Capitolo III, Lothlórien

Gilraen, come era prevedibile, non accolse bene l'idea che suo figlio andasse in giro per la Terra di Mezzo all'età di cinque anni. Ma del resto Arathorn era suo padre ed Aragorn, un giorno, sarebbe divenuto un Ramingo a propria volta: era questione di quindici anni al massimo, prima che il futuro Re andasse a caccia di orchetti, proteggesse terre, vagasse di luogo in luogo e imparasse a conoscere anche i più piccoli sentieri.
"Non sono felice," disse rivolta al marito. "Ma immagino di non avere molta scelta. Se dicessi di no tu partiresti, comunque, con Legolas e Aragorn mi odierebbe per avergli impedito di seguirti."
"Gli farà bene stare un po' sotto la mia ala, Gilraen," aveva risposto l'uomo. "Starò attento e, chiaramente, non andrò solo con loro. Mi porterò la scorta, non correranno alcun pericolo."
La donna annuì con un'espressione tra il triste ed il preoccupato.
"Che ne sarà di Gimli e Boromir?" chiese.
"Se vorranno unirsi anche loro, avranno il mio benestare," disse Denethor. "In caso contrario resteranno qui con noi. Anzi, se dovessero andare anche Gimli e Boromir, forse sarebbe il caso che andassi anche tu, come era nei piani di Arathorn inizialmente."
"Gimli non vorrà andare in terra elfica," considerò Gilraen. "E dubito che Boromir voglia allontanarsi da te."

Legolas ed Aragorn accolsero la notizia con manifestazioni di estrema gioia. Gimli, invece, si ribellò all'idea come previsto. Non ce n'era motivo, non ce n'era bisogno, suo padre era stato fatto prigioniero dagli elfi ed era dovuto scappare dentro ad un barile – d'accordo, non erano gli stessi elfi, ma erano comunque elfi! – per cui no, grazie, andate pure voi.
Boromir si limitò a dire: Non ci voglio andare, e non diede altre spiegazioni. Denethor cercò di estorcergli il perché di un rifiuto così netto, ma il bambino evitò di rispondere. Davanti alle insistenze paterne, montò su una tale sceneggiata che il Sovrintendente rimase allibito: in cinque anni non lo aveva mai visto strillare e buttarsi per terra. Lo aiuto a rialzarsi e lo consolò, facendogli al contempo promettere che non si sarebbe mai più comportato in quel modo.
Era evidente che la questione non era il viaggio a Lothlórien ma c'era dell'altro.

Arathorn stabilì che sarebbero partiti il lunedì della settimana successiva: il tempo di far guarire il proprio braccio, rifocillarsi, riposarsi adeguatamente e poter organizzare il tutto. Il viaggio, fatta eccezione per qualche tratto in cui il terreno non lo permetteva, si sarebbe svolto a cavallo e sarebbe stata necessaria la presenza di altri tre uomini, così che ve ne potessero essere due per ogni bambino, oltre ad una presenza femminile.
Scelse tre Soldati di Gondor – Amros, Beleg ed Aldamir – uomini con notevole esperienza in battaglia e che si sarebbero rivelati utili in caso di difficoltà.
Chiamò anche Arnis, una delle serve della Reggia, che proveniva da Rohan ed era finita nella Cittadella dopo la morte dei suoi genitori. Era stata trovata sola ed abbandonata da una delle donne della Città Bianca, dinnanzi al cancello principale. Le era stato attribuito un nome gondoriano ed il Sovrintendente, avutane pietà, aveva disposto che restasse alla Reggia. La fanciulla sognava da sempre di visitare le terre degli Elfi: accolse, perciò, con gioia la notizia che avrebbe fatto parte della Compagnia. Arathorn decise di averla con sé di modo che i bambini avessero una donna a cui fare riferimento; sapeva, inoltre, che una fanciulla di Rohan sarebbe potuta montare a cavallo con entrambi i piccoli, così da permettere ai quattro uomini di stare sulla difensiva. E sarebbe riuscita a scappare in caso di fuga.

A dispetto di ogni prospettiva, il sole era già piuttosto alto nel cielo quando i viaggiatori si misero in cammino.
Per quanto fosse eccitato dall'andare fino a Lothlórien col proprio padre, Aragorn era scoppiato in lacrime a più riprese all'idea di doversi separare dalla madre. Denethor decise che fosse il caso di tentare, per l'ultima volta, di convincere Gimli e Boromir così che potesse partire anche Gilraen.
Gimli fu assolutamente irremovibile.
Boromir sentendosi domandare, di nuovo, se fosse sicuro della propria scelta scappò via e si chiuse in camera. Il Sovrintendente considerò quel comportamento assurdo; si scosse nelle spalle, pensando tra sé che, quando gli altri fossero stati in viaggio, forse sarebbe riuscito ad estorcere al figlio che cosa gli passasse per la testa.
Anche Legolas, che pure era ben felice di tornare in terra amica fu restio a separarsi dagli zii e si fece ripromettere che si sarebbero rivisti presto, molto presto, e che nessuno avrebbe lasciato che il nano entrasse in camera sua, che toccasse i suoi libri o i suoi giocattoli.
"Ti manderò nostre notizie ogni giorno, tramite gli uccelli ed ogni altra bestia che si diriga verso Minas Tirith," disse Arathorn, rassicurando Gilraen. "Farò in modo che siamo in costante contatto, almeno finché non arriviamo… e ricomincerò non appena ci incamminiamo per il viaggio di ritorno. Ti aggiornerò anche mentre siamo a Lothlórien. Non ti preoccupare, ho la situazione sotto controllo. Non ci fermeremo a lungo, ma ai bambini farà bene stare un po' con me."
Gilraen annuì, sforzandosi di sorridere. Non risultò molto convincente.
"Non ti preoccupare, ti giuro che la situazione è tranquilla ed il percorso è piuttosto semplice, dobbiamo solo seguire il fiume. Siamo a cavallo, ho altri tre guerrieri con me e sono guerrieri esperti. Se non fossi sicuro non metterei a rischio la vita di mio figlio."
"Sì, so che hai ragione," asserì la donna. "Ma è la prima volta che il pulcino si allontana dalla chioccia… e per me prima tornerete meglio sarà, Arathorn. So che sarà un'esperienza grandiosa, ma prima tornerete e meglio sarà."
Il Ramingo annuì gravemente quindi, ultimati gli ultimi saluti, decise che fosse arrivato il momento della partenza.
"Voglio la mia mamma!" gridò Aragorn non appena uscirono dal cancello. "Voglio tornare a casa dalla mia mamma!"
"Aragorn," chiamò Arathorn, cavalcandogli accanto. "Adesso è tardi, per cambiare idea. Verrai con me fino a Lothlórien e sono sicuro che ti piacerà!"
"Mamma!" chiamò l'Erede di Isildur con tutto il fiato che aveva in corpo. "Mamma!"
Fortunatamente, Gilraen non poteva sentirli o avrebbe fermato i cavalli e si sarebbe fermamente opposta al marito. Arnis fece fatica a tenere fermo il bambino.
Legolas, combattuto tra la volontà di restare e quella di vedere il Bosco d'Oro, per il momento non disse niente. Fu Aldamir a venire in soccorso del proprio Signore: era a sua volta padre di tre figli e sapeva come trattare con i più piccoli.
"Volete cavalcare con me, Signorino Aragorn?" chiese.
Il bambino guardò quell'uomo alto e possente con un certo timore, ma anche con ammirazione poiché indossava la splendida armatura delle Guardie della Cittadella e aveva con sé l'arco, lo scudo e la spada.
"Non posso," replicò mestamente, ma quanto meno smettendo di urlare.
"Ma certo che potete, Signorino. Sono sicuro che vostro padre acconsentirà, almeno finché non arriviamo in campo aperto."
"Nessun problema, per me," confermò Arathorn, grato ad Aldamir per aver inventato un diversivo.
"Ma io sono un guerriero, Aldamir," spiegò Aragorn. "E non si può stare in due guerrieri su un cavallo!"
"Oh, Signorino, avete ragione!" convenne il Soldato. "Ma questo è un destriero molto robusto, sapete?"
"Davvero?" domandò il bambino.
"Certo! Viene da Rohan!"
"E ci andiamo, a Rohan?" chiese Aragorn eccitato.
"No, Aragorn, non passeremo da Rohan. Seguiremo il corso del fiume," replicò il Ramingo.

Una simile idea sarebbe stata folle, con due bambini al seguito, appena qualche decennio dopo, quando la forze oscure si sarebbero infine riunite e il potere di Sauron fosse tornato ad essere terribile, sulla Terra Nera. Ma all'epoca, circa trentacinque anni prima del viaggio di Frodo verso Gran Burrone, quando la minaccia era certamente concreta ma ancora non del tutto attuale, un itinerario del genere non comportava grossi rischi e la deviazione attraverso Rohan avrebbe solo allungato il viaggio notevolmente.
Del resto era chiaro, al Capitano dei Dúnedain, che non poteva trattenersi un minuto più del dovuto.
Data la necessità di compiere quel viaggio nel più breve tempo possibile, il cammino dei viandanti fu piuttosto sfiancante: ogni giorno, dall'alba sino al tramonto, si percorreva la strada che portava a Lothlórien. Legolas era consapevole che, a quel punto, Bosco Atro non sarebbe stato poi molto distante e sperava, di tutto cuore, di poter rivedere suo padre. Arathorn dispose che si facessero soste frequenti, per permettere sia ai bambini che agli animali di risposare; stabilì anche che i pasti non fossero né rapidi né eccessivamente frugali, sempre preoccupandosi della salute dei piccoli. Mantenne, inoltre, la promessa fatta a Gilraen, affidando i propri messaggi agli uccelli. La donna si senti rincuorata nel sapere che i suoi tesori stavano bene e si divertivano, che il viaggio proseguiva senza intoppi e che non avevano fatto brutti incontri.
Legolas ed Aragorn fecero qualche capriccio dovuto alla stanchezza, ma in compenso non litigarono una sola volta. Non ne avrebbero avuto modo, in ogni caso, per la mancanza di occasioni a stretto contatto. Arathorn aveva tenuto a sottolineare che, sia durante gli spostamenti che una volta arrivati a destinazione, voleva che mantenessero un comportamento esemplare: non avrebbe impiegato molto ad insegnare loro l'educazione, ovunque si trovassero, e questa volta non ci sarebbe stata la mamma a prendere le loro parti.

Finalmente, dopo giorni stremanti per i piccini, Lothlórien venne avvistata.
Ad accogliere gli ospiti fu un elfo dai lunghi capelli dorati e gli occhi grigi come l'argento; si sarebbe detto di trent'anni, se fosse stato umano, ma avrebbe potuto avere +qualche millennio sulle spalle in quanto appartenente alla razza dei Primogeniti.
"Benvenuti nella Terra di Lórien, miei nobili Signori," salutò inchinandosi. "Lord Celeborn e Lady Galadriel, e con essi tutti noi, attendevano il vostro arrivo con impazienza".
"Ti ringrazio, mio nobile Haldir," replicò Arathorn, scendendo da cavallo e ricambiando la reverenza dell'elfo. "Immagino che tu ci debba bendare, per proseguire?"
"Temo di doverlo fare, mio Signore. Voi e i bambini potreste proseguire senza benda, ma non il resto della compagnia."
"Preferisco che veniamo bendati tutti. Ci affidiamo completamente a voi."
"Perché parlano così?" domandò Aragorn rivoltò ad Amros.
L'uomo, come gli altri quattro viaggiatori, discese da cavallo e prese il bambino con sé. Arathorn strinse a sé Legolas. Ai due piccoletti – e in particolare all'elfino – non piacque l'idea di essere bendati, ma era stato spiegato loro in anticipo che quella era la regola e non vi si poteva fare molto. Ai cavalli vennero tolti sella e briglie e vennero lasciati liberi di vagare per il Bosco.
"Scusate, Signorino," disse Amros, mentre si incamminavano, consapevole che erano passati svariati minuti tra la domanda e la risposta. "I nobili si parlano sempre in modo piuttosto, come dire, affettato."
"Ma il babbo di solito non parla così!"
"Succede nelle occasioni ufficiali, come questa. E così fa anche il Sovrintendente."
"Davvero?"
"Certo!"
"Amros, secondo te gli manco allo zio Denethor?"
Il soldato trovò quanto meno bizzarro sentir definire il proprio Signore: zio Denethor.
"Sono sicuro di sì," rispose. "Sono sicuro che alla Reggia manchiate tanto a tutti!"
"Anche a me mancano tanto tutti, Amros!" disse Aragorn, facendo attenzione a dove metteva i piedi. "Mi manca Boromir! E Gimli! E mi manca tanto la mia mamma!"
"Zio," chiamò Legolas, bisbigliando.
"Sì, cosa c'è?" chiese Arathorn tenendolo per mano.
"Chi era quell'Elfo che ci ha accolto?"
"Si chiama Haldir, Legolas, ed è il fratello di Rúmil ed Orophin".
"E chi sono?"
"Due Elfi che vivono qui. Rúmil, forse è un po' grande per voi… ma Orophin dovrebbe avere circa dieci o undici anni. Forse potrete giocare."
"E Haldir cosa fa?"
"Haldir è il Capitano delle Guardie, Legolas."
"Hai visto che arco che ha, zio? Non ora che siamo bendati… ma prima, lo hai visto?"
"Sì, pulce, l'ho visto."
"Posso averlo anch'io?"
"No, Legolas, tu potrai andare in giro con un arco del genere quando compierai almeno sedici anni!"
"Sedici anni ce li avrò tra un sacco di tempo!"
E per fortuna!, pensò Arathorn, senza dirlo ad alta voce.
"Adesso comportati bene, Legolas, perché siamo quasi arrivati," tagliò corto, concludendo la discussione.

Caras Galadhon si presentò agli occhi dei viaggiatori – finalmente privi di benda – in tutta la sua bellezza e magnificenza. Il Palazzo di Celeborn e Galadriel mostrava, in particolare, tutta la maestria degli Primogeniti nelle arti più raffinate, oltre all'armonia delle loro opere con la natura.
Ad accoglierli giunse solo la dama del Bosco d'Oro, in un vestito che sembrava fatto di luce; la sua espressione austera si sciolse quando vide i bambini, in particolare Legolas. Con un semplice gesto della mano, dopo aver rivolto loro un inchino, invitò i viaggiatori a seguirla, cosicché potessero presentarsi anche al cospetto di suo marito.
Celeborn si trovava nel giardino sul retro in compagnia di Orophin. Il ragazzino, che ormai aveva dodici anni, se ne stava seduto su un albero e teneva, tra le mani, l'arco di suo fratello Rúmil. Il Signore degli Elfi non avrebbe impiegato molto a tirarlo giù, se lo avesse voluto; per una questione di principio, tuttavia, avrebbe desiderato che quella peste si assumesse le proprie responsabilità.
Galadriel capì che tutte le raccomandazioni dei giorni precedenti, sul comportarsi adeguatamente quando avrebbero avuto ospiti, non erano servite a niente. L'autorità del Lord e della Lady poteva poco contro la pazzia ribelle di un elfino che stava entrando nell'adolescenza.
"Vi domando perdono, Lord Arathorn," si giustificò la dama. "Ma come ben sapete, non sempre è facile gestire i più piccoli. Specie se di razza elfica."
Il Ramingo annuì gravemente e temette il momento – che certamente sarebbe arrivato – in cui Legolas avrebbe dato il meglio di sé.
"Orophin!" chiamò quindi Galadriel. "Cosa fate seduto su quel ramo? Siete forse un uccello?"
"Voglio un arco tutto mio!" rispose Orophin. "E se non posso averlo mi tengo quello di Rúmil."
"L'arco di Rúmil, per definizione, non può essere vostro."
"Allora ne voglio uno mio!"
"Di certo non lo otterrete con questo tipo di atteggiamento. Scendete immediatamente dall'albero e venite a salutare i nostri ospiti. Avrete modo di giocare con Aragorn e Legolas, in questi giorni."
"Ma sono due bimbetti!" rispose Orophin sprezzante.
"Io non sono un bimbetto! Io sono un Principe Elfico!" esclamò Legolas. Arathorn gli diede un colpetto sul sedere.
"Legolas," disse guardandolo storto. "Non cominciare o questo era per finta, ma il prossimo sarà per davvero."
Il soggetto ritenne che non fosse il caso di replicare, dato che lo zio non si sarebbe dimostrato molto paziente. Oltretutto non gli aveva nemmeno fatto male…
"Un Principe Elfico!" ridacchiò Orophin. "E di chi saresti figlio, di quello lì?"
"Orophin!" intervenne Celeborn. "Quello lì si chiama Lord Arathorn, figlio di Arador, Capitano dei Dúnedain. Di suo figlio, Aragorn, sentirete parlare profusamente quando verrà il tempo ma con ben altro nome e titolo. Quanto a Legolas, egli è figlio di Re Thranduil del Bosco Verde." L'elfo rifiutava di utilizzare il nome Bosco Atro in quanto era come riconoscere in partenza la vittoria del nemico.
"Oh, grandioso, il Bosco Verde!" esclamò Orophin. "Se volete vi ci porto, non è tanto lontano! Ti farò dare un arco, Legolas, e potremo andare a caccia di ragni! Forse per te posso trovare un pugnale… Aragorn, ti chiami così?"
L'interessato annuì e guardò suo padre come a chiedere: Ma davvero posso andarci? Il Ramingo scosse la testa: era escluso che mettesse un pugnale in mano a suo figlio e che lo mandasse a caccia di ragni nel Bosco Atro. Era proprio escluso.
"Voi non porterete i nostri ospiti da nessuna parte, Orophin," intervenne Galadriel. "E non è permesso nemmeno a voi recarvi nel Bosco Atro. Non è permesso nemmeno a me andare a caccia di ragni nel Regno di Sire Thranduil, non senza il suo consenso e permesso. Adesso scendete da quell'albero e smettetela con questa pantomima. Non avrete un arco vostro finché non raggiungerete l'età per poterne reclamare uno. È quanto."
"Oltretutto," aggiunse Celeborn, "Nel suo tentativo di furto, ha sbeccato leggermente l'arco di Rúmil."
"Non l'ho fatto a posta!" spiegò il ragazzino. "Mi sono messo l'arco sulle spalle, non mi sono ricordato che mi sporgeva di lato ed ho toccato una colonna… che è anche caduta."
"Quindi avete rotto anche la colonna?" chiese Galadriel.
"Forse!"
Legolas guardò Orophin e pensò che aveva così tanto, davvero così tanto, da imparare da lui.
"Perfetto, Orophin. Sappiate che siete costretto in camera vostra fino a nuovo ordine," disse l'elfa cercando di mantenere una serafica calma. "Gradirei che scendeste da quell'albero e vi comportaste come l'essere civilizzato che siete."
Il ragazzino si accomodò meglio. Arathorn si ritrovò a considerare che, se questa era l'adolescenza, avrebbe fatto bene a godersi figli e nipoti finché erano ancora piccoli e, tutto sommato, educati.
"Orophin," sospirò Celeborn. "Per l'età che avete, e per questa mancanza di rispetto, potremmo benissimo farvi rinchiudere nelle segrete e spero lo sappiate." L'elfino sbadigliò. "D'accordo, Orophin. Ritengo sia inutile fornire ancora pubblico al vostro spettacolo. Restate lì, se lo desiderate. Chiederò ad Haldir, vostro fratello, di occuparsi personalmente di voi."
Orophin si morse il labbro.
"No! Ad Haldir no!" disse.
"Ad Haldir, esattamente!" ribadì Celeborn.
Orophin pensò che Haldir sarebbe passato dalle parole ai fatti in un lampo, soprattutto se avesse saputo che il suo fratellino lo aveva messo in imbarazzo sia coi Signori che con gli ospiti.
Saltò giù dall'albero con un balzo.
"Non ad Haldir, per favore," ribadì. "Vi prego, Lord Celeborn, non dite niente a mio fratello. Vi prego. Lady Galadriel, per favore… posso stare davvero nelle segrete?"
Tanto, comunque, sarebbe stato nutrito e pasciuto adeguatamente anche lì. E forse non avrebbe dovuto temere l'ira di suo fratello, al sicuro nelle segrete, né le prese in giro di Rúmil.
"Valuterò!" replicò Galadriel. "Per il momento, Orophin, andate in camera vostra e restatevi fino a domani mattina. Non avete diritto alla cena, considerando come vi siete comportato."
L'elfino sospirò, roteò gli occhi e obbedì sperando che questo, in qualche modo, migliorasse la propria posizione.
"Sono estremamente desolata," disse Galadriel quando fu uscito di scena. "Davvero, estremamente."
"Lo siamo entrambi," ribadì suo marito. "Vogliate perdonarci e mi auguro che nulla del genere accada di nuovo. Nel frattempo, visto che avete viaggiato a lungo, chiederò che vi sia preparato un bagno per potervi rinfrescare. La cena sarà pronta in meno di un'ora."
La parola bagno fece sì che dai capricci degli elfi si passasse a quelli degli umani.
Bagno? Doveva farsi il bagno? Aveva sentito bene? Aragorn gridò: "No, io il bagno non me lo faccio!" Lasciò la mano di Amros e, prima che l'uomo potesse rendersene conto o fare qualsiasi cosa, scappò via a gambe levate.
"Aragorn, torna subito qui!" tuonò il Ramingo. "Subito!"
Il futuro Re lo ignorò, anzi, corse più veloce.
"Posso staccare un ramo da uno di questi alberi, per favore?" domandò Arathorn rivolto ai Signori di Lórien.
"Fate pure," disse Celeborn. "Con la nostra benedizione."

Il Capitano dei Dúnedain si lanciò all'inseguimento. Ringraziò i Valar che Legolas fosse troppo interessato allo strano ambiente in cui si trovava, intento a guardarsi intorno e porre domande, per poter causare problemi. L'elfino accettò di buon grado la frugale merenda a base di frutta che gli venne servita – la cena era quasi pronta, come Celeborn aveva detto poco prima – e quando arrivò il momento del bagno non oppose resistenze di sorta, anzi, si dimostrò estremamente obbediente.
Galadriel ne tessé le lodi, elogiandone la condotta e l'educazione, ribadendo che Sire Thranduil aveva cresciuto un elfino adorabile e che gli uomini, a Minas Tirith, stavano facendo davvero un ottimo lavoro nel prendersi cura di lui. Ancora non aveva visto di che cosa fosse capace il Principino, sebbene ci fosse da aspettarsi che se ne sarebbe accorta presto.
"Vorrei tanto poter giocare con Orophin, Lady Galadriel," disse Legolas, mentre sedevano sotto un portico. "Non so dov'è Aragorn e un po' mi annoio."
"Credo sia meglio che voi non passiate molto tempo con Orophin, Legolas," replicò la dama. "In ogni caso, resterà in camera propria fino a domani mattina."
"Ma deve proprio?"
"Deve proprio, sì, piccolo mio". Galadriel fece una carezza al bambino quindi, sperando che si annoiasse un po' meno, chiese a Celeborn di mostrargli la Sala dei Cimeli. Certamente si sarebbe divertito a vedere archi, pugnali, spade e gioielli dalla foggia antica e che non venivano quasi più utilizzati, essendo stati sostituiti da manufatti più recenti. Legolas si entusiasmò moltissimo e non vide l'ora di raccontare tutto ad Aragorn e poi a Boromir, una volta tornati a casa. Ed anche alla zia Gilraen ed allo zio Denethor, di cui si rendeva conto di sentire la nostalgia. Pensò che al nano i gioielli sarebbero piaciuti di sicuro, ma poi si domandò perché si preoccupasse del figlio di Glόin e si disse che no, l'eterno nemico non gli mancava proprio per niente!

Nel frattempo, Aragorn aveva trovato rifugio dietro una siepe su cui spuntavano, qua e là, delle fragole selvatiche: era un bel nascondiglio e, oltretutto, la merenda era assicurata. La cosa migliore era che poteva vedere senza essere visto: suo padre non era lontano e camminava in modo così poco leggero, rispetto agli elfi! Probabilmente perché era veramente molto, molto arrabbiato. L'uomo teneva in mano un rametto, che avrebbe usato a mo' di bacchetta quando l'avesse ritrovato, e si dava a chiamarlo a gran voce, promettendo di essere magnanimo se si fosse arreso di sua spontanea volontà, senza protrarre la cosa per le lunghe.
Nella sua mente di bambino, Aragorn trovò che l'intera vicenda fosse tutto sommato divertente: lui era un valoroso guerriero che si nascondeva alla vista di un Troll di Caverna! Certo, era strano che i Troll viaggiassero con la luce del sole… per cui avrebbe dovuto trovare qualcos'altro. Forse un orchetto. O magari il Re degli orchetti! Ma sicuro! Suo padre era il Re degli orchetti che cercava l'Erede di Isildur per farlo fuori prima del tempo. Aragorn avrebbe impugnato la spada e al grido: Non mi arrenderò senza combattere! avrebbe distrutto il nemico, ribaltando la situazione a proprio vantaggio! Bello, bellissimo! Dov'era il suo Sovrintendente, quando serviva? E ovviamente non si riferiva a Denethor, ma a Boromir che sarebbe stato molto utile, se fosse stato lì a dargli manforte.
"Non mi arrenderò senza combattere!" mormorò di nuovo tra sé. Era una frase grandiosa, epica, e gli piaceva davvero tanto. "Non mi arrenderò senza combattere!" ripeté un po' più forte. Prima ancora che se ne potesse rendere conto, aveva impugnato un bastone trovato tra i cespugli ed era saltato in piedi; preda di una fervida immaginazione infantile, aveva effettivamente gridato: "Non mi arrenderò senza combattere!" rivolto a suo padre che lo stava cercando.
Arathorn trasse un profondo respiro e si diresse nella sua direzione a grandi passi; prima che potesse scappare, acchiappò il figlio per un braccio e lo voltò verso di sé.
"La vedi questa?" gridò su tutte le furie, mostrando la bacchetta.
"Sì," pigolò Aragorn.
"Adesso tu mi precedi fino al Palazzo. Chiedi scusa a tutti e ti fai il bagno."
"No!"
"Devo usarla per farmi obbedire?" tuonò l'uomo, scuotendo il piccolo con forza.
"Voglio la mia mamma," disse Aragorn mettendosi a piangere.
"La mamma non è qui e lo sai!"
"Sei cattivo! Voglio la mamma!" insistette il bambino, prendendo a singhiozzare.
"Obbedisci, Estel. Subito!"
"Glielo dico, quando torniamo! Glielo dico che sei cattivo! E che non ti voglio più bene!"
Diede un'occhiata al ramoscello: non dava l'idea di fare male, ma non ci teneva più di tanto a verificare. In ogni caso, suo padre gli aveva fatto paura, tanta che non riusciva a muoversi. Ed era anche stato chiamato Estel: un nome da sempre premonitore di grande sventura. Rifugiò il visetto nelle manine e pianse più forte.
Arathorn si rese conto che quello non era un capriccio. Gettò la bacchetta a terra e cercò di abbracciarlo.
"Pulce, ho esagerato, vero?" chiese, con un tono di voce molto diverso rispetto a prima. "Non ti picchio, lo giuro."
"Voglio la mamma," ribadì Aragorn, cercando di svincolarsi.
"La mamma non c'è, ma c'è il babbo. Non va bene?"
"No!"
"Facciamo pace?" L'interessato scosse la testa. "Per favore?"
"No!"
"Mi sento tanto triste. Tanto, tantissimo triste." finse di piagnucolare Arathorn tirando su col naso. "Vorrei tanto fare pace con la mia pulce, lo vorrei tanto tanto."
Aragorn guardò bene suo padre, quindi ne prese il viso tra le mani.
"Non piangere, babbo," disse. "Sei un guerriero, i guerrieri non piangono."
"Io piango perché non mi vuoi più bene e sono triste."
"Ma io ti voglio bene," ammise il bambino. "Se non piangi facciamo pace!"
"Grazie," disse il Ramingo. "Ci facciamo il bagno insieme e giochiamo con l'acqua? Che ne dici?"
"Ma stai sempre con me, non mi lasci solo, vero?"
"Non ti lascio solo, promesso."
"E non mi fai andare l'acqua negli occhi e nelle orecchie, vero?"
"No, certo che no. Andiamo!"
L'uomo considerò che le sue teorie sulla disciplina avrebbero dovuto essere portate avanti, sì, ma cercando di non perdere mai la pazienza.

Le cena fu regale ed abbondante. Arathorn fu felice di trovare anche Mithrandir, seduto al tavolo, con cui voleva assolutamente conferire per le questioni relative al Negromante di Bosco Atro. Tuttavia si disse che avrebbe atteso l'indomani; per il momento si sarebbe limitato a fumare dell'erba-pipa insieme allo Stregone, il quale ne era un grande estimatore.
I due bambini furono fatti sedere accanto al Ramingo poiché non erano state disposte due tavolate distinte, come succedeva a Minas Tirith. Aragorn si addormentò sulla sedia prima che potesse essere condotto a letto e Legolas lo seguì subito dopo.
"Poveri piccini," commentò Galadriel, dando disposizione affinché venissero portati in camera. Decise che avrebbero dormito insieme, così non si sarebbero spaventati se si fossero svegliati nel cuore della notte, ritrovandosi in un ambiente che non conoscevano.

Anche Orophin si addormentò prima del dovuto, quella sera: non fu molto felice di essere stato escluso dal banchetto per l'arrivo degli ospiti, né di essere stato lasciato a pancia vuota e di non poter nemmeno umettarsi le labbra col vino, come gli veniva ormai concesso di fare nelle occasioni importanti. Tuttavia, l'essere tra le braccia di Irmo lo salvò dall'ira del fratello maggiore che, appreso ciò che aveva fatto e come si era comportato, aveva lasciato la tavolata per andare a dire due paroline a quel tornado devastatore. Rúmil lo aveva seguito di corsa, deciso a non perdersi lo spettacolo per niente al mondo. Haldir aprì la porta senza nemmeno bussare e trovando il piccoletto che riposava, così tranquillo e sereno e con un'espressione beata sul volto, si addolcì e si disse che non avrebbe potuto svegliarlo per pareggiare i conti, nemmeno volendo. Quell'essere pestifero era pur sempre il suo fratellino. Si limitò a passargli una mano tra i capelli. "Ti è andata bene, per questa volta, Orophin," disse.
Rúmil che aspettava fuori dalla stanza, appoggiato al muro, voleva vendetta per quanto era stato fatto al proprio arco: lo aveva controllato ed era certamente scheggiato sull'estremità superiore. Rimase basito nel vedere uscire Haldir tanto in fretta.
"Allora?" chiese.
"Dorme. Non lo sveglierò, se dorme."
Il mezzano sbuffò pesantemente, trovando che non fosse giusto che quell'impiastro la passasse sempre liscia.
"È solo rimandato a domani mattina," assicurò Haldir. Il secondogenito non sembrò particolarmente soddisfatto: nonostante fosse ormai un adolescente continuava a provare una certa soddisfazione quando Orophin finiva nei guai, in grossi guai, specie con il fratello maggiore. Ma non disse niente, ritenendo che non fosse saggio mettersi nei pasticci a propria volta. Ridiscesero al piano di sotto e presero di nuovo parte alla festa che, senza bambini nei paraggi, fu abbondante e magnifica e proseguì ben oltre la mezzanotte quando, infine, il Capitano dei Dúnedain e la sua scorta decisero che fosse il caso di ritirarsi: il viaggio era stato lungo e faticoso e tutti loro avevano bisogno di riposo.

NOTE AL CAPITOLO:
Mi rendo conto di aver mantenuto una visione di Lothlórien più simile al film che non al libro, ma ho preferito così per comodità.

Nel libro si dice che l'unico modo di viaggiare tra Lothlórien e Gondor è via fiume e non via terra. Questo è vero perché il ponte di Osgiliath è crollato e perché la Compagnia sta evitando Rohan. Ma al tempo in cui queste storie sono ambientante, Osgiliath non è ancora stata conquistata. Inoltre immagino che Arathorn costeggi l'Anduin dal lato Ovest senza però fermarsi a Rohan.

So che i tempi del viaggio sono molto stretti e possibilmente non realistici: per questo ho deciso di usare i cavalli. Mithrandir, con Ombromanto, riesce ad arrivare da Rohan al limite della Contea in tre giorni. Per cui penso che con buoni cavalli l'impresa sia, in qualche modo, fattibile.