Capitolo V, Il Re di Bosco Atro
Galadriel si era trattenuta a Palazzo in attesa di notizie, così da poter eventualmente decidere sul da farsi. Del resto qualcuno doveva pur restare indietro, nel caso in cui il bambino tornasse spontaneamente o accadesse dell'altro: aveva avuto la sensazione che qualcuno si aggirasse attorno ai confini del proprio Regno e per questo aveva chiesto ad Haldir di verificare. Fu sollevata nel vedere Rúmil giungere al proprio cospetto, mano nella mano con il figlio di Thranduil.
Era certa che non gli fosse successo niente di male, ma non sapeva dove si trovasse. Notò una profonda tristezza negli occhi del piccolo ed indovinò quale ne fosse la causa; si disse che avrebbe pensato lei stessa a consolarlo, quindi gli si fece incontro e si inginocchiò alla sua altezza.
"Legolas," disse facendogli una carezza. "Sono felice di riavervi qui. Siamo stati tutti molti preoccupati; Arathorn, Mithrandir e Celeborn vi stanno ancora cercando."
"Mi dispiace…" mormorò il bambino, realizzando di essersi messo nei guai.
L'elfa ringraziò Rúmil e gli promise una ricompensa, qualsiasi cosa volesse, per aver riportato a casa sano e salvo il figlio del Re. Chiese, quindi, di essere lasciata sola col piccolo.
"Cosa mi volete fare Lady Galadriel?" pigolò l'elfino.
"Niente," sorrise la dama. "Non abbiate paura, non vi farò assolutamente niente."
"E lo zio Arathorn?"
"Nemmeno Lord Arathorn. E nessun altro, avete la mia parola".
Legolas sembrò tranquillizzarsi, mentre Galadriel lo invitava a sedersi accanto a sé.
"Potete dirmi cosa avete visto nello Specchio?"
"Ho visto…" mormorò il bambino, che stava tremando di nuovo. "Ho visto la mia mamma."
"Lo sospettavo."
"L'ho vista che mi teneva in braccio. E poi chiudeva gli occhi. E mio padre era triste."
Silenzio.
"Ho ucciso la mia mamma, vero?" chiese Legolas ricominciando a singhiozzare.
"No, Legolas, no."
Incurante del rango di entrambi, la Signora di Lothlórien prese l'elfino sulle ginocchia e lo abbracciò, con fare materno.
"Vostra madre non è morta, Legolas," disse. "Le elfe possono morire di parto in rarissimi casi. Accadde in Valinor a Míriel, dopo che il suo spirito e la sua anima passarono completamente al figlio che aveva in grembo. Ma non molti nascono con quella tempra." Non era il caso di fare il nome di Fëanor, né di accennare alla sua storia: sarebbe stata troppo dolorosa. "In generale, le elfe non muoiono dando alla luce un figlio. Dovrebbero potersi ammalare. E voi sapete, Legolas, che gli elfi non si ammalano."
"Allora… lo Specchio ha detto una bugia?"
"No, non ha detto una bugia. Voi eravate molto piccolo quando vostra madre è stata attaccata da un ragno. Si sentiva molto debole e volle tenervi in braccio un'ultima volta, temendo che il veleno potesse ucciderla. Perse completamente i sensi e rimase incosciente per giorni, finché le cure riuscirono a risvegliarla. Voi avevate sei mesi, quando questo accadde."
"Ed è la verità?"
"Sì, Legolas, e non molto dopo vostra madre trovò che la sofferenza che provava era troppo grande, perché il veleno era andato in profondità, e per quanto fosse viva il dolore era immenso. Così decise di oltrepassare il mare. Avevate appena compiuto un anno."
"Allora non l'ho uccisa?"
"Assolutamente no."
"E mio padre non mi odia?"
"Vostro padre vi adora."
"E viene qui?"
"Ho chiesto ad ogni bestia che si recasse nella sua direzione di portargli il mio messaggio, ed ho inviato due della mia gente, per buona misura. Sono andati a cavallo e quindi arriveranno presso Bosco Atro in fretta. Non so quanto tempo possa passare prima che Thranduil giunga da noi."
Legolas si accoccolò contro il seno di Galadriel e socchiuse gli occhi, respirando piano per riuscire a calmarsi.
"Lady Galadriel?" domandò ancora, dopo qualche minuto. "Perché non sono andato con la mamma?"
"Vostro padre si oppose, con tutte le forze."
"Ma non vivo più con lui…"
"Non ora, ma certamente lo facevate allora. E mi opposi anch'io."
"E perché?"
La Signora di Lothlórien sospirò.
"Non è facile da spiegare, Legolas, ciò che io posso vedere nella mia mente. Ma di una cosa ho la certezza: che per voi non fosse ancora il tempo di attraversare il mare. Voi avete un compito da eseguire, qui sulla Terra di Mezzo. E non solo voi, altri hanno una parte da svolgere… ma di questo ancora non è dato sapere. Ho chiesto io a vostro padre di mandarvi a Minas Tirith, ho insistito io affinché cresceste lì almeno finché non compirete sedici anni. È un breve tempo, per un elfo, anche se capisco che sia lungo per un bambino."
"E che cosa devo fare, io?" chiese il Principino.
"Non mi è chiaro, ancora. Mi dispiace non potervi dare risposte migliori di queste, ma sono ciò che ho al momento."
Con aria incerta, Legolas annuì e continuò a restare seduto sulle ginocchia di Galadriel, lasciando che questa gli accarezzasse dolcemente i capelli; l'elfa si ricordò di tempi ormai perduti nei secoli della storia, di quando era sua figlia ad essere una bambina, o di quando teneva in grembo i nipoti, nati dall'amore tra Elrond e Celebrían, ormai cresciuti e divenuti due valorosi guerrieri ed una splendida dama. Avrebbe voluto dire che anche Celebrían aveva attraversato il mare, dopo essere stata rapita e torturata dagli orchetti. Ma si trattenne, non volendo intristire ulteriormente un piccino che continuava leggermente a tremare.
"Non abbiate paura," sussurrò, stringendolo a sé. "Dirò a vostro padre, e anche ad Arathorn, di non punirvi. Non avreste dovuto usare lo Specchio, ma non sapevate nemmeno cosa fosse, ad essere giusti. E stavate cercando di scappare dai vostri pensieri, non da noi."
"Grazie," mormorò Legolas. "Mio padre sarà molto arrabbiato con me."
"Sono certo che non lo sarà. Thranduil vi adora, non dimenticatelo mai."
L'elfino annuì ma non si mosse da quella posizione. E così restò a lungo, prima che Arathorn, Celeborn e Mithrandir potessero tornare dalle ricerche, richiamati dallo scampato pericolo.
"Legolas!" esclamò il Capitano dei Dúnedain, entrando nella stanza. "Legolas, ma dove eri finito? Ti abbiamo cercato per ore!"
Galadriel si portò l'indice alle labbra e fece cenno ai sopravvenuti di tacere.
"Sta dormendo," sussurrò, continuando a tenere il piccolo tra le braccia. "Era molto stanco."
"Mi dispiace per quello che ha fatto," disse il Ramingo avvicinandosi. "Appena si sveglierà…"
"Lord Arathorn," chiamò la dama, scuotendo il capo con gentilezza. "Non servono rimproveri. E soprattutto non servono punizioni. Non sapeva cosa stava facendo, non aveva idea di cosa fosse il mio Specchio e non voleva disobbedire. Ha avuto modo di rimpiangere quello che ha fatto."
L'elfa osservò attentamente i tre segugi che aveva dinnanzi a sé. Aveva notato dallo sguardo di Mithrandir che lo Stregone aveva qualcosa da eccepire, per cui decise di ribadire la propria posizione.
"So quale sia l'importanza di un manufatto come il mio Specchio," insistette. "Ma in nessun modo è stato danneggiato e Legolas fino ad oggi non aveva idea di cosa fosse. Orophin ne ha un'idea più precisa, per quanto non esatta, ma non Legolas. Ha visto sua madre, nello Specchio, e ha creduto che potesse essere morta di parto."
Arathorn rivolse al fuggiasco uno sguardo più comprensivo di quello tenuto fino a quel momento.
"Per questo è scappato," aggiunse Galadriel. "Non per paura delle conseguenze di quello che aveva fatto, ma per il troppo dolore. Non serve crearne altro. Non serve infierire. Sono assolutamente contraria e mi opporrei con tutta me stessa."
"Se le cose stanno così, non posso che essere d'accordo con voi, mia Signora," replicò Celeborn.
"Legolas è stato estremamente fortunato, in questa occasione," disse lo Stregone. "Usare lo Specchio a sei anni può avere conseguenze incredibilmente nefaste; è un oggetto pericoloso e potenzialmente dannoso, anche nelle mani migliori. Vorrei poter parlare con lui, Aragorn ed Orophin dell'importanza degli oggetti magici. I bambini devono sapere con cosa giocare e da che cosa, invece, tenersi alla larga."
"Senza dubbio," annuì Galadriel. "Sarà una lezione importante, soprattutto per Orophin."
"Quanto a me," prese la parola l'uomo, "sono felice che la situazione si sia conclusa così e che Legolas stia bene. Se posso, vorrei prenderlo con me e raggiungere Aragorn, che è molto spaventato dall'idea di non vederlo più. Non lo rimprovererò in alcun modo, è una promessa solenne."
La Signora dei Galadhrim sorrise a quel proposito e diede la propria approvazione.
Arathorn si avvicinò allo scranno sui cui stava seduta e prese il bambino procurandosi di non svegliarlo. Lo strinse forte a sé, gli mise una mano dietro la nuca e lo baciò sulla fronte.
"Tesoro," disse. "Mi hai fatto prendere uno spavento incredibile, lo sai?"
Legolas, che dormiva pacificamente, non rispose.
"Non ho ragione quando ti dico che sei una pulce elfica?" mormorò ancora il Ramingo, rendendosi conto che stava parlando da solo.
"Mi dispiace moltissimo per il guaio che ha combinato," tornò a ripetere rivolto a Galadriel. "Sono d'accordo col non fargli niente, ma per favore accettate comunque le mie scuse. Per lo Specchio, per essere sparito, per tutto. La colpa è mia che non avrei dovuto lasciarlo solo. È un bravo bambino, solo un po' pestifero."
"Non vi preoccupate, Lord Arathorn," ribadì Galadriel alzandosi in piedi. "Non dovete scusarvi. Sono bambini, dopotutto. Mettetelo a letto e lasciate che riposi: non è successo niente."
Arathorn si congedò con un rispettoso gesto del capo e si diresse, quindi, verso le proprie stanze dove recuperò Aragorn, che aveva affidato ad Arnis in quella mattinata tormentata. Il piccolo Erede di Isildur fu felice di vedere che l'amico stava bene e fu ancora più felice nel sapere che era stato perdonato. L'uomo li condusse entrambi nella camera che era stata assegnata loro. Rimase interdetto quando vide il disastro di fiori e foglie di mallorn sul pavimento,
"Mi dispiace tanto, babbo. Scusa. Non lo facciamo mai più," disse Aragorn chinando il capo, ma continuando a tenere la mano di suo padre. Di quel pasticcio si era completamente dimenticato.
"Credo che dovremmo chiedere a qualcuno di rassettare," disse il Ramingo guardandosi intorno. "Non saprei nemmeno da dove cominciare!"
"Sei tanto tanto arrabbiato?"
"No, pulce. Dovrei… ma chiuderò un occhio, per questa volta. Solo per questa volta, intesi?"
"Sì!" rispose il bambino con entusiasmo. Se è una verità universale che can che abbaia non morde, bisognava dire che Arathorn, al di là di tutti i proclami sulla necessità di un'educazione severa e di maggior disciplina, alla prova dei fatti non mordeva quasi mai. Ringhiava, di tanto in tanto, ma raramente mordeva.
Il giorno passò e scese lentamente la sera sul Bosco d'Oro. Aragorn e Legolas chiesero il permesso di poter confezionare delle coroncine di fiori di eleanor e niphredil per le due donne che li aspettavano a casa. Furono impegnati in quell'attività per quasi tutto il pomeriggio, ma poterono dirsi soddisfatti del risultato finale. Legolas, però, si domandò come avrebbero fatto a riportarle a casa senza che si rompessero o sfiorissero. Galadriel giunse in suo aiuto, assicurandogli che sarebbero rimaste intatte come il primo giorno, poiché questa era la sua volontà.
Aragorn disse a suo padre che avrebbero dovuto trovare qualcosa anche per Denethor, altrimenti il Sovrintendente ci sarebbe rimasto male. Il Ramingo assicurò che ci avrebbe pensato lui e che avrebbe portato un dono anche ai due bambini rimasti a casa, fosse pure un libro di fiabe. Decise anche che, solo per quella sera, avrebbe permesso ai due ragazzini di dormire con sé: dopo quello che era successo, faticava a pensare di potersene separare. Rúmil aveva ragione nel dire che il Capitano dei Dúnedain guardava Legolas con gli stessi occhi con cui guardava suo figlio.
L'unico a cui non venne concessa l'indulgenza plenaria fu Orophin. Venne effettivamente rinchiuso nelle segrete, ma non fece incontri spiacevoli in quanto non c'erano altri prigionieri, oltre a lui. In fin dei conti non erano molti i nemici che riuscivano ad entrare nel Bosco d'Oro,
Venne nutrito adeguatamente, su ordine di Celeborn che non voleva affamarlo per due giorni di fila, ed ebbe modo di riflettere su quello che aveva fatto. Disse a se stesso che non capiva perché si comportasse così, a volte. Coscientemente, non avrebbe voluto far arrabbiare nessuno ma era come se uno spiritello malvagio lo spingesse a mettersi, di volta in volta, in guai sempre più grossi. Si sentì molto triste e molto solo; ad un certo punto si sentì quasi abbandonato e sperò che suo fratello arrivasse presto a toglierlo da quella situazione.
Ebbe un tremito quando sentì il rumore delle chiavi. Non si alzò dal proprio posto e si limitò a rivolgere ad Haldir uno sguardo che stava a significare che sapeva cosa aveva fatto, come si era comportato, e che non si sarebbe opposto. Il Capitano delle Guardie gli sedette accanto.
"Perché ti comporti così, fratellino?" disse passandogli una mano tra i capelli. "Perché ti cacci in situazioni più grandi di te?"
"Non lo so," piagnucolò Orophin.
"Così a quelle di ieri aggiungiamo quelle di oggi." Il ragazzino annuì con aria colpevole. "Andiamo in camera tua, forza," proseguì Haldir alzandosi e porgendogli la mano. "Non voglio restare qui, non è un bel posto. E soprattutto non è un posto adatto al mio fratellino. Ma hai combinato un bel pasticcio e sono tutti arrabbiati con te: anch'io lo sono e non chiuderò un occhio, questa volta."
"Non voglio che lo chiudi, Haldir," mormorò l'elfino tenendo gli occhi bassi.
"Almeno sei pentito!"
"Giuro che non volevo far scappare Legolas. Lo giuro! Adesso il Bosco Verde ci dichiarerà guerra?"
"No!" rise il Capitano delle Guardie. "Non essere sciocco. I due regni sono amici ed alleati da secoli. E poi Legolas è stato ritrovato e sta bene, non devi preoccuparti."
"Davvero?" domandò Orophin illuminandosi in volto.
"Sì. Lo ha ritrovato Rúmil. Sta giocando con Aragorn e con Lord Arathorn. Ma le cose potevano andare ben peggio di così e lo sai."
"Lo so…"
"Andiamo, forza."
Haldir mise un braccio intorno alle spalle del ragazzino, rendendosi conto che era veramente molto scosso da quanto successo, e lo condusse con sé. Non fu eccessivamente severo, ma abbastanza da fargli promettere che si sarebbe comportato bene e che avrebbe chiesto scusa a tutti. Arathorn li osservò entrare insieme nel Salone dove si sarebbe tenuta la cena e notò che il bambino aveva un'espressione disperata, soprattutto quando realizzò di dover prendere posto accanto a Rúmil.
"Orophin," chiamò dalla propria postazione. "Orophin, per favore, vieni qui."
L'elfino obbedì, pronto a ricevere la seconda lavata di capo della serata. Il Ramingo lo guardò bene: sembrava davvero molto triste e spaventato. Si disse che, in fondo, a dodici anni si cominciava sì ad essere grandi ma non lo si era ancora del tutto.
"Vuoi restare qui con noi?" domandò. "Puoi sederti tra Aragorn e Legolas. Vorrei che faceste pace e che giocaste insieme. Che ne pensi?"
"Non siete arrabbiato con me, Lord Arathorn?"
"Lo ero, ma non voglio infierire… sei solo un bambino, dopotutto. Ti faccio avere un cuscino, se vuoi."
"Possiamo?"
"Possiamo."
L'indomani Legolas sentì un peso sul cuore quando, appena sveglio, gli venne comunicato che doveva recarsi con urgenza nella Sala del Trono. Si domandò se, per caso, Lady Galadriel non avesse ripensato alla storia dello Specchio e fosse arrabbiata con lui.
Indossava ancora la camicina da notte quando una delle serve gli aveva chiesto di seguirla e, presolo per mano, lo aveva condotto per i corridoi. Ad Arathorn era stato detto che tutto sarebbe stato spiegato e di lasciare andare solo il bambino.
Ogni timore venne abbandonato quando il Principino notò che la Sala del Trono era vuota, fatta eccezione per una figura ritta in piedi e che in tutto gli assomigliava: nei lineamenti gentili, come nei lunghi capelli biondi, ma non negli occhi ché quelli del bambino erano stati ereditati dalla madre. L'elfo vestiva di verde e marrone; i suoi abiti erano preziosi ed ornati da foglie, da fiori e da gemme poiché non disdegnava la bellezza dell'argento.
"Ada!" gridò Legolas correndogli incontro. "Adar!" disse correggendo il tiro, ricordandosi che non era tra gli uomini.
"Legolas, ion-nîn ," sorrise l'elfo sollevandolo da terra e prendendolo tra le braccia. Lo strinse forte a sé e stette in silenzio a lungo, prima di poter parlare ancora. "Legolas, sarei venuto comunque ed ero già in viaggio quando ho incontrato i messaggeri di Lady Galadriel. Quando ho saputo dello Specchio sono arrivato il più in fretta possibile."
"Mi dispiace tanto, per lo Specchio," disse il bambino. "Non lo farò mai più, lo giuro!"
"Lady Galadriel mi ha raccontato come sono andate le cose. Sono felice che Mithrandir, presto, vi dia una lezione sugli oggetti magici. State bene?"
"Sì," annuì Legolas, guardando il padre negli occhi e trovando incredibile che fosse lì. "Ma non sto sognando, vero? Sono veramente in braccio a te, ada?"
In braccio a voi, adar avrebbe voluto correggere Thranduil, trovando un po' troppo liberali gli usi degli uomini, sebbene fosse stato rassicurato che, al raggiungimento dell'età adulta, l'etichetta sarebbe stata rispettata. Non se ne curò, tuttavia, e decise di adattarsi al nuovo corso.
"Sì, Legolas, sei in braccio ad ada," disse passando inaspettatamente dal voi al tu. "E per quello che mi riguarda potrai restarci finché non ripartirai per Minas Tirith, se davvero vuoi tornare fin là."
"Ci voglio tornare!" disse l'elfino. "Ho fatto una coroncina per le zie, e anche Aragorn ne ha fatta una. La zia Gilraen mi vuole tanto bene e io ne voglio tanto a lei! La zia Finduilas mi sgrida… però io voglio bene anche a lei. E voglio bene anche allo zio Denethor che ci racconta le favole."
"Che bravo bambino," sorrise Thranduil.
"Ada, posso chiederti delle cose?"
"Chiedi pure."
Finalmente il principino avrebbe conferito col padre delle questioni che gli stavano a cuore!
"C'è un nano, a Minas Tirith, e nessuno mi dà retta quando chiedo di mandarlo via! Mi mettono anche in castigo a volte, quando ci litigo! È giusto? Io sono un Principe!"
"Non devi litigare con il nano, Legolas," ammonì Thranduil. "È ospite presso Minas Tirith esattamente come lo sei tu e ha diritto di restarci tanto quanto te. I nani sono nostri vicini ed alleati. Forse non sono nostri amici, ma siamo in rapporti pacifici con loro."
"Ma è un nano stupido. Davvero!"
"Un ulteriore motivo per non litigarci, non trovi? E, per favore, non voglio sentirti chiamare stupido nessuno."
L'elfino annuì ben poco soddisfatto.
"E poi un'altra cosa. Non mi piace che mi sgridano e mi mettono in castigo!"
"E perché lo fanno? Perché sono cattivi o perché tu fai qualcosa per meritartelo?"
"Perché sono cattivi!"
"Ne sei sicuro? Tu non fai mai i capricci? Se è così parlerò personalmente con tutti loro."
"Forse… forse ogni tanto faccio i capricci, ada," pigolò Legolas.
"E allora di chi è la colpa, piccino?"
"Mia," ammise l'elfino con un filo di voce. "Però, ada, ogni tanto mi danno anche le sculacciate! E quelle fanno male e io piango tanto. Tanto, tanto, tantissimo."
"Mi dispiace, amore mio, ma sono pensate per essere spiacevoli," disse il Re consolando il figlioletto. "Ma sono sicuro che non succede spesso, vero?"
"No, però è brutto quando succede!"
"E tu cerca di fare il bravo, così non succederà più."
"Ma io sono un Principe, ada!"
"Lo so. Ed è proprio per questo che meriti un'educazione rigida."
"Ma…"
"So che sei una piccola peste: non credere che lo abbia dimenticato, Legolas. Immagino che non piaccia nemmeno a loro essere severi con te, come non piace a me. Ma se serve per farti rigare dritto… vorrà dire che piangerai un po' e poi ti comporterai meglio."
Legolas si imbronciò moltissimo.
"Ma almeno posso avere un arco per il mio compleanno, ada?" chiese facendo gli occhi dolci.
"Sei ancora troppo piccolo, tesoro. Non puoi avere un'arma finché non diventi grande abbastanza da saperla gestire. Mi dispiace."
Sconfitto su tutta la linea, l'elfino guardò suo padre in un modo che significava una cosa soltanto: allora, se la mettiamo così, sappi che sto per inscenare un capriccio gigantesco e che verrà ricordato, a Lothlórien, per i secoli a venire. Ma prima ancora che potesse lanciare l'urlo di guerra Thranduil – che conosceva molto bene il proprio pulcino – gli lanciò una contro-occhiata.
"Non ci provare nemmeno, Legolas Thranduilion," disse. "Sono sempre tuo padre, ricordalo bene."
Legolas abbassò gli occhi e mormorò uno: scusa di cui, forse, non ci sarebbe stato nemmeno bisogno dato che ancora non aveva fatto niente.
"Mi parli di nana, ora che sei qui con me? E stai con me finché non riparto, vero?" chiese con voce dolce.
"Certo, ion-nîn. Sono qui per questo," Thranduil sorrise e continuò a stringere il bambino a sé, finché non venne l'ora di raggiungere gli altri a tavola. Arathorn fu sorpreso di vederlo lì, ma felice di sapere che si erano ritrovati e potevano stare insieme per qualche giorno.
Aragorn fu l'unico dei bambini della Reggia ad aver fatto la conoscenza del padre di Legolas e trovò che si assomigliassero davvero molto. Vide l'amico felice in sua compagnia e passò anch'egli un po' di tempo assieme al Re, che si dilettò moltissimo a raccontare ai bambini le storie degli elfi: non Alti Elfi dell'Ovest, ma elfi silvani che vivevano nei suoi possedimenti e che amavano le stelle, la terra e gli alberi più di loro stessi. Ad Aragorn piacevano quelle antiche leggende, i canti e le rime nella lingua che ancora stava apprendendo. Le ascoltava con piacere ogni sera, seduto sulle ginocchia del proprio padre, mentre questo si rilassava fumando erba-pipa. Gli piacque anche molto quando Mithrandir parlò loro degli oggetti magici ed ascoltò il tutto con interesse ed ammirazione, chiedendosi perché chi era rimasto a Gondor non potesse raggiungerli e non vivessero lì, tutti insieme, per gli anni a venire.
La mattina della partenza, Legolas non aveva intenzione di tornare a Minas Tirith. O meglio, avrebbe voluto tornarvi, prima o poi, ma non subito: era ancora troppo presto per salutarsi, voleva restare con suo padre e quattro giorni non erano bastati.
Tuttavia Arathorn sapeva bene che non poteva procrastinare oltre, o non sarebbe riuscito a mantenere la promessa fatta a Gilraen; Finduilas, inoltre, era essere prossima al parto e non poteva pensare di non essere presente. Cercò di spiegare all'elfino, nella maniera più pacata e gentile, che non era possibile trattenersi ancora ma che certamente avrebbe rivisto Thranduil quanto prima, a costo di partire appositamente per dirigersi verso Bosco Atro.
Legolas non aveva voluto sentire ragioni e né le coccole, né le minacce poterono porre un freno al peggior capriccio mai inscenato dal Principino.
"Se non vuoi andare a Minas Tirith, tornerai a casa con me!" disse infine Sire Thranduil, ormai arrivato al limite dell'esasperazione.
"No!" replicò l'elfino strillando come un'aquila. "Io voglio andare dalle mie zie!"
"Ed è quello che stiamo cercando di dirti!"
"Ma non ora, io ora voglio stare con te!"
"Lord Arathorn ti ha già detto che dovete ripartire, per cui o resti con me e torni a Bosco Atro o resti con lui e vai a Minas Tirith."
"No, no, no e NO!" Legolas pestò i piedi e gridò come un ossesso.
Thranduil sospirò e si voltò verso Galadriel che scosse la testa: certo, comprendeva a pieno le motivazioni del bambino, e tuttavia quello non era il comportamento adeguato per un Principe. Fu Mithrandir a levare di impiccio il Re del Reame Boscoso.
"Legolas, sappi che mi stai perforando le orecchie, ragazzino," disse in tono burbero. "E non ho intenzione di lasciartelo fare. Per cui adesso o la smetti o ti tramuterò in qualcosa a mio piacimento."
Legolas tacque in un silenzio colmo di orrore.
"Ma io, ma io, ma io…" farfugliò.
"In che cosa potrei tramutarti, vediamo…" disse lo Stregone con fare pensoso. E per buona misura batté il bastone a terra e lasciò che l'estremità superiore si illuminasse lievemente. "Un rospo? Un serpente? Un insetto. Un insetto, sì, ma un insetto silenzioso così imparerai meglio la lezione."
"Io… io… io non voglio," disse il bambino scoppiando in lacrime. "Ada, digli di non trasformarmi in niente!"
"Nessuno trasformerà la mia magnifica creaturina in alcunché," lo rassicurò Thranduil prendendolo tra le braccia. "La mia bellissima creaturina che mi mancherà tantissimo, come sempre e come ogni giorno. Ma è ora di partire, Legolas, e Mithrandir ha ragione nel dire che devi comportarti come un bravo elfino. Perché tu sei un bravo elfino, non è vero? Ada sa che lo sei, Legolas."
Il bambino annuì e diede un bacio a suo padre.
"Ma ci rivediamo presto, vero ada?"
"Nay, ion-nîn."
"Mi mancherai tanto, ada."
"Anche tu mancherai a me, ion-nîn."
E così dicendo Thranduil passò Legolas nelle braccia di Arathorn, che lo strinse a sé.
"Capisco," disse il Ramingo, "perché a me succede ogni volta. Ma vi rivedrete presto, a costo di portarlo davvero fino a Bosco Atro."
Thranduil annuì e ringraziò con un gesto del capo.
"Prima che partiate voglio che abbiate questa," disse porgendo una lettera all'uomo. "Fatela leggere a Legolas, la prossima volta che chiede di me. È indirizzata a lui."
"Lo farò. Grazie infinitamente."
Con inchini e promesse per il futuro, la compagnia si congedò dirigendosi verso Sud. Sarebbe stato un lungo viaggio, ma erano a cavallo e potevano marciare in fretta: Arathorn sarebbe riuscito a mantenere la sua promessa di non restare lontano per più di un mese.
NOTE AL CAPITOLO:
Breve vocabolario sindarin (elfico corrente):
Ada/Adar: Babbo/Padre
Ion-nîn: Figlio mio
Nana: Mamma
Nay: Sì
