Capitolo VII, La mamma è sempre la mamma

Finduilas non vedeva l'ora di tornare da suo marito e dai suoi bambini. Boromir le era mancato immensamente e si era domandata, a più riprese, se davvero fosse stato necessario rimanere lontani per così tanto tempo. Ma Denethor era stato irremovibile: in quella casa non avrebbe potuto stare a riposo, come Brandir le aveva caldamente raccomandato. Non era stata una gravidanza facile, quella che l'avrebbe portata a dare alla luce il loro secondogenito, e se non fosse stata attenta avrebbe rischiato di perderlo. No, lo Reggia non era il luogo adatto in un momento simile; in ogni caso non sarebbe riuscita a restare chiusa nella propria stanza, mentre a Gilraen toccava gestire le quattro pesti da sola.
Non le piaceva Minas Tirith. Non amava l'idea di vivere alle pendici delle montagne, né di avere Mordor dinnanzi a sé. Sebbene dalla Terra Nera arrivassero notizie preoccupanti ma non ancora allarmanti, provava orrore ogni qualvolta guardasse in quella direzione e, con una nostalgia infinita, ricordava di quando era bambina e viveva a Dol Amroth sulle rive del mare. Avrebbe voluto che i suoi piccini potessero crescere lì, liberi e spensierati di giocare sulla spiaggia, ma era consapevole che il loro posto era altrove. Pregava che la sua seconda gravidanza potesse dare alla luce una femmina, così non avrebbe dovuto temere che entrambi i figli dovessero imbracciare le armi.
Si rendeva conto che non avrebbero vissuto in pace fino alla fine dei giorni e tremava all'idea di ciò che avrebbe riservato loro il futuro. Chiuse gli occhi, mentre la carrozza su cui veniva trasportata proseguiva veloce ma evitando i sobbalzi, grata di non essere ancora entrata in travaglio; immaginò il viso di suo figlio quando l'avrebbe rivista, cercando di scacciare ogni altro pensiero.

Pasciuti, lavati, vestiti e pettinati Boromir e Gimli aspettavano seduti in Sala l'arrivo della mamma. Entrambi erano al settimo cielo, anche il piccolo nano che con Finduilas aveva sempre avuto un legame molto stretto: se Legolas, infatti, era notoriamente il cocchino di Gilraen, Gimli aveva dalla propria la moglie del Sovrintendente.
"È un bambino adorabile," le aveva sentito dire. "Si comporta quasi sempre bene, non risponde male, cerca di non mettersi nei guai e di far ragionare gli altri. Sì, litiga con Legolas… ma tra i due non capisco proprio come si faccia a preferire Sua Altezza Reale! Legolas è capriccioso, indisponente, viziato e fa sempre di testa propria!"
Gimli non aveva potuto replicare in quell'occasione – ad essere sinceri stava origliando una conversazione a cui non era stato invitato – ma avrebbe voluto abbracciarla e dirle: Anche tu sei la mia preferita qui dentro, zia Finduilas! Era davvero, davvero un'ottima notizia che il ritorno della piaga coincidesse con il suo arrivo.
Il figlio del Sovrintendente fece penzolare le gambe dal divano e le agitò nervosamente. Non era tanto contento di essere stato vestito come un damerino, ma gli avevano ricordato che alla mamma piaceva quando i bambini erano puliti, ordinati e precisi. Per lei questo ed altro… però solo per oggi, giusto perché tornava dopo tanto tempo e forse con lei c'era anche Éomund, che non vedevano quasi mai, e magari Éomer!
"Zia Gilraen?" chiamò. "Posso andare a chiedere una cosa al babbo?"
La donna fece mente locale.
"Sì," disse infine. "Oggi non è in consiglio, vai pure. Ma non metterci molto, perché sai che ha sempre un sacco di cose da fare."
Il bambino trotterellò verso la Sala del Trono ed i soldati di guardia lo lasciarono passare.
Si sentiva sempre un po' intimorito dall'immensità di quel luogo di pietra e da tutte quelle statue, armi ed arazzi appesi alle pareti. Suo padre sedeva sul Trono del Sovrintendente ed era intento a leggere delle carte. Il piccolo camminò lentamente, guardandosi intorno, finché l'uomo non sollevò la testa e lo chiamò.
"Cosa fai qui, ragazzino?" domandò.
"Babbo!" replicò Boromir correndogli incontro. Denethor se lo sedette sulle ginocchia.
"Stai molto bene vestito così, sai?" chiese stringendo a sé il figlioletto.
"Ma non mi piace!" Aveva dovuto abbandonare tunica, calzamaglia e scarponcini per stivali, pantaloni, cintura, camicia e veste di seta nera con ricamato l'albero bianco. Gli piaceva la veste, anche gli stivali, ma la camicia la odiava e sia i pantaloni che la cintura gli davano fastidio. Gilraen gli aveva anche imposto di mettere un cappello, ma lui e Gimli avevano ottenuto di poterlo evitare fino alla fine.
"So che non ti piace, ma piace alla mamma," replicò il Sovrintendente.
"Mi dà fastidio la camicia, babbo. Mi dà noia il colletto. Me la posso togliere?"
"No, Boromir. Puoi resistere un giorno, per far contenta la mamma?"
Il bambino annuì, con molto poco entusiasmo.
"Cosa fai, babbo?" domandò, notando le carte che suo padre stava leggendo.
"Ti faccio vedere," disse il Sire, dirigendosi verso la mappa che affrescava una delle pareti e che rappresentava ciò che, un tempo, erano i reami uniti di Gondor ed Arnor. Molto era cambiato da quando era stata dipinta, nel Regno del Nord che ormai non esisteva più, ma era ancora valida per quello che riguardava la geografia del Regno del Sud.
"Questi sono gli Ered Nimrais, i Monti Bianchi," disse indicando la catena montuosa. "Sono i monti che vedi dietro di te, ma partono da lontano. Se vai ad ovest e vieni verso est, incontri i sette fiumi di Gondor. Nel Lebennin c'è un fiume che si chiama Celos, lo vedi?"
"No, non lo vedo," replicò il piccolo. Suo padre gli si inginocchiò accanto e glielo mostrò con l'indice. "Questo, vedi?"
"Sì!"
"Parte dalle montagne, si unisce al Sirith e poi scende verso l'Ithilien del Sud."
"Lo vedo!"
"In quelle carte c'è scritto che subito dopo la congiunzione dei due fiumi, il ponte che univa le due sponde è crollato e gli abitanti del Lebennin hanno bisogno che venga riparato o devono camminare a lungo prima del guado. Soprattutto adesso che siamo in primavera, i ghiacci e le nevi si sciolgono e il fiume è in piena."
Boromir ascoltò con molto interesse.
"E tu cosa devi fare?" chiese.
"Devo reperire i materiali per farlo ricostruire e poi incaricherò qualcuno di portare avanti i lavori, così che il ponte torni com'era il prima possibile."
"Ma allora quando uno fa il Sovrintendente deve pensare anche a tutte queste cose?"
"Certo, ragazzino."
"Io pensavo che dovevamo solo fare la guerra agli orchetti!"
"Ma dobbiamo anche pensare a gestire il Regno, perché in un Regno grande come Gondor ci sono altre cose, oltre alle guerre con gli orchetti. Gli abitanti del Lossarnarch per esempio, sono molto lontani dalla Terra Nera, ma fanno anche loro parte del nostro Regno."
"Ho capito!" disse infine Boromir, dopo un attimo di riflessione.
"Ottimo," rispose suo padre dandogli un buffetto. "Eri venuto a chiedermi qualcosa o solo per stare un po' con me?"
"Tutte e due!"
"Cosa volevi chiedere, dimmi."
"Babbo… io voglio andare incontro alla mamma."
"So che lo vuoi, ma non ho idea di quando arriverà di preciso. Aspetteremo qui."
"Ma io non voglio aspettare! Io ci voglio andare adesso!"
"Non si può, testolina."
"Perché?"
"Perché sono impegnato e sarebbe più complicato incontrarla fuori dalle mura, che aspettarla qui."
"Ma io ci voglio andare!"
"Boromir," sospirò Denethor, "Cosa ti ho detto ieri sera sui capricci e il comportarsi bene?"
"Ma babbo!"
"Lo so che vuoi rivedere la mamma. E la rivedrai. Adesso torna in Sala e aspetta di venire chiamato."
"Ma io…"
"Puoi restare con me, se vuoi."
"No!" disse Boromir pestando un piede. "Voglio andare dalla mamma!"
Denethor gli diede un colpetto sul sedere.
"Questo era di avvertimento. Io mantengo le promesse. Anche il giorno in cui torna la mamma, se necessario."
"Scusa…" pigolò il bambino abbassando la testa.
"Va' in Sala dalla zia. E basta capricci!"
Il piccolo si staccò dal padre senza dire altro sull'argomento. Si voltò a guardarlo, mentre usciva, con un'espressione tristissima e due occhioni immensi, allo scopo preciso di farlo sentire in colpa. Denethor scosse la testa, mentre tornava a sedersi e a riprendere in mano il proprio lavoro.

Boromir odiava profondamente essere minacciato ed odiava ancora di più che gli si dicesse che non poteva fare qualcosa: aveva deciso che voleva andare incontro alla mamma e ci sarebbe riuscito! Lasciò la Sala del Trono, ma non rientrò a Palazzo; si domandò, piuttosto, se non ci fosse un modo per evadere dalla Cittadella senza essere visto. Ispezionò con cura sia le mura che il cancello e si disse che no, non c'erano brecce che potessero permettergli la fuga. E se fosse sceso nel Sesto Cerchio, a cui avevano libero accesso, si fosse arrampicato su un albero e fosse saltato dall'altra parte? Poteva certamente essere un piano, ma avrebbe dovuto perdere un sacco di tempo per trovare l'albero giusto, nel punto giusto.
Scosse la testa: ci voleva un'altra idea.
Si accorse, d'un tratto, di un carro parcheggiato non molto lontano dall'ingresso delle cucine: probabilmente era lì per rifornire la Reggia di viveri e sembrava incustodito. Era un'eccezione che un cavallo potesse entrare nella Cittadella; in effetti non era che un pony e non rappresentava una minaccia. Boromir si guardò intorno per essere certo di non essere spiato, né che alcuna guardia notasse che cosa stava facendo. Salì di soppiatto: il carro era vuoto, con l'eccezione di qualche sacco di iuta e qualche cassa piena di frutta, ma la maggior parte del contenuto era ormai stato scaricato. Era coperto da un enorme telo bianco e la struttura della parte posteriore ricordava, in qualche modo, una tenda: se si fosse nascosto bene, sarebbe passato inosservato. Il proprietario, probabilmente, stava parlando con Estella e sarebbe tornato di lì a poco. Boromir rimase immobile, trovando tutto molto avventuroso e anche divertente, finché il mercante si mise alla guida. Non si accorse di avere a bordo un passeggero, ed uscì dal cancello salutando ragguardevolmente i soldati.

Il tempo passava e Gilraen, non vedendo tornare il nipote, decise di andare a recuperarlo. Ma Boromir non era nella Sala del Trono, ne era uscito da un pezzo, e certamente non era con lei. Venne ispezionato il cortile: non era nel sesto cerchio, non era nelle stalle, non era in cucina né nelle baracche dei soldati. La servitù abbandonò l'edificio ad essa dedicato e si guardò intorno, affermando con forza che il Signorino non era stato visto.
"Però," disse ad un certo punto Aranel, "oggi è venuto Ingold il mercante a portare i rifornimenti per stasera. Viene dal Lossarnarch e ci ha portato frutta, verdura e cacciagione. Il suo carro era qui davanti. Forse il Signorino si è nascosto ed è andato via con lui?"
Il Sovrintendente sbiancò.
"Quanto tempo fa è andato via?" domandò.
"Forse… forse un'ora fa? Credo, sì, un'ora fa… più o meno, mio Signore."
L'uomo si prese la testa tra le mani e crollò il capo, mormorando che non poteva essere, non ci poteva credere, non voleva crederci.
"Denethor," disse Gilraen, toccandogli la spalla. "Vedrai, lo ritroveremo. Andrà tutto bene."
"Sono sicuro che andrà tutto bene, Gilraen," replicò l'uomo. "Lo farò cercare in tutto il Lossarnarch, se è necessario!"
"E se invece lo hanno rapito?" intervenne Gimli, in stato di agitazione. "Boromir è mio amico!"
"Non è stato rapito, pulcino," lo rassicurò Gilraen, prendendolo tra le braccia. "Non ti preoccupare. Boromir sta bene: lo ritroveremo e lo riporteremo a casa."
"Stai tranquillo, Gimli," confermò il Sovrintendente. "Se vuoi preoccuparti per lui, preoccupati di cosa gli succederà quando me lo ritroverò davanti."
L'intera Reggia venne messa in allerta ed i soldati di Gondor pattugliarono le strade della città. Denethor, per il momento, attese notizie seduto in Sala: vedere il Sire che cercava suo figlio per le strade di Minas Tirith avrebbe creato scalpore: meno persone sapevano che il Signorino Boromir non era al sicuro, meglio era per tutti.

All'interno del carretto, il clandestino si disse che aveva avuto una trovata geniale: quando il mercante si fosse fermato da qualche parte sarebbe sceso, avrebbe raggiunto la strada principale e avrebbe aspettato l'arrivo della mamma! Sarebbero tornati insieme alla Reggia e ci avrebbe pensato lei a difenderlo, a sostenere che lo aveva fatto per una buona causa, che era stato tanto dolce, che non si vedevano da moltissimo tempo e si poteva chiudere un occhio. Gilraen, poi, avrebbe potuto dire che era un giorno di festa e non era il caso di rovinarlo così. E magari Éomund… no, Éomund non lo avrebbe difeso: avrebbe detto che meritava una punizione esemplare. Boromir adorava Éomund, che era grande, coraggioso e temerario come tutti i cavalieri di Rohan, però era anche molto severo: molto più severo di suo padre e di Arathorn.
Era immerso in considerazioni di questo tipo, quando una domanda fece capolino nella sua mente: dove stava andando, di preciso, con quel carretto? Aveva dato per scontato che si sarebbero fermati da qualche parte in città, ma se così non fosse stato? Poteva essere che il mercante venisse da fuori? Poteva essere che uscisse dall'ingresso principale e si avventurasse per il Regno di Gondor? Boromir non sapeva molto di geografia, di certo non a cinque anni, però il babbo gli aveva fatto vedere quella mappa e il Regno era immenso. Non era sicuro che si sarebbero fermati; in effetti, il guidatore continuava ad andare spedito… Minas Tirith era grande ma quanto ci voleva ad attraversarla? E se fosse uscito dall'ultima cerchia e non fosse più stato capace di tornare indietro? Non voleva ritrovarsi da solo in mezzo al nulla, voleva riabbracciare la mamma! Voleva la mamma, non scappare di casa!
"Voglio tornare indietro!" gridò mettendosi a sedere. "Voglio tornare a casa!" insistette strillando più forte.
Il mercante, che fino ad allora era rimasto immerso nei propri pensieri, sobbalzò e tirò le redini d'istinto.
"Cosa? Cosa? Chi c'è?" esclamò voltandosi indietro.
"Voglio andare dalla mia mamma!" ribadì Boromir. "Dalla mia mamma!"
L'uomo scese e rimosse la tela bianca, che serviva a riparare dal sole, dalla polvere e da occhi indiscreti la merce che trasportava.
"Chi sei tu? Cosa ci fai lì?" domandò sconcertato, ritrovandosi davanti un esserino vestito con le insegne dell'albero bianco. Boromir ebbe modo di guardarsi intorno e si rese conto che erano effettivamente usciti dalle mura.
"Riportami a casa!" piagnucolò. "Io non voglio andare via da Minas Tirith, io voglio la mia mamma!"
"Siete salito quando ho portato le provviste alla Reggia?" Boromir annuì. "Siete… uno dei bambini del Sovrintendente?"
"Sono Boromir!"
"Oh grande Eru! O grandi Manwë e Yavanna! O grandi Valar, perché mi fate questo?" imprecò l'uomo portandosi le mani al viso. "Certo, certo che vi riporto indietro, Signorino Boromir! Ma se uno dei soldati dovesse chiedere qualcosa, o se vostro padre dovesse chiedere qualcosa, voi glielo dovete dire che non sono stato io! Glielo dovete dire che non vi ho rapito! Glielo dovete dire che è stata un'idea vostra, chiaro? Perché io ho moglie e figli, non posso finire nelle segrete o peggio per questa cosa! Io devo tornare a casa, sapete?"
"Glielo dico," annuì Boromir. Non capiva il perché di tutta quella agitazione: il babbo dava sempre la possibilità di spiegarsi a tutti. Non era cattivo, faceva solo un po' paura quando urlava. Rimase seduto dov'era, mentre l'uomo raccontava ad uno dei soldati che si era ritrovato quel ragazzino a bordo come passeggero, che non aveva idea di come fosse finito lì e che voleva riportarlo alla Reggia. Le guardie riconobbero Boromir senza un attimo di esitazione e si dissero che, sì, il Signorino doveva tornare a casa immediatamente. Avrebbero fatto bene a presentarsi tutti al cospetto del Sire Denethor: era stata notata l'assenza del Signorino e lo stavano cercando.
"Mi potete lasciare qui?" chiese il bambino, dato che stavano percorrendo la strada principale. Non venne degnato di una risposta.

Giunto dinnanzi al proprio Signore, scortato dalle due guardie, Ingold il mercante ci tenne a chiarire che era stata una sorpresa anche per lui trovare un passeggero a bordo. Il Sovrintendente si arrabbiò ancora di più col proprio Erede, notando l'agitazione del poveretto che aveva dinnanzi a sé. Per non parlare dello spavento fatto prendere a tutti quanti e delle conseguenze che quella bravata avrebbe potuto avere. Si trattenne un attimo per conferire con l'uomo ed i soldati: doveva rassicurare, ringraziare e ricompensare adeguatamente chi aveva riaccompagnato a casa suo figlio.
Boromir, intanto, venne affidato ad Endacil, che non poté trattenersi dal commentare: Sono allibito, Signorino Boromir, e fu condotto in Sala, dove Gilraen lo stava aspettando. La donna ringraziò il maggiordomo, quindi chiese che venissero lasciati soli. Non abbracciò suo nipote, non gli sorrise né lo coccolò, ma gli si parò davanti e gli diede uno schiaffo.
"Mi auguro che tu sia soddisfatto di te stesso," disse.
In prenda allo smarrimento, il ragazzino si portò una mano alla guancia e scoppiò in lacrime.
"Scusa," pigolò.
"Non voglio sentire una parola, da te," replicò Gilraen con aria severa.
"Zia!" il piccolo sollevò la testa per poterla guardare negli occhi. "Zia," ripeté, continuando a piangere. "Ti prego, facciamo pace."
"Non mi incanti. Smettila!"
"Mi hai fatto male!"
"Ci hai fatto preoccupare, lo sai? Poteva succederti di tutto!"
"Ti prego! Posso avere un bacino? Uno solo. Un bacino per fare la pace!"
La donna sospirò e si abbassò all'altezza del bambino.
"Non fare mai più niente del genere," ribadì puntandogli il dito contro. "Mai più. Chiaro?"
"Scusa…"
"Mi hai fatto morire di paura. Ci hai fatto morire di paura tutti quanti! Potevi finire nel Lossarnarch, poteva succedere di tutto!"
"Mi hai fatto male!" singhiozzò Boromir. "Voglio che facciamo pace!"
"No. Ti perdonerò e faremo pace dopo che avrai avuto la tua punizione."
"Non la voglio la mia punizione!"
"L'avrai, Signorino. Ed io non farò niente per risparmiartela!"
"No!" l'imputato si buttò per terra con fare melodrammatico. "NO!" ululò. Gilraen lo acchiappò per un orecchio e lo portò in quella guisa fino al divano.
"Siediti e aspetta che arrivi tuo padre!" ordinò. "Non voglio sentire un'altra parola. Sono chiara?"
"Sì," farfugliò il bambino. Sentì un brivido correre lungo la schiena, ma obbedì. Prese posto accanto a Gimli e continuò a piangere in silenzio, guardandosi i piedini che ancora non riuscivano a toccare terra. Se la zia stava reagendo così, il babbo doveva essere furibondo. Sapeva a cosa andava incontro, del resto gli era stato preannunciato la sera precedente. Sentì una stretta allo stomaco ed un senso di terrore pervaderlo, poiché il suo destino era inevitabile.
"Gimli," mormorò cercando consolazione.
"Mi dispiace," sussurrò quello, sentendosi a disagio. "Io te lo avevo detto, però!"
"Ho tanta paura!"
Il figlio di Glόin cercò le parole. Non ne trovò molte, per cui decise di essere onesto.
"Hai cinque anni, te ne darà cinque o forse dieci," disse infine.
"Dieci?" domandò Boromir, sbiancando.
"L'hai combinata grossa, davvero. Mio padre te ne darebbe dieci. Però forse il tuo no! E poi sei ancora piccolo ed è la prima volta."
"Voglio la mia mamma…"
Gimli abbracciò l'amico. Si era accorto che Gilraen stava facendo finta di non vedere né sentire.
"Fanno male, ma se non fai i capricci finiscono presto. Però se scappi via o fai i capricci è peggio."
"Ma io non le voglio…"
"Nessuno le vuole. Però poi passano! È meglio che stare due o tre giorni in castigo, fidati."
"Non le voglio, non le voglio, non le voglio!" strillò il figlio del Sovrintendente con tutto il fiato che aveva in corpo; Gilraen gli intimò, seccamente, di smetterla o lo avrebbe messo nell'angolo. Fu in quel frangente che un rumore di stivali riecheggiò all'ingresso: il passo di un uomo furioso.
"Boromir, in camera. Subito!" intimò Denethor entrando nella stanza.
"No! Non voglio!" ribadì il piccolo. Corse a nascondersi dietro la zia, in cerca di protezione.
"No, Signorino," disse Gilraen staccandolo da sé. "Obbedisci a tuo padre."
"No!" Boromir si buttò di nuovo per terra. Guardò Gimli, sperando che potesse dire qualcosa in suo favore, qualsiasi cosa, tale da riuscire a salvarlo.
"Basta!" tuonò il Sire. Il bambino ammutolì. "Almeno hai avuto un minimo di cervello per farti riportare a casa! Almeno quello!"

Acciuffò il figlio e se lo mise in spalla, come se fosse stato un sacco di patate. Non disse una parola, non si curò di pugni, graffi, proteste. Si limitò a chiudere la porta con un giro di chiave, una volta arrivati a destinazione, quindi si sedette sul letto.
"Mi dispiace tanto," ribadì Boromir, mentre gli venivano abbassati i pantaloni.
"Deve dispiacerti!"
"Non lo faccio più! Lo giuro!"
"Tuo nonno, al posto mio, avrebbe usato la cinghia! Lo sai?"
"Non voglio!"
"Ho detto tuo nonno, non io. Sei maleducato e disobbediente. Hai superato ogni limite. Veramente, ogni limite."
Denethor si sistemò il pargolo sulle gambe, in modo che non rischiasse di cadere né che potesse scappare. Boromir scalciò d'istinto, nascose la testa nella coperta che teneva ben stretta con entrambe le mani ed inscenò un capriccio clamoroso.
Arrivato al dunque, l'uomo si fermò ad osservarlo: stava tremando come una foglia. Ma in fin dei conti non era mai morto nessuno… ed era già successo sia con Gimli che con Legolas. Fece un bel respiro, prima di cominciare.
Al bambino era capitato di ricevere uno sculaccione al volo, in piedi e sui pantaloni, e avrebbe giurato che non facesse così male. Si dimenò, cercò di ripararsi, di scappare, implorò di smettere, promise di comportarsi benissimo e giurò che era stata l'ultima volta che aveva disobbedito. Convinto della propria scelta, Denethor stabilì che avrebbe mantenuto la regola dell'uno per ogni anno di età, ma non avrebbe avuto la mano leggera.
Non ebbe vita facile, ma non si tirò indietro.
"Era l'ultimo," annunciò, infine, con un sospiro. "Spero tu abbia imparato la lezione."
Il suo primogenito non si mosse e continuò a disperarsi.
"Boromir?" chiamò l'uomo. "Abbiamo finito."
"Mi fa tanto male," singhiozzò il ragazzino. "Tanto!"
"Lo so, ed è normale."
"Voglio la mia mamma!" Il bambino si coprì il viso con le mani, mentre veniva rimesso in piedi.
"La mamma sta arrivando. Vuoi dormire un po'?"
"Sei cattivo! Sei cattivo! Non ti voglio più bene!"
Denethor diede un'occhiata al figlioletto: forse avrebbe dovuto prenderlo tra le braccia e consolarlo? Cosa si faceva in questi casi? Certo, gli dispiaceva, ma quella peste aveva superato ogni limite! Pensò che dovesse rimanere coerente a se stesso e non cedere.
"Sono molto cattivo, hai ragione. Sono cattivissimo," ammise porgendo il fazzoletto che teneva in tasca, in un invito a soffiarsi il naso. "Ma te le meritavi. Tutte, dalla prima all'ultima. Hai fatto preoccupare me e la zia, avresti spaventato a morte la mamma, e hai quasi messo nei guai un poveraccio che non c'entrava niente. Te ne rendi conto?"
"Non ti voglio parlare! Parla col bambino nuovo che arriva!"
"Devo metterti in castigo?"
"No… "
"Allora smettila! E da qui davanti cerca di essere obbediente."
Boromir si lasciò rimboccare le coperte. Denethor gli passò Bibi, l'orsetto, che fino a quel momento era rimasto sul cuscino. Senza volerlo, si ritrovò a fare una carezza al proprio piccino, ma si riprese subito dopo.
"Non voglio vedere il tuo naso fuori da quella porta finché non te lo dico io!" intimò. "Hai avuto quello che meritavi, niente di più e niente di meno. Avrei dovuto sculacciarti molto tempo fa, Signorino, invece di aspettare tanto. Ma da qui in avanti le cose cambieranno."
Così dicendo il Sire lasciò la stanza, richiudendo la porta a chiave. Era stato severo, se ne rendeva conto, ed inoltre sapeva di non essere né calmo né obiettivo in quel momento. Se avesse potuto esprimere un desiderio, avrebbe chiesto che Finduilas fosse lì a fare da pacere. Tornò in Sala per parlare con Gimli e Gilraen di quanto era accaduto.

Boromir saltò completamente il pranzo, ma non lo notò: dopo una buona mezzora passata a disperarsi, si era pian piano addormentato. Non ricordava che cosa avesse sognato, forse niente, ma si era svegliato con l'orribile sensazione di essere stato dimenticato dall'intera famiglia. Avrebbe voluto scendere, chiedere scusa a tutti e farsi abbracciare… ma la porta era stata chiusa e non voleva rischiare di mettersi di nuovo nei guai.
Rimase sdraiato sul letto avvinghiato a Bibi, finché non udì qualcuno armeggiare con la maniglia. Ringraziò che gli concedessero di mettere qualcosa sotto i denti e si aspettò di vedere Isil o Aranel con il vassoio della merenda. Ad entrare, però, non fu nessuna delle due. Boromir sollevò la testa e rimirò quella che credette essere una visione.
"Mamma," mormorò quando la donna gli fu accanto.
Finduilas era lì, con i lunghi capelli biondi che le scendevano lungo la schiena, un ampio abito color rosa scuro che ingentiliva le curve della gravidanza, ed un sorriso dolce e rassicurante. Gli accarezzò i capelli.
"Bambino mio," disse dandogli un bacio sulla fronte, prima di sedersi sul letto. "Mi sei mancato tantissimo."
"Mamma!"
"Sì?"
"Non ti sto sognando, vero?"
"No, amore mio."
"Mamma, se ti sto sognando, posso continuare a dormire?"
"Non mi stai sognando, tesoro."
"Sono stato cattivo e ora sono tutti arrabbiati con me!"
"Mi hanno detto cosa hai fatto. Mi dispiace dirlo, ma sei stato molto sciocco."
"Mi dispiace tanto. Io… io volevo venire da te."
"Pulcino mio," disse la donna prendendo in braccio il figlioletto e facendo attenzione a non fargli male. "So che volevi venire da me, è un pensiero dolce, ma potevano succederti delle cose tremende e forse non ci saremmo rivisti mai più. Lo sai?"
"La zia mi ha dato uno schiaffo, mamma," replicò Boromir con voce triste. "E non ha voluto fare pace con me!"
"Lo so, le ho parlato."
"E il babbo, il babbo…" Boromir prese a singhiozzare e tremare, tanto che sua madre dovette stringerlo forte per riuscire a rassicurarlo.
"Lo so, amore, lo so," sussurrò. "Mi hanno raccontato tutto. Non devi dirmi niente, se non vuoi."
"Non mi vogliono più bene?" chiese il piccolo. "Ho pensato tante cose brutte."
"Tu non devi pensare alle cose brutte, sciocchino," rispose Finduilas, sigillando le proprie parole con un bacio. "Sono venuti entrambi a vedere come stavi, ma dormivi e non ti hanno svegliato."
"Ho tanta fame, sono tanto triste e mi fa ancora male!" pigolò il bambino, continuando a piangere.
"Adesso spalmiamo un po' di crema su questo povero culetto, così passa tutto in fretta." La donna cullò il proprio piccolo tra le braccia. "Sei vestito come piace alla mamma, come un vero ometto!"
"Volevo che quando mi vedevi eri felice…"
"Amore, ma io sarei stata felice anche se fossi stato avvolto in un sacco di iuta!"
"Sì?"
"Certo! Vuoi la tunica e la calzamaglia, così stai più comodo?"
"Sì, per favore."
"E poi sciacquiamo questo faccino ché oggi hai pianto tanto. Mi farò dare da Estella dei biscotti e del latte caldo, con un cucchiaino di miele e uno di cacao."
"Grazie, mammina."
"Di nulla, amore mio."
Finduilas fece di tutto per dare un po' di conforto al proprio piccino: come annunciato lo aiutò a rinfrescarsi e a cambiarsi d'abito, gli spalmò un unguento all'arnica che Brandir aveva preparato in caso di cadute e contusioni, lo lasciò fare merenda e soprattutto lo riempì di coccole. Non smise di tenerlo in grembo per un solo istante e non poté frenarsi dal riempirlo di baci.
"Tuo padre è ancora un po' arrabbiato con te," disse infine. "Ma io lo conosco bene e so che gli dispiace molto per quello che è successo."
"Mi ha fatto tanto male, mamma. Io dopo il primo volevo scappare!"
"Lo so, pulcino. Però te le sei meritate…"
Boromir tacque a lungo su quella considerazione; si accoccolò contro il petto della madre e si lasciò accarezzare, ripensando a come si era comportato di recente.
"Voglio che tu chieda scusa stasera, quando scenderemo per cena," proseguì la donna. Devi chiedere scusa a tutti quanti per averli fatti preoccupare."
"Sì, mamma."
"Il babbo mi ha detto che sei stato molto capriccioso e disobbediente."
"Sì…"
"Ma da oggi tornerai a comportarti bene, vero? Sei un bravo bambino, lo sei sempre stato."
Boromir accennò un sorriso, guardò la mamma con gli occhi pieni d'amore e le diede un bacio. Gli piaceva tanto la mamma, perché era sempre dolce e gentile, parlava in modo pacato senza alzare la voce. Riusciva ad essere calma anche quando lo rimproverava.
"Grazie per essere tornata," disse stringendola forte. "Non te ne andare mai più, ti prego."
"Non me ne andrò mai più, te lo prometto," rispose Finduilas facendogli una carezza. "Però anche tu mi devi promettere che non uscirai mai più dal cancello. Ci sono tante persone cattive, in giro, e tu sei piccino: come fai a difenderti?"
"Non lo farò mai, mai più. Te lo giuro. Mai mai mai."
"Bravo, mio piccolo pulcino."
La donna continuò a tranquillizzare il figlio sul fatto che sarebbe andato tutto bene e che avrebbe fatto pace sia con Denethor che con Gilraen. Gli disse che Éomund era lì con loro e che non vedeva l'ora di portarlo a cavallo, quando ne avesse avuto il permesso.
Fu grata che, almeno per la prima sera, non dovesse avere a che fare né con Legolas, né con le guerre nano-elfiche, sebbene sarebbe stata felice di riabbracciare il resto della famiglia quando fosse stato di ritorno.
Sentiva che presto un altro frugolino li avrebbe allietati con la propria presenza. Da mamma sapeva che non mancava ormai molto.

NOTE AL CAPITOLO:
Stando a Tolkien ci sono le patate, il tè e il caffè. Suppongo possa esserci anche il cacao.