Capitolo X – Come nascono i bambini?

Arrivato al piano di sopra, Gimli si sedette e si alzo dal letto almeno un milione di volte. Aveva calcolato quali sarebbero state le conseguenze del suo scherzo e non gli erano sembrate poi così disastrose. Si era detto, nella sua ingenuità di bambino, che tutto sommato il gioco valeva la candela e che non si sarebbe tirato indietro per paura. Era un nano, era il figlio di Glόin, era impavido!
Non poteva fare a meno di tenere gli occhi fissi sulla porta, tuttavia, e di sobbalzare ad ogni rumore.
Sospirò e guardò fuori dalla finestra: erano circa le sei di sera, ma dato che era quasi la fine di maggio il sole tardava a tramontare, il cielo era terso e l'aria cristallina. Avrebbe voluto uscire a giocare, invece di essere costretto in camera propria.
Non si pentiva di quello che aveva fatto, anche se gli dispiaceva venire isolato proprio ora che la famiglia era riunita. Aveva dato per scontato che se la sarebbe cavata con una sgridata, forse qualche sculaccione… ma adesso si domandava se i piani non fossero diversi.
"Dai, zio Arathorn, sbrigati," mormorò a se stesso, abbracciandosi le ginocchia e posandovi sopra la testa. L'attesa era sempre il momento peggiore.

Seduto sul divano al piano di sotto, il Ramingo sapeva che sarebbe dovuto andare da Gimli per non tenerlo sulle spine. Le sue gambe sembravano non voler obbedire alla testa, che gli doleva oltre misura. Si sentiva veramente molto stanco e se fosse dipeso solo da lui sarebbe andato a dormire, senza aspettare oltre. Aveva viaggiato per settimane, cercando di tornare a casa nel più breve tempo possibile; non sarebbe stato un problema, se non avesse avuto sulle spalle la responsabilità di due bambini. Non aveva incontrato pericoli di sorta, anzi si era anche divertito con quelle due pesti insolenti e curiose, ma le loro piccole vite erano nelle sue mani e se fosse successo qualcosa sarebbe stato l'unico da biasimare.
Avrebbe voluto una sera, una sola, da passare in tranquillità. Niente guerre nano-elfiche, niente capricci, niente bambini sul punto di venire al mondo: chiedeva una rilassante serata priva di problemi di sorta.
Era forse impossibile?
Chiuse gli occhi, massaggiandosi la punta del naso con le dita, e li riaprì solo quando Boromir gli si arrampicò sulle gambe.
"Non ho tanta voglia di giocare," disse, aiutandolo ad accomodarsi.
"Non importa," replicò il bambino. "Il babbo e lo zio parlano di cose noiose!"
"Parlano di politica," replicò il Capitano dei Dúnedain, fermandosi ad ascoltare per un momento. "Forse non è la cosa più divertente del mondo, ne convengo…"
"Cosa vuol dire: ne convengo?"
"Che sono d'accordo con te," sorrise Arathorn. "Se domani è una bella giornata ti portiamo a cavallo. Che ne dici?"
"Sì!"
"Andiamo a fare un giro per Minas Tirith e passiamo per il mercato, così compriamo qualche dolcino."
"Sì, sì, sì!" rispose Boromir saltellando felice.
"Sei contento che sta per nascere il tuo fratellino?"
"Sono contento, sì! Però non voglio che la mamma sta male."
"La mamma starà bene, non ti preoccupare."
"E non voglio che Gimli è triste! Perché io e Gimli siamo amici, zio."
"Gimli?"
"Sì! Perché io lo so che ora vai da lui e lo fai piangere tanto, vero?"
"Boromir…"
"E io non voglio che lo fai piangere!"
"Ma hai visto cosa ha fatto a Legolas?"
"Però Legolas non si è fatto male: si fa il bagno, gli puliscono la stanza ed ecco fatto!"
"Tu saresti contento se fosse successo a te?"
Boromir rifletté un attimo.
"No," disse infine. "Però non basta che lo sgridi? O che lo metti in castigo… ma senza fargli male."
"Questo posso farlo, sì."
"Ed è una promessa?"
Arathorn tese la mano.
"È una promessa," disse e suggellarono il patto in difesa di Gimli.
"Allora è meglio se ci vai subito," suggerì il bambino. "Perché quando il babbo mi deve sgridare mi fa paura aspettarlo. Lui non urla tanto spesso, però quando lo fa gli viene la voce forte e gli occhi all'ingiù!"
"Cosa sarebbero gli occhi all'ingiù?"
"Così!" mostrò Boromir, aggrottando le sopracciglia.
Il Ramingo scoppiò a ridere.
"Ma lo sai che mi sei mancato?" chiese.
"E anche tu a me, zio!" rispose il piccolo con un abbraccio pieno di affetto. "La prossima volta vengo anch'io!"
"Ci conto," disse il Capitano dei Dúnedain, puntando l'indice contro il nipotino. "La prossima volta ti porto con me!"
"Sì!"
"Che cosa state confabulando, voi due?" domandò Denethor, voltandosi a guardali.
"Stiamo parlando del fatto che quando lo sgridi ti vengono gli occhi all'ingiù," replicò l'uomo assumendo un'espressione accigliata.
"Oh," disse il Sovrintendente. "Davvero?"
"Ma non succede sempre sempre!" intervenne Boromir. Si alzò in piedi sulle gambe di Arathorn, raggiunse il bracciolo, quindi spiccò un balzo da un divano all'altro per raggiungere suo padre ed Éomund.
"Quante volte ti ho chiesto di non farlo?" domandò Denethor. "Potresti farti male: quante volte lo devo ripetere?"
"Ora non farti venire gli occhi all'ingiù," lo canzonò il rohirrim, che aveva acchiappato il nipote al volo. "Penso che lo dirò anch'io, da qui in avanti!"
"Non lo faccio più!" mentì il bambino. "Però ora mi raccontate una storia? Sennò mi annoio!"
Arathorn sorrise ed approfittò del momento per dirigersi dal piccolo nano. In fin dei conti Boromir aveva ragione e non era davvero necessario risolvere la questione con le maniere forti.

Gimli ebbe uno scossone quando sentì bussare all'uscio. Si rimangiò quel dai, zio Arathorn, sbrigati detto poco prima e desiderò poter avere ancora un po' di tempo, fossero pure dieci minuti, per prepararsi mentalmente. Ma dato che non gli era concesso, si sedette composto, trasse un bel respiro e disse: "Avanti," mettendo in quell'avanti tutto il coraggio che aveva.
"Zio Arathorn," disse accompagnando il saluto con un gesto del capo.
"Gimli," replicò l'uomo, entrando e chiudendo la porta dietro di sé. Non poté non notare che il bambino stava cercando di mantenere un atteggiamento composto. Lo raggiunse rapidamente.
"Allora," disse sedendogli accanto. "Cosa dobbiamo fare con te?"
"Quello che dobbiamo fare, facciamolo in fretta!" rispose l'interrogato, guardando per terra e divenendo rosso fino alla punta delle orecchie.
"Gimli," chiamò Arathorn con tono rassicurante, passandogli una mano tra i capelli. "Non avere paura, non voglio picchiarti. Te lo giuro."
"Davvero?" domandò il piccolo guardandolo. Aveva una luce negli occhi che esprimeva felicità.
"Davvero, sì. Ma mi devi spiegare perché lo hai fatto."
"Non te lo posso dire."
"Perché no?"
"Perché mi vergogno e poi mi prendono tutti in giro!"
"Se me lo dici prometto di mantenere il segreto."
"Ma è un segreto segretissimo."
"Allora resterà un segreto segretissimo, parola mia."
"Ecco, io, allora…" Gimli si guardò intorno imbarazzato. "Forse un pochino… ma poco, proprio pochissimo. Forse un poco pochino mi è… mi è mancato l'elfo."
"Davvero?" chiese il Capitano dei Dúnedain accennando un sorriso.
"Sì, ma poco!"
"Quindi questo sarebbe stato un modo di dirgli: bentornato Legolas?"
"Sì! Ci ho pensato tanto, ci ho lavorato tantissimo, giuro!"
"E ti pare un bel modo di dargli il benvenuto?"
"Ma non potevo mica fargli una torta!"
"Gimli!"
"Ma è la verità!"
"In ogni caso adesso andremo a chiedere scusa a Legolas, perché hai ferito i suoi sentimenti e quando è venuto a chiamarci era ad un passo dal mettersi a piangere. Non sono cose che voglio che succedano in questa casa, Gimli."
"Non posso chiedere scusa all'elfo…"
"Tu devi chiedere scusa a Legolas, Gimli."
"I nani non chiedono scusa agli elfi, te l'ho già spiegato."
"Ti converrebbe farlo, invece."
"No!"
"Gimli, se non chiedi scusa a Legolas dovrò prendere provvedimenti, lo sai."
"Io non chiedo scusa all'elfo!"
"Bene," disse Arathorn alzandosi in piedi. "Come ti ho già detto, domani aiuterai a pulire. Stasera andrai a letto senza cena e, visto che ti ostini a non chiedere scusa, passerai tutta la settimana in castigo."
"No!" esclamò Gimli battendo il pugno sul letto. "No, no, no!"
"Non sei nella condizione per fare i capricci."
"Non voglio stare in castigo, non voglio!" strillò il piccolo con fare isterico.
"Gimli," scandì bene Arathorn, con un'espressione sul volto che non lasciava spazio ad interpretazioni. "Se non la fai finita, le settimane passano da una a due. Sono chiaro?"
"Voglio la zia Gilraen!" pigolò il figlio di Glόin scoppiando in lacrime. "Voglio la zia Gilraen, ora!"
"Le chiederò se può venire, ma non cambieranno comunque le cose. Adesso mettiti la camicia da notte ed infilati sotto le coperte."
"Sei cattivo," mormorò il bambino tra sé, ma a voce abbastanza alta da poter essere udito. Arathorn uscì fingendo di non aver sentito o la situazione sarebbe senza dubbio precipitata.

Si diresse dalla moglie, per vedere come stava il loro figlio ed ascoltare quale fosse stato il responso di Brandir su quella febbre che, a lui, non era sembrata preoccupante. Non fu sorpreso di trovare anche Legolas, lavato e profumato per la seconda volta in un giorno, che raccontava quanto gli fosse successo. L'aveva davvero presa male; solo con Aragorn e la zia aveva sentito di potersi sfogare, senza inibizioni né il timore di venire ridicolizzato.
"Salve, famiglia," disse Arathorn, entrando e raggiungendoli.
"Salve, capofamiglia," replicò Gilraen con un sorriso. "Legolas mi ha raccontato tutto: di Gimli e anche dell'arco."
"Oh, ma Legolas non dovrebbe sapere dell'arco," considerò l'uomo tastando la fronte a suo figlio. "Come lo sai, elfino?"
"Me l'ha detto Boromir! Anzi, ce l'ha detto Boromir!" rispose l'Erede di Thranduil. "Io farò il bambino modello e voi mi regalerete un arco, vero?"
"L'idea è questa, sì… se anche la zia Gilraen è d'accordo."
"La zia Gilraen è d'accordo," convenne la donna. "Ma Legolas deve essere davvero molto bravo, in queste due settimane. Niente capricci, niente risposte pepate. Si mangia quello che c'è nel piatto, ci si comporta bene a lezione e soprattutto…"
"…Non devo litigare con Gimli," sospirò pesantemente l'elfino.
"Esatto. E cos'altro non devi fare?"
"Non devo vendicarmi per quello che mi ha fatto!"
"Bene. E in quel caso potrai avere l'arco, per il tuo compleanno. Se lo zio Denethor e la zia Finduilas sono d'accordo. Ma è solo un giocattolo, non un arco vero."
"Ma è sempre un arco!"
"Certo, sì."
"Però non è giusto che non posso vendicarmi!"
"Ci ho già pensato io, Legolas," disse Arathorn. "Gimli salterà la cena, stasera, e domani pulirà la tua stanza. E visto che non vuole chiederti scusa, starà in castigo per tutta la settimana."
"Povero Gimli," considerò Aragorn, tirandosi a sedere. "Babbo, ma è tanto!"
"Se lo merita!" replicò Legolas stizzito.
"Se lo merita soprattutto perché non vuole chiedere scusa," ribadì l'uomo. "Se chiedesse scusa, forse potremmo rivedere la questione."
"No!" esclamò l'elfino. "No! Deve stare in castigo per quello che mi ha fatto! Ci deve stare! E se lo facevo io le prendevo anche!"
"Non le avresti prese, Legolas, e lo sai. Non ho mai fatto disparità tra di voi, anzi, visto che Gimli è il maggiore tendo ad essere più severo con lui."
"Legolas, tesoro," intervenne anche Gilraen. "Non mi sembra che ti trattiamo male, sbaglio?"
"No, non mi trattate male, zia," replicò l'elfino facendo gli occhioni.
"Allora, non cercare di farci sentire in colpa. Perché non è giusto."
"Scusa…" disse il bambino. "Scusa, zio Arathorn."
"Di niente, elfino," replicò il Ramingo con un buffetto. "È quasi ora di cena. Io direi di avvolgere Aragorn in un maglione di lana e scendere al piano di sotto. Cosa ha detto Brandir?"
"Che deve riposare, mangiare e ricevere tante coccole," rispose Gilraen.
"E non farsi il bagno!" intervenne il bambino.
"E bere degli infusi," proseguì sua madre. "Credo che Brandir abbia dato gli ingredienti ad Estella."
"Ma può scendere a cena?" domandò l'uomo. "Non possiamo costringerlo a letto per un po' di febbre."
"Sì, direi che può scendere a cena. Gli farà bene giocare, basta che non prenda freddo. Ho detto ad Aranel che gli cucinino un po' di brodo."
"Non mi piace il brodo!" protestò Aragorn, venendo ignorato da entrambi i genitori.

Prima di dirigersi in Sala, e su suggerimento del marito, Gilraen andò a controllare che Gimli stesse bene. Lo trovò esattamente come era stato lasciato da Arathorn pochi minuti prima, ed ebbe un bel da fare per riuscire a calmarlo e metterlo a letto.
Lo rimproverò a più riprese per quello che aveva fatto, soprattutto per la sua ostinazione nel non chiedere scusa. Gli fece notare che non c'era nulla di male, nel tornare sui propri passi, e gli fece promettere che l'indomani avrebbe teso la mano a Legolas, così che le cose potessero rientrare.
Gimli, in seguito alla sgridata di poco prima, sembrava molto più malleabile ma anche tanto triste. Gilraen chiuse le pesanti tende di velluto della stanza, gli rimboccò le coperte e gli diede un bacio. Gli lasciò una candela accesa sul comodino, dandogli il permesso di leggere se lo desiderava, e si ripromise di tornare da lui dopo cena per vedere come stava. Lo rassicurò sul fatto che avrebbe cercato di parlare con lo zio per fargli avere almeno del pane, o anche della zuppa, così che non patisse le fame. Non approvava la propensione di Arathorn nel mandarli a letto senza cena, era sempre stato argomento di discussione.
Quando uscì dalla stanza, trovò Legolas che la stava aspettando in corridoio, con l'espressione più imbronciata del mondo sul volto.
"Sono io il tuo bambino, non lui!" disse.
"Lo siete entrambi," replicò Gilraen, camminandogli accanto mentre si dirigevano verso le scale.

Aragorn si fiondò tra le braccia di Éomund non appena lo vide. Non gli avevano detto che era arrivato e fu felicissimo di sentire tutte le storie che provenivano da Rohan, al punto che fu difficile convincerlo a sedersi al tavolo dei bambini abbandonando la compagnia dell'Eorlingas.
Boromir, dal canto suo, ebbe molto da ridire sul trattamento riservato a Gimli. Domandò ad Arathorn che cosa non avesse compreso, esattamente, della richiesta di non farlo piangere; per quanto l'uomo cercasse di spiegare il proprio punto di vista, il piccolo sembrava non riuscire a convincersi. Si sentì in colpa, dato che era stato lui a chiedere allo zio di evitare le maniere forti; vedendolo così, Denethor accolse in parte le ragioni di Gilraen e dispose che venisse portato al recluso del pane tostato ed imburrato, un po' di zuppa ed una tazza di latte caldo.
"È un ragazzino nel pieno della crescita, ha bisogno di mangiare, non possiamo affamarlo," disse rivolto ad Arathorn. "Sono sicuro che domani chiederà scusa e se non lo farà ci penserà Finduilas a farlo ragionare. Ha un ascendente particolare su di lui."
Il Ramingo si disse d'accordo con quella soluzione, sebbene avesse la sensazione che lo scherzo di benvenuto avrebbe avuto delle conseguenze, in futuro.
La cena fu accolta con particolare entusiasmo soprattutto dai viaggiatori, che finalmente potevano ristorarsi adeguatamente. Aragorn chiese ed ottenne di poter avere anche il dolce, in quanto il brodo di pollo lo aveva ingerito senza nessuna gioia.
I tre bambini erano entusiasti di essere di nuovo a tavola insieme, sebbene mancasse il quarto elemento: niente guerra, per quella sera, niente molliche di pane che svolazzavano e nemmeno troppo velata lotta di insulti. Si ritrovarono ad essere straordinariamente buoni ed educati; ebbero modo di chiacchierare e di cercare di spiegarsi, tra di loro, che cosa stesse accadendo a Finduilas e come sarebbe nato il bambino. Legolas decise che le coroncine le avrebbero date alle zie a parto avvenuto, per celebrare, e a Boromir dispiacque non aver potuto partecipare alla loro realizzazione.
Continuarono a porsi domande su come, in effetti, fosse possibile che qualcuno uscisse dalla pancia di qualcun altro, e continuarono anche quando venne il momento di andare in Sala. Ad Aragorn venne permesso giocare, purché non sudasse e non si togliesse il maglione. Dopotutto in quel momento non aveva la febbre, si sentiva discretamente bene, ed aveva anche la pancia piena.
Si voltò a guardare i genitori: Gilraen se ne stava seduta accanto ad Arathorn, con la testa sulla sua spalla; l'uomo le stava accarezzando i capelli e sembrava ad un passo dall'addormentarsi. Éomund, abbandonato sulla poltrona, stava sorseggiando un po' dell'idromele portato da Lothlórien, mentre Denethor guardava nel vuoto, assorto in pensieri interamente dedicati alla moglie. D'un tratto vide Legolas abbandonare i mattoncini con cui stavano giocando, alzarsi e recarsi dagli adulti. Si mise dinnanzi a loro con le mani sui fianchi ed un atteggiamento che non accettava scuse.
"Voglio sapere una cosa," disse richiamando l'attenzione su di sé. "Come nascono i bambini?"
I quattro rimasero spiazzati.
"Secondo me è un discorso che devono affrontare le mamme," disse Arathorn.
"No. No, no, no," si tirò fuori Gilraen. "Sono maschi. Devono pensarci il babbo o lo zio."
"Per fortuna a Rohan abbiamo le giumente e qualsiasi bambino, di qualsiasi rango, vede nascere cavalli fin dalla tenera infanzia," considerò Éomund.
"Non è proprio completamente la stessa cosa," rispose il Ramingo.
"A grandi linee il meccanismo è quello."
"Io non voglio sapere come nascono i cavalli," ribadì il principino. "Voglio sapere come nascono i bambini. Come entrano nella pancia della mamma, come ne escono e cosa succede stasera."
"E lo voglio sapere anch'io!" disse Boromir.
"E io!" fece loro eco Aragorn, raggiungendoli.
"Allora," cominciò Denethor, comprendendo che la spiegazione sarebbe stata rimessa nelle sue mani. "Intanto, per far nascere un bambino, bisogna essere adulti. Sia il padre che la madre: entrambi devono essere adulti. Prima non si può fare."
"Va bene," disse Legolas. I piccoli si sedettero sul pavimento a gambe incrociate, quasi lo zio stesse raccontando una favola.
"Dunque, funziona così," proseguì il Sovrintendente. "Il babbo e la mamma devono essere da soli. Completamente da soli. Non deve esserci proprio nessuno con loro: nessuno, dico. Ad un certo punto, visto che si vogliono molto bene, il babbo abbraccia forte forte la mamma e la bacia. Se si amano tanto, in quel momento possono decidere insieme di far succedere una magia."
"Una magia!" esclamò Aragorn. "Come Mithrandir! Bello!"
"Ma allora Mithrandir, che è un mago, ha un sacco di figli?" chiese Boromir.
"No," riprese il Sire. "Ascoltatemi, Mithrandir non c'entra niente. È un tipo di magia che possono fare tutti: nani, elfi, uomini, hobbit, anche orchetti. Tutti. Non solo i maghi. È l'unica magia che possiamo fare tutti una volta diventati adulti. È chiaro?"
"Sì!" rispose un coretto unanime.
"Bene. Dicevo… il babbo e la mamma si vogliono molto bene e decidono di far succedere una magia. E a causa di questa magia una specie di… semino, diciamo, germoglia dentro la pancia della mamma. Come quando nasce e cresce una pianta, però questa volta succede con un bambino."
"E come fa il bambino a crescere? Le piante si annaffiano!" chiese Boromir.
"Quando la mamma mangia, o beve, un po' di quello che mangia o beve va anche al bambino. Che cresce dentro la sua pancia."
"E il babbo, da qui in poi, cosa fa?" domandò Aragorn.
"Il babbo ha fatto la magia iniziale. Dopo fa tutto la mamma. Tiene il bambino nella pancia e lo fa crescere."
"Ma non possono essere le mamme, a fare la magia, e il bambino lo fa crescere il babbo?" chiese Legolas.
"No, perché gli uomini e le donne sono fatti in maniera diversa e solo le donne possono far germogliare il semino. Gli uomini non possono riuscirci."
I piccini rifletterono un attimo su quello che era stato detto loro.
"Te la stai cavando molto bene," considerò Arathorn, sottovoce.
"Cercate di darmi una mano," replicò Denethor.
"Ma io ho ancora una domanda!" insistette Legolas dopo qualche minuto. "Ho capito come fa ad entrare nella pancia, e va bene, ma come fa ad uscire? Tagliano la pancia e la richiudono?"
"Non voglio che tagliano la pancia alla mia mamma!" esclamò Boromir terrificato.
"Non succede così," sorrise Gilraen. "Io ho dato alla luce un bambino e la mia pancia non è stata tagliata da nessuno." Fece segno ad Aragorn di sederle sulle ginocchia e gli diede un bacio. "La questione è questa: i maschi e le femmine sono fatti in maniera diversa. Voi avete una cosina, per fare pipì, che le bambine non hanno. Noi abbiamo, diciamo… una fessurina. Quando il bambino è grande abbastanza, la mamma spinge, la fessurina si allarga, il bambino esce e viene preso dalle levatrici."
I piccoli restarono basiti a quella rivelazione.
"So che sembra strano, ma è così che siamo nati tutti ed è una cosa naturale. Succede anche agli animali."
"E fa male, mamma?" chiese Aragorn a cui, eventualmente, sarebbe dispiaciuto sapere di aver causato dolore alla madre.
"Un po' fa male, sì," disse Gilraen minimizzando la questione. "Ma poi, quando ti viene messo in braccio il bambino, giuro che non te ne ricordi più!"
"Sono contento che sono un maschio e non lo devo fare io!" considerò il futuro Re, prendendosi le coccole.
"Ma perché alcune mamme muoiono, quando nasce il bambino?" domandò ancora Legolas.
"Non succede spesso," intervenne Éomund. "Succede solo se una donna è già malata e non riesce a sopportare la fatica del parto, perché partorire è una cosa che richiede molta energia ed un grande sforzo."
"La mamma è sempre debole," considerò Boromir, preoccupato.
"La tua mamma starà bene!" sorrise Arathorn. "Non succede sempre, è una cosa piuttosto rara. Per questo ci sono le levatrici: per aiutare la mamma a partorire il bambino. E poi la tua mamma l'ha già fatto una volta, sa come rifarlo. Non preoccuparti."
Boromir sembrò abbastanza soddisfatto della risposta.
"Però babbo," disse Aragorn. "Lo zio Denethor è più bravo di te, perché lui la magia l'ha fatta due volte e tu una sola!"
"Lo zio Denethor ha più tempo da passare con la zia Finduilas. Io, con la tua mamma, ne ho meno. E nel letto ci siete quasi sempre tu e Legolas."
"Ma lo zio Denethor è comunque più bravo di te!"
"Se vuoi un fratellino, o una sorellina, non hai che da chiederlo…"
"No!" replicò Aragorn. "Non voglio un fratello e non voglio una sorella!"
"Cosa ce ne dobbiamo fare di una femmina, qui?" chiese Legolas. "Le femmine sono inutili."
"Io non voglio una sorella!" intervenne Boromir. "Sta per nascere un fratellino, vero?"
"Potrebbe essere anche una sorellina, per quel che ne sappiamo," disse Denethor. "Ma noi le vorremo bene e farà parte della famiglia, in ogni caso, maschio o femmina che sia."
"No!" fu la risposta corale.

L'uomo si rese conto di come il buon andamento del parto non fosse l'unico suo problema. Sospirò e non replicò oltre, riproponendosi eventualmente di affrontare la questione qualora fosse nata realmente una bambina. In effetti, le sue speranze erano di avere una figlia, piuttosto che un figlio: Gondor aveva già un Erede e non c'era bisogno di un cadetto. Non lo aveva detto a Finduilas, tuttavia, onde evitare che temesse di deluderne le aspettative.
Fu sorpreso di vedere scendere Emeldir quando ancora non attendeva notizie di sorta.
"Mio Signore," disse la donna inchinandosi. "Seguitemi, vi prego."
Si alzò dal divano con fare stranito e fu solo l'intervento di Éomund che impedì a Boromir di seguirlo al piano di sopra. Ricordava che per il primogenito il travaglio era proseguito per ore sembrate interminabili; aveva temuto, a più riprese, che né la madre né il bambino ce la facessero. Non era stato per scelta che Finduilas era rimasta incinta, sebbene entrambi avrebbero amato il loro secondogenito.
Si augurò sinceramente che non fosse accaduto niente di male.

NOTE AL CAPITOLO:
So che le cause di morte da parto sono molteplici, ma volendo spiegare la questione a dei bambini tra i cinque e i sette anni penso sia inutile complicare le cose. Inoltre nella Terra di Mezzo le conoscenze mediche sono limitate.