Capitolo IX – Il mio miglior Nemico
Non lo avrebbe ammesso, mai e per nessuna ragione al mondo, eppure in quel lungo mese separati Gimli aveva avvertito la nostalgia del suo acerrimo nemico. Voleva bene a Boromir, lo divertiva giocare insieme a lui, ma il figlio del Sovrintendente era più piccolo di ben tre anni ed aveva passato buona parte del tempo a cercare di mettersi nei pasticci, salvo riuscirci infine magistralmente.
Con Boromir i giorni scorrevano abbastanza tranquilli ed i due non litigavano quasi mai. Se c'era una discussione era dovuta alla prepotenza del bambino, che talvolta si impuntava per avere le cose fatte a modo proprio; generalmente Gimli preferiva assecondarne i capricci, da bravo fratello maggiore.
Ma Legolas! Legolas era tutta un'altra storia…
Legolas era un elfo. Con Legolas non si correva il rischio che non litigassero. E questa era la cosa divertente: il conflitto, la lotta, il battibecco. Capitava, per via di questo continuo rancore, che entrambi si mettessero nei guai; in quel caso, la soddisfazione era cercare di contenere il danno, far ricadere la colpa sull'altro, mostrarsi comunque più coraggiosi, più resistenti, più valorosi, rinfacciare all'avversario di non essere stato all'altezza e litigare di nuovo.
Sì, a Gimli era mancato terribilmente Legolas. E a Legolas, per le medesime ragioni, era mancato terribilmente Gimli. Nessuno dei due lo avrebbe mai ammesso.
Il figlio di Glόin era rimasto un po' deluso dal fatto che il rivale si fosse limitato a un ciao e poi avesse seguito la zia verso le cucine. Sperava che il viaggio a Lothlórien non lo avesse reso docile come un agnellino, ma ci avrebbe pensato lui a risvegliarne lo spirito! Innanzitutto aveva provveduto ad organizzare il suo benvenuto, col pane che si era procurato… e poi, certamente, lo avrebbe aiutato ad essere un bambino modello. Quel famoso arco di cui parlava Arathorn non lo avrebbe mai visto, nemmeno con i suoi occhi di elfo.
Il figlio di Thranduil aveva finito il suo spuntino e si era lasciato fare il bagno dalla zia. Gilraen fu sorpresa di vederlo così obbediente: non aveva fatto nemmeno un capriccio da quando era arrivato, né aveva rivendicato il suo titolo nobiliare. Sospettava che qualcosa potesse essere successo durante il viaggio: magari Arathorn lo aveva punito e il bambino non voleva ripetere l'esperienza? Certo, tanta mansuetudine era sospetta…
Decise che lo avrebbe portato in camera di Aragorn, per farlo riposare, così avrebbe potuto controllare che suo figlio non avesse la febbre. Il piccolo Erede di Isildur sonnecchiava tranquillo, disteso nel grande letto a baldacchino: tutte le stanze della Reggia ne avevano uno. Era sdraiato con le braccia e le gambe aperte a stella, quasi si volesse riappropriare della comodità dopo tanti giorni, e russava leggermente. Gilraen sorrise vedendolo ed anche a Legolas scappò un risolino.
"Vuoi dormire in camera tua o stai qui con lui?" chiese la donna.
"Se non mi butta giù del letto, sto qui con lui," replicò l'elfino.
Gilraen aiutò il nipote a sistemarsi sotto le coperte e gliele rimboccò. Accarezzò entrambi i suoi bambini, procurandosi di non destare quello già assopito.
"Ti concedo un'oretta," disse. "Ma poi ti dovrò svegliare o non avrai sonno, stanotte."
"Un'oretta va bene!" acconsentì il Principe. Sua zia lo guardò con dolcezza, poiché non era abituata ad avere a che fare con un Legolas tanto obbediente.
"Va tutto bene, amore mio? Sei stato bene con lo zio Arathorn?" domandò.
"Sì!" rispose l'elfino con entusiasmo. "Lo zio Arathorn è il mio preferito! Ci ha insegnato tantissime cose e abbiamo giocato tanto!"
"E non avete mai litigato?"
"No!"
"E non lo hai mai fatto arrabbiare, mai mai?"
"No zia. Sono stato bravo. Davvero, sono stato bravissimo. Non ho fatto niente di male… ho fatto il bravo elfino sempre."
"Bravo, tesoro mio."
"E voglio fare sempre il bravo, perché quando sono bravo tutti sono gentili. E poi ho visto ada, sono stato con lui, e ora sono felice!"
Gilraen posò un bacio sulla fronte del piccolo, che si avvolse nelle coperte con un'espressione serena sul volto. Notò il cambiamento tra il riferirsi a Thranduil come a mio padre e quel nuovo, più confidenziale e affettuoso, ada.
"Ha detto ada che non devo farti arrabbiare, mai più," proseguì Legolas. "Lo zio Arathorn gli ha raccontato che faccio i capricci e non è stato tanto contento. Mi ha sgridato… ed io ho promesso che farò il bravo, zia."
"Sono degli ottimi propositi, elfino."
"E ha anche detto che non devo litigare col nano, ma su quello non so se ci riesco!"
"Vorrà dire che faremo del nostro meglio per riuscirci, che ne dici?"
"Sì!"
"Adesso riposa un po'."
"Sì, zia!"
La donna baciò di nuovo il nipotino, augurandogli di fare bei sogni. Non sapeva che cosa avessero fatto Arathorn e Thranduil, ma era grata ad entrambi. Sembrava davvero intenzionato a comportarsi bene e sperava sinceramente che ci riuscisse, così avrebbe potuto dimostrare a tutti che era un bambino dolce e sensibile, che andava solo preso per il verso giusto. Teoria che valeva nella maggior parte dei casi, almeno.
A svegliare Legolas ed Aragorn, circa un'ora dopo, non fu Gilraen bensì Boromir. Era stato mandato in missione, dato che non stava più nella pelle dal desiderio di passare un po' di tempo con gli altri due. Non appena gli era stato dato il permesso di raggiungere gli amici, era schizzato al piano di sopra come un fulmine. Gimli decise di non seguirlo, per il momento: preferiva mantenere un profilo basso.
Boromir si arrampicò sul letto e prese a saltellare, gridando: "Sveglia! Sveglia! È ora di svegliarsi!"
Aragorn si voltò a pancia in sotto, infastidito: "No, no, no! Non voglio," disse.
Legolas, dal canto suo, aprì un occhio a fatica, quindi se li stropicciò entrambi. Boromir lo raggiunse, con un ultimo balzo che lo portò a sedersi a gambe incrociate.
"Cosa c'è?" domandò l'elfino. "Perché? Io stavo facendo un sogno…"
"Non potete dormire ancora!" spiegò il figlio del Sovrintendente. "Vi dovete svegliare, lo hanno detto la zia e la mamma! Ma possiamo giocare. Possiamo giocare, insieme, tutti e tre!"
"Boromir!" esclamò Aragorn, che finalmente era ritornato tra i vivi e si era reso conto che il suo migliore amico era lì. "Boromir!" esclamò di nuovo saltandogli addosso per fare alla lotta.
L'interessato rise e accettò la sfida. I due presero a rotolarsi nel letto e rischiarono di cadere di sotto: sarebbe certamente avvenuto, se Legolas non avesse trattenuto Aragorn per la tunica.
"Non fatevi male," disse. "Io sono il più grande, devo starvi attento!"
"E da quando ti interessa?" domandò il figlio del Capitano dei Dúnedain. "Non è mai successo!"
"Da quando ho deciso di essere un bambino modello!" spiegò l'elfino.
"Un bambino modello? Tu?" Boromir scoppiò in una fragorosa risata.
Legolas sospirò.
"Lo so che non capite," disse. "Ma io ho quasi sette anni. Sono grande, ormai. Voi due siete ancora piccoli. Siete così piccoli che non le avete mai prese…"
"Io sì!" replicò Boromir, alzando la mano come se fosse a lezione.
"Ah sì?" domandò l'elfino. "E quando?"
"Ieri," spiegò l'interessato. Fino a quel momento se ne era vergognato, ma se questa era la discriminante tra l'essere grandi e l'essere piccoli allora ciò veniva ad essere motivo d'orgoglio.
"Il babbo me ne ha date cento! Non mi ha fatto mangiare e mi ha messo in castigo per tutto il giorno. È arrivata la mamma a liberarmi e mi ha trovato che ero svenuto!" In un certo senso si sentiva un eroe per essere sopravvissuto.
"Non è possibile," replicò Legolas.
"E invece sì!"
"Non può avertene date cento. Te ne avrà date cinque, se te le ha date."
"Me ne ha date cento!"
"Non sai nemmeno contare, fino a cento!"
"E invece sì!"
"Allora fammi sentire!"
"Ma cosa hai fatto?" chiese Aragorn interrompendoli. Fino a quel momento aveva sempre sperato di essere piccino, per quel trattamento, e Boromir non era che di due mesi più grande rispetto a lui.
"Volevo andare dalla mamma e sono uscito dalla città! Ma poi ci ho ripensato e mi sono fatto portare indietro." Il futuro Sovrintendente vide l'ammirazione negli occhi dei suoi amici e gonfiò il petto come un galletto. "I bambini modello queste cose non le fanno," disse rivolto a Legolas.
"Va bene," concesse l'elfino. "Allora, dopo questa, sei grande anche tu. L'unico piccolo, qui dentro, è Aragorn… e quello nuovo che nasce."
"Io non sono piccolo!" protestò l'Erede di Isildur imbronciandosi. "Io sono il Re!"
"Tu non sei ancora il Re," disse il figlio di Thranduil. "Per ora sei un bambino piccolo, perché non hai ancora superato la prova di coraggio!"
"Le devo prendere anch'io, per essere grande?"
I bambini grandi annuirono gravemente. Aragorn rifletté, quindi scosse la testa.
"No grazie," disse infine. "Io sono piccolo ma intelligente."
"Perché, io sono stupido?" chiese Boromir piccato.
"E io?" domandò l'elfino.
Aragorn li guardò entrambi: i suoi occhi si posarono prima sull'uno e poi sull'altro.
"Ho la febbre," disse infine con una vocina minuscola. "Voglio la mia mamma!"
"Rispondi!" insistette Legolas. "Ti abbiamo fatto una domanda e devi rispondere, ora!"
"Ma… ma i bambini modello non trattano male i fratellini piccoli," mormorò Aragorn. "Non vuoi più essere un bambino modello?"
"Mi stavo dimenticando!" esclamò Boromir. "Legolas, se ti comporti bene ti regalano un arco!"
"Cosa?!" replicarono gli altri due in coro.
"Sì, l'ho ha detto lo zio Arathorn. È un'idea sua e di tuo padre per il tuo compleanno. La mamma non vuole. La zia Gilraen non c'era, però il babbo ha detto che ci penserà!"
"Un arco!" esclamò Legolas. "Un arco tutto per me!"
Il piccolo elfo assunse un'espressione trasognata. Ogni eventuale considerazione fu interrotta da un leggero bussare alla porta. I tre bambini si voltarono verso l'uscio, domandosi chi potesse essere.
"Nascondiamoci tutti!" propose Boromir. I ragazzini si infilarono sotto le lenzuola e tirarono la pesante trapunta sopra le loro teste.
"Shhhhhhh," ridacchiò Legolas rivolto agli altri due.
Denethor bussò di nuovo e si fermò ad ascoltare i risolini che provvenivano da dentro la stanza. Entrò.
Si guardò intorno: notò il rigonfiamento delle coperte, ma decise di stare al gioco.
"Che strano, non c'è nessuno," disse. "Dove possono essere? Forse dentro qui?" chiese aprendo una delle ante del famoso armadio coi buchi. "No. Sotto il tavolo? No, nemmeno. Sembra proprio che non ci siano! A meno che…" l'uomo si avvicinò al letto e svelò l'arcano, con un colpo secco. I tre strillarono all'unisono, divertiti. Boromir cercò di riacchiappare le lenzuola al volo, ma non vi riuscì. "Guarda chi c'è!" commentò il Sovrintendente, con la mano sinistra sul fianco e fingendo stupore. "Non lo avrei mai detto!"
"Zio!" chiamò Aragorn balzando in piedi. "Zio Denethor!"
"Ciao bambino," replicò l'interessato, prendendolo in braccio. "Come stai? Come ti senti?"
"Ho ancora la febbre… e non posso proprio farmi il bagno. Devi dirlo alla mamma."
"Glielo potrai dire tu stesso: sta arrivando Brandir a visitarti."
"No!" scosse la testa Aragorn. "Non voglio!"
"Mi dispiace, ma se stai male dobbiamo farti vedere da un guaritore." Aragorn era ad un passo dal mettersi a piangere. "Su, coraggio," disse suo zio stringendolo a sé. "Non ti farà niente, ti visiterà soltanto. Non devi avere paura."
"Zio, ma è vero che ieri Boromir le ha prese e ne ha avute cento?" chiese Legolas a bruciapelo.
"Cento?" domandò il Sovrintendente. "Cento!" ripeté guardando suo figlio. "Boromir, se fossimo davanti ad un tribunale mi faresti finire ai lavori forzati!"
"Erano tante," pigolò l'interessato.
"Erano cinque. Solo cinque, non cento. Povero me…"
"Ha anche detto che lo avete tenuto senza mangiare e lui è svenuto," proseguì l'elfino.
"Boromir è veramente molto sciocco!" commentò Denethor irritato. "Non è svenuto. Ha saltato il pranzo perché dormiva, è sceso a cena e lo abbiamo portato in camera con noi. È vero o no?"
"Sì," ammise il bambino.
"Allora smettila di dire bugie!"
Il piccolo assunse un'espressione ferita.
"Voglio la febbre anch'io," disse. "Così non mi sgrida più nessuno!"
L'uomo scosse la testa e sospirò.
"Cambiamo argomento," propose. "Venite vicino a me, tutti e tre, devo dirvi una cosa importante."
Con aria offesa, Boromir obbedì. Legolas fece altrettanto ed era evidentemente incuriosito.
"Il fratellino sta per arrivare," annunciò il Sovrintendente. "Adesso verrà qui Brandir, visiterà prima Aragorn e poi andrà da Finduilas. Ma quando lascerà il posto alle levatrici non potremo più entrare nella stanza, lo capite? Per cui se volete passare un po' di tempo con lei dobbiamo andare adesso."
"Posso venire anch'io a salutare la zia?" chiese Aragorn.
L'uomo rifletté: Finduilas era incinta, ad un passo dal parto, ed Aragorn aveva la febbre per quanto non sembrasse grave. Probabilmente aveva ragione Arathorn nel dire che era solo molto stanco… ma nessuno dei due uomini era un guaritore.
"Chiediamo prima il parere di Brandir," replicò diplomaticamente. "Se Brandir acconsente, per me non ci sono problemi."
"Babbo," pigolò Boromir. "Ma la mamma sta bene quando nasce il bambino, vero?"
"Certo che sta bene, Boromir. Certo."
"E non le succede niente?"
"Non le succede niente."
"Me lo prometti?"
Denethor guardò prima suo figlio, quindi gli altri due. Legolas teneva gli occhi bassi ricordandosi dello specchio di Galadriel: non era stato il caso di sua madre, ma era comunque una realtà che le donne potessero morire di parto. Nessuno ne aveva mai parlato esplicitamente coi piccoli, ma era noto e tristemente comune.
"Non ti posso promettere una cosa che non dipende da me," sospirò infine. Se avesse promesso, e fosse poi accaduto davvero qualcosa, Boromir non glielo avrebbe perdonato. "Ma posso dirti che sento che la mamma starà bene. Non posso promettertelo, ma sono sicuro che sarà così."
"Anche secondo me starà bene," disse l'elfino accennando un mezzo sorriso, rivolto all'amico.
"E anche secondo me," gli fece eco Aragorn: c'era bisogno del supporto di tutti!
"Vedi?" domandò Denethor. "Siamo tutti d'accordo."
Boromir tacque per un momento.
"Anche secondo me starà bene," disse, con una discreta dose di convinzione. "Perché la mamma non ci può lasciare soli, vero babbo? È tornata ieri per stare con noi."
"No, la mamma non ci può lasciare soli," convenne Denethor, desiderando con tutto il cuore che Finduilas non fosse mai rimasta incinta del Secondogenito. "Ma anche se lo facesse, e sono sicuro che non lo farà, tu avrai sempre me. Io ci sarò sempre, per tutti voi e in particolare per te."
Boromir si strinse fortissimo a suo padre, che ricambiò. Di recente c'era stata parecchia tensione tra loro, ed anche momenti di aperto conflitto, ma avevano infine ritrovato il rapporto speciale che avrebbero sempre avuto.
"Non avere paura," disse Denethor, accarezzandogli la schiena. "Ci sono io con te. Non devi mai avere paura, quando io sono con te. Qualsiasi cosa succeda."
"Non ho paura," rispose Boromir, sentendosi molto più tranquillo. "Ti voglio tanto bene!"
"Ed io ne voglio a te, mia piccola peste," replicò Denethor guardandolo negli occhi. "Lo sai?"
"Sì!"
"Andiamo dalla mamma, adesso," disse l'uomo levandosi in piedi. "Aragorn e Legolas, venite anche voi. Gimli si trova già lì. Puoi venire anche tu, Aragorn… in fin dei conti non mi serve il parere di Brandir, mi assumo io la responsabilità."
I bambini obbedirono ed insieme di diressero verso la stanza della donna, che da poco aveva cominciato ad avvertire i sintomi che segnalavano l'inizio del travaglio. La nascita del bambino non era imminente, ma sarebbe avvenuta di lì a qualche ora. Finduilas sorrise vedendoli arrivare: sul momento aveva con sé solo il piccolo nano.
Strinse a sé Aragorn, che non vedeva da mesi, e si fermò a considerare quanto fosse cresciuto; diede un bacio a Legolas, che ricambiò, poi prese Boromir tra le braccia. Era consapevole del rischio che correva, specie dal momento che la sua salute non era mai stata delle migliori, ma sentiva che non ci sarebbero stati problemi e che l'indomani la famiglia sarebbe stata composta di quattro persone, non da tre e tanto meno da due. Denethor le si fece accanto e cercò di nascondere la preoccupazione; si disse che se fosse davvero successo qualcosa alla sua amata Finduilas non se lo sarebbe mai perdonato, mai, per tutto il resto della vita.
Brandir giunse di lì a poco. Il medico aveva l'aria del vecchio Stregone e l'aspetto degli uomini del Mark. A differenza del suo predecessore, infatti, che era nato e cresciuto a Gondor, Brandir proveniva da Rohan e si era fermato a Minas Tirith per amore della madre dei suoi figli. Ricordava perfettamente la Reggenza di Sire Ecthelion, sebbene fosse solo un assistente, all'epoca. Era stato presente alle nozze di Denethor e Finduilas ed aveva già assistito la donna durante la nascita di Boromir, almeno fin dove era concesso ad un uomo di essere presente.
Una pazienza ed una gentilezza infinite ne erano le caratteristiche principali: nessuno dei bambini era particolarmente spaventato dall'idea di essere visitato da Brandir, ma piuttosto dai rimedi che questo avrebbe prescritto. Scrupoloso ed accorto, talvolta il guaritore eccedeva di zelo ed imponeva medicamenti in quantità forse superiori al bisogno, senza concedere alcuna deroga per quanti capricci potessero fare. Anche davanti alle proteste, tuttavia, manteneva la calma e non rimproverava i suoi piccoli pazienti: si sedeva sul letto accanto a loro e spiegava quali fossero le proprietà di un'erba, di un fiore o di una radice, perché fosse necessario che li assumessero e quali vantaggi ne avrebbero avuto. Sua era anche l'invenzione dell'unguento all'arnica che aveva arrecato un po' di sollievo a Boromir appena il giorno prima e per cui i mostriciattoli di casa – in particolare Legolas e Gimli – erano estremamente grati.
Giunse nella stanza di Finduilas insieme a Gilraen e due levatrici, Ana ed Emeldir, sorpreso dal non aver trovato Aragorn in camera propria.
"Ah, eccovi qui!" esclamò vedendolo. "Mio Signore," disse poi inchinandosi profondamente dinnanzi a Denethor. "Mio Signore, posso ancora occuparmi del bambino prima di prendermi cura di Lady Finduilas?"
"Credo sia l'idea migliore, sì, Brandir," replicò l'uomo levandosi in piedi. Aragorn, nel frattempo, era corso tra le braccia della mamma e le si era avvinghiato contro come una pianticella d'edera al tronco di un albero.
"Come vi sentite, mia Signora?" domandò il medico, avvicinandosi alla futura partoriente.
"Sento che nascerà stanotte o domani mattina, ma per ora non ho niente di cui lamentarmi," replicò la donna. Era circondata dai suoi bambini: Boromir sulle ginocchia, Legolas a destra e Gimli a sinistra. Date le circostanze, i due non stavano litigando. "Non vi preoccupate per me, pensate ad Aragorn per il momento."
Il guaritore annuì e riaccompagnò l'Erede di Isildur in camera propria.
Lo visitò attentamente ed ebbe la conferma di quanto gli aveva già accennato Arathorn, con cui aveva avuto modo di parlare poco prima: il piccolo non aveva niente di preoccupante, semplicemente il viaggio era stato stancante e faticoso, per un ragazzino della sua età, al punto che il suo corpo ne era uscito indebolito. Aragorn non smise di guardarlo con sospetto. Aprì la bocca come richiesto, respirò forte, finse di tossire, si fece controllare gli occhi e le orecchie ma non disse una parola. Dopotutto aveva promesso, in cambio dello scampato bagno, di comportarsi bene.
"Io dico che questo bambino ha solo bisogno di mangiare molto, riposare tanto e venire coccolato dalla mamma quanto più possibile."
"Direi che su questo non ci sono problemi," sorrise Gilraen.
"Tuttavia, per stare tranquilli, preparerò un paio di decotti che dovrà bere per i prossimi due giorni. Poi lo visiterò di nuovo."
"Ma Brandir!" protestò Aragorn.
"So che non vi piace, Signorino, ma è per il vostro bene," sorrise l'uomo. "E adesso a letto."
Il bambino obbedì un po' imbronciato; Brandir gli porse un biscotto al miele. Li faceva sua moglie e li portava sempre con sé, in caso di piccoli pazienti da consolare.
"Fate il bravo, mi raccomando. Ricordate: è solo per il vostro bene, così potrete giocare di nuovo con i vostri amici."
Aragorn annuì, sgranocchiando quanto gli era stato appena dato. Restò con la mamma, mentre il guaritore si congedava educatamente e tornava a dirigersi da Finduilas.
Quando Brandir e le levatrici presero in cura la puerpera, Denethor ed i piccoli furono costretti ad uscire dalla porta.
Il Sovrintendente ringraziò i Valar che fosse venerdì. Come ogni fine settimana, l'indomani i bambini non si sarebbero recati da Turis ed egli stesso avrebbe avuto due giorni da passare in loro compagnia. Tale fortuna non si presentava ogni sabato; quella settimana, tuttavia, era particolarmente tranquilla. Arathorn non avrebbe avuto problemi a gestire le pulci da solo, ma data anche la presenza di Éomund, che non era lì esclusivamente per piacere, era bene che si alternassero. Non avrebbe lasciato il suo primogenito da solo in un momento così difficile.
"Cosa volete fare, bambini?" domandò, rivolto ai piccoli.
"Io voglio stare con te!" replicò Boromir, restandogli appiccicato.
"Vogliamo scendere al piano di sotto? Possiamo giocare alla lotta. Voglio vedere cosa sapete fare!"
"Sì!" saltellò l'Erede alla Sovrintendenza.
"Grande zio, facciamolo!" replicò anche Gimli con entusiasmo.
"Io lo vorrei…" disse Legolas. "Ma sono ancora un po' stanchino. Posso andare a sdraiarmi sul mio letto? Giuro che non dormo."
"Sì, Legolas, se è questo che vuoi," replicò Denethor. Se non si fosse trattato di un elfo si sarebbe chiesto se stesse bene. "Cerca di non addormentarti."
Il piccolo annuì e si diresse in camera propria. In realtà non era particolarmente stanco, voleva solo essere sicuro di non cacciarsi nei guai. Boromir gli aveva detto dell'arco ed il suo compleanno non era poi così lontano: era il 24 Maggio, lui compiva gli anni il 10 di Giugno… non era impossibile dimostrarsi un elfino modello per due settimane.
Per prima cosa controllò che tutti i suoi giocattoli fossero al proprio posto. Fece un elenco mentale di quello che gli premeva di più ed in effetti c'era tutto, non era stato spostato niente. Quindi controllò dentro l'armadio: i suoi vestiti erano lì, compresi quelli più eleganti che non indossava quasi mai. Ed i suoi libri? I suoi libri erano ancora tutti al proprio posto! Del resto, per dirla con parole sue: Il nano non sa leggere in Sindarin.
Eppure aveva una sensazione strana, avvertiva che la sua stanza non era quella che aveva lasciato. Si guardò di nuovo intorno e si disse che non mancava niente e tutto sembrava a posto.
Sentendosi in qualche modo rassicurato, si buttò sul letto.
Nel suo sdraiarsi in modo incauto, urtò una cordicella nascosta con dovizia, che pendeva dal baldacchino.
La trappola era costituita da un fazzoletto, i cui quattro angoli erano stati riuniti e legati: tirando la corda la chiusura si apriva. Il nano aveva passato l'intero mese ad affinare la tecnica, facendo le prove nella propria stanza e sperimentando i nodi più improbabili; solo recentemente aveva trovato la soluzione perfetta.
Un intruglio di pane mischiato ad acqua e succo di mela cadde sulla testa dell'elfino, il quale rimase un attimo interdetto, prima di togliersi la poltiglia dagli occhi e rendersi conto di ciò che era successo.
"Stupido nano!" gridò. "Stupido nano io lo odio!"
Si diresse come un fulmine fuori dalla propria stanza. Guardò la porta della camera di Aragorn e fu tentato, per un momento, di andare a parlare con Gilraen… ma no, non gli avrebbe dato abbastanza soddisfazione lamentarsi con la zia. Avrebbe voluto, lo avrebbe voluto immensamente, lagnarsi con Finduilas che tanto adorava Gimli e che lo considerava quasi un bambino perfetto. Date le circostanze, era da escludersi.
Attraversò il corridoio con la terribile furia che la sua gente riusciva ad incarnare quando veniva provocata a dovere. Dal piano di sotto sentiva provenire le voci del nemico, di Boromir e degli zii.
Scese le scale senza esitare, profondamente irritato e disgustato: in quanto elfo, non era abituato a versare in certe condizioni.
Entrò in sala con fare drammatico e ripromettendosi che si sarebbe vendicato, prima o poi.
"Guardate che mi ha fatto!" gridò indicando il rivale.
I tre uomini si voltarono, allibiti. Boromir sghignazzò senza ritegno, mentre Gimli non si trattenne dall'esclamare: "Siete bellissimo, Principe Elfico, proprio bellissimo!"
"È stato lui!" esclamò Legolas, puntando il dito in direzione del nano. "Lui!"
"Non c'è proprio niente da ridere," intervenne Denethor. "Vieni qui, piccolo."
L'elfino obbedì e guardò lo zio con due immensi occhioni blu che, per quanto pieni di rabbia, esprimevano anche tristezza per essere stato umiliato così.
"Poverino," ribadì il Sovrintendente. "Come è successo?"
"Mi sono seduto sul letto e mi è caduta addosso questa… questa roba. E sono tutto sporco! E anche il mio letto è sporco!"
"No, Gimli, questo è inaccettabile!" esclamò Arathorn. "Ti avevo chiesto un giorno senza guerre e ottengo questo, in risposta?"
"Ma l'ho preparato prima che me lo chiedessi!" provò a giustificarsi il nano.
"Non mi interessa! È una cosa veramente cattiva, da fare, nei confronti di chi sia appena arrivato dopo un lungo viaggio. E in una giornata come quella di oggi, con Finduilas che sta partorendo, Aragorn con la febbre e noi due stanchi oltre il ragionevole! Ci mancava questa! Ma cosa ti è passato per la testa, posso saperlo?"
"Io volevo fare solo uno scherzo, zio…" disse il figlio di Glόin guardando per terra "Che ne sapevo che Aragorn aveva la febbre e zia Finduilas partoriva stasera?"
"Beh, gli scherzi dovrebbero far ridere. E questo non fa ridere per niente è solo molto, molto sciocco!"
"A Boromir un po' ha fatto ridere," insistette Gimli. "E anche a me, zio!"
"Basta, adesso! E chiedi scusa!"
"No!"
"Come sarebbe a dire: no?"
"Non voglio chiedere scusa all'elfo! I nani non chiedono scusa agli elfi!"
"Gimli…"
"Ho detto di no!"
"Se ero io al posto suo le avevo già prese!" sbottò Legolas. "Mi chiamate sempre cocchino, ma la verità è che quando queste cose le faccio io finisco sempre male! Mentre se le fa lui va bene. E non è giusto! Non è giusto per niente!"
"D'accordo, d'accordo," convenne Arathorn. "Non siamo così tanto severi con te… ma hai comunque ragione e Gimli sarà punito. Soprattutto perché rifiuta di scusarsi. Gimli, domani aiuterai le cameriere a lavare le lenzuola di Legolas ed a ripulirne la stanza. Per il resto, va' in camera tua: dobbiamo fare un discorsetto, noi due."
"Ma zio…" mormorò il piccolo nano.
"Non c'è ma zio che tenga, Gimli. Obbedisci. Subito!"
Il figlio di Glόin si voltò verso Denethor, sperando di ricevere maggiore solidarietà. Non piangeva – non lo avrebbe mai fatto – ma aveva gli occhi lucidi.
"Fa' come ti è stato chiesto, Gimli," disse il Sovrintendente con un tono di voce più disteso, rispetto a quello del Capitano dei Dúnedain. "Sapevi che una cosa del genere ti avrebbe messo nei guai e rifiuti di chiedere scusa. Non ci lasci molta scelta, bambino."
"Zio…"
"Chiedi scusa a Legolas, avanti."
L'immenso orgoglio dei nani spinse l'accusato a scuotere la testa con forza.
"Allora va' in camera tua. Mi dispiace, ma questo comportamento è inaccettabile."
Gimli obbedì tristemente, trascinando i piedi. Boromir avrebbe voluto poter intercedere per lui, ma l'esperienza gli aveva insegnato a tenersi fuori dalle guerre nano-elfiche o sarebbe stato coinvolto nella spirale di vendette e dispetti, con tutto ciò che ne conseguiva. Ci avrebbe certamente provato, senza la presenza di testimoni coinvolti nella vicenda.
Legolas, vista la piega che gli eventi avevano preso, non si lamentò quando venne affidato ad Aranel per il secondo bagno della giornata. Non chiese di poter avere a disposizione Gilraen, ma solo perché voleva permettere ad Aragorn di passare un po' di tempo con la mamma senza essere disturbato. Dopotutto aveva presente cosa volesse dire stare lontano da uno o da entrambi i genitori.
Si lasciò ripulire e detestò con tutto il cuore la sensazione appiccicosa del succo di mela sulla pelle, nonché le molliche di pane tra i capelli. Avrebbe avuto la sua vendetta! Oh sì, avrebbe avuto la sua vendetta! Forse dopo il compleanno, forse prima.
Forse quando avesse avuto un arco nelle proprie mani.
NOTE AL CAPITOLO:
Le date di nascita sono inventate da me e non hanno alcun riscontro in Tolkien.
