Capitolo II, Il Capitano dei Dúnedain

La cuoca della Reggia di Minas Tirith era una hobbit sulla sessantina il cui nome era Estella.
Non era ben chiaro, a nessuno invero, come e perché una hobbit fosse arrivata fino a Gondor, dalla Contea. Estella, interrogata da Ecthelion anni prima, aveva raccontato di essere una Tuc e che un giorno aveva semplicemente seguito i propri passi verso sud, fino a che non era arrivata a Gondor: aveva sentito narrare della Città Bianca, in alcune antiche leggende, e aveva pensato di volerla vedere personalmente. L'allora Sovrintendente era rimasto stranito, quando due guardie avevano portato quello strano personaggio al suo cospetto. La hobbit, tuttavia, aveva espresso il desiderio di restare e aveva assicurato che il Signore non si sarebbe mai pentito di averla messa in cucina.
E difatti né Ecthelion prima, né Denethor in seguito, ebbero mai a lamentarsene.
Certo, Estella aveva un carattere piuttosto burbero, in particolare con i bambini – che adorava, in realtà, ma che dava a vedere di non sopportare affatto – paventando di farsi giustizia da sola col mestolo di legno ogni volta che li trovava a rubacchiarle qualcosa. Boromir, il più goloso di tutta Gondor, era certamente il suo prediletto dato che si divertiva da matti a sottrarle i biscotti ogni volta che poteva, allo scopo preciso di farla imbestialire.

Erano le sette e la giornata stava per finire. Gimli notò che c'era lo spezzatino con le patate e si fiondò sulla tavola come un falco sulla preda; Boromir lo imitò ed entrambi vennero richiamati dal Sovrintendente che ricordò loro le buone maniere: alzarsi, voltarsi verso ovest ed inchinarsi secondo il rituale númenóreano. Fece anche notare loro che mancava qualcuno.
Gilraen arrivò dopo pochi minuti con Aragorn che le saltellava accanto: il bambino si era ormai ripreso dall'intera vicenda del bagno e aveva recuperato l'allegria. Ma mancava ancora qualcuno…
"Sempre lui, sempre lui!" brontolò Gimli levando gli occhi al cielo. "Che piaga! E si fredda tutto!"
"Sono sicura che c'è un motivo se Legolas non è ancora qui," disse la donna, andando a sedere al tavolo degli adulti. "Lo manderò a chiamare." E chiese ad Aranel – una delle cameriere – di andare a recuperare l'elfino, che aveva lasciato in camera intento a leggere un libro.
"Il Principino non sta bene, miei Signori," spiegò la giovane, tornando poco dopo senza il figlio di Thranduil. "Ha la febbre e chiede di poter rimanere a letto."
"Gli elfi non si ammalano," notò Denethor. "Non potrebbe avere la febbre nemmeno se lo volesse."
"Lo so, Signore. Ma il Signorino Legolas mi ha detto così, Signore."
"Ma che piaga!" esclamò Gimli. "Noi, almeno, possiamo mangiare mentre lui ha la febbre?!"
Il Sovrintendente lo fulminò con un'occhiata.
"Non interrompermi mentre parlo, Gimli," disse. "E comunque sì, cominciate pure."
"Con Legolas cerco di ragionarci io," propose Gilraen, alzandosi da tavola.
Gimli mormorò un altro: che piaga!, mentre si riempiva finalmente lo stomaco.

Il figlio di Thranduil se ne stava sdraiato sul letto, a pancia in giù, immerso nel suo libro. Non aveva voglia di scendere a cena, in effetti, perché considerava che in quella giornata gli avessero mancato di rispetto. Era stato addirittura minacciato! Minacciato per avere detto la verità! Ecco che cos'era: un martire della verità! Avrebbe davvero voluto parlare col padre, per chiedere come mai non avesse imposto agli uomini di servirlo e riverirlo. Non aveva voglia di scendere a cena con persone che lo trattavano come un bambino qualsiasi: era un Principe Elfico, ci teneva a sottolinearlo.
"Legolas?" chiamò Gilraen aprendo leggermente la porta. "Scendi a cena, avanti."
"No!" rispose il principino. "Non posso. Sto male. Ho la febbre."
"Non è possibile e lo sai bene!"
"Lo è!"
"Gli elfi non si ammalano, Legolas."
"Beh, allora forse mi ammalo perché vivo con uomini e nani!"
"Vuoi tornare a casa?"
"Lo sapevo!" piagnucolò l'elfino. "Quando si sentono male gli altri tutti a fargli le coccole. E a me minacce! A me sempre minacce!"
Io sono una donna estremamente paziente, considerò Gilraen tra sé, andandogli a sedere accanto.
"Elfino, mi dici che cosa succede?" chiese. "Eri tranquillo, prima."
"Tu eri con Aragorn! E lo zio era col nano e con Boromir, l'ho sentito! E nessuno con me! Perché nessuno mi vuole bene, nemmeno quando sto male! Nessuno vuole stare con me!"
"Oh, povero il mio pulcino biondo," disse Gilraen prendendolo in braccio "E comunque, Legolas, gli elfi non possono avere la febbre."
"Io sì! Perché io sono il Principe!"
"Ah, e i Principi si ammalano?"
"Sì!"
"Non lo sapevo."
"Ora lo sai!"
"Se hai la febbre dovrò chiamare il nostro guaritore, Brandir, che ti darà un infuso o qualcos'altro."
"Ma io non le voglio le medicine!"
"Se servono…"
"Non le voglio, ho detto!"
"Cosa ti ho detto oggi pomeriggio sui capricci e l'essere maleducati?"
Legolas si imbronciò oltre il limite del ragionevole.
"Dai, elfino, smetti di fare lo sciocco," disse Gilraen accarezzandogli i capelli. "Non stai male, non hai la febbre. E lo sai che ti vogliamo bene, esattamente come agli altri. Eri in camera tua e non ti abbiamo voluto disturbare. Adesso smettila e scendiamo per cena."
"Ma io mi sento tanto male…"
"E allora cosa dobbiamo fare?"
"Posso dormire nel lettone? Gli altri dormono sempre nel lettone quando hanno la febbre."
Gilraen sospirò.
"Dormi nel lettone, va bene," disse. "Del resto se hai la febbre dovrò tenerti controllato."
"Giusto!"
"Sei proprio un elfino viziato, lo sai? Possiamo andare, ora?"
Legolas si levò in piedi, corse verso le scale e le scese sedendosi sulla ringhiera di legno.
"Sono qui!" annunciò agli altri entrando in Sala.
"E alla buon'ora," commentò il Sovrintendente. "Ho chiesto ad Estella di tenere in caldo il tuo piatto e quello di Gilraen."
"Che piaga!" mormorò di nuovo Gimli sottovoce.
Le orecchie elfiche di Legolas non si lasciarono scappare il commento e, di conseguenza, si scatenò la guerra nano-elfica delle molliche di pane tra il figlio di Thranduil e il figlio di Glόin. Andò avanti per un po', corredata da nomignoli poco lusinghieri, e si arrivò al punto che anche Aragorn e Boromir vi presero parte. Andò avanti finché il Sovrintendente perse completamente la pazienza e minacciò di far ricordare quella giornata a tutti, per il resto della vita.
"Non è giusto," replicò Legolas. "Io sono immortale e loro no!"
Denethor scosse la testa, lo acchiappò per un braccio e lo mise in un angolo.
"Ma… ma perché?" pigolò il principino.
"Perché ne ho veramente abbastanza!" rispose l'uomo tornando a sedersi.
Legolas scoppiò in lacrime nel modo più melodrammatico possibile. Denethor trattenne Gilraen dal consolarlo e intimò a tutti i presenti di ignorarlo: Gimli ebbe un bel da fare per non ridere sotto i baffi che ancora, a quell'età, non aveva.
Legolas si definì una vittima della cattiveria degli uomini; cercò anche di definirsi un perseguitato, ma ancora non aveva imparato quella parola.
Denethor lo ricondusse a tavola subito prima del dolce, intimandogli di comportarsi meglio o presto sarebbe arrivato il momento in cui gli avrebbe dato, davvero, un motivo per piangere.
"Sono solo un povero elfino," pigolò Legolas facendo gli occhioni. "Non mi piace stare in castigo!"
"Allora comportati bene!"
"Ma io non ho fatto niente di male!"
Il Sovrintendente scosse di nuovo la testa e tornò a metterlo in punizione. Il soggetto riprese ad ululare come se lo stessero scannando.
"Poi ditemi che non ho ragione?" considerò Gimli.
"Ci sono altri tre angoli in questa stanza, Gimli," replicò Denethor. "Ho ampia scelta."
Il nano ammutolì e quella fu la fine della discussione. Boromir guardo, con disperazione, la torta di crema e frutta che aveva davanti agli occhi e implorò inutilmente il padre di cambiare idea. Aragorn si accorse che gli pesava la testa e che aveva davvero, davvero tanto sonno… ma sapeva che la regola era di rimanere seduti a tavola fino a contro-ordine. Tuttavia, nell'ora in cui ai piccoli era concesso giocare, prima di prepararsi per la notte, preferì sedersi sul divano insieme alla mamma.
Boromir e Gimli giocarono allegri con le proprie spade di legno, mentre Legolas venne piazzato su una poltrona e gli venne intimato di non muoversi.
"Se è questo che vuoi, è questo che avrai," disse Denethor, con fare severo. "Io non ne posso più di sentirti fare i capricci. Per cui o la smetti o passerai il resto della tua infanzia in castigo."
Legolas tirò su col naso. Il Sovrintendente gli porse il libro che stava leggendo prima, in camera propria; il principino non fu molto felice di dover rinunciare all'ultima ora di gioco della giornata, ma miracolosamente tacque preferendo non mettersi in guai peggiori.
Sopraggiunse la notte: Finduilas era a Rohan, per portare avanti la gravidanza in un clima più tranquillo, mentre Arathorn si trovava chissà dove. A far compagnia a Gilraen c'erano Legolas ed Aragorn; Gimli e Boromir non avevano ottenuto di poter dormire con Denethor, ma il Sovrintendente aveva permesso loro di restare in camera insieme.
Ad onor del vero, Arathorn non era chissà dove: il Capitano dei Dúnedain era riuscito a tornare a casa e si sarebbe fermato a lungo, con ogni probabilità.
Entrò in camera sperando di trovare sua moglie e solo sua moglie, che non vedeva da troppo tempo, ma quando sollevò le coperte si rese conto che qualcun altro ne aveva preso il posto.
"No!" esclamò. Lo fece con tanta enfasi, ed altrettanta disperazione, che Gilraen si svegliò.
"Arathorn?" domandò, credendo di stare sognando.
"Fedifraga," rispose una voce maschile. "Torno a casa e ti trovo a letto con due amanti?"
"E di due razze diverse," sorrise la donna, sporgendosi per baciarlo ma facendo attenzione a non svegliare i piccoli. "Cos'hai fatto lì?" domandò allarmata, notandone il braccio sinistro fasciato.
"Niente, tesoro, il solito. Lo sai, sono un Ramingo!"
"Devi stare più attento."
"Io sto attento."
"E infatti ho detto più attento."
"Cosa ci fanno questi due nel nostro letto? Perché proprio stasera?"
"Posso raccontarti tutto domattina?"
"Certo."
"Grazie," sorrise la donna, baciando di nuovo il consorte e tornando, poi, a tentare di dormire.
Era felice di avere di nuovo con sé il Capitano dei Dúnedain, ovvero il padre di suo figlio: una specie di orso, dai capelli scuri e gli occhi grigi tipici dei númenóreani, di corporatura possente ma dai modi piuttosto affabili. Arathorn conosceva Denethor ed Éomund, il padre di Éomer, fin dalla tenera infanzia e giungere a Minas Tirith era stata, principalmente, una sua idea. Amava fare il duro, ogni tanto… ma quando si scioglieva diventava il primo bambino della Reggia, disposto a giocare per ore, divertire i piccoli con centinaia di storie e coccolarli fino allo sfinimento. Sapeva anche essere severo all'occorrenza: del resto, passava le giornate a caccia di orchetti ed era un guerriero, dunque la pazienza non era proprio la sua caratteristica principale.
Con lui nei paraggi, un po' di guerre si sarebbero sedate. Certo Legolas e Gimli avrebbero tenuto un po' più a freno la lingua… ed Aragorn sapeva che certi trucchetti, che usava con la mamma, col babbo non funzionavano. Boromir, dal canto suo, avrebbe sicuramente voluto passare le giornate a combattere con lo zio, in quanto quello non si tirava mai indietro!
Facendo attenzione a non svegliarlo, Arathorn strinse a sé il figlioletto e lo coccolò per tutta la notte. Ci fu un momento in cui il bambino aprì gli occhi e vide suo padre, ma credette che fosse solo un sogno e si rimise a dormire, continuando a stargli abbracciato.

Da buon Ramingo, l'uomo si svegliò all'alba e si sedette sul gradino accanto al portone principale per fumare un po' di erba-pipa. Abbracciò e ringraziò Denethor non appena lo vide e lo aggiornò sulle ultime notizie dal fronte. La situazione era piuttosto tranquilla.
"Mi fa piacere sentirtelo dire, perché dal tuo braccio avrei pensato il contrario," commentò il Sovrintendente. "Sono anche felice che resti a lungo. Sono un po' preoccupato per Gilraen, sola con quei quattro: non che siano dei cattivi bambini, questo no, ma sanno essere pestiferi."
"Credi che ci sia bisogno di una balia?" domandò il Capitano dei Dúnedain.
"L'ho proposto, tempo fa, e l'ho proposto anche a Finduilas, ma vogliono crescere i figli da sole."
"Se pensando di farcela anche così… in fin dei conti qui ci sei anche tu e c'è la servitù che può aiutarle ogni volta che ne hanno bisogno."
"Certo, ma i bambini non sono facili, a volte. Soprattutto Legolas: ieri sera era ingestibile."
Arathorn rifletté.
"Ci vuole un'educazione più rigida," concluse. "Mi dispiace, ma quei ragazzini hanno bisogno di disciplina. Piangeranno un po' le prime volte, ma poi si comporteranno meglio. È bene metterli in riga da subito. Guerrieri o regnanti che divengano, non possiamo farli crescere viziati."
Denethor annuì gravemente: Arathorn aveva ragione e quei piccoli scalmanati andavano visti nell'ottica futura di ciò che sarebbero diventati.
"Dobbiamo prendere in mano la situazione," disse. "Gilraen ti ha raccontato di ieri?"
Il Ramingo scosse la testa e il suo compare vuotò il sacco su tutte le bizze fatte da Legolas e da Aragorn, rispettivamente. Parlò anche di Boromir e di quanto successo con Turis e si soffermò su come Gimli, in effetti, fosse quello che si comportava meglio, ma era anche il maggiore dei quattro.
"Gimli è figlio di Glόin," commentò Arathorn. "E i nani non scherzano. Sappiamo come tirano su i figli… neanche gli elfi sono di cuore tenero, a dire il vero. Avrei una proposta da farti."
Denethor ascoltò interessato.
"Devo recarmi a Lothlórien e Galadriel mi ha espressamente chiesto di portare Legolas con me, perché passi un po' di tempo tra i primogeniti. La mia idea è di portare tutti i bambini con me, così che vedano un luogo diverso, e ovviamente di portarmi anche Gilraen."
"E quanto tempo stareste via?"
"Andremo via a cavallo: tra andare e tornare direi un mese. Un mese e mezzo, al massimo."
"Mi porteresti via il mio bambino per un mese?"
"Troppo tempo?"
"E se Finduilas tornasse quando Boromir non è qui?"
"Forse potrei portarmi dietro solo Legolas ed Aragorn," sorrise il Ramingo. "Darei anche un po' di respiro a Gilraen. Del resto non credo che Gimli vorrà venire a Lothlórien."
"Non lo credo nemmeno io, no. Non lo so, Arathorn, tu credi che sia davvero una buona idea portare fin là quei due? Non è troppo lontano?"
"Di sicuro sarebbe un'esperienza educativa. Se io potessi averli per un mese sotto la mia ala, sono sicuro che li rimetterei in riga. In ogni caso devo portare Legolas fin lì ed Aragorn vorrà certamente venire con me. Per questo proponevo di andare tutti, così non avrei lasciato indietro nessuno."
"Vediamo cosa ne pensano Boromir e Gimli. Se vogliono venire possono farlo. Non mi piace che credano che gli altri due abbiano dei privilegi. Altrimenti sarò ben felice di tenerli qui."
Arathorn annuì e si preparò alla "battaglia" con Gilraen. Certo non sarebbe stata entusiasta di mandare il figlioletto di cinque anni da solo, col padre, fino a Lothlórien. Le avrebbe parlato nel pomeriggio, comunque, ed in seguito avrebbe chiesto anche a Gimli e Boromir cosa ne pensassero: era effettivamente possibile che Gimli rifiutasse e che Boromir preferisse restare a casa. Per il momento si preoccupò solo di riabbracciare il proprio Erede quando, finalmente, si fosse svegliato e fosse sceso per colazione.
Stava ancora fumando, ma questa volta in salotto, quando sua moglie lo raggiunse al piano di sotto, con i lunghi capelli che le ricadevano morbidi fino a metà schiena.
"Arathorn," sorrise, vedendolo. L'uomo si alzò e le andò incontro. "Non ti ho sognato?"
"Gilraen," replicò il Ramingo posandole un bacio sulle labbra. "No, non mi hai sognato."
"Mi sei mancato tanto…" Gilraen abbracciò il marito, facendo attenzione a non toccare il braccio fasciato, così da non fargli male. Era ancora piuttosto assonnata e, per il momento, decise di non chiedere cosa fosse successo.
"Sei stanca, bambina, si vede," considerò l'uomo. "Siediti sul divano. Sono quei quattro che ti fanno impazzire, vero?"
"Diciamo soprattutto uno su quattro… o meglio due, se vogliamo essere sinceri."
Endacil, il maggiordomo, ordinò prontamente ad Isil di portare del tè per la Signora.
"Adesso a quei quattro, anzi, a quei due ci penso io. Dormono ancora?"
Gilraen annuì.
"Legolas si è agitato nel sonno tutta la notte," disse. "Mi ha svegliato almeno tre volte. Quel bambino non riesce a stare tranquillo nemmeno mentre riposa."
"Non sarebbe nemmeno dovuto essere nel letto con te," commentò Arathorn. "Denethor mi ha detto come si è comportato e non capisco perché gliele dai tutte vinte."
"Perché… perché è piccolo. Si sente solo, gli manca la sua gente. E forse è anche un po' spaventato all'idea di stare qui con noi. Non è un bambino cattivo, cerca solo di attirare l'attenzione."
"Ma dandogliele sempre tutte vinte non fai che incentivarlo a comportarsi così!"
"Lo so… lo so e mi dispiace. Sarò più severa, lo prometto." Gilraen sorseggiò un po' di tè e guardò Denethor in cerca di solidarietà.
"Come va il tuo braccio, Arathorn?" domandò il Sovrintendente, cambiando discorso.
"Va bene. Tempo qualche giorno non avrò più niente: è solo un graffio, non è rotto."
"Posso vedere?" domandò Gilraen.
"No."
"Perché?"
"Anche se è solo un graffio non è un bello spettacolo."
"Allora forse non è solo un graffio, Arathorn."
"È solo un graffio," ribadì il Ramingo ed era chiaro come quella fosse l'ultima parola sull'argomento.
Non passò molto prima che un ragazzino dagli occhi blu ed i capelli castano scuro, perennemente arruffati, scendesse le scale come un pazzo vedendo chi era seduto sul divano.
"Babbo! Babbo! gridò lanciandoglisi tra le braccia.
"Aragorn!" sorrise Arathorn, spostando la pipa e appoggiandola su un vassoio, così da non rischiare di bruciarlo. "Buongiorno, pulce. Hai dormito bene?"
"Sei tornato!" disse il bambino col cuore a mille.
"Sì, pulce," replicò il Ramingo stringendolo forte a sé. "E staremo tanto tempo insieme."
"Tanto quanto?"
"Tanto. Davvero, tanto."
"Tanto così?" domandò Aragorn, aprendo le braccia più che poteva.
"Tanto così e anche di più!"
"Davvero?"
"Certo!"
"Che cosa hai fatto al braccio? Perché hai le bende?"
"Mi sono fatto qualche graffio, ma non è niente"
"Perché non te le togli, se non è niente?" Tale e quale a sua madre.
"Perché… per ora mi hanno detto di tenerle. Poi, tra qualche giorno, me le toglierò."
"E ti fa male, babbo?"
"No che non mi fa male! Sono il Capitano dei Dúnedain, ci vuole ben altro per farmi male!"
Aragorn guardò suo padre con gli occhi pieni d'amore e ammirazione.
"Sai, babbo, stanotte io ti ho visto che eri nel letto accanto a me. Ma ho pensato che forse era un sogno… e allora non ho fatto niente, perché se era un sogno non volevo svegliarmi."
"Oh, piccolo," disse il Ramingo dandogli un bacio sulla fronte. "Mi sogni spesso?"
"Ti sogno sempre, tutte le notti. Però poi, quando mi sveglio, di solito non ci sei."
I tre adulti si sentirono terribilmente in colpa, anche se quello stato di cose non dipendeva da loro.
"Adesso sono qui con te," disse Arathorn, accarezzandogli i capelli. "E possiamo giocare insieme tutto il giorno, visto che oggi è domenica. Possiamo giocare, ti posso raccontare un sacco di storie nuove su quello che mi è capitato e… possiamo dormire insieme stasera, che ne pensi?"
"Sì!" esclamò il bambino entusiasta. "Me lo hai portato un regalino?"
"Te l'ho portato, sì," disse Arathorn. "Ho portato un regalino a te e agli altri tre. Ma prima di darti il regalino, vorrei sapere come ti sei comportato mentre io non c'ero."
"Bene!"
"Ne sei proprio sicuro?"
Aragorn si guardò intorno. Si volse vero la mamma e poi verso lo zio e si domandò chi dei due lo avesse tradito, se non entrambi.
"No, non sono stati loro," disse suo padre. "Sai che in quanto númenóreano posso parlare con gli uccelli, vero Estel?"
"Sì," replicò l'imputato con un filo di voce. Suo padre lo aveva appena chiamato Estel e questo non presupponeva niente di buono.
"E mentre venivo qui, mi è stato riferito che hai fatto i capricci per non farti il bagno. Sei scappato su un albero, hai fatto disperare la mamma e lo zio Denethor ti ha dovuto recuperare."
"Scusa…"
"E mi hanno anche detto che c'è stato bisogno di darti uno sculaccione."
"Sì!"
"È il comportamento di un bravo bambino?"
"No, babbo."
"Allora ti rifaccio la domanda: come ti sei comportato mentre io non c'ero?"
"Ho fatto… ho fatto arrabbiare lo zio e la mamma," disse Aragorn tenendo la testa bassa.
"E io cosa ti avevo detto prima di partire?"
"Di non farli arrabbiare!"
"E tu cosa hai fatto?"
"Li ho fatti arrabbiare…" al piccolo Erede di Isildur veniva da piangere.
"Non è successo solo ieri, sbaglio?"
"No. Anche altre volte, babbo."
"Hai chiesto scusa, almeno?"
"Sì! Ho chiesto scusa, davvero!" Il bambino guardò Denethor perché potesse confermare.
"Ha chiesto scusa," affermò il Sovrintendente. "Davvero, ha chiesto scusa."
"Bene," si compiacque il Ramingo. "E hai ringraziato tuo zio?"
"Ma…" balbettò il bambino. Ringraziarlo? Perché mai?
"Potevi cadere, da quell'albero," spiegò Arathorn. "Potevi romperti un braccio o forse la testa. E sarebbe stato peggio di un bagno. Tuo zio, nonostante il suo ruolo, ti ha messo in salvo e si è anche preoccupato di insegnarti un po' di educazione. Quindi sì, dovresti ringraziarlo. Devi sempre ringraziare chiunque si preoccupi di te e di cosa è meglio per te."
"Grazie, zio Denethor," disse l'Erede di Isildur con aria pentita.
"No, non così. Adesso ti alzi, vai ad abbracciare la mamma e le chiedi scusa per ieri e per tutte le altre volte che l'hai fatta impazzire. E poi vai dallo zio Denethor, lo abbracci e lo ringrazi."
Aragorn fece quanto gli era stato richiesto. Gilraen si meravigliò di quanto fosse estremamente obbediente. Denethor, dal canto suo, gli diede un buffetto sulla guancia.
"Bene!" esclamò Arathorn con una certa soddisfazione. "E non voglio che tu faccia i capricci per queste sciocchezze. Sono tuo padre: è mio dovere provvedere alla tua educazione."
Aragorn annuì, in piedi in mezzo alla stanza. Sperò immensamente che il regalino, se ancora aveva diritto a riceverne uno, fosse una fionda con cui mettere a tacere quei maledetti uccelli impiccioni che andavano a riferire i fatti suoi!
"Dai vieni qui," sorrise Arathorn, con un tono di voce di nuovo rassicurante e aprendo le braccia. "Direi che per oggi ti ho sgridato abbastanza!" Il bambino non se lo fece ripetere due volte.
"Perché a te gli uccelli dicono sempre tutto e a me non dicono mai niente?" domandò accoccolandosi contro il petto dell'uomo. "Io sono l'Erede di Isildur!"
Il Ramingo rise a quella considerazione.
"Mi sono messo d'accordo con Radagast," spiegò.
"Ma non è giusto. Uno non può vivere circondato da spie!"
"Ma se ti comporti bene, le spie me lo vengono a dire. Sono spie nel bene e nel male."
Aragorn rifletté: non era molto convinto di tutta quella situazione, ad essere sinceri.
"Pace?" domandò, infine, tendendo il dito mignolo al padre.
"Pace," rispose l'uomo, incrociando il proprio mignolo con quello del bambino. Gli diede un bacio sulla fronte e lo tenne stretto a sé finché non si svegliò anche il resto della casa.
Gimli e Boromir furono estremamente felici di vedere che era arrivato lo zio. Boromir gli si arrampicò in braccio, prese posto accanto ad Aragorn e chiese, ed ottenne, almeno una storia prima di colazione.
"Sono diventato fortissimo, zio!" annunciò. "E posso batterti, se voglio!"
"Davvero?" domandò Arathorn divertito. "Allora dopo mi farai vedere, ragazzino!"
"Che cosa ci hai portato, zio?" chiese Gimli sedendosi a gambe incrociate. "Resti tanto?"
"Resto tanto e vi ho portato un regalino. Ma vorrei che ci fosse anche Legolas, prima di darvelo."
"La piaga!" commentò Gimli, sinceramente seccato. Dovevano sempre aspettare che Sua Altezza Reale il Principe Legolas fosse in comodo, per fare qualsiasi cosa.
"Non è una piaga," lo ammonì il Ramingo. "È un po' viziato, ma non è una piaga." E, seduti insieme sulla poltrona Aragorn e Boromir, l'uomo si diresse al piano di sopra.

Legolas si era accorto di quell'arrivo, ovviamente, e in condizioni normali sarebbe sceso come un piccolo fulmine, si sarebbe tuffato tra le braccia dello zio e si sarebbe preso le coccole, come tutti gli altri. Ma sapeva come si era comportato il giorno prima, e quello prima ancora, e quello precedente… e sapeva anche che col Capitano dei Dúnedain c'era poco da scherzare.
"Sorpresa!" sorrise Arathorn, aprendo la porta. "Buongiorno, elfino. Non è ora di alzarsi?"
Legolas si tirò le coperte fin sopra le orecchie.
"Oh, grazie mille per l'accoglienza," disse l'uomo. "Sono contento che tu sia felice di vedermi!"
"Sto tanto male," pigolò il figlio di Thranduil facendo capolino. "Ho la febbre. Alta!"
"Oh, no, ma è terribile!" considerò Arathorn, andando a sedergli accanto. "Spero che tu non abbia la febbre elfica, Legolas, perché è una malattia gravissima!"
"Davvero?" chiese Legolas, che non aveva mai sentito parlare di febbre elfica.
"Sì, Legolas. Apri la bocca, fammi vedere la gola." Il bambino obbedì con aria incerta. "Grandi Valar!" commentò Arathorn, controllando anche gli occhi di suo nipote. "Oh, buon Eru!" proseguì dandogli un'occhiata dentro alle orecchie. "Legolas, dobbiamo andare subito alle Case di Guarigione! Subito! Non c'è un minuto da perdere!"
"E… e che cosa mi faranno?"
"Dovranno tenerti lì per almeno un mese! E non potrai mangiare niente di solido, ti daranno medicine almeno cinque volte al giorno. Clisteri e tisane, principalmente, e poi impacchi da tenere per tutta la notte. E le tisane per le febbre elfica sono terribili, mio povero bambino, ma perché è una malattia grave. Mi dispiace che nessuno ti abbia creduto, ma per fortuna ora ci sono io qui. Per fortuna sono arrivato in tempo, mio povero bambino!"
Arathorn tirò fuori Legolas dalle coperte e lo abbracciò forte.
"Andiamo, andiamo," proseguì, levandosi in piedi. "Non c'è nemmeno tempo per cambiarti in abiti da giorno. E neanche per fare colazione. Ti avevo portato un regalino, ma a questo punto… Se tu non dovessi sopravvivere potrei darlo al bambino che sta per nascere!"
"Ma… ma come se non riesco a sopravvivere?" chiese Legolas.
"Povero Thranduil, povero elfo. Gli si spezzerà il cuore quando saprà che hai la febbre elfica. Magari potrei usare un falco per chiedergli di venire qui!"
Suo padre lì? Di persona? Dopo tutto quello che aveva combinato e stava combinando? No, grazie.
"Ma… ma forse… ma forse non sono così grave!" mormorò Legolas.
"Questo può stabilirlo solo Brandir! Andiamo!"
"No!" si oppose il principino, cercando di aggrapparsi allo stipite della porta. "No, zio, non ci voglio andare alle Case di Guarigione! Non ho la febbre, non ce l'ho! Sto bene!"
"Ma se prima hai detto che stavi male e avevi la febbre alta!"
"Ma io…"
"E se ieri sera hai chiesto alla zia di farti dormire con lei per lo stesso motivo!"
"Ecco…"
"Allora ci hai detto una bugia, Legolas?"
"Forse… sì," pigolò l'elfino.
"Davvero?"
"Sì," mormorò Legolas.
"Adesso scendiamo e facciamo colazione. Ma dopo colazione io e te faremo una lunga, lunga chiacchierata su come ci si comporta."
Il piccolo assunse un'espressione spaventata.
"No, non ti preoccupare, elfino," proseguì Arathorn. "Sono della scuola che le punizioni si danno subito o non si danno affatto. Per cui non ti farò assolutamente niente. Ma dovremo comunque parlare un po', io e te. Solo parlare, lo prometto. Dopo aver parlato sarà tutto perdonato e ripartiremo da zero. E da qui in avanti, e finché potrò trattenermi alla Reggia, tu sarai il mio protetto: ti prenderò sotto la mia ala, bambino mio. Non si occuperà zia Gilraen di te: mi occuperò io di te. E ti assicuro che righerai dritto!"
"Io… io…" balbettò Legolas. "Io sarò bravissimo, zio. Lo giuro!"
"Mi fa piacere, pulce elfica. Andiamo, adesso."

Finalmente tutta la famiglia si riunì davanti alla tavola della colazione che, soprattutto la domenica, era abbondante e grandiosa, con immensa gioia di Boromir. Del resto il pasto successivo sarebbe stato l'arrosto serale, anch'esso servito in enormi quantità, ma per cui comunque sarebbero dovute passare diverse ore.
I bambini erano felici di avere di nuovo Arathorn con sé e si comportarono incredibilmente bene, curiosi come erano di poter sentire le nuove storie che aveva da raccontare. Denethor sarebbe rimasto lì, senza doversi recare nella Sala del Trono, e l'idea di avere entrambi gli uomini a disposizione ne aumentava l'eccitazione. Legolas non poté dimenticarsi che lo attendeva una lunga predica, ma decise di non dare allo zio ulteriori motivi per rimproverarlo.
Quando la colazione fu terminata, e il Capitano dei Dúnedain poté dirsi soddisfatto di aver concluso un pasto decente, adulti e piccini si spostarono in Sala e tornarono a sedersi sui divani.
Arathorn diede ai piccoli quanto aveva portato loro: delle barchette di legno provenienti da Dol Amroth, in grado di galleggiare davvero, dotate di minuscoli uomini ad equipaggiarle.
"Se oggi farà caldo, come sembra, potremo farci dare una tinozza piena d'acqua e potrete giocarvi. E spero che vi aiutino anche a fare il bagno un po' più volentieri…"
I bambini salutarono quel nuovo acquisto con notevole entusiasmo e chiesero di poter provare subito. Il Ramingo acconsentì, ma prese da parte Legolas che sedette accanto a sé e con cui ebbe a chiacchierare a lungo sul fatto che l'essere un Principe Elfico non fosse solo una questione di titolo nobiliare, ma anche di reale nobiltà d'animo e comportamento adeguato.
L'elfino ascoltò, rispose e cercò di essere educato, ma intanto continuava a pensare agli altri tre intenti a giocare in cortile, mentre a lui toccava subire la paternale. Paternale che Denethor approvò a più riprese, rincarando la dose, e su cui anche Gilraen convenne in più punti. Il discorsetto non durò meno di un'ora, al termine della quale il Principino disse che aveva capito e promise che avrebbe fatto il bravo… ma adesso, per favore, poteva andare a giocare anche lui?
Arathorn lo spedì dagli altri tre, prima di poter accennare a sua moglie il discorso Lothlórien.

NOTE AL CAPITOLO:
L'amicizia tra Arathorn, Denethor ed Éomund è una mia invenzione. Da un punto di vista filologico è impossibile, in quanto Éomund e Denethor sono coetanei di Aragorn e non di Arathorn. Stando a Tolkien, Arathorn muore quando Aragorn ha due anni e Gilraen porta il figlio ad Imladris.
Come dicevo nella Premessa, questo è un Universo Alternativo.