavano Aragorn e Legolas, rispettivamente suo figlio e il suo cocchino, come il principino era stato spesso definito.
"Dovrete aspettare che finiscano gli altri due," disse. "Intanto, avviamoci verso casa."
Aragorn rispose arrampicandosi su un albero. Legolas non si mosse, continuando a fare l'offeso.
Gilraen sospirò.
"Elfino, per favore…" disse.
"No! Voglio parlare con mio padre!" replicò il bambino.
"Tuo padre è a Bosco Atro."
"Non importa! Riferirò tutto a un corvo e aspetterò la risposta di mio padre!"
"Legolas, non abbiamo giorni e giorni di tempo per aspettare il parere di tuo padre. E non mi pare nemmeno il caso di disturbarlo per una sciocchezza simile!"
"Ho detto che voglio parlare con mio padre!"
"Tuo padre ti direbbe di comportarti bene ed essere obbediente."
"Mio padre ti direbbe che devi fare come dico io!"
"No, Legolas, e lo sai…"
"Io credo di sì!"
"Se vuoi vado a prendere la lettera con cui tuo padre ci autorizza a crescerti come un figlio." Il piccolo non rispose. "Non fa cenno ad eventuali privilegi dovuti al tuo titolo nobiliare, anzi, ci raccomanda di essere severi con te."
"E allora?"
"Se non la smetti ho tutto il diritto di fare quello che meglio credo."
"Ma io non ho fatto niente, ho solo detto la verità!"
"Mi stai disobbedendo, Legolas, e sei anche piuttosto maleducato."
"Sei cattiva!"
"Se io sono cattiva tu sei in castigo."
"No!" strillò Legolas. "Non voglio!"
"Allora comportati bene!"
L'elfino pestò i piedi e si buttò per terra. Gilraen maledisse per un attimo quell'età tra i sei e i sette anni che rendeva i bambini tanto capricciosi.
"Se non la fai finita subito, passiamo alle sculacciate," minacciò.
"Non voglio!" gridò Legolas, in piena crisi isterica. "Ti prego…" aggiunse singhiozzando più forte.
Gilraen lasciò che si sfogasse e si limitò a coccolarlo quando riuscì a farlo alzare di nuovo in piedi. Era molto più severa a parole che a fatti, perché poi li vedeva piangere e disperarsi e le dispiaceva… Arathorn avrebbe trovato da ridire su come aveva gestito la situazione in quell'occasione, ma poco male dato che non era lì.
"Posso chiudere un occhio, per questa volta, ma devi comportarti bene. Intesi?" disse facendo una carezza all'elfino.
"Sì," annuì il piccolo consolandosi. "Facciamo pace?"
"Facciamo pace. Ma non devi rispondermi male e voglio che ti fai il bagno. Promesso?"
"Voglio che mi aiuti tu a fare il bagno, non la cameriera!"
"D'accordo. Ma prima dobbiamo recuperare Aragorn."
Legolas annuì e seguì Gilraen in direzione dell'albero su cui si era rifugiata la più piccola delle quattro pesti: cinque anni compiuti il mese prima.
"Aragorn, quello che ho detto a Legolas vale anche per te," sospirò Gilraen. "Scendi. Ora."
"No!" fu la risposta del bambino, appollaiato su un ramo.
"Devo chiamare Denethor?"
"Chiamalo, se vuoi!"
"E quando tuo padre tornerà a casa gli dirò come ti comporti quando lui non c'è!"
"Tanto da quando tornerà a casa sarà tutto dimenticato!"
"Ne sei sicuro?"
"Mi sono fatto il bagno sabato scorso, sono pulito."
"Non sei pulito. Scendi!"
"No! Io sono un Ramingo! E il bagno non me lo faccio!"
Gilraen cercò, inutilmente, di convincere suo figlio con minacce e poi promesse di premi, rassicurazioni e ragionamenti sul perché fosse importante che facesse il bagno almeno una volta alla settimana. Nulla sembrò smuovere l'ostinato Re da quella posizione.
"Aragorn, non fare arrabbiare tua madre," intervenne infine una voce maschile. Era il Sovrintendente di Gondor: Endacil, il maggiordomo, non vedendo tornare la sua Signora si era recato nella Sala del Trono per riferire. Per fortuna Denethor non era particolarmente impegnato, quel pomeriggio, dato che era Sabato. Gilraen fu molto felice di vederlo, Legolas si limitò ad un timido: "Ciao zio".
"Aragorn, se non scendi subito vengo a prenderti io," proseguì l'uomo. "E, credimi, è meglio che non venga a prenderti io."
Il bambino replicò avvinghiandosi al tronco dell'albero con tutte le forze.
"Bene, se è questo che vuoi…".
Dimostrando una certa agilità, dovuta ad anni ed anni di esperienza nell'arrampicarsi sugli alberi durante l'infanzia, Denethor raggiunse Aragorn in men che non si dica. Lo acchiappò e lo passò a Gilraen; il bambino oppose resistenza e scalciò con tutte le proprie forze. Il Sovrintendente scese a terra e gli lanciò un'occhiata severa, in seguito alla quale il piccolo si riparò il fondoschiena.
"No," disse l'uomo. "Voltati e togli le mani." L'interessato scosse la testa. "Ti conviene collaborare, altrimenti andiamo in camera tua e ne diamo cinque, come i tuoi anni."
"Ma nemmeno il mio babbo ha mai fatto così!" pigolò il bambino.
"C'è sempre una prima volta." Il piccolo si guardò i piedini. "Aragorn?"
L'imputato smise di ripararsi, si voltò e strizzò gli occhi attendendo l'inevitabile. L'uomo gli rifilò un sonoro sculaccione.
"E da qui in avanti comportati bene," aggiunse.
L'Erede al Trono trasse un profondo respiro, si ripromise di non piangere, quindi guardò prima la mamma, poi lo zio, poi Legolas… ed infine scoppiò in lacrime.
"Chiedi scusa a tua madre," disse il Sovrintendente con voce calma.
"Scusa… scusa mamma," balbetto il bambino.
"Amore," disse Gilraen prendendolo tra le braccia. "Vedi che cosa succede a fare i capricci? Non piangere, su. Andiamo a fare il bagno e poi giochiamo insieme?"
Aragorn annuì.
"Mi dispiace averti fatto male," disse Denethor abbandonando i panni del cattivo. "Ma quando ci vuole ci vuole."
"Mi… mi brucia," pigolò l'Erede di Isildur con occhi imploranti ed il labbro inferiore che tremolava.
"Vieni qui," disse il Sovrintendente, prendendolo dalle braccia di Gilraen. "Non sarebbe stato meglio obbedire dall'inizio?" Il bambino annuì. Legolas camminò a fianco degli adulti senza dire una parola, ma pensando che sarebbe potuto capitare anche a lui.
Mentre rientravano, Gilraen si ritrovò a considerare che Denethor sembrava particolarmente pensieroso, quel giorno. Si domandò che cosa non andasse, esattamente, e si ripropose di chiedere spiegazioni quando fossero rimasti soli.
L'uomo aveva parlato col maestro di suo figlio e gli era stato riferito che il pargolo non era molto disciplinato: si comportava come un piccolo serpentello e ciò era tutt'altro che opportuno, per un futuro Sovrintendente di Gondor.

Lavato, vestito e profumato Boromir si era seduto sul tappeto della Sala e si era messo a giocare con i cubetti di legno assieme a Gimli.
Era un modo perfetto per passare il tempo che li divideva dall'ora di cena senza sudare e sporcarsi. Non gli dispiaceva fare il bagno, in effetti, e trovava che fosse anche divertente… ma aveva un'immagine da mantenere e doveva lamentarsi come tutti gli altri. E poi, comunque, non c'era nemmeno sua madre ad aiutarlo.
Vide passare i quattro diretti al piano di sopra: Legolas teneva la testolina bassa, mentre Aragorn aveva ancora gli occhi gonfi.
"Ciao babbo," disse con un sorrisone. "Vuoi giocare con me?"
"Non oggi, Boromir," rispose Denethor. "Porto loro di sopra e poi io e te dobbiamo parlare."
"Parlare di cosa?" chiese il bambino preoccupato.
"Parlare di come ti comporti a lezione da Turis."
Boromir si irrigidì.
"Sì," disse chinando il capo.
"Le hai prese, elfo?" domandò Gimli in direzione dell'eterno nemico, vedendolo mansueto.
"No, non le ho prese," replicò Legolas piccato.
"Ne sei proprio sicuro?"
"Le ha prese Aragorn, non io!"
Aragorn nascose la testa nella veste dello zio: non voleva che si sapesse: grazie tante Legolas!
"Non si ride delle disgrazie altrui," intervenne Gilraen.
"Ma io non ho riso!" rispose il nano. "Anzi, mi dispiace per Aragorn!" ribadì mentre quelli si avviavano al piano di sopra.
"Un cocchino, ecco che cos'è quella cosa con le orecchie a punta: un cocchino!" inveì quando lui e Boromir furono rimasti soli. Boromir non rispose: sapere che Turis aveva parlato con suo padre era stato come una tegola in testa.
"Il babbo è arrabbiato con me!" disse infine.
"Ti ha solo detto che dovete parlare," replicò Gimli.
"Mi vuole sgridare!"
"E allora?"
"Io non voglio essere sgridato! E messo nell'angolino… non ci voglio stare nell'angolino!"
"Mio padre mi metterebbe nell'angolino tirandomi su per le orecchie. E non ti racconto nemmeno il seguito…" considerò il figlio di Glόin, a cui piaceva davvero molto trovarsi a Minas Tirith.
"E se mi nascondo da qualche parte?" insistette Boromir.
"Così, se non è arrabbiato, è la volta che si arrabbia davvero. Bella idea!"
"Ma io non posso stare qui!"
Gimli sospirò.
"Se proprio devi, nasconditi nell'armadio di Aragorn ché ci abbiamo fatto i buchi per giocare a nascondino!" disse infine.
Boromir schizzò via, verso il piano di sopra, confidando nel fatto che la camera di Aragorn fosse ben più vicina alle scale rispetto alla stanza da bagno. Per un miracolo riuscì a nascondersi senza farsi beccare: Aragorn era davvero molto stanco e la mamma lo aveva steso sul letto perché si rilassasse un po'. Le era dispiaciuto sentirlo piangere, poco prima, ma sperò che la cosa potesse servire a renderlo un bambino più obbediente. Legolas decise che, piuttosto che scendere al piano di sotto e rischiare – ma più che un rischio era una certezza – di litigare con Gimli, sarebbe rimasto in camera sua a leggere un libro. Tanto, comunque, all'ora di cena ormai non mancava molto.

Gilraen si sedette sul letto accanto al figlio e gli accarezzò i capelli dolcemente.
"Sei stato bravissimo durante il bagno," disse. "Non è poi così male quando collabori, no?"
"Lo dirai al babbo che ho fatto i capricci?" chiese il bambino.
"No. Dopotutto ci ha già pensato zio Denethor."
Aragorn tirò su col naso; sua madre gli diede un bacio.
"Quando torna il babbo?" domandò il piccolo lasciandosi coccolare. "Mi manca tanto…"
"Sono sicura che tornerà presto. L'ultima volta che mi ha fatto avere sue notizie, ha detto che era nei paraggi. Quindi è questione di poco."
Aragorn annuì e nessuno dei due parlò per qualche minuto. Nel silenzio, ad entrambi parve di udire degli strani rumori nella stanza.
"Forse c'è un topo," ipotizzò la donna. "Sento degli scricchiolii."
"Li sento anch'io, mamma," convenne Aragorn.
"Mentre siamo a cena chiederò a qualcuno di controllare. Vuoi dormire con me, stasera?"
"Posso?"
"Certo." Arathorn forse non avrebbe approvato. Ma Arathorn, in quel momento, non c'era.

Denethor fu molto sorpreso di trovare solo Gimli intento a giocare con i mattoncini, quando scese di nuovo al piano di sotto: eppure Boromir era lì, l'ultima volta che lo aveva visto.
"Come mai sei qui da solo?" chiese sedendosi sul divano. Il piccolo nano non rispose. "Gimli, ti ho fatto una domanda."
"Non so dove è Boromir," disse infine il bambino.
"Ne sei sicuro?"
"Sì."
"Siediti accanto a me."
Gimli deglutì e obbedì, chiedendosi se non sarebbe finito nei guai. Sperava sinceramente di no.
"Non avere paura," lo rassicurò il Sovrintendente, intuendone i pensieri e sedendoselo sulle ginocchia: era il più grande dei quattro, ma a vederlo sembrava il più piccino.
"Zio Denethor," mormorò il ragazzino, accoccolandosi contro il petto dell'uomo.
"Dimmi, bambino."
"Secondo me tu sei bravissimo a fare il padre e anche lo zio."
"Grazie," sorrise l'interessato.
"Boromir ha paura che lo sgridi e che lo metti nell'angolino, allora si è nascosto."
"E dove si è nascosto, Gimli?"
"Non posso fare la spia, è una questione d'onore."
"Capisco… ma è in casa?"
"Sì."
"Ed è al piano di sopra?" il figlio di Glόin esitò.
"Non lo so," replicò infine.
"Grazie lo stesso," disse il Sovrintendente con un buffetto. Lasciò che il nipotino sedesse di nuovo sul divano, certo di aver capito perfettamente.
Ho generato un figlio estremamente cocciuto, considerò tra sé, mentre saliva le scale. Si auguro che il secondogenito fosse un po' meno testardo.
Finduilas era partita per Rohan per portare avanti la gravidanza o avrebbe partorito prima del tempo in quella costante bagarre: le era stato proposto di andare a Dol Amroth, ma Imrahil aveva a propria volta quattro figli più o meno piccoli e la situazione non era diversa.

Dal momento che non aveva un'idea precisa su dove cominciare a cercare, il Sire decise di chiedere aiuto a Gilraen: le donne sono brave a ritrovare oggetti smarriti e sperò che fossero brave anche a ritrovare bambini.
"Mi dispiace disturbare," disse affacciandosi sulla soglia della camera di Aragorn. "Ma avrei bisogno di parlare un attimo con te."
L'interessata si alzò e lo raggiunse in corridoio.
"Che succede?"
"Ho perso Boromir. So per certo che è in casa, ma non so dove."
"Si è nascosto? Perché?"
"Perché Turis si è lamentato con me del suo comportamento… e sa perfettamente cosa si merita."
"E cosa si merita?"
"Una bella lavata di capo, ecco cosa si merita. E solo perché Turis non si è mai lamentato prima. Non mi va che sia maleducato e irrispettoso."
"Sono d'accordo."
"Capisco che gli manchi la mamma, e mi dispiace, ma Turis è il suo maestro e a quanto mi ha detto gli ha dato certe risposte… che se non fosse così piccolo giuro finirebbe male. Molto male."
"Tipo?"
"Tipo: Mio padre è il Sovrintendente, io faccio quello che voglio e tu devi stare zitto."
"Ma davvero?"
"Davvero, sì."
Gilraen fece mente locale su dove avrebbe potuto essere: conosceva bene i suoi piccini dato che ultimamente, con Arathorn e Finduilas lontani, se li era praticamente cresciuti da sola. Escluse il terzo piano, perché ne erano terrorizzati. Ritenne possibile che si trovasse nella sala dei cimeli, al piano di sotto. Poteva essere in camera propria? No, troppo scontato. In camera dei genitori? Troppo rischioso. Plausibilmente doveva essere in una delle camere disabitate, oppure in quelle di uno degli altri bambini.
Legolas o Gimli? O anche Aragorn. Sia lei che il figlio avevano sentito dei rumori strani giusto poco prima…

Boromir, nascosto nell'armadio, stava tutto rannicchiato su se stesso. Aveva sentito cosa avevano detto sul topo e aveva anche sentito suo padre chiedere aiuto per cercarlo. Sarebbe stato intelligente nascondersi da qualche altra parte: ma dove? Sotto al letto non sarebbe riuscito a infilarsi, la finestra era troppo in alto e se fosse caduto di sotto si sarebbe fatto molto male. Forse davvero suo padre voleva solo parlare… o forse no. Dopo tutta quella sceneggiata sarebbe finito in castigo senza possibilità di scampo. Gli veniva da piangere, ma i guerrieri non piangono, quindi si trattenne.
Si accorse che i due adulti erano rientrati e, prima ancora che potesse fare qualsiasi cosa, il Sovrintendente spalancò l'anta dell'armadio.
"Bel colpo, Gilraen," disse con fare ironico. "Boromir, esci di lì."
L'interessato scosse la testa.
"Conto fino a tre. Uno, Due…"
Il bambino obbedì all'istante ed evitò di incrociare lo sguardo di suo padre. Si limitò ad osservare attentamente le venature del pavimento e le proprie punte dei piedi, tenendo le mani incrociate dietro la schiena. Non disse una parola.
"Allora?" domandò il Sovrintendente.
"Scusa…" mormorò il bambino.
"Andiamo in camera tua, forza." Boromir scosse la testa con forza. "Sì, Boromir. E subito."
"Ti prego…"
"Boromir? Non te lo sto chiedendo, te lo sto ordinando. Hai capito?"
"Sì," pigolò il piccolo, obbedendo con riluttanza. Si voltò tristemente verso la zia e verso Aragorn e li salutò con un gesto della mano.
Sopportò il supplizio dell'angolino con tutta la dignità di un guerriero. Non si oppose, non pianse e non chiese di poter essere liberato prima del tempo. Denethor lasciò che riflettesse, in quella posizione, per circa dieci minuti, quindi decise che poteva bastare. Gli si avvicinò e gli mise una mano sulla testa.
"Mi prometti che farai il bravo?" chiese.
"Sì, babbo," disse il bambino con un filo di voce.
"Puoi venire a sederti sul letto, se vuoi." Il ragazzino obbedì, sempre tenendo gli occhi bassi. Denethor avrebbe voluto abbracciarlo, ma si ricordò che doveva fargli la paternale.
"Boromir," cominciò. "Boromir, il tuo maestro mi ha detto come ti comporti a lezione. E non è quello che mi aspetto da te. Non ti permetterei di comportarti così nemmeno se fossimo la famiglia più umile di tutto il Regno e non te lo permetto in quanto mio figlio: l'ultima cosa che voglio è regalare a Gondor un Sovrintendente indisponente, strafottente e maleducato."
Al piccolo vennero gli occhi lucidi e si morse il labbro.
"Il tuo maestro è una persona che io ho in grande stima. È estremamente colto e vive qui da generazioni. Non ti permetto di mancare di rispetto a lui più di quanto ti permetterei di mancare di rispetto a me. Quando sei a lezione lui, nei tuoi confronti, ricopre quello che normalmente è il mio ruolo. Non sei autorizzato, mai e in nessun caso, a dire e fare quello che vuoi e devi a Turis la stessa obbedienza che devi a me. Gli ho impedito di punirvi con la bacchetta e sei fortunato a non doverla temere. Ma posso cambiare idea e ti assicuro che non sarà piacevole."
Boromir scosse la testa, mentre due grossi lacrimoni gli rigavano le gote.
"Io non voglio che, in futuro, il tuo maestro venga di nuovo a lamentarsi della tua maleducazione.
Non deve succedere per nessuna ragione al mondo. E dico: per nessuna ragione al mondo. Qualsiasi cosa faccia, qualsiasi cosa dica, tu gli devi rispetto. Se poi pensi di essere stato trattato ingiustamente puoi venire a parlarne con me, ma non ti autorizzo ad essere maleducato con un adulto, sono chiaro? E men che meno con il tuo maestro."
"Sì," mormorò il bambino.
"Sai che cosa ti meriteresti, per la tua maleducazione?"
"Ma non lo hai mai fatto, babbo." Boromir si mise a piangere apertamente.
"So di non averlo mai fatto," disse Denethor porgendogli un fazzoletto. "E non lo farò nemmeno questa volta. Ma se Turis dovesse, di nuovo, venire a lamentarsi del tuo comportamento… dovrò prendere provvedimenti."
"Non lo farò più!"
"E io me lo auguro. Comunque sia, né stasera né per i prossimi tre giorni avrai diritto al dolce, dopo pranzo e cena."
"Ma babbo!" esclamò Boromir, che era uno dei bambini più golosi dell'intera Terra di Mezzo.
"Niente ma babbo. E non provare a rubare in cucina da Estella perché mi arrabbierei veramente, veramente molto!"
Boromir singhiozzò in modo tanto disperato che Denethor smise i panni dell'educatore e tornò ad essere il padre del frugolino che aveva di fronte. Lo prese in braccio e lo strinse a sé.
"Basta lacrime, su," disse.
"Scusa," mormorò Boromir.
"Sei perdonato," lo rassicurò il Sovrintendente accarezzandogli i capelli. "Mi prometti che ti comporterai bene, da qui in avanti?"
"Sì!"
"È una promessa solenne?"
"È una promessa solenne. Però…"
"Però?"
"Però oggi è sabato… e io volevo giocare con te e invece non possiamo perché ti ho fatto arrabbiare!"
"Ma certo che possiamo giocare. Chi ha detto che non possiamo?"
"Non sei arrabbiato con me?"
"Lo ero, ma mi hai promesso che da qui in avanti ti comporterai bene."

Gimli fu felice di vederli arrivare. Rivolse ad entrambi un'occhiata interrogativa, quando notò che l'amico certamente aveva pianto, e gli dispiacque sapere della punizione, sebbene Denethor fosse stato magnanimo.
Fu un piacevole diversivo per entrambi averlo lì che giocava con loro. Boromir ne era felice, ma allo stesso tempo aveva paura di cosa sarebbe successo quando, un giorno, lo avrebbe spinto ad andare oltre i rimproveri e qualche minuto nell'angolo. Se davvero avesse avuto di nuovo problemi con Turis, e se davvero suo padre avesse mantenuto le proprie promesse, gli si sarebbe spezzato il cuore.
"Non voglio diventare grande!" disse abbracciando l'uomo d'improvviso e buttando a terra la piccola spada di legno con cui stava giocando.
"Non è un po' presto per pensarci?" domando Denethor con una carezza. "Tutti diventiamo grandi o invecchiamo, Boromir, non possiamo farci niente. Basta solo non preoccuparsene prima del tempo."
"Ma io voglio essere sempre il tuo bambino!"
"E lo sarai, anche quando sarai il Capitano più valoroso di Gondor."
"Sì?"
"Certo."
Denethor si disse che se avesse potuto fermare il tempo lo avrebbe fatto e avrebbe permesso a quella piccola peste di rimanere dell'età di cinque anni fino alla fine dei giorni. Ma nessuno aveva il potere di fare niente del genere, nemmeno il Sovrintendente di Gondor. Per cui tanto valeva godere dei bei momenti dell'infanzia, finché duravano, in quanto l'età adulta non sarebbe stata altrettanto spensierata.

NOTE AL CAPITOLO:
Nel mio Universo Alternativo non muore nessuno, nemmeno in futuro. Per cui immaginate pure che Boromir resti vivo. Yay!