Capitolo VIII, Di nuovo insieme
L'ora di cena era ormai prossima ed era venuto il momento, per Boromir, di scendere al piano di sotto e scusarsi per il suo comportamento di quella mattina. Il bambino non era a suo agio a quella prospettiva: non aveva mai visto il padre così arrabbiato, prima di allora, e ne aveva ancora paura. La zia non era andata a consolarlo ed Éomund certamente lo avrebbe rimproverato.
Lo imbarazzava l'idea di essere stato sculacciato: lo sapevano tutti, ma proprio tutti, compresa la servitù e forse le Guardie dalla Cittadella. Che figura ci faceva, un guerriero come lui? E aveva pianto! Aveva pianto tantissimo! Se almeno si fosse trattenuto si sarebbe detto che il Signorino Boromir era stato davvero coraggioso: nonostante tutto, nemmeno una lacrima.
Più ripensava a quella mattina, più aveva paura di scendere in Sala. Stava così bene, in camera con la mamma… Aveva implorato di essere lasciato lì, aveva giurato di non avere fame, aveva persino finto di non sentirsi bene, ma Finduilas era stata irremovibile: avrebbe chiesto scusa, quindi sarebbe potuto tornare a letto.
A malincuore obbedì. Sua madre lo vide nascondersi dietro la sua gonna quando arrivarono a destinazione.
"Tesoro," chiamò con dolcezza, cercando di farlo uscire allo scoperto. "Non devi dire niente al babbo e alla zia?" Il bambino scosse la testa. "Ne sei proprio sicuro?"
"Scusa…" mormorò Boromir facendo capolino.
"Secondo me possiamo chiedere scusa un po' meglio di così, non trovi?"
"Ho paura, mammina, ho tanta paura!"
Vedendo il bambino in difficoltà, Éomund si alzò da tavola e gli si fece incontro. Il Primo Maresciallo del Riddermark conosceva Denethor ed Arathorn fin dall'infanzia, ma Boromir considerò che non assomigliava affatto né a suo padre né a suo zio: era alto come loro, ma con i capelli e gli occhi chiari degli uomini del Mark e la pelle bruciata dal sole. Aveva l'aspetto possente degli Eorlingas e corrispondeva perfettamente alla sua idea di guerriero: spada, lancia e scudo… per non parlare del cavallo! Ovviamente, gli armamenti erano stati lasciati all'ingresso: Éomund veniva in pace, ad accompagnare Finduilas ma anche a conferire col Sovrintendente su quale fosse la situazione nelle terre che difendeva. Aveva con sé altri due uomini, Déorgar e Fasthelm, che ne avevano costituito la scorta. Non vi era particolare pericolo al momento, come aveva confermato lo stesso Arathorn prima del viaggio a Lothlórien, e tuttavia c'era qualcosa che sfuggiva al controllo di Éomund e per cui era necessario chiedere consiglio.
Allo stato attuale, il Rohirrim si concentrò unicamente sull'incidente diplomatico in corso: Denethor gli aveva attribuito il titolo di padrino del suo primogenito, quando il piccolo era nato, e forte di quel ruolo avrebbe tentato di risolvere la situazione. Era rimasto sorpreso dalla bravata di quella mattina, in quanto il suo figlioccio – sebbene ostinato e cocciuto come pochi al mondo – non era solito a certi colpi di testa. Si sedette sul pavimento ed incrociò le gambe.
"Non mi saluti nemmeno?" domandò.
"Non voglio che mi sgridi," implorò Boromir, restando al proprio posto.
"Ti vorrei salutare, se non è troppa grazia," replicò l'Eorlingas.
Il bambino si staccò dalla gonna della mamma e si avvicinò. Éomund gli porse il pugno.
"Saluto da uomo!" disse. Boromir strinse il pugno a propria volta e lo fece cozzare contro quello dello zio, il quale rise, lo acchiappò, lo tirò a sé e se lo sedette sulle gambe. Finduilas prese posto accanto al marito, lasciandoli soli.
"Cos'è questa storia che hai paura, guerriero?" domandò Éomund. "Di cosa hai paura?"
"Del mio babbo. E della zia Gilraen!" rispose il piccolo.
"E perché?"
"Perché mi hanno picchiato e mi hanno sgridato forte forte. Ed io ho paura."
"Forse se chiedessi scusa farebbero pace con te!"
"Ma ho chiesto scusa!"
"Da dietro la gonna di tua madre? Non è chiedere scusa, quello."
"No?" piagnucolò il bambino.
"No."
Boromir rifletté.
"Zio Éomund?" disse dopo qualche minuto.
"Dimmi."
"Io chiedo scusa… però sono anche tanto triste perché non sono più un guerriero."
L'uomo costrinse il nipotino a guardarlo negli occhi.
"Perché non saresti più un guerriero?" domandò.
"Perché ho pianto tanto, oggi. I guerrieri non piangono, zio."
"Ogni tanto piangono anche i guerrieri, se la situazione lo richiede."
"Tu piangi?"
"Di solito no… ma quando avevo cinque anni, e mio padre mi castigava, piangevo anch'io."
"Sì?"
"Certo. È normale, Boromir. Sei stato molto disobbediente e hai avuto quello che meritavi. Non c'è nulla di cui vergognarsi."
"Il babbo mi ha fatto tanto, tanto male! E ha urlato! Ed era tanto arrabbiato con me, zio Éomund."
"Lo so. Ti sei reso conto di cosa sarebbe potuto succedere?" il piccolo scosse la testa. "Allora te lo dico io. Tutti, qui dentro, hanno avuto paura di non rivederti mai più. Potevano chiedere un riscatto, invece di riportarti indietro. Saresti potuto finire in mano al nemico, lo sai?"
"E cosa mi facevano?"
"Non è il caso di parlarne, ma credimi quando ti dico che ti è andata molto bene."
"Sei tanto arrabbiato con me, zio Éomund?"
"Non sono arrabbiato. Non c'ero nemmeno, stamani. Ma devi chiedere scusa. Tuo padre e tua zia sono stati severi e tu hai paura. È normale. Ma adesso basta scenate, per favore."
Il bambino si rimise in piedi e si avvicinò al tavolo degli adulti. Non sapeva da dove cominciare.
"Tesoro," gli venne in soccorso Gilraen facendogli una carezza. "Mi devi dire qualcosa?"
"Mi dispiace tanto per stamattina," pigolò Boromir. "Non lo farò mai più. Mai mai."
"Me lo giuri? Ci hai fatto spaventare tantissimo."
"Lo giuro, zia! Farò sempre il bravo, lo prometto."
"Vieni qui," replicò la donna, che lo invitò ad avvicinarsi e gli diede un bacio, il famoso bacino per fare la pace che gli aveva negato qualche ora prima. "Mi dispiace essere stata dura con te, ma te lo meritavi. Lo capisci?"
"Sì."
"Adesso dovresti andare dal babbo. Anche lui vorrebbe fare pace con te."
"Ma io ho tanta paura, zia."
"Non ti farà niente. Mi credi?"
"Ti credo. Però ho paura!"
Tremando leggermente, Boromir si diresse dal padre che sedeva a capotavola. Guardò per terra, non riuscì a sollevare la testa, ma trovò la forza di chiedere scusa con un filo di voce.
Denethor si rese conto, in quel momento, che la rabbia era stata una pessima consigliera e che quella mattina aveva decisamente esagerato.
"Vuoi sederti in braccio?" chiese con dolcezza. "Vorrei che facessimo pace."
"Sono un bambino cattivo," mormorò l'imputato. "E tu non mi vuoi più bene!"
"Ma certo che te ne voglio!" disse il Sovrintendente sollevando il proprio piccino da terra. "Mi dispiace moltissimo essermi arrabbiato tanto. Hai fatto una cosa molto sciocca e pericolosa e ho avuto paura di perderti."
"Io non ci avevo pensato che succedevano le cose brutte," farfugliò Boromir ad un passò dal rimettersi a piangere. "Io credevo che si fermava, che io scendevo ed aspettavo la mamma e tornavo a casa con lei."
"Ma io cosa ti avevo detto, nella Sala del Trono?"
"Che dovevo aspettarla qui…"
"E perché mi hai disobbedito?"
"Perché sono un bambino cattivo."
"Non sei un bambino cattivo, tesoro."
"Hai detto che da oggi mi darai sempre le sculacciate perché sono cattivo," mormorò Boromir tirando su col naso.
"Non ho detto proprio così. E se l'ho detto, ho detto una gran sciocchezza. Cercherò di evitartele ogni volta che potrò, a meno che non ti comporti davvero molto male. Capito?"
"Sì…"
"E non sei un bambino cattivo. Sei un bravo bambino che oggi si è comportato male."
"E mi vuoi ancora bene?"
"Sempre."
"E non litighiamo mai più?"
"Ci proviamo, diciamo così," il Sovrintendente accennò un sorriso. "Ma se dovessimo litigare di nuovo, ricordati che io non smetterò comunque di volerti bene."
"Nemmeno per un secondo?"
"Nemmeno per un secondo," l'uomo fece una carezza al figlioletto. "Vuoi dormire con me e la mamma, stasera?"
"Posso?"
"Certo che sì."
"E posso non andare da Turis, domani?"
"No, quello no. Hai già saltato oggi."
"Ma babbo... mi fa male a stare seduto. Io sono piccolo!"
"Domattina non ti farà più male. Ma se dovesse farti male, e non credo, ti farò dare un cuscino."
Boromir si lasciò baciare sulla fronte, quindi si fece scendere a terra. Non voleva andare da Turis, non voleva un cuscino, voleva stare a casa con la mamma!
Preferì non inscenare un capriccio, tuttavia, visto che per quella giornata ne aveva avute abbastanza.
Raggiunse Gimli al tavolo dei bambini. Era concesso loro mangiare in Sala, nonostante la presenza della delegazione da Rohan, poiché Éomund era considerato quasi di famiglia.
Il figlio di Glόin sorrise: era felice di avere di nuovo l'amico con sé e di poter constatare che stava bene. Aveva pensato che, nel caso in cui non lo lasciassero scendere per cena, sarebbe scappato al piano di sopra per consolarlo e venirgli in soccorso… ma poi, per fortuna, era arrivata Finduilas che aveva rimesso le cose a posto. Perché zia Finduilas era la migliore ed era anche un'alleata importante.
Finalmente libero di parlare, Boromir fornì la propria visione dei fatti partendo col viaggio nel carretto, passando per il suo essersi accorto che si stavano allontanando e concludendo con la punizione, esagerando enormemente sull'ultima parte. Gimli, che era più grande di lui, non credette proprio a tutto quello che gli venne detto, ma ascoltò e commentò finché non giunse Isil a riempire i loro piatti. A quel punto calò un religioso silenzio.
Il nano, tuttavia, aveva un piano da portare avanti…
"Boromir," mormorò mentre quello si avventava sul cosciotto d'agnello. "Devi farmi un favore!"
"Anche due," rispose il bambino, lieto di essere lì. Grazie ad Eru non era rimasto in camera, altrimenti si sarebbe perso tutte le leccornie che Estella aveva cucinato per onorare l'arrivo della mamma, di zio Éomund ed anche dei due Eorlingas che avevano formato la loro scorta. E, meraviglia delle meraviglie!, l'indomani ci sarebbe stato un altro banchetto in quanto tornava lo zio Arathorn con Legolas ed Aragorn. E festa ci sarebbe stata per il nuovo bambino, quando fosse nato. E per il compleanno di Legolas! E per la festa di mezza estate! Nei giorni a venire sarebbe stato un gondoriano col pancino pieno. Non che di solito non mangiasse, ma recentemente era rimasto un po' a stecchetto.
"Boromir, devi prendere tutto il pane che trovi – dico: tutto il pane che trovi – e metterlo qui," Gimli mostrò un sacchettino di raso che aveva trovato in uno dei cassetti di Gilraen. "Ma non farti vedere da nessuno. Se prendo tanto pane solo per me se ne accorgono, ma se collaboriamo sembra più normale."
"Ma perché?" domandò Boromir con la bocca piena. "Che ce ne facciamo?"
"Mi serve!"
"Scusa, ma se hai fame non puoi mangiare mentre siamo qui? Non ho capito perché vuoi fare questa cosa."
"Shhhhh," sibilò Gimli. "Mi serve per il nemico."
"Per Legolas?"
"Sì." Il figlio di Glόin tacque per un momento. "Stamattina volevo chiederti di andare a rubare in cucina da Estella."
"Ci posso andare domani!"
Il nano scosse la testa.
"Non fare arrabbiare nessuno. State ancora facendo pace, non ti mettere nei guai."
"Non voglio mettermi nei guai, no!" esclamò Boromir provando un senso d'orrore. Se aveva una certezza, nella vita, era che non avrebbe ripetuto quell'esperienza. Mai più. "Qual è il piano?" domandò infine.
"Il piano, per te, è solo prendere quanto pane puoi tra oggi e domani. Se l'elfo arriva di pomeriggio diciamo che abbiamo stasera, domani a colazione e domani a pranzo. Poi al resto penso io!"
"Ma cosa vuoi fare?"
"Un dispetto all'elfo! Non posso dire altro."
"D'accordo," replicò Boromir stringendosi nelle spalle. Avrebbe certamente aiutato il suo amico, ma preferiva non avere parte attiva, in effetti.
Attese che la cena fosse finita e che tutta la famiglia si spostasse in Sala. Vide Gimli schizzare velocemente al piano di sopra con la scusa di dover fare un bisognino urgente… e si avvicinò lentamente al divano su cui era seduto suo padre.
"Posso stare in braccio?" domandò. "Per favore…"
"Certo," disse Denethor e lo aiutò a sedersi sulle sue gambe.
"Babbo?" chiamò Boromir.
"Sto ascoltando quali notizie arrivano da Rohan, piccoletto. Puoi stare qui, ma in silenzio."
Il bambino si voltò a guardare la mamma, che si toccò la punta del naso con il dito indice, invitandolo a tacere come gli era stato chiesto. Obbedì, accoccolandosi contro il petto dell'uomo e ascoltando, a sua volta, i resoconti degli Eorlingas sulle terre del Mark. Avrebbe voluto chiedere perché Éomund non avesse portato né Éomer né Théodred, ma pensò che non fosse saggio interrompere gli adulti. Con la pancia piena, e suo padre che lo stringeva a sé, il figlio del Sovrintendente si addormentò.
Arathorn e la sua delegazione arrivarono nel tardo pomeriggio del giorno successivo. Il Capitano dei Dúnedain congedò i soldati prima che potessero raggiungere la Cittadella, dispensandoli dall'ultima parte del viaggio e permettendo loro di tornare alle rispettive famiglie.
Solo Arnis proseguì fino a Palazzo. La ragazza aveva gli occhi ancora pieni della bellezza del reame degli elfi, sebbene le terre attraversate per tornare a casa fossero state di tutt'altra natura. Cavalcava insieme al Signorino Legolas che, da quando aveva rivisto suo padre, aveva preso a comportarsi straordinariamente bene.
Arathorn si disse che aveva avuto un'ottima idea: i bambini si erano arricchiti di un'esperienza importante, ed avevano visto cosa ci fosse fuori dal nido. Era ovvio che al piccolo elfo mancasse la sua gente e quel soggiorno a Lothlórien era stato, per lui, una boccata d'aria. L'uomo aveva imparato che il pargolo era estremamente orgoglioso, che dinnanzi a una sfida – come quella proposta da Orophin – non si sarebbe tirato indietro, a dispetto delle conseguenze.
Quel mese a stretto contatto aveva anche rinsaldato i rapporti tra il Ramingo e suo figlio. Lo aveva tenuto con sé per la maggior parte del tempo, istruendolo su ciò che incontravano e vedevano, e insegnandogli a riconoscere tracce di uccelli ed altri animali ogni qualvolta si fermassero. Aragorn, che aveva un'intelligenza brillante e ben disposta all'apprendimento, aveva trovato il tutto molto divertente; la sua adorazione per il padre era ancora più forte rispetto a prima. Legolas aveva seguito le lezioni con interesse, dando anche prova di quanto la sua vista e il suo udito fossero sviluppati già in giovane età.
Fin da quando avevano attraversato il ponte di Osgiliath, l'elfino si era sentito eccitato all'idea di rivedere tutti ed in particolare Gilraen.
"Fammi scendere, Arnis, fammi scendere!" si dimenò, agitandosi sul cavallo, prima di varcare anche l'ultimo cancello. "Voglio andare da solo fino alla Reggia!"
La ragazza guardò il suo Signore, che acconsentì con un gesto del capo. Il bambino venne messo a terra, schizzò via come un fulmine e venne lasciato passare dai soldati di guardia.
Corse velocissimo attraverso il cortile, accanto alle stalle ed alle sale della servitù, arrivando infine a Palazzo. Il resto della famiglia era in Sala, ma Gilraen li attendeva sulla porta, impaziente. Si inginocchiò vedendo giungere, nella propria direzione, un esserino vestito di verde e marrone.
"Zia! Zia! Zia Gilraen!" esclamò il bambino tuffandosi tra le sue braccia. "Zia Gilraen, sono tornato, sono qui da te!"
"Il mio elfino!" replicò Gilraen riempiendolo di baci. "Il mio piccolo, adorato elfino. Mi sei mancato così tanto, pulcino. Mi sei mancato tantissimo!"
"E anche tu a me! Ti ho fatto una ghirlanda con i fiori, ce l'ha lo zio Arathorn! E ha detto Lady Galadriel che sarà sempre bella: bella come te!"
"Che tesoro che sei, Legolas," disse Gilraen, guardandolo con tutto l'amore del mondo. "Sei proprio un tesoro."
"La prossima volta vieni anche tu, zia. C'era ada a Lothlórien e siamo stati insieme. Volevo rimanere con lui, ma poi sono tornato!"
"Grazie per essere tornato, pulcino. Hai fatto il bravo? Non hai fatto arrabbiare nessuno, vero?"
"Sono stato bravissimo, zia! Lo puoi chiedere allo zio Arathorn quando arriva."
"Glielo chiederò," sorrise Gilraen. "Ma adesso, elfino, entra in casa che ti stanno aspettando. Io arrivo subito. Chiedi che ti diano da mangiare, se hai fame, e immagino che sarai stanco."
"Sono un pochino stanco, però non tanto!"
"D'accordo," sorrise Gilraen. "Mi raccomando: non litigare con Gimli. Promesso?"
"Promesso!"
"Fatti dare un altro bacio ché sono rimasta indietro. È arrivata una farfalla da me…"
Legolas si lasciò coccolare, quindi entrò alla Reggia e raggiunse il resto della famiglia. Era davvero raggiante: fu felicissimo di vedere Boromir, concesse un ciao a Gimli, fece la conoscenza di Éomund e si sedette sul divano accanto a Denethor. Il Sovrintendente gli diede un buffetto sulla guancia e lo tirò a sé: in quel lungo periodo di assenza aveva sentito la mancanza dei due bambini. Il principino stava già cominciando a chiacchierare come un fiume in piena, raccontando tutto quello che era successo, quando Finduilas entrò nella stanza.
"Ciao, zia," disse con un sorriso meno spontaneo dei precedenti, avvertendo una stretta allo stomaco. "Sei tornata anche tu!"
Incrociò lo sguardo di Gimli, il quale non nascose una certa soddisfazione.
"Ciao Legolas," replicò la donna ricambiando il sorriso. Andò a sedergli accanto e gli passò una mano tra i capelli. "Come stai? È da tanto che siamo lontani."
"Sto bene, zia," rispose l'interessato. "Ho visto mio padre! Ti abbiamo fatto una ghirlanda, io ed Aragorn. Adesso lo zio te la porta, quando arriva."
"È un pensiero molto tenero, da parte tua. Grazie."
Legolas annuì e si accoccolò contro al Sovrintendente. Il suo umore era decisamente cambiato. Non chiese di essere preso in braccio, sebbene d'improvviso si sentisse stanco: era come se la fatica del viaggio avesse deciso di colpirlo in un istante. Disse di no a Boromir, che gli chiedeva di alzarsi per giocare, e si stropicciò gli occhi con le nocche.
Non era del tutto una buona notizia che fosse tornata Finduilas, perché significava che la sua semi-impunità era giunta a conclusione. La figlia di Adrahil era buona, gentile, comprensiva, pronta a difenderli o consolarli ogni qualvolta vi fosse bisogno… ma non sopportava l'arroganza di cui il principino dava sfoggio. Legolas era certo che gli volesse bene, e ne aveva avuto prova in più di un'occasione, eppure nella costante guerra nano-elfica la donna finiva per schierarsi sempre dalla parte di Gimli.
Fu molto tentato di andare a chiedere ad Arathorn di tornare a Lothlórien, portando anche Gilraen questa volta, così da evitare di mettersi nei guai come sarebbe certamente successo. Non disse niente, tuttavia, nemmeno quando il Ramingo si presentò seguito dalla moglie. L'uomo teneva stretto tra le braccia Aragorn, profondamente addormentato.
"Salve a tutti," disse cordialmente, facendo un mezzo inchino. Boromir e Gimli gli corsero incontro. "Ciao pesti," sorrise il Capitano dei Dúnedain. "Devo mettere questa pulce nel proprio letto e poi torno da voi. Ha un po' di febbre ed ha bisogno di riposare. Ho qualcosa per tutti voi: lo sapete che non torno mai a mani vuote."
"Legolas, piccino, si vede che sei distrutto anche tu," interloquì Gilraen. "Andiamo in cucina a mangiare qualcosa, poi andiamo a fare un bagno ed un riposino."
L'interessato si alzò e prese la mano della donna, senza battere ciglio.
"Ci vediamo dopo," disse salutando tutti. Si lasciò accompagnare da Estella, sorprendendo i presenti con tanta obbedienza. Trovò che fosse meglio così, dato che era davvero affamato, assonnato e sentiva anche il bisogno di un tuffo in acqua e sapone.
Arathorn ridiscese dopo pochi minuti, il tempo di mettere il figlioletto a letto e accertarsi che la sua temperatura fosse stabile e non elevata. Era certo che l'indomani si sarebbe sentito meglio. Dato che non stava bene, gli aveva assicurato che non si sarebbe fatto il bagno, ma si sarebbe fatto visitare da Brandir senza capricci di sorta.
Si sentiva a pezzi; aveva concesso ad Arnis di andare a riposare e disse a se stesso che avrebbe fatto altrettanto, relativamente presto. Per il momento tornò in Sala: abbracciò Denethor e poi Éomund dando loro una pacca sulla schiena, strinse a sé Finduilas e le accarezzò il pancione, quindi si buttò su una delle poltrone. Avrebbe voluto fumare, ma si ritrovò con Boromir e Gimli appollaiati rispettivamente sulla gamba destra e sinistra. I piccoletti presero a parlargli in contemporanea.
"Calma, calma," rise. "Come vanno le cose qui? Vi siete comportati bene?"
"Ci sei mancato, zio!" esclamò Gimli. "E ci è mancato Aragorn. L'elfo, invece, no, per niente!"
"Per favore, Gimli," lo ammonì il Ramingo. "Sono appena arrivato e non ho voglia di guerre."
"Scusa, zio," mormorò il bambino.
"Vorrei che almeno oggi riusciste ad andare d'accordo. Un giorno solo, vi chiedo un giorno solo."
"Sì, zio. Scusa."
L'uomo sorrise rassicurante.
"Il mio nuovo nipotino non è ancora nato?" chiese.
"Stava aspettando lo zio," replicò Denethor. "Almeno adesso siete qui entrambi, tu ed Éomund."
"Éomund, non ti vedo da troppo tempo," commentò Arathorn. "Come sta Théodwyn?"
"Théodwyn sta bene, molto bene, grazie!"
"Ottimo!" si rallegrò il Capitano dei Dúnedain. "Ed Éomer, come sta?"
"Il tuo figlioccio sta bene. È estremamente disobbediente. Posso essere severo quanto voglio, a lui non interessa. Piange, si scusa, promette… e poi siamo da capo."
"Del resto, il frutto non cade mai troppo lontano dall'albero," considerò Denethor.
"E questo cosa significa?" domandò l'Eorlingas.
"Significa che il giovane Éomer non è tanto diverso dal giovane Éomund."
"Sono assolutamente d'accordo," convenne il Ramingo. "Ma non raccontiamo aneddoti ai bambini. Comunque non vi preoccupate: da quanto ho visto a Lothlórien, più crescono e più peggiorano."
Éomund sollevò gli occhi al cielo, figurandosi le future gioie che la paternità gli riservava. Quindi prese la parola, affrontando un argomento ben più serio.
"Mi sono trattenuto anche per parlarvi della situazione a Rohan," cominciò. "Sembra tutto tranquillo, ma vi è qualcosa di strano nell'aria," l'uomo si accigliò con fare pensoso. "È come se Isengard fosse in evoluzione, avvertiamo rumori di costruzione e fumo… ed abbiamo visto degli strani orchetti, in giro, che mi sembrano diversi rispetto a quelli a cui siamo abituati. Non che non possano essere orchetti delle Montagne Nebbiose, a veder bene… ma provo un senso di inquietudine, anche se non abbiamo mai avuto problemi con Saruman. Théoden mi ha chiesto di venire qui personalmente e chiedere consiglio."
"Capisco," replicò Arathorn. "Ne discuteremo meglio domani, se non è un problema," disse. "In questo momento sono ben poco lucido. Vorrei essere passato da Rohan: ho incontrato Mithrandir a Lothlórien e sarebbe stato utile domandarne il parere."
Denethor si incupì alla menzione di Mithrandir, ma preferì tacere. Éomund annuì gravemente.
"Parlando di cose più allegre, come si sono comportati i miei bambini?" chiese il Ramingo. "Ancora non ho ricevuto una risposta!"
"Gimli benissimo," disse il Sovrintendente. "Quanto a Boromir… diciamo che abbiamo discusso animatamente, ieri. Diciamo così."
Arathorn guardò l'imputato, che abbassò gli occhi e arrossì.
"Povero piccolo!" esclamò, scompigliandogli i capelli. "La prima volta è sempre la peggiore."
"Ma io non voglio che succede di nuovo. Mai mai più!" promise Boromir.
"Certo che no!"
"Ho pianto tanto, zio." Arathorn rivolse al nipote uno sguardo di comprensione. "Non mi sgridare anche tu, per favore."
"Non ti sgriderò, però adesso sono curioso. Cosa hai combinato?"
"Voleva andare incontro a Finduilas e si è nascosto sul carro di un mercante del Lossarnarch," spiegò Denethor. "In tutto è rimasto in giro per un'ora. Il pover'uomo era già uscito dalle mura quando il nostro si è messo a urlare che voleva tornare a casa. Quel disgraziato è arrivato qui col terrore che lo accusassi di aver rapito l'Erede al Trono e che gli facessi chissà cosa!"
"Boromir, ma come ti è venuto in mente?" chiese il Ramingo, costernato. "Grazie ai Valar sei qui con noi, sano e salvo!"
"Gilraen gli ha dato uno schiaffo ed io sono stato molto severo con lui. Ero fuori di me," ammise il Sovrintendente. "Non credo ci riproverà."
"Ma avete fatto pace?" domandò Arathorn.
"Sì, abbiamo fatto pace."
"Hai capito di avere sbagliato, Boromir?" chiese ancora il Capitano dei Dúnedain.
"Sì!" replicò il piccolo con tutto il cuore.
"Allora non pensiamoci più. Non si può tornare indietro nel tempo, vi siete rappacificati e quello che è stato è stato."
Il bambino abbracciò suo zio con immensa gratitudine.
"Ci hai portato un regalino?" chiese Gimli.
"Vi ho portato un libro di favole. Ho anche due ghirlande di fiori, ma credo che Aragorn e Legolas vorranno consegnarle personalmente alle interessate. E ho una cosa per gli zii."
"E che cos'hai per gli zii?" domandò il nano.
"Ho una bottiglia di idromele che viene da Lothlórien."
"E possiamo assaggiarlo anche noi?" chiese il figlio di Glόin.
"No. No, è proprio escluso che io ti faccia bere dell'idromele." Gimli si imbronciò. "Detto questo, tra due settimane è il compleanno di Legolas, lo sapete?" I presenti annuirono. "Thranduil ed io abbiamo pensato di regalargli un arco, se si comporterà bene fino al giorno del suo compleanno. Un giocattolo, ovviamente, che potrà usare solo in presenza di un adulto."
"Non darei un'arma in mano a Legolas," intervenne Finduilas. "Non sono d'accordo."
"Ma è un giocattolo," insistette Arathorn. "Non è un'arma, è solo un giocattolo con cui non potrà fare del male a nessuno. E verrà sorvegliato da uno di noi."
"Non sono convinta. Cosa succederà quando ripartirai? Chi lo controllerà?"
"Lo controllerà Denethor."
"Denethor è molto spesso impegnato, quindi dovremmo vedercela Gilraen ed io, con lui. E Gilraen finirà per fargli fare quello che vuole."
"Gilraen sa essere autoritaria, al bisogno."
"Certo, ma dubito che sappia esserlo con Legolas."
Arathorn sospirò e si voltò verso Denethor.
"In più di un'occasione ho visto Gilraen sgridare e anche punire Legolas," disse l'uomo. "Non essere ingiusta con lei. Vediamo come si comporta il bambino nei prossimi giorni, poi valuteremo."
Il Ramingo fu soddisfatto di quella risposta; in caso contrario sarebbe partito con una lunga tirata in difesa di sua moglie… ma si trattenne. Non voleva che Finduilas si sentisse, in qualche modo, aggredita.
Quanto a Legolas, si era reso conto che, prendendolo per il verso giusto, riusciva ad ottenere da lui quasi tutto ciò che voleva. Non era solo un insopportabile bambino viziato, era dotato di una straordinaria sensibilità: se non aveva motivo di arroccarsi sulla difensiva, non si comportava in modo irragionevole. Forse era la continua competizione con Gimli che lo portava ad essere teso. Durante il viaggio, Arathorn aveva conosciuto un altro elfino: capriccioso, un po' dispotico, ma estremamente bisognoso di affetto. Vederlo con Thranduil gli aveva aperto gli occhi.
Fu grato che il Sovrintendente avesse deciso di rimandare la discussione di qualche giorno. Tuttavia, prendendo la questione quasi sul personale, si ripropose di dimostrare a tutti che sua moglie sapeva essere una donna di polso e che il piccolo elfo riusciva ad essere adorabile, se voleva. Poteva, in effetti e con uno sforzo di volontà, trasformarsi in un bambino modello.
NOTE AL CAPITOLO:
L'amicizia tra Denethor, Arathorn ed Éomund è un'invenzione mia e non ha riscontri in Tolkien.
