Capitolo IV, Lo Specchio di Galadriel
Galadriel non aveva lasciato che Legolas ed Aragorn venissero fatti dormire su un flet, ma aveva preferito che tutti gli ospiti potessero alloggiare a Palazzo. Sebbene Legolas non avrebbe avuto problemi, in quanto figlio di Thranduil, ritenne che fosse più facile, per degli umani, dimorare quanto più vicino a terra.
I due bambini si risvegliarono su un letto fatto da legni intrecciati e foglie, ma così morbido e soffice che non aveva nulla da invidiare ai letti di piume di Minas Tirith. Erano stati coperti con un morbido drappo che pareva essere di seta, ma che li aveva tenuti al caldo per tutta la notte. Legolas si sentì a casa, dal momento che gli elfi di Lothlórien e quelli del Bosco Atro appartenevano perlopiù alla stessa stirpe e si erano, poi, divisi in due diversi reami.
Aragorn fu sorpreso di essere lì e si ricordò, d'improvviso, che tutta la storia del viaggio e della permanenza nella Terra degli Elfi non era stata un sogno ma era la pura realtà.
Chiacchierarono eccitati per un po', immaginando quali meraviglie avrebbero potuto scoprire. Legolas si augurò che suo padre venisse a fargli visita e disse ad Aragorn che, poiché a breve sarebbe stato il suo compleanno, forse sarebbe riuscito a farsi regalare un arco da Lady Galadriel. La Signora gli sembrava estremamente gentile e cortese, nonché bendisposta nei suoi confronti.
"Ma se ti regalano un arco me lo lasci usare?" chiese Aragorn con occhi speranzosi.
"Certo!" rispose Legolas con fare solenne. "Ma l'arco resta mio, non diventa tuo!"
Il futuro Re annuì, quindi si mise a saltellare sul letto per la gioia; il Principe lo seguì di lì a poco. Il loro giaciglio, oltre ad essere estremamente morbido, sapeva anche sopportare bene la loro vivacità; fiori e foglie di mallorn, tuttavia, presero a volare in giro per la stanza: dapprima poco a poco, poi in numero sempre maggiore, finché del letto rimase solo la struttura di rami intrecciati.
I due ragazzini si guardarono intorno: Arathorn non ne sarebbe stato molto felice. Ma Arathorn, stranamente, sebbene dormisse nella stanza accanto alla loro, non era ancora venuto a rimproverarli Forse era già sveglio da un pezzo e passeggiava per il bosco. O forse – ed era questa la realtà – stava ancora cercando di riprendersi dall'ottimo vino della sera precedente.
Decisero di lasciare quel disastro così com'era e di chiedere ad Arnis di sistemarlo, poiché non avrebbero saputo da dove cominciare. Pensarono di dirigersi in Sala per la colazione e, mentre vagavano per i corridoi cercando di capire dove andare (la sera precedente erano stati condotti in camera che già dormivano), sentirono la voce di Orophin provenire da una delle stanze.
No, Haldir non aveva dimenticato quello che aveva combinato il giorno prima, anche perché Rúmil si era lamentato così tanto e così a lungo che il suo arco fosse sbeccato – sbeccato, capito Haldir? Ed era nuovo! Io sto attento alle mie cose! – che, anche se lo avesse voluto, non vi sarebbe riuscito. Non erano stati dirittamente Celeborn e Galadriel a chiedergli di occuparsi di suo fratello, ma era palese che la vicenda gli fosse stata riferita per un motivo.
Legolas ed Aragorn si misero in ascolto, per farsi un'idea di come andavano le cose fuori da Minas Tirith.
"Ti prego Haldir, ti prego," stava implorando Orophin, con un tono di voce molto più educato rispetto al giorno precedente. "Non lo farò mai più, lo prometto. Sarò buono e obbediente, te lo giuro!"
"Mi piacerebbe poterti credere," replicò l'elfo. "Ma me lo hai promesso così tante volte, ormai, che non le conto nemmeno più."
"Ma è la verità, Haldir, ti prego credimi. Sarò buono, righerò dritto, non farò niente di male. Ti prego, ti prego!"
"Orophin…"
"Fratellone," Orophin lanciò al Capitano delle Guardie un'occhiata estremamente ruffiana.
"No, Orophin, no," rispose Haldir resistendo all'attacco. "Sai che non ti è permesso prendere l'arco di Rúmil, eppure lo hai fatto. Lo hai graffiato, hai danneggiato una colonna e poi hai mancato di rispetto ai nostri Signori… per giunta davanti a degli ospiti. Mi dispiace, ma in assenza di nostro padre tocca a me prendermi cura di te."
Orophin singhiozzò apertamente. Ad Haldir non sembrò che suo fratello fosse un ragazzino di dodici anni, ma piuttosto un bambino di cinque o sei anni che si era messo in guai seri per la prima volta.
"Orophin," disse sollevandogli il viso con un dito e costringendolo a guardarlo negli occhi. "Non siamo un po' grandicelli, per fare i capricci? Vuoi fare lo spavaldo e poi piangi quando ne devi pagare le conseguenze? Non è intelligente, fratellino. Non hai più un età per cui si possa chiudere un occhio: sei grande abbastanza per assumerti le tue responsabilità. Sei anche fortunato, perché adesso sono calmo: ieri sera saresti finito molto, molto peggio."
"Mi sa che a Minas Tirith ci va un po' meglio," sussurrò Legolas al suo compare Aragorn, da dietro la porta. L'Erede di Isildur annuì: forse non voleva ascoltare oltre, si sentiva a disagio. Se fosse toccato a lui non avrebbe voluto avere degli spettatori.
"Haldir," proseguì Orophin, ammettendo a se stesso che suo fratello aveva ragione e che aveva colpito nel segno. "Non possiamo… non possiamo aspettare?"
"E cosa dovremmo aspettare, piccoletto? Tanto le cose non cambieranno."
"Ma io… non ho mangiato, ieri sera. E ho tanta fame. Ti prego, Haldir."
"Non ho mai detto che salterai la colazione, Orophin."
"Ma Haldir," proseguì l'elfino tirando su col naso. "Dopo non avrò tanta voglia di mangiare. E poi abbiamo ospiti! E mi vedranno ballare sulla sedia. Io… mi vergogno. Haldir, ti prego…"
"Possiamo fare dopo colazione, ma rimanderai solo la questione ad ora di pranzo."
"Posso anche saltarlo, il pranzo, se mi lasci almeno fare colazione. Mi porterò qualcosa in camera. Per favore Haldir. Ti prego. Non sono più il tuo elfino?"
"Ma certo che sei il mio elfino, Orophin," sospirò Haldir. "E va bene," concesse alla fine. "Puoi fare colazione, ma dopo colazione faremo i conti. Non cambia niente per me, ma non cambierà niente nemmeno per te: hai solo rimandato di un'ora circa. Se preferisci così…"
Orophin abbracciò il fratello con lo stesso entusiasmo che se gli avesse detto: Sei perdonato, va' a giocare e non pensiamoci più. Haldir aveva capito benissimo che era una questione d'onore, per il ragazzino, motivo per cui aveva acconsentito alla richiesta. Gli accarezzò i capelli con dolcezza; desiderò in cuor suo che il loro padre fosse lì e che certe questioni spettassero a lui, in quanto quello dell'educatore dei due fratelli minori era un ruolo che non gli piaceva.
"Andiamo adesso, Orophin," disse infine. "Sono sicuro che a tavola ci stanno aspettando."
Legolas ed Aragorn si allontanarono velocemente dalla porta, dopo aver origliato l'ultima frase.
Haldir si guardò intorno con fare circospetto: avrebbe giurato che qualcuno fosse lì, qualche minuto prima. Fece finta di niente, consapevole che comunque non c'erano nemici tra le mura di Caras Galadhon e, senza saperlo, condusse i due bambini fino in Sala da Pranzo.
I piccoli si sedettero a tavola educatamente ed aspettarono di essere serviti. Arathorn li raggiunse di lì a poco, ma era evidente che avrebbe preferito essere ancora nel proprio letto.
"Buongiorno, pulci," disse prendendo posto tra i due ragazzini. Si sedette e diede a massaggiarsi la fronte con la mano destra. "Avete dormito bene?"
"Sì!" disse Legolas, non facendo cenno al disastro combinato in camera poco prima.
"Ti senti male, babbo?" chiese Aragorn, con un'espressione preoccupata sul viso.
"No, piccola pulce," replicò Arathorn dandogli un buffetto. "Sono solo molto stanco. Ma sto bene!"
"Zio Arathorn," bisbigliò Legolas. "Haldir è tanto arrabbiato con Orophin, per ieri!"
Arathorn si sporse un po' per guardare i tre fratelli. Orophin era seduto in mezzo ai due più grandi e Rúmil lo stava, chiaramente, rimproverando per aver preso il suo arco. Il ragazzino aveva l'aria triste e pentita e continuava a ripetere: Scusa, Rúmil. Scusa. Haldir lasciò fare, finché decise che la cosa era andata per le lunghe e ricordò a Rúmil, se lo avesse dimenticato, che avrebbe provveduto a punire il fratellino, quindi non c'era tutta questa necessità di infierire.
"Haldir ha ragione, sarei arrabbiato anch'io," disse Arathorn tornando a sedersi in modo normale. "Non tanto per l'arco, ma per l'atteggiamento. Ma non dovrebbe farlo aspettare così tanto… Il vecchio Arador diceva sempre: Prima cominciamo, prima finiamo."
Contro la sua stessa volontà, i ricordi del Ramingo tornarono a quando aveva undici anni, ed aveva rubato uno dei pugnali di suo padre perché ancora non gliene avevano regalato uno. Si trattenne tuttavia dal raccontare la storiella ai piccini, onde evitare che provassero a loro volta.
"Ho un po' di mal di testa, ad essere sinceri," disse passandosi una mano sugli occhi. "Dopo colazione credo mi rimetterò a letto. Se vi lascio da soli, mi promettete di comportavi bene?"
"Sì!" esclamò Aragorn, felice che gli fosse concessa fiducia.
"Sì, zio," gli fece eco anche Legolas. "Zio, ma stai male perché hai bevuto?"
Arathorn evitò di rispondere per un momento.
"Non dire sciocchezze, Legolas," replicò infine. "Ho mal di testa perché è stato un viaggio lungo e faticoso."
"Non ti preoccupare. Non lo dico alla zia, quando torniamo!" ridacchiò l'elfino, mettendosi in ginocchio sulla sedia e sporgendosi nella direzione del Ramingo per osservarlo meglio. "Davvero!"
"Legolas, se non la smetti fai la stessa fine di Orophin!" tagliò corto l'uomo, rendendosi conto che poteva minacciarlo quanto voleva, ma aveva ragione. E se sua moglie avesse saputo che aveva alzato il gomito, invece di comportarsi come un adulto responsabile, avrebbe avuto molto da ridire.
Mithrandir guardò l'uomo con aria divertita, sedendosi a tavola: era evidente che stava facendo uno sforzo per essere lì.
"Allora, miei piccoli," disse rivolto ai bambini. "Come procede la permanenza a Lothlórien, vi piace?"
"Sì!" replicarono i ragazzini in coro.
"Ma verrà anche mio padre?" domando Legolas. "Per favore, Mithrandir!"
"Questo non dipende da me, Legolas. Potrebbe venire fin qui come no. In ogni caso, sono certo che lo riabbraccerai presto."
L'elfino prese per buona la risposta.
"Avrei sperato di trovare anche gli altri due," commentò lo Stregone. "Ma verrà anche per loro il giorno di visitare Lothlórien."
"Gimli è un nano!" rispose il principino, con orrore. Come poteva essere che un nano si addentrasse per il reame degli elfi? Certo, i nani erano stati accolti presso Imladris, nella casa di Elrond, ma questo era molti anni prima e di quella storia Legolas non aveva sentito parlare che per frammenti. Conosceva solo la parte in cui dei nani erano arrivati a Bosco Atro e suo padre li aveva fatti imprigionare. Gli era anche stato anche raccontato della Battaglia dei Cinque Eserciti… ma non ricordava i dettagli, e aveva distorto la vicenda come meglio era convenuto alla sua fantasia di bambino, per poter dipingere gli elfi come degli eroi e i nani come il nemico.
"E quanto a Boromir? Perché non è qui?"
"Non ci è voluto venire," rispose Aragorn scuotendosi nelle spalle. Restò in silenzio per un attimo, come a riflettere su quello che stava per dire. "Mi manca tanto Boromir," ammise infine, piagnucolando un po'. "E Gimli. E la mamma. E lo zio Denethor. E anche la zia Finduilas."
"Sono certo che anche tu manchi a loro," sorrise Mithrandir con fare paterno. "Sarete presto di nuovo insieme."
"A me il nano non mi manca per niente," ci tenne a precisare Legolas, casomai ci fossero dubbi in proposito.
La colazione non fu abbondante come la cena della sera precedente, ma soddisfò comunque gli ospiti grandi e piccoli. Aragorn si avventò su pane, burro e marmellata e su il tè caldo servito dagli elfi ai bambini, a base di miele, limone e foglie di menta. Vide suo padre rinunciare al cordiale di Lothlórien, per quella mattina, e chiedere che gli venisse versato del tè: per il momento non riusciva a bere altro. Gli giovò moltissimo riempirsi lo stomaco e accettò di buon grado l'offerta di erba-pipa da parte dello Stregone. Si disse che, per quanto amasse infinitamente sua moglie, questo era il bello dell'essere un Ramingo e non averla davanti in quel preciso momento. Ovviamente purché i due piccoletti chiudessero la bocca una volta tornati a casa, e non le raccontassero che loro si erano divertiti… ma anche babbo non se l'era certo passata male.
Gli elfi ridevano e cantavano di leggende antiche, di amore e di guerra, e i due bambini ascoltavano incantati: anche Aragorn, che ancora non ne comprendeva la lingua, fu certo di intuire e capire la maggior parte di quello che veniva detto. Si chiese perché Turis non potesse insegnare loro la Storia in quel modo, invece di costringerli a sedere su una panca e leggere il tutto nei libri. Trovò che anche a Boromir sarebbe piaciuto essere lì e che sarebbe stato un bambino estremamente felice.
Avrebbe voluto dirglielo.
"Mithrandir," chiamò. "Posso chiedere ad un uccello di andare a Minas Tirith, dalla mamma e da Boromir?"
"Vuoi mandare loro un messaggio?" chiese lo Stregone.
"Sì. Il babbo lo può fare… ma ha detto che a Lothlórien è più difficile, perché il bosco è incantato."
L'Istari cercò di racchiudere tra le mani una delle farfalle che stavano volando loro intorno, senza toccarne le ali. La accompagnò gentilmente verso di sé e quindi davanti agli occhi dei due piccini.
"Cercate di non urlare o si spaventerà," raccomandò loro. "Ditele quello che vorreste dire a chi è rimasto a casa. Con gentilezza."
Aragorn si mise in piedi sulla sedia, cercando di mantenere una certa distanza dall'insetto, quasi ne fosse spaventato. Al tempo stesso, però, voleva attirarne l'attenzione su di sé per essere sicuro di venire ascoltato.
"Di' a tutti che mi mancano, farfallina," cominciò. "E di' alla mamma che faccio sempre finta che anche lei è qui con noi e che la voglio abbracciare. E di' a Boromir, a Gimli e allo zio che qui è tutto stranissimo, c'è tantissimo da mangiare e che gli elfi cantano delle canzoni bellissime e vivono sugli alberi. E la prossima volta devono venire anche loro!"
"E poi," aggiunse Legolas. "Se puoi avvicinati alla guancia della zia e dalle un bacio. E anche alla zia Finduilas, se torna prima di noi."
"Dai un bacio a Gilraen anche per me," intervenne Arathorn, trovando estremamente dolce quello che l'elfino aveva appena detto. "E dille che la amo e che torneremo presto."
"Credo che una certa dama si commuoverà," commentò Mithrandir. Quindi aprì le mani e lasciò che la farfalla volasse via, in direzione di Minas Tirith come le era stato richiesto.
Quando il primo pasto della giornata fu concluso, e ognuno ormai si apprestava a riprendere le proprie mansioni quotidiane, Lady Galadriel si avvicinò ad Haldir.
"Capitano," disse con fare gentile. "Avverto una presenza al limitare orientale del Bosco. Vorrei che andaste a controllare, sebbene credo che non sia niente di importante."
L'elfo annuì cortesemente e disse che avrebbe eseguito l'ordine immediatamente. Si voltò, quindi, verso i due fratelli.
"Non litigate, mentre non ci sarò," li ammonì. "E tu, Orophin, faresti bene ad aspettarmi in camera perché sai che abbiamo una questione in sospeso."
I due acconsentirono, guardandosi in cagnesco. Rúmil decise di pattugliare la parte del bosco limitrofa al palazzo, sperando di poter trovare qualcosa su cui esercitare le proprie capacità di arciere.
Orophin, invece, si disse che il consiglio datogli da Haldir era saggio… ma che se doveva, comunque, essere punito – e ormai non aveva dubbi che lo sarebbe stato – allora tanto valeva divertirsi un po'. In ogni caso le cose non sarebbe potute andare peggio di così.
Si avvicinò, quindi, a Legolas ed Aragorn che stavano giocando a rincorrersi tra gli alberi.
"Ciao, bimbetti," disse col tono spavaldo della sera precedente. "Vi piace Lothlórien? Meglio dei Regni degli uomini, immagino."
I due ragazzini si fermarono all'istante. A Legolas diede particolarmente fastidio sentirsi chiamare bimbetto e sperava di aver chiarito la cosa.
"Io non sono un bimbetto, sono un Principe Elfico," ribadì. "Lothlórien è bella, ma io vengo da Bosco Atro."
"E quindi?"
"E quindi non è tanto diversa…"
"A parte che vivete in una caverna, dovete sbrigarvela con dei ragni giganti e non sapete nemmeno cosa sia la luce!" commentò Orophin sarcasticamente.
"I ragni giganti sono nella foresta. Il mio palazzo è bellissimo!"
"E sicurissimo, per questo ti hanno mandato a Minas Tirith."
Aragorn guardò Legolas: conosceva quell'espressione nei suoi occhi, era quella che precedeva i più grandi disastri ad opera del figlio di Thranduil. Avrebbe dovuto chiamare Arathorn, ma Arathorn aveva esplicitamente richiesto che lo lasciassero riposare un altro po' senza essere disturbato.
Mithrandir stava conferendo in privato con Celeborn e Galadriel… e quanto ad Arnis, ed ai tre soldati che erano venuti con loro, non sapeva dove fossero in quel momento.
"Legolas…" si limitò a dire, scuotendo la testa con fare implorante. L'elfino strinse i pugni, pronto alla sfida.
"Non parlare male di mio padre," ringhiò.
"Perché, sennò? Lo dici al Ramingo?" ridacchiò Orophin.
"Lo dico a tuo fratello!"
Orophin fu tentato di dare uno spintone a quel piccolo insolente, ma pensò che se avesse picchiato il Principe di Bosco Atro si sarebbe messo in guai giganteschi e sarebbe finito, davvero, nelle segrete. Ma solo dopo aver avuto a che fare con Haldir. Decise, allora, di giocare di astuzia e di fare in modo che anche Legolas finisse nei pasticci, così avrebbe smesso di ridere delle disgrazie altrui.
"Molto arguto, davvero molto arguto," commentò usando una parola che i due bambini non conoscevano. "Bene, Principe Legolas, vedo che siete davvero molto coraggioso. Vediamo se siete anche, come si dice… intraprendente? Vediamo se il sangue di Bosco Atro è fiero anche nei fatti o solo a parole!"
"Andiamo via, Legolas," suggerì Aragorn, bisbigliando. "Andiamo dentro. Non voglio più stare qui, non mi piace. Andiamo!"
"Lo è anche nei fatti!" replicò Legolas, ignorando totalmente l'amichetto.
"Oh, bene!" sorrise Orophin. "Facciamo una prova di coraggio ed intraprendenza, allora!"
Legolas non sapeva cosa significasse intraprendenza, ma qualsiasi cosa significasse non si sarebbe tirato indietro.
"Legolas!" tornò a chiamare Aragorn, venendo di nuovo ignorato. "Non fare arrabbiare il babbo! Ti prego. Per favore, Legolas."
"Che cosa devo fare?" domandò il Principino.
"Seguimi nel giardino di Lady Galadriel, ti faccio vedere."
Legolas si voltò verso Aragorn, che scosse la testa.
"Io non vengo," annunciò l'Erede di Isildur.
"Secondogeniti!" commentò Orophin sprezzante, mentre conduceva l'altro con sé. Legolas sapeva benissimo quali fossero i rischi e cosa gli sarebbe successo in seguito alla prova di coraggio, ma non gli importava. Aragorn lo guardò allontanarsi e si disse che doveva fare qualcosa. Rimase incerto per qualche minuto, poi concluse che doveva andare a chiamare suo padre, almeno avrebbe potuto raccontargli che cosa stava avvenendo. Sperò che non si mettesse ad urlare come aveva fatto il giorno prima. Corse via, pregando di non perdersi nei corridoi del palazzo di Caras Galadhon, che ancora non conosceva bene.
Orophin e Legolas entrarono di soppiatto nel giardino di Galadriel, approfittando del fatto che la Lady fosse coinvolta in un'importante conversazione tra Portatori degli Anelli. Era certamente bizzarro che la Signora non si accorgesse di ciò che stava avvenendo nel suo giardino privato, ma forse l'argomento era tanto importante che richiedeva tutta la sua concentrazione.
Legolas si disse che non avrebbe dovuto essere lì, ma ormai c'era ed era quanto.
Del resto, pensò, se non avesse accettato la sfida avrebbe in qualche modo disonorato Bosco Atro e gli elfi di Lothlórien si sarebbero fatti beffe di lui.
Orophin si avvicinò a quella che sembrava una grande e maestosa fontana per gli uccelli.
"Sai cos'è questo?" domandò. L'altro bambino scosse la testa. "Questo è lo Specchio di Lady Galadriel. È un oggetto magico ed antico che mostra il passato, il presente ed il futuro. Non è certo che il futuro sia quello reale, ma non mente né sul passato né sul presente."
"Ma il passato e il presente li sappiamo," considerò Legolas.
"Non sempre," disse Orophin. "Non sempre. Ora, ci è proibito essere qui ed è ancora più proibito guardare nello specchio, se capisci cosa intendo…"
"Sì."
"La tua prova di coraggio è guardare nello specchio."
"Tutto qua?" domandò Legolas, sollevandosi sulle punte dei piedi.
"No, non così!" disse Orophin. Prese l'acqua di una brocca poco distante, che Galadriel teneva nel giardino appositamente a quello scopo. Riempì la conca e guardò di nuovo il principino.
"Adesso ti devi sporgere e devi fare una domanda allo Specchio. In silenzio, dentro di te, devi chiedere allo Specchio di mostrarti qualcosa… e devi continuare a guardare qualsiasi cosa succeda.
E dico: qualsiasi. Se lo farai, smetterò di chiamarti bimbetto e dirò a tutti che il Principe Legolas è l'elfo più coraggioso che io conosca."
Il figlio di Thranduil ritenne che non fosse una buona idea. Aveva una sensazione strana e gli tremavano sia le mani che le gambe. Era tardi per i ripensamenti, tuttavia, quindi fece come gli era stato richiesto e porse allo Specchio una domanda che gli stava davvero a cuore: voleva vedere sua madre. Non se la ricordava e nessuno sapeva dargli qualcosa di più di un nome, Eledhrim, e una descrizione in cui l'elfa appariva come una delle più belle creature che avessero messo piede in Arda. Non aveva mai udito una storia in cui lui e la mamma fossero insieme, e tanto meno ricordava un periodo in cui avesse avuto entrambi i genitori. Gli avevano semplicemente detto che era andata via, che aveva varcato il mare, perché viveva nel terrore dei ragni e dell'ombra che cresceva lenta ma inesorabile.
Forse si sarebbe chiarito finalmente le idee.
Osservò con attenzione ed interesse. Inizialmente non vide nulla, se non acqua increspata, ma poi l'immagine si fece nitida e si delineò la figura di un'elfa che giaceva stremata sul letto; aveva tra le braccia un fagottino che cercava di stringere, per quanto le forze non glielo permettessero.
Re Thranduil le sedeva accanto pallido in volto, mentre le teneva la mano.
Sua madre rivolse uno strenuo sorriso al consorte, quindi chiuse gli occhi.
Il bambino continuò a guardare, nella speranza che accadesse qualcosa, ma la scena non cambiò.
Legolas non sapeva ancora come nascessero i bambini, ma aveva sentito storie di donne morte subito dopo averne avuto uno, sebbene non credesse che potesse capitare anche alle elfe. Forse la scena non cambiava perché non c'era altro, oltre a quello?
Prese a tremare come un ramoscello nel vento.
"No, no, no!" disse. "Non è vero. Non è vero. Non è vero!"
Orophin, che non sapeva né cosa avesse chiesto né cosa avesse visto, lo rimirò stranito non immaginandosi una reazione del genere. Il Principino scappò via senza guardarsi indietro e, soprattutto, senza avere idea di dove si stesse dirigendo.
Orophin aveva la certezza di essersi messo in guai molto grossi e che Haldir avrebbe fatto in modo che si ricordasse di quella giornata per il resto dell'eternità. Pensò che fosse saggio rifugiarsi in camera ma, mentre cercava di raggiungerla senza essere visto, si ritrovò davanti il Capitano dei Dúnedain. L'uomo era così arrabbiato e fiero che non era difficile, in quel momento, credere che appartenesse alla stirpe dei Re.
"Dov'è Legolas?" domandò acchiappando l'elfino per un braccio.
"Lasciatemi, lasciatemi!" gridò Orophin cercando di svicolarsi.
"Ho chiesto dov'è Legolas!" tuonò Arathorn, fulminandolo con lo sguardo.
"Non lo so," mormorò Orophin. "È… è scappato via!"
"Dov'è andato?"
"Non lo so!"
"E perché è scappato via?"
"Non lo so, ha guardato nello Specchio e…"
"Ha guardato nel mio Specchio?" intervenne Galadriel, allibita, giungendo dietro di loro. "Posso immaginare cosa abbia chiesto," disse. "Posso anche immaginare cosa lo Specchio abbia risposto. Ma lo Specchio non rivela il vero, a chi non lo sappia usare, o rivela una verità parziale."
Si voltò verso il proprio consorte, quasi a voler comunicare con lui attraverso il pensiero.
"Non possiamo perdere tempo," concluse Celeborn. "Occorre concentrare ogni nostro sforzo per ritrovare Legolas. E occorre mandare un messaggio a Sire Thranduil affinché arrivi il prima possibile."
"Rinchiuderei questo bel soggetto nelle segrete finché non torna suo fratello," aggiunse Arathorn. "Così, magari, riuscirà a non combinare ulteriori disastri. Me ne occuperei personalmente, se non dovessi cercare Legolas."
I Signori di Lórien acconsentirono gravemente, annunciando ad Orophin che per nessuna ragione sarebbe stato risparmiato, dopo quello che aveva fatto, e sottolineando come fosse andato ben oltre il limite dell'accettabile. Galadriel mandò due messaggeri a Thranduil, affinché lo informassero che era necessaria la sua presenza: si sarebbero diretti presso le aule del Re a cavallo, così da viaggiare veloci.
Il Ramingo fu grato che suo figlio, il più piccolo dei bambini presenti, fosse corso ad avvisarlo di quanto stava avvenendo.
Non era stato molto felice di ritrovarselo in camera, quando aveva esplicitamente richiesto di essere lasciato riposare, ma si era reso conto immediatamente che la situazione era grave. Si sentiva in colpa: non avrebbe mai dovuto lasciare i bambini da soli, avrebbe dovuto sorvegliarli o affidarli ad Arnis. Aveva voluto accordare loro fiducia, per una volta, per quanto fossero piccoli, e si sarebbe potuta rivelare una buona idea se non fosse arrivato un ragazzino di dodici anni a creare scompiglio.
Legolas, tuttavia, non si era allontanato poi di molto. Non voleva davvero scappare, né voleva che stessero in pensiero per lui: aveva solo bisogno di essere lasciato da solo. Pensava di aver colto perfettamente il significato di quella visione ed era uno soltanto: aveva ucciso la propria mamma, nascendo, e suo padre aveva aspettato il momento buono per sbarazzarsi di lui. Non c'era altro da dire. Tutte le spiegazioni che gli sarebbero state date – da Arathorn, da Galadriel e Celeborn, persino da Mithrandir – non le avrebbe tenute in considerazione.
Avrebbe tanto voluto poter chiudere gli occhi e risvegliarsi a Minas Tirith, rendersi conto che tutta la storia del viaggio a Lothlórien non era stata altro che un sogno e che le cose andavano come sempre, come ogni giorno, senza sconvolgimenti né cattive notizie di sorta.
Eppure, per quanto lo desiderasse, si trovava sempre nello stesso posto, sempre accovacciato sotto lo stesso albero in una parte della foresta non lontana da Caras Galadhon. Sentiva che per le strade lo stavano cercando e avrebbe voluto mostrarsi e dire: Sto bene, lasciatemi in pace, ma sapeva che sarebbe stato rimproverato o peggio… e per il momento non ne aveva la forza.
Rimase così, nel proprio ostinato silenzio, per circa due ore durante le quali pianse tutte le lacrime che aveva. Quindi qualcuno gli si avvicinò: non era un adulto ma un giovanissimo elfo, di diciassette anni, che quella mattina si era addentrato nel bosco per mettere alla prova il proprio arco: Rúmil, fratello di Haldir e di Orophin.
"Principe Legolas?" domandò vedendo quel povero esserino che se ne stava rannicchiato con le gambe contro al petto e la testa appoggiata sulle ginocchia.
L'elfino sollevò lo sguardo e annuì.
"Non dirlo a nessuno," implorò. "Lasciami solo."
"Ma vi stanno cercando tutti," disse il ragazzo. "Lord Celeborn è venuto a dirmi che dovevo aiutare anch'io. Sono tutti molto in pensiero, per voi, Principe. Lady Galadriel ha mandato a chiamare vostro padre con la massima urgenza."
"Mio padre?" ripeté Legolas, come rapito in una visione. Si rese conto che forse Re Thranduil non sarebbe stato felice di sapere quello che aveva fatto, sia per lo Specchio che per l'essersi nascosto. E siccome aveva ragione di pensare che suo padre lo odiasse, era certo di non volerlo vedere. Lo aveva invocato tante volte, a Minas Tirith, ma ora che conosceva la verità sulla propria nascita non voleva ritrovarsi faccia a faccia con lui.
"Lasciami stare," pigolò, tornando nella stessa posizione sconsolata di prima. "Nessuno mi vuole bene e io non voglio vedere nessuno."
"Il dúnadan di certo vi vuole bene," disse Rúmil sedendogli accanto. "L'ho osservato, in questi giorni, e vi guarda con gli stessi occhi con cui guarda suo figlio."
"Davvero?" chiese Legolas, sollevando la testa e consolandosi un poco.
"Certo. E sono sicuro che non è l'unico a volervi bene. Anzi, penso che tutti vi vogliano bene, Principe Legolas, anche se magari adesso saranno un po' arrabbiati con voi per via dello Specchio e perché siete sparito. Ma per lo Specchio la pagherà mio fratello e per essere sparito… credo che al più vi rimprovereranno. Non abbiate paura."
"Non ho paura," disse Legolas. "Non è per quello…"
"E allora cos'è?"
"Ho ucciso la mia mamma, Rúmil," rispose Legolas rimettendosi a piangere.
"Avete ucciso la vostra mamma? E come?"
"Quando sono nato!"
"Ma le elfe non muoiono di parto, Principe Legolas, perché non possono ammalarsi!"
Legolas rivolse a Rúmil uno sguardo interrogativo e due occhi lucidi che avrebbero intenerito chiunque.
"Sentite, io non mi intendo molto di queste cose, ma se volete possiamo andare da Lady Galadriel e lei vi spiegherà meglio."
"Lei lo sa come funziona?"
"Certo, Principe Legolas: Lady Galadriel sa tutto su qualsiasi argomento."
Il ragazzo si alzò e porse la mano al bambino con un gesto gentile.
"Venite con me, sono tutti molto preoccupati per voi. Almeno sapranno dove siete e che state bene."
Rúmil sorrise e Legolas decise di fidarsi di lui.
In fin dei conti il fratello del Capitano Haldir non ce l'aveva con tutti i bambini: solo con Orophin. A veder bene, non aveva proprio tutti i torti…
Mentre tornavano verso Caras Galadhon, il figlio di Thranduil cercò di immaginarsi come sarebbe stato se Gilraen e Finduilas fossero state lì. Le vide in piedi davanti al palazzo, mentre arrivava mano nella mano con il suo nuovo amico. Le immaginò corrergli incontro non appena lo avessero visto. Gilraen lo avrebbe stretto a sé e lo avrebbe abbracciato e baciato. Finduilas lo avrebbe sgridato, facendogli promettere di non farlo mai più o la prossima volta sarebbe morta di crepacuore… e poi lo avrebbe stretto a sé anche lei. L'elfino sentì un incredibile senso di nostalgia pensando a quella scena; fu in quel momento che si rese conto che, al di là di tutti i capricci e di tutte le rivendicazioni del suo titolo nobiliare, voleva tornare a Minas Tirith. Lo voleva con tutto il cuore e lo avrebbe detto allo zio Arathorn, non appena ne avesse avuto l'occasione.
NOTE AL CAPITOLO:
Come ho detto in precedenza, per praticità ed esigenze narrative ho raffigurato Lothlórien più simile a come è nel film che non nel libro.
So che Haldir, Rúmil ed Orophin sono fratelli. Stando ad alcuni alberi genealogici penso che Orophin sia il più piccolo dei tre. Non ho idea di cosa sia successo ai loro genitori, né di quale sia la loro età ma vale il discorso fatto nella premessa per Legolas.
In realtà dovrebbe essere Galadriel a soffiare sull'acqua dello Specchio affinché sia possibile usarlo. Riempiendolo semplicemente con acqua non dovrebbe succedere niente. Concedetemi la licenza.
Che la madre di Legolas si chiami Eledhrim e che abbia varcato il mare quando suo figlio era molto piccolo, dopo un attacco da parte dei ragni, è una mia invenzione.
