Capitolo VI, Chi parte e chi resta

La notizia era giunta nel pomeriggio, due giorni prima che la compagnia potesse fare ritorno a Minas Tirith: Finduilas aveva lasciato Rohan, accompagnata su di un carro poiché era nelle ultime fasi della gravidanza. Il suo arrivo era previsto in breve tempo: i cavalli del Riddermark sapevano correre veloci, all'occorrenza. Le Case di Guarigione erano state allertate e la servitù si stava preparando per accogliere la Signora come si conveniva.
Denethor era felice: finalmente avrebbe riavuto con sé sua moglie, da cui non avrebbe mai voluto separarsi. Il ritorno di Finduilas, forse, avrebbe riportato Boromir alla normalità: da quando gli altri erano partiti, sembrava aver preso il posto di Legolas quanto a scenate e capricci.
Il bambino era completamente ingestibile e non ascoltava nessuno, non obbediva a nessuno e non si curava nemmeno delle conseguenze.
Gilraen aveva convinto Denethor a non prendere provvedimenti, perché si rendeva conto di quale fosse il problema: il piccolo si sentiva abbandonato e doveva essere rassicurato e coccolato. Non aveva la mamma, con sé, né i suoi amici e tanto meno lo zio prediletto.
"So che hai ragione," disse il Sovrintendente riferendosi a quell'ultima considerazione. "Ma sta diventando esasperante."
L'uomo aveva cercato di passare con suo figlio quanto più tempo possibile, tenendolo anche con sé nella Sala del Trono, di quando in quando. E aveva chiesto a Turis di essere comprensivo.
Boromir si era ritrovato ad avere una semi-impunità che davvero non capiva da dove arrivasse. Era pur vero che nell'ultima settimana era finito in castigo quasi ogni giorno. Quando capitava cercava di opporsi e spesso piangeva, aggiungendo altri capricci a quelli che aveva già fatto, ma infine obbediva e sperava che finisse presto. Entrambi gli adulti avevano cercato di dimostrarsi pazienti, ma erano ormai ad un passo dal toccare il limite.
Erano grati che anche Arathorn stesse tornando a casa. Si rendevano conto che nemmeno Gimli era particolarmente allegro: gli mancavano i compagni di giochi e non si divertiva con quella nuova versione di Boromir, ben diversa dall'amico che conosceva e a cui voleva bene. Non avrebbe mai ammesso di provare nostalgia per Legolas, tuttavia… no quello mai!
Gilraen attendeva ogni giorno notizie dal marito; non nascondeva l'impazienza di riavere con sé entrambi i suoi uomini e il suo piccolo elfino. Era scoppiata in lacrime di commozione e di nostalgia quando la farfalla inviata da Mithrandir era giunta a Minas Tirith, per recarle il messaggio affidatale dai viaggiatori. I bambini erano con lei in quel momento e si erano sorpresi nel rendersi conto che comprendevano il linguaggio dell'insetto, sebbene non parlasse la lingua corrente.
"Voglio lo zio Arathorn!" aveva detto Boromir, pestando un piede. "Lo voglio. Lo voglio ora!"
"Amore, tornerà," aveva risposto Gilraen, prendendolo tra le braccia. "Tornerà e giocherete insieme. Ti senti tanto solo, vero?"
Il bambino aveva annuito e si era lasciato coccolare dalla zia, prima, e dal padre in seguito. Denethor lo aveva fatto dormire con sé, quella notte, e così era accaduto molte delle sere successive.

Il giorno in cui l'annuncio dell'arrivo di Finduilas era stato dato, l'erede alla sovrintendenza si annoiava. Non gli avevano ancora comunicato la notizia, che gli sarebbe stata resa nota dopo cena.
Guardò l'amico giocare con delle biglie sul pavimento della Sala.
"Facciamo qualcosa?" domandò.
"Ma cosa?" chiese Gimli.
"Non lo so, qualsiasi cosa."
"Vuoi giocare con me?"
Il ragazzino scosse la testa: no, voleva qualcosa di più avventuroso!
"Perché non andiamo a rubare in cucina da Estella?" propose. "Per passare il tempo!"
Il nano sembrava dubbioso: non voleva mettersi nei guai, non si era messo nei guai nemmeno una volta da quando la piaga era partita per Lothlórien.
"Dai, Gimli! Andiamo!"
"Non lo so…"
"I nani erano coraggiosi, una volta!"
"Essere coraggiosi non vuol dire mettersi nei guai per niente!"
Boromir sbuffò.
"Tu puoi fare quello che vuoi che tanto nessuno dice niente. Ma io no. Per cui vai pure tu!" disse il figlio di Glόin, sinceramente seccato da quella disparità di trattamento.
"Mi mettono in castigo quasi tutti i giorni!" protestò il più piccolo dei due bambini.
"Per quanto? Cinque minuti?"
"Non mi piace e lo sai!"
"Allora comportati bene. Prima o poi lo zio si stancherà e allora vedrai…"
"Vedrò cosa?"
"Vedrai!"
L'accusato si imbronciò, Gimli, immerso nel suo ruolo di fratello maggiore, proseguì.
"Un giorno lo zio si arrabbierà e ti farà il sedere rosso. Vedrai!"
Il figlio di Denethor assunse un'aria inquieta: in effetti fino a un mese prima, quando suo padre lo aveva sgridato per via di Turis, la sola idea lo aveva terrorizzato. Adesso, invece, qualsiasi cosa facesse, qualsiasi cosa dicesse, veniva perlopiù perdonato e a volte anche coccolato. Quante risposte pepate aveva dato a Turis, nel frattempo? Tantissime! Ma suo padre aveva sempre chiuso un occhio.
Era addirittura arrivato a pensare che ci avesse rinunciato e che non gli importasse più: forse lo considerava una causa persa? Aveva cercato di provocarlo, per vedere se suscitava almeno una reazione di qualsiasi tipo…
Il Sovrintendente lo trattava con la stessa accondiscendenza di quando era malato. Non che gli dispiacesse, però era strano, era molto strano. Doveva esserci sotto qualcosa. Forse la mamma non sarebbe tornata mai più? Per questo erano tutti buoni e gentili, perché si sentivano in colpa e non sapevano come dirglielo. E lo zio Arathorn aveva preso gli altri due, se n'era andato a Lothlórien e chissà quando sarebbe tornato. Sarebbe potuto andare a Lothlórien a propria volta, ma non voleva abbandonare Minas Tirith, non voleva allontanarsi da suo padre: si sentiva già orfano per metà e non poteva pensare di stare lontano da entrambi i genitori.
Avrebbe voluto che cambiasse qualcosa.
Magari, se Denethor avesse smesso di concedergli tutto si sarebbe sentito meglio. Se fosse tornato ad essere normale e a sgridarlo come al solito, si sarebbe reso conto che tutto procedeva come sempre. Quel trattamento speciale gli faceva paura.
"No, non lo farà," disse infine. Dando le spalle a Gimli, decise di tentare l'impresa.

Per avere accesso alle cucine era necessario allontanarsi dal Palazzo, dove Boromir viveva con la sua famiglia e in cui venivano accolti gli ospiti più importanti; appena usciti dal portone, si potevano ammirare i sobri ma precisi giardini e la parte frontale della città, forgiata come la bianca prua di una nave. Sulla sinistra dell'osservatore si stagliava la Torre di Ecthelion, con la Sala del Trono al piano terra, le stanze di Turis e l'immensa biblioteca ai piani superiori; sulla destra, invece, era presente un altro edificio in cui si trovavano le cucine, le stanze della servitù e la piccola sala in cui ai bambini veniva richiesto di mangiare quando c'erano dei visitatori. Infine, sempre sulla destra, un'ulteriore costruzione ma ben più piccola delle altre tre: erano i quartieri dei soldati della Cittadella, ovvero il primo cerchio della città. Sullo sfondo, le pendici dei Monti Bianchi.
Disobbedendo alla zia – che gli aveva chiesto di non uscire da Palazzo – Boromir si diresse verso le cucine. Essendo l'ora di cena non troppo lontana, notò che chi vi lavorava era estremamente indaffarato e soprattutto lo era la sua vittima: Estella!
"Signorino Boromir!" esclamò la hobbit appena lo vide sulla soglia. "Cosa ci fate qui? Cosa volete? Non è posto per voi, ci sono coltelli e fuochi. Fuori!"
"Non puoi parlarmi così!" rispose il bambino con aria di sfida. "Io sono il figlio del Sovrintendente e questa è casa mia!"
Alla cuoca uscì, metaforicamente, il fumo dalle orecchie. Si avvicinò a quel ragazzino impertinente con in mano il cucchiaio di legno.
"Se non tenete a freno le lingua, farete la conoscenza con questo mestolo. Sono chiara?" disse.
Boromir la guardò bene: non era tanto più alta di lui, ma era piuttosto tarchiata e decisamente minacciosa. Era una hobbit sulla sessantina, dal carattere di un guerriero.
"Non puoi picchiarmi," replicò. "Non puoi, perché il mio babbo non vuole!"
"Se non ci pensa lui, ad insegnarvi l'educazione, ci dovrò pensare io!"
"Ti rimanderanno nella Contea! Ti chiuderanno nelle segrete, se mi tocchi!"
"Poco male, almeno mi sarò divertita!"
"Estella!" intervenne Endacil frapponendosi tra i due. "Non provare a usare quel mestolo sul Signorino. Il Signore andrebbe su tutte le furie, lo sai."
"Allora andrò a parlargli e gli dirò che il Signorino è maleducato ed indisponente!" replicò la hobbit sul piede di guerra.
"Non mi pare il caso di disturbare il Sire per queste sciocchezze," tagliò corto il maggiordomo. "Quanto a voi, Signorino, perché siete qui? Avete bisogno di qualcosa? Avete fame?"
"Mi annoiavo, Endacil… posso avere un biscotto?"
"No!" rispose seccamente Estella. "Non se lo merita!"
"Sì, Signorino, certo che potete avere un biscotto," replicò Endacil fulminando la cuoca con lo sguardo. "Ma poi dovrete uscire dalle cucine perché sono un luogo pericoloso e non adatto a voi."
"E va bene," sospirò Boromir molto poco soddisfatto. Non voleva rispondere male ad Endacil: il maggiordomo era sempre stato cortese con lui. Ma prima che potesse tornare in Sala, Estella pensò bene di dirgli due paroline.
"Ricordatevi," cominciò e nessuno poté fare nulla per fermarla, "che tutti i bambini hanno una stella sulla testa, anche se noi non la vediamo. Quando si comportano male, come voi, la stella sparisce… e se non chiedono scusa, di notte arriva un mostro di nome Grendel a prenderseli!"
"Estella, per favore, evitiamo queste sciocchezze!" esclamò l'uomo, esasperato.
"Non sono sciocchezze, è la verità! Viene dalla foresta di Fangorn a prendervi. E verrà, statene certo!"
Boromir sgranò gli occhi e guardò Endacil terrorizzato.
"Non c'è nessun mostro, Signorino Boromir," ribadì il servo spingendolo gentilmente fuori dalla cucina. "Non c'è nessun Grendel e non vi è nulla di spaventoso nella foresta di Fangorn. Non vi preoccupate. Siete un bravo bambino, non avete fatto nulla di male. Estella scherzava.
Il piccolo non sembrò molto rassicurato, in quanto la hobbit aveva parlato con una tale convinzione che sembrava impossibile potesse stare mentendo. Si sedette sul divano della Sala in silenzio; quando Gilraen scese a controllare cosa stessero combinando, fu sorpresa che fosse così taciturno.
Mantenne quello strano atteggiamento anche durante la cena: mangiò poco, ma molto spesso suo padre e sua zia notarono che si toccava la testa con le mani e guardava in alto, come se stesse cercando qualcosa.
"Va tutto bene, Boromir?" domandò infine il Sovrintendente, ritenendo quel comportamento bizzarro.
Il bambino avrebbe voluto raccontare la storia di Grendel, ma avrebbe dovuto anche dire che era andato in cucina ed aveva risposto male ad Estella. Non la ritenne una buona idea. Alla prova dei fatti, non voleva davvero verificare fino a che punto si potesse spingere.
"Sto bene," tagliò corto; il suo visetto raccontava un'altra storia. "Posso dormire con te stasera, babbo?"
"Perché vuoi dormire con me?" domandò Denethor sorpreso. "Sei sicuro di stare bene?"
"Perché non voglio dormire da solo!"
"Ma perché?"
"Perché non voglio!"
"Ne parliamo meglio dopo. Adesso smetti di fare lo sciocco e finisci la tua cena."
Boromir si guardò intorno stranito.
"Babbo," pigolò con voce rotta. "Cosa c'è nella foresta di Fangorn?"
"Nella foresta… di Fangorn?" domandò Denethor chiedendosi che razza di domanda fosse. "Alberi, arbusti… cosa altro dovrebbe esserci?"
"E solo quelli?"
"Certo, Boromir, solo quelli. Adesso mangia, per favore."
"Ma sei sicuro?"
"Sì, Boromir, sono sicuro."
Denethor si voltò verso Gilraen con un'espressione perplessa dipinta sul volto. Gilraen si scosse nelle spalle; le pareva impossibile che dovessero chiedere a Boromir di finire la cena, visto che in cinque anni di vita non gli era mai capitato di essere inappetente. A guardarlo non aveva niente di storto, era solo preoccupato ed un po' teso. Lo invitò a sederle accanto quando andarono in Sala, mentre scioglieva le trecce di Gimli per la notte.
"Va tutto bene, pulcino mio?" domandò con dolcezza.
"Voglio dormire col babbo stasera. O con te. Ma col babbo è meglio!" rispose il bambino in evidente stato d'agitazione.
"Spiegami perché," chiese di nuovo Denethor. "Ti manca la mamma e vuoi dormire con me?"
Boromir annuì.
"Capisco. La mamma arriverà prestissimo ed anche lo zio Arathorn, l'ho saputo oggi."
"Tra qualche giorno saremo di nuovo tutti insieme," sorrise Gilraen.
Gimli accolse quella notizia con entusiasmo; Boromir scoppiò in lacrime.
"Io no, non io," farfugliò tra i singhiozzi.
"Tu… no?" domandò il Sovrintendente. "Cosa vuoi dire?"
Nessuna riposta.
"Boromir, vieni qui da me," sospirò Denethor prendendolo sulle ginocchia. Scrutò bene il proprio bambino e scosse la testa: stava delirando, non era in sé. Non lo aveva mai visto così e non avrebbe mai più permesso che venisse separato da Finduilas per un periodo di tempo tanto lungo. "Non piangere, mocciosetto. Se vuoi dormire con me, d'accordo, dormi con me. Non è un problema, non lo è mai stato e mai lo sarà. Hai capito?" Il piccolo annuì. "Ti manca tanto la mamma, lo so. Manca anche a me. Ma sta per tornare, è questione di ore."
"Davvero?"
"Sì. Adesso calmati e non piangere più. Me lo prometti?"
"Sì."
"Bravo. Gimli, se vuoi puoi dormire con la zia, stasera, perché non mi piace fare disparità tra voi."
Il figlio di Glόin abbracciò Gilraen che lo strinse forte a sé, ma Boromir non sembrò consolarsi più di tanto. Non era ancora del tutto tranquillo, aveva i brividi lungo la schiena, anche se l'idea di avere il padre a proteggerlo lo rassicurava. Denethor era un uomo imponente e stargli accanto lo faceva sentire al sicuro. Chiuse gli occhi fino quasi ad addormentarsi, ma poi un pensiero gli balenò nella mente: e se Grendel avesse ucciso o rapito suo padre? Chi sarebbe andato a salvarlo? Chi avrebbe governato Gondor? Cosa avrebbe detto la mamma? Tutti sarebbero stati estremamente tristi e sarebbe stata solo colpa sua.
Si destò d'improvviso con un tremito.
"Non voglio che dormi con me, babbo," disse in preda al panico. "Non voglio che nessuno dorme con me, perché non voglio che vi succede niente!"
Denethor, che fino a quel momento lo aveva accarezzato in silenzio, sobbalzò.
"Che cosa?" fece in tempo a domandare. Suo figlio scese velocemente a terra e corse al piano di sopra come un piccolo fulmine. Anche se non se ne rendeva conto, stava già dimostrando l'orgoglio ed il coraggio che lo avrebbero caratterizzato in età adulta.
Il Sovrintendente restò allibito da quel cambiamento e si levò in piedi.
"Non voglio che vi succede niente," ripeté. "Ma cosa significa?"
"Non ne ho idea," replicò Gilraen. Entrambi gli adulti si voltarono verso l'unico bambino rimasto e che, forse, poteva avere la chiave di quell'enigma.
"Boromir oggi è andato in cucina da Estella. È tutto quello che so. Lo giuro," disse Gimli sentendosi osservato.

La cuoca venne convocata immediatamente. Non ne era felice, aveva mille cose a cui pensare, non aveva tempo: ma cosa voleva il suo Signore da lei, non poteva aspettare? Endacil fu irremovibile: non c'era un minuto da perdere! Se il Sovrintendente chiedeva di parlare con qualcuno, quel qualcuno doveva scattare sull'attenti: in quanto capo della servitù, non avrebbe permesso che si mancasse di rispetto al Signore.
Bofonchiando tra sé sul fatto che i nobili non avessero proprio niente di meglio da fare che infastidire chi lavora, Estella si recò in Sala al cospetto del proprio Sire. Gilraen era seduta insieme a Gimli, ma Denethor l'aspettava in piedi, con le mani dietro la schiena ed un'espressione grave sul volto. La cuoca ne fu intimorita: l'uomo era di aspetto regale e molto più alto di lei. Non le capitava spesso di essere richiamata all'ordine. Si inchinò con reverenza.
"Mio Signore," disse, abbandonando ogni protesta.
"Estella," cominciò il Sovrintendente. "So che oggi è successo qualcosa, tra te e Boromir. Vorrei sapere cosa."
"Mio Signore," rispose timidamente la cuoca, senza guardarlo negli occhi. "Mio Signore, vostro figlio è venuto in cucina e voleva rubare da mangiare. Ma eravamo tutti indaffarati e lo sapete che in cucina ci sono fuochi e coltelli, così gli ho detto di andarsene."
"Bene e poi?"
"Poi vostro figlio mi ha risposto in modo molto poco rispettoso ed io gli ho detto che questa può anche essere casa sua, ma la cucina è la mia e se dico che deve uscire deve uscire!"
"E non è successo altro?"
"Se posso intervenire," prese la parola Endacil, che in quanto presente alla scena non poteva fare finta di niente, "sono dovuto arrivare io a separare il Signorino Boromir ed Estella, in quanto entrambi erano sul piede di guerra."
"Dimmi cosa è successo esattamente, Endacil."
Il maggiordomo guardò la cuoca che lo supplicò con gli occhi di non raccontare tutta la storia. Ma non era possibile: il Sovrintendente doveva essere informato, perché in un modo o nell'altro la vicenda sarebbe venuta a galla, prima o poi.
"Posso parlarvi in tutta franchezza, Signore?" domandò Endacil.
"Certamente. Anzi, ti prego di parlare in tutta franchezza."
"Mio Signore, il Signorino Boromir si è presentato in cucina e si è rivolto ad Estella in modo poco cortese per non dire… maleducato, Signore. Perdonatemi, Signore."
Denethor annuì gravemente.
"Prosegui," disse.
"Estella sarebbe venuta da voi a chiedervi di punire il Signorino, ma io l'ho fermata. Forse non avrei dovuto, ma pensavo che non fosse il caso di disturbarvi. So che state cercando di essere… magnanimo, col Signorino."
"Sto cercando di esserlo, Endacil, ma non voglio che si comporti come un piccolo despota, se è di questo che stiamo parlando."
"Signore…"
"Che cosa ha detto Boromir?"
"Ha detto… che gli è concesso fare quello che vuole, in quanto è il figlio del Sovrintendente."
Denethor guardò Gilraen, la quale scosse la testa.
"Non gli è concesso fare quello che vuole solo perché è mio figlio," disse infine. "Anzi, a maggior ragione, proprio perché è mio figlio, non gli è concesso fare quello che vuole. E, qualora lo sentiate di nuovo affermare una cosa del genere, vi prego di informarmi immediatamente. C'è dell'altro?"
"Sì, Signore," rispose Endacil. "Mio Signore… per convincere il Signorino a comportarsi meglio senza bisogno di importunare voi, Estella gli ha raccontato una storia assurda su un mostro, Grendel, che vive nella foresta di Fangorn."
"Nella foresta di Fangorn?" domandò il Sire, a cui i conti cominciavano a tornare. "Estella, che cosa hai detto a Boromir?"
"Ecco… ecco… Signore," balbettò la hobbit. "Gli ho detto che tutti i bambini hanno una stella sulla testa e che quando fanno i cattivi la stella si spegne. E se non chiedono scusa per quello che hanno fatto, di notte arriva Grendel e se li porta via."
"E perché gli avresti messo in testa una stupidaggine simile?"
"Perché… perché vostro figlio mi fa ammattire, Signore! E voi non lo correggete!"
Il Sovrintendente sospirò, pensando di essere giunto al limite della sopportazione.
"Estella," disse cercando di mantenere la calma. "Ti concedo che mio figlio, in questo momento, ha un serio problema di disciplina. In ogni caso, non ho intenzione di farlo vivere nel terrore e gradirei che non lo facessi vivere nel terrore nemmeno tu."
"Sì, Signore," disse la cuoca abbassando la testa.
"Non voglio, per nessuna ragione, che i bambini pensino che esistano mostri pronti a portarseli via se non si comportano bene."
"Sì, Signore."
"I bambini devono sapere che ci sono delle conseguenze, per le loro azioni, ma nessuna di queste conseguenze include un mostro che se li porta via durante la notte."
"Sì, Signore."
"Potete congedarvi."
"Mi scuso immensamente, Signore. Non capiterà mai più, Signore."
Inchinandosi profondamente la hobbit si dileguò, rendendosi conto di quanto fosse stata fortunata a non aver dovuto pagare per quanto detto al Signorino. Endacil la seguì a ruota.

Denethor si diresse al piano di sopra.
Non era armato di buone intenzioni; non era la prima volta che Boromir rispondeva in maniera strafottente e maleducata ad un membro della servitù. Non era quello che voleva per suo figlio: voleva che rispettasse chiunque, indipendentemente dal rango, e soprattutto che tenesse nella dovuta considerazione coloro che lavoravano per lui.
Aprì la porta della sua stanza e lo vide seduto sul letto, con l'adorato orsetto Bibi stretto al petto e la spada di legno nella mano destra. Guardava la finestra pieno di paura, tremava evidentemente, ma era anche pronto a dare battaglia. Non si accorse di essere osservato, era troppo concentrato sull'eventuale arrivo del nemico. Il Sovrintendente non poté fare a meno di sorridere per un attimo a quella visione: era una creatura indifesa ma coraggiosa; aveva solo cinque anni, eppure era già un soldatino valoroso.
"Boromir," chiamò, facendolo sobbalzare.
"Vai via, babbo," disse il bambino. "Lasciami solo."
"Ho parlato con Estella. So cosa hai fatto e so cosa ti ha detto. E sono molto arrabbiato con te."
"Con me?" pigolò Boromir.
"Sì, con te. Non esiste nessun mostro che rapisce i bambini e li porta via con sé, ma questo non ti autorizza ad essere maleducato," proseguì il Sovrintendente andando a sedersi sul letto. "Non verrà nessun Grendel, perché Grendel non esiste. E nella foresta di Fangorn ci sono solo alberi e arbusti."
"Davvero?"
"Certo. E anche se Grendel esistesse, e non esiste, non permetterei mai che ti portasse via… a costo di schierare tutte le Guardie della Cittadella in tua difesa. Per cui adesso metti via questa," Denethor prese la spada di legno dalle mani del bambino, "smetti di guardare la finestra e ascoltami."
Boromir rivolse al padre due occhi sgranati.
"Sono stanco di questo tuo atteggiamento," disse l'uomo con un'espressione che non lasciava spazio a dubbi. "Sono stanco dei tuoi capricci, sono stanco delle tue marachelle, sono stanco delle risposte che dai a destra e a manca sul fatto che in quanto mio figlio ti è concesso tutto. Non è così. Non lo è, nella maniera più assoluta. Sono stato comprensivo con te, in questo ultimo mese, perché sapevo che ti mancavano la mamma, lo zio ed i tuoi amici. Ma adesso basta: tua madre torna domani e da domani devi rigare assolutamente dritto, sono chiaro?"
"La mamma torna domani?" domandò Boromir con un sussulto.
"Sì, la mamma torna domani," ribadì Denethor. "Ho ricevuto sue notizie oggi: arriverà probabilmente nel pomeriggio."
"Ma davvero torna la mia mamma?" chiese ancora il bambino al culmine della felicità.
"Sì, davvero torna la tua mamma. Non lo avevi capito, prima, in Sala?"
"Non avevo capito domani!"
"Domani. La mamma torna domani, è una promessa."
"E lo zio e Aragorn e Legolas?"
"Anche loro arriveranno molto presto. Come ti stavamo dicendo, presto saremo di nuovo insieme."
Boromir si gettò tra le braccia di suo padre e lo baciò con tutto l'entusiasmo dei suoi cinque anni.
Denethor lo strinse a sé e ricambiò: non lo vedeva così felice da tempo ed era una gioia per gli occhi. Sentiva, tuttavia, di dovergli dire ancora qualcosa in merito a quanto avvenuto poche ore prima in cucina. Per non parlare dei giorni precedenti.
"Boromir," chiamò con tono severo staccandolo per un attimo da sé. "Voglio che da oggi in poi ti comporti bene, mi hai capito?"
"Sì, babbo!"
"Hai spezzato le corda fino a romperla. Alla prossima marachella non chiuderò un occhio."
"Sì."
"E intendo dire che sarò molto severo. Davvero. Non sto scherzando, Boromir."
"Sì," disse ancora il bambino. Denethor si rese conto che, preso com'era dal pensiero del ritorno di sua madre, non lo stava davvero ascoltando.
"Voglio che tu sia buono e obbediente, a partire da domani. O mi vedrò costretto a sculacciarti."
Boromir rimase pietrificato a quella prospettiva.
"No," disse. "No, babbo, ti prego. Le sculacciate no. Mi fanno tanta, tanta paura."
"Comportati bene e non ce ne sarà bisogno. E adesso scendi di sotto con me: devi delle scuse a più di una persona."
Il bambino obbedì senza opporre resistenza; Denethor chiese ad Endacil di convocare anche Turis e riunì tutti nella Sala del Trono. Estella fu ben felice di poter dire la propria a quel piccolo impenitente e di poterlo fare, soprattutto, in presenza del suo Signore e col benestare del suo Signore. Turis rincarò notevolmente la dose, mentre le cameriere ed il maggiordomo annuivano di quando in quando.
Boromir, per tutta risposta, si guardò i piedini e si limitò a piagnucolare: Non lo faccio più, Mi dispiace e Scusa.
L'ultimo a prendere la parola fu lo stesso Denethor.
"Essere mio figlio non ti autorizza ad essere maleducato," disse. "Non voglio che mi venga mai più riportata la frase Sono il figlio del Sovrintendente e faccio quello che voglio. Queste persone lavorano per noi e meritano il tuo rispetto. Hai capito?"
"Sì," mormorò l'imputato.
"Da qui in avanti chiedo a tutti voi di riferirmi quello che fa. Non voglio sentire storie di mostri cattura-bambini e non voglio che venga minacciato. Prendetelo per un braccio e portatelo da me: penso io a lui. E se io sono impegnato, cercate Gilraen, Finduilas o Arathorn. Ma vi prego di farmi sapere come si comporta, perché abbiamo a che fare con il futuro Sovrintendente di Gondor."

Boromir si rese conto che aveva ricevuto, in una sera, i rimproveri che gli erano stati evitati per un intero mese. Guardò Gilraen con occhi imploranti, quando tornarono in Sala per la storia della buonanotte.
"Non ci si comporta così," disse la donna. "Sei un bravo bambino e devi essere buono, educato e gentile."
"Lo prometto," pigolò l'imputato. "Adesso posso avere le coccole? Per favore… tante coccole."
Fu Denethor ad eseguire la richiesta. La discussione avuta nella Sala del Trono aveva contribuito a fargli passare l'arrabbiatura e pensava, effettivamente, di aver strapazzato abbastanza il suo primogenito per quella sera.
"Se mi prometti che farai davvero il bravo bambino potrai dormire con me, stasera," disse prendendolo in braccio. "Ma deve essere una promessa solenne."
"È una promessa solenne!" giurò Boromir saltellandogli sulle gambe.
I due piccoli di casa si lasciarono raccontare una storia che non prevedeva mostri di alcun tipo e soprattutto mostri che rapissero dei poveri bambini con la propensione ad essere pestiferi.
Il figlio del Sovrintendente dormì stretto al padre, quella notte, e si rese conto di essere davvero molto fortunato ma anche un po' viziato. Quando si svegliò, l'indomani, il sole era già alto nel cielo e questo significava, abbastanza chiaramente, che gli era stato permesso di non andare a lezione da Turis: Denethor aveva avuto notizia che Finduilas era molto vicina a Minas Tirith e voleva che il loro figlio potesse riabbracciarla, non appena vi avrebbe messo piede.

NOTE AL CAPITOLO:
La disposizione e classificazione degli edifici presenti nella Cittadella, descritta in questo capitolo, la immagino io e non è necessariamente supportata da Tolkien.