Capitolo XI – Faramir

Denethor raggiunse la porta della propria camera immerso in pensieri di ogni tipo.
Era certo che fosse accaduto qualcosa.
Finduilas aveva richiesto l'aiuto delle levatrici appena un paio d'ore prima; a quanto ne sapeva, suo figlio non poteva essere già nato. Non così rapidamente, almeno. Boromir ci aveva messo molto, molto di più e allora perché la stessa cosa non valeva anche per il secondogenito?
Osservò Emeldir entrare e non osò fare altrettanto finché non lo avessero chiamato. Si aspettava che Brandir lo raggiungesse, da un momento all'altro, e che gli dicesse che Finduilas non poteva farcela, che il piccolo non sarebbe nato naturalmente e che bisognava fare qualcosa… forse sacrificare la madre per avere almeno il bambino. Sacrificare la madre? No, non Finduilas. A costo di perdere entrambi, non avrebbe dato il benestare per mettere fine alla vita di nessuno, in particolare della sua amata Finduilas.
Cosa avrebbe detto a Boromir? Non glielo avrebbe mai perdonato, lo aveva rassicurato sul fatto che sarebbe andato tutto bene. Avrebbe voluto chiamare a sé Arathorn, Éomund o Gilraen, ma poi si disse che doveva affrontare quel momento da solo, senza l'aiuto di nessuno, perché era una questione strettamente personale.
Emeldir tornò indietro.
"Mio Signore," disse. "Potete seguirmi. La Signora vi aspetta."
"Ma non è permesso ad un uomo entrare nella stanza di una partoriente," replicò il Sovrintendente.
"Lo è a parto avvenuto, Signore."
Denethor rimase spiazzato ed entrò. La stanza era già stata ripulita e Finduilas giaceva sul letto, evidentemente stanca, ma con un'espressione serena sul volto.
"Amore," disse con un sorriso, rivolta a suo marito. "Ti ho mandato a chiamare subito."
"Stai bene?" domandò l'uomo avvicinandosi. "Non mi aspettavo che succedesse così… in fretta."
"Nemmeno io," replicò Finduilas. "Ma a quanto pare il secondo può essere più veloce del primo."
Il Sovrintendente prese le mani di sua moglie e le strinse nelle proprie, quindi le baciò con devozione, permettendo a quel bacio di portare via tutta la paura che aveva provato fino a quel momento. Non disse niente, ma ringraziò i Valar di averla ancora con sé. Restarono in silenzio a lungo, almeno finché Brandir non entrò nella stanza.
"Lo abbiamo lavato e visitato: è perfettamente sano," disse passando nelle braccia del suo Signore un fagottino in fasce. "È un maschio," aggiunse con un sorriso.
"È un maschio," ripeté Denethor, commuovendosi e guardando il piccolino. "È un maschio… ed è mio figlio. È il mio secondo figlio."
A veder bene, maschio o femmina non era importante.
"Sei felice?" domandò Finduilas, con dolcezza.
"Sì," rispose il Sire. "Come lo chiameremo?"
"Come vorresti chiamarlo?"
"Vorrei che il suo nome ricordasse il tuo e quello di Boromir, in qualche modo."
Finduilas sorrise.
"A me piacerebbe che il suo nome ricordasse il tuo," disse. "Sei suo padre."
"Ma sei tu che lo hai messo al mondo ed io ho avuto paura di perdervi."
L'uomo rifletté a lungo, senza proferire parola.
"Faramir," disse infine. "Potremmo chiamarlo Faramir. Ti piace?"
"Lo trovo un nome bellissimo," replicò Finduilas. "Benvenuto, mio piccolo Faramir."

Il fratello maggiore di suddetto Faramir era stato acciuffato al volo, quando Denethor era stato condotto al piano di sopra. Non era stato felice, nemmeno un po', di essere stato fermato a mezza impresa e aveva cercato di svincolarsi in ogni modo.
Éomund aveva dovuto sopportare una raffica di pugni, calci e tentativi di morsi provenienti da un esserino completamente fuori di sé, che strillava come se lo stessero torturando.
"Basta adesso!" aveva tuonato infine il rohirrim, riuscendo ad immobilizzarlo, quando la sua di per sé limitata pazienza era finita. "Quando sarà ora ti verranno a chiamare. Adesso smettila!"
Boromir era rimasto impietrito per qualche secondo, quindi era scoppiato in lacrime.
Nonostante le coccole degli zii e le rassicurazioni degli amici non riuscì a calmarsi finché Brandir in persona non entrò in Sala.
"Signorino Boromir, seguitemi," disse il guaritore. "Vostro padre e vostra madre vogliono che facciate la conoscenza di vostro fratello."
"Allora è nato?" esclamò Arathorn, in preda alla gioia. "È un maschio? Finduilas sta bene?"
"Sia la mamma che il bambino stanno bene, Signori," replicò l'uomo. "Potrete andare da loro molto presto. Il piccolo è sano ed è un maschio. Un bel maschietto, ma ancora non ne conosco il nome."
"Glielo do io il nome!" saltellò Boromir, che questa volta poté liberarsi. "Andiamo, Brandir! Andiamo, lo voglio vedere!"
Senza attendere oltre, il bambino corse al piano di sopra; volò su per le scale e aprì la porta senza preoccuparsi di bussare. I suoi genitori si voltarono, sobbalzando per il rumore; Boromir si fermò sulla soglia, vedendo sua madre intenta ad allattare con l'aiuto della levatrice.
"Vieni qui," disse Denethor, accompagnando le parole con un gesto della mano. Il piccolo si avvicinò e si lasciò prendere sulle ginocchia. Osservò il fratello senza dire niente, ma lanciò un'occhiata interrogativa ad entrambi gli adulti.
"Allora?" domandò il Sovrintendente. "Che te ne pare?"
"Siamo sicuri che è un maschio?" domandò Boromir, incerto.
"Siamo sicuri."
"Sicurissimi?"
"Sicurissimi."
"Possiamo controllare?"
"Hanno già controllato."
Silenzio.
"Ma babbo…"
"Sì, Boromir."
"È piccolo!"
"Certo che è piccolo: è appena nato."
"Cosa ce ne facciamo di un fratello così piccolo?"
"Crescerà. Col tempo crescerà e potrete giocare insieme."
"Ma dopo io sarò grande e lui piccolo!"
"Tra un paio d'anni sarà grande abbastanza per poter giocare insieme a te."
Boromir tacque ancora, con un'espressione imbronciata dipinta sul volto.
"Cosa sta facendo?" domandò infine.
"Sta mangiando," disse Denethor accarezzandogli i capelli. "I bambini appena nati hanno bisogno del latte che prendono dal seno della mamma. Ti ricordi quando quella gatta partorì, nel giardino del Sesto Cerchio?"
"Sì!"
"E ti ricordi come mangiavano i gattini?"
"Me lo ricordo!"
"Più o meno è la stessa cosa. Lo hai fatto anche tu quando eri piccolo così."
"Davvero?"
"Sì."
Boromir rifletté. Stava imparando moltissimo, quel giorno, e non era sicuro di riuscire a capire tutto. Forse avere un fratello era un fatto positivo… però se lo era immaginato diverso. Si era immaginato un bambino più grande che, di lì a breve, potesse giocare insieme a lui. Si era detto che sarebbe stato grandioso avere un fratello più piccolo, perché avrebbe fatto tutto quello che voleva lui. Ma adesso non ne era più così sicuro: insomma, quanto tempo ci voleva perché quell'esserino potesse fare qualcosa di più che stare attaccato a sua madre? Ed inoltre era sua madre, quella, e lui l'aveva appena ritrovata dopo mesi di assenza. Che cosa voleva il nuovo arrivato, da lei?
Finduilas notò che quel faccino non prometteva niente di buono.
"Vieni dalla mamma, pulcino mio," disse facendolo accomodare accanto a sé. Boromir obbedì.
"Questo è il tuo fratellino e voi due dovete volervi sempre bene, capito?" chiese la donna.
"Ma io non sono tanto sicuro che lo voglio qui, mamma," pigolò il bambino.
"Come no?"
"No… forse io voglio stare da solo con te e il babbo."
"E cosa facciamo con lui?"
"Lo portiamo al mercato e lo vendiamo a qualcuno!"
"Boromir," chiamò Denethor con un tono di voce poco rassicurante. "Se ti sento di nuovo dire una sciocchezza del genere giuro che mi vedrai molto arrabbiato. Sono chiaro?"
"Arrabbiato come ieri?"
"Come ieri. Ed anche di più!"
"Ma più di ieri è impossibile!"
"Ti assicuro che è possibile."
Boromir si rifugiò tra le braccia della mamma.
"Nessun bambino di questa casa verrà mai venduto al mercato," lo rimproverò Finduilas. "Tu e Faramir siete fratelli ed i fratelli devono volersi bene."
"Ma gli avete già dato il nome! Il nome volevo sceglierlo io!"
"Un attimo fa volevi venderlo al mercato ed ora vuoi sceglierne il nome?" domandò il Sovrintendente. "Cos'ha Faramir che non va?"
Boromir non rispose e si limitò a tirare su col naso. Era un fratello maggiore molto confuso, che davvero non sapeva se essere felice o meno. Sul momento, l'unica risposta possibile gli sembrava essere no, ma forse in futuro le cose sarebbero migliorate.
Finduilas ne comprese lo stato d'animo e gli accarezzò i capelli, mentre finiva di allattare; quindi, affidato il neonato alla levatrice, strinse forte a sé il figlio maggiore.
"La mamma e il babbo ti vorranno sempre bene, non importa quanti fratelli o sorelle avrai. Hai capito testolina?" chiese con dolcezza.
"E anche gli zii ti vorranno sempre bene," aggiunse Denethor. "Non vai al mercato con lo zio Éomund, domani?"
"Con lo zio Arathorn…" mormorò Boromir.
"Éomund vuole portarti a fare un giro da quando è arrivato, ieri pomeriggio."
"Mi piace lo zio Éomund, perché lui è un guerriero!" considerò Boromir.
"Anche tu piaci a lui, me lo ha detto e ripetuto," replicò l'uomo. "E stasera ti avevo promesso che avresti dormito con me… e con la mamma, a questo punto."
"Sì! Però Faramir sta per conto suo, vero?"
"Faramir è troppo piccolo per dormire tra di noi," confermò Finduilas. "Lui starà nella culla e tu tra la mamma e il babbo. Che ne dici?"
"Sì!"
"E il suddetto babbo, domani, ti darà un sacchettino con tre monete d'argento, così potrai comprare quello che vorrai quando sarai al mercato con lo zio," aggiunse Denethor.
"Tutto quello che voglio?" chiese Boromir.
"Tutto quello che puoi comprare con tre monete e che è adatto alla tua età."
"Bello!"
"Dovremo anche dire ad Estella di fare una bella torta per festeggiare," aggiunse Finduilas. "Anzi, sai cosa facciamo? Domani mattina andrai in cucina con zia Gilraen e potrai chiedere ad Estella di farti il dolce che preferisci."
"Posso?" gli occhi del piccolo si illuminarono.
"Puoi. E siccome Faramir queste cose non può mangiarle, diciamo che potrai avere sia la tua che la sua razione."
"Evviva," esclamò il bambino mettendosi a sedere. Guardò entrambi i genitori pensando di stare sognando. "E posso dormire nel lettone stasera, e domani sera, e dopodomani sera e non andare da Turis lunedì? Per favore…"
Denethor e Finduilas si scambiarono una rapida occhiata.
"Sì," disse infine il Sovrintendente. "Va bene. Ma solo per questa volta, perché è un'occasione speciale e la mamma ha bisogno di averti vicino."
Boromir andò a dare un bacio a suo padre, per ringraziarlo, quindi lo guardò con l'aria furbetta di chi ne aveva in mente una delle sue.
"Mi piace Faramir," annunciò sedendogli sulle gambe e giocherellando con i suoi capelli. "Poteva nascere anche prima. Babbo, se usciamo tutti dalla stanza, fai di nuovo la magia alla mamma?"
"Vuoi un altro fratello, davvero?" domandò Denethor ridacchiando..
"Sì! E non solo uno! Tanti! Anche sorelle! Tutti quelli che servono. Fammi tanti fratelli e sorelle, perché è bello quando nascono ed io ho i regali, la torta, le coccole… e non vado da Turis!"
"Tu sei veramente… tu sei veramente una peste," disse l'uomo tra il divertito e lo scandalizzato. "Una peste, un insolente e anche uno sfacciato. Ecco cosa sei."
"E sei arrabbiato con me?"
"No," disse il Sovrintendente. "Però sei davvero una peste, un insolente e uno sfacciato."
"Posso andare a chiamare gli altri, adesso, anche se il fratellino dorme?"
"Sì, certo che puoi andare."
"E posso chiamare Gimli, anche se è in castigo?"
"Sì. Di' a Gimli che ha il mio permesso per venire qui."
"Gimli è in castigo?" domandò Finduilas. "Perché?"
"Te lo spiegherò mentre Boromir va a chiamarlo."
"E mi spiegherai anche la questione del fare la magia alla mamma?"
"Ti spiegherò anche quella, sì."
Boromir si lasciò rimettere a terra ed uscì correndo e saltellando insieme. Adesso era davvero felice. Aveva ottenuto tutto ciò che un bambino di cinque anni poteva desiderare: dolci, giocattoli, coccole, una giornata speciale da passare con qualcuno a cui voleva bene e, soprattutto, niente Turis. Era facile supporre che sarebbe stato parecchio invidiato, dagli altri tre.
Per prima cosa di diresse dal figlio di Glόin, che aveva finito la frugalissima cena concessagli e aspettava che gli venissero ad augurare la buonanotte. Si era reso conto che il nuovo bambino era nato, in quanto aveva avuto modo di origliare rumori e conversazioni, e fu entusiasta di avere il permesso di andarlo a conoscere. Sperò che Arathorn non si arrabbiasse, vedendolo fuori dalla stanza, ma aveva il benestare di Denethor.

Tornato al piano di sotto, Boromir si fece riprendere in braccio da Éomund e snocciolò tutto quello che era riuscito ad ottenere, per i giorni a venire.
Aragorn e Legolas pensarono che non fosse giusto, per niente, e si ripromisero di ottenere qualcosa anche per se stessi visto che, in fin dei conti, erano i cugini del nuovo arrivato.
"Nemmeno io vado da Turis, lunedì," disse l'Erede di Isildur. "Ho la febbre. Non posso andarci."
"E allora ci devo andare solo io?" protestò l'elfino.
"Tu e Gimli!"
Turis sarebbe stato certamente deliziato dall'idea di poter avere una bella guerra nano-elfica tutta per sé.
Legolas ottenne di dormire con Arathorn e Gilraen, quella sera, viste le condizioni in cui versava la propria stanza; si imbronciò quando vide il nemico giurato sedere con Denethor e Finduilas, invece di essere rinchiuso in camera propria.
"Gimli ha il mio permesso, per essere qui," annunciò il Sovrintendente vedendoli entrare. "Del resto, è un'occasione molto speciale."
Si alzò ed andò a prendere il secondogenito che sonnecchiava nella propria culla. Il bambino non si svegliò ma continuò a dormire beatamente, come se nulla fosse successo.
"Vi presento Faramir," disse l'uomo con evidente orgoglio.
"Benvenuto, tesoro," rispose Gilraen, sfiorando il piccolo con un dito. "Sei un bambino bellissimo."
"Sei un piccolo capolavoro," convenne Arathorn, avvicinandosi. Notò che sia Aragorn che Gimli e Legolas si stavano sporgendo in punta di piedi, per poter vedere meglio, mentre Boromir osservava il fratellino standosene tra le braccia di Éomund.
"Anch'io ti do il benvenuto, piccino," disse quest'ultimo. "Benvenuto tra di noi, spero di farti conoscere Théodwyn, Re Théoden e il Principe Théodred quanto prima. E anche quel tornado devastatore di Éomer. A patto che tu non prenda mai esempio da lui!"
"Povero Éomer," sorrise Denethor.
"Poveri noi!" replicò Éomund. E mise in quella frase tutta l'esasperazione di un padre.
Il Sovrintendente non replicò, ma sedette sul letto col nuovo arrivato tra le braccia, così da permettere ai bambini di osservarlo meglio. Gimli, Legolas ed Aragorn gli si fecero intorno con aria curiosa: non avevano visto molti neonati, prima di allora.
Secondo me non è bellissimo. È schiacciato e raggrinzito: sembra un vecchio, però un vecchio molto piccolo. Questo era ciò che Legolas avrebbe tanto voluto dire se, come sempre, avesse dato voce ai propri pensieri senza curarsi del mondo circostante. Ma i suoi occhi incrociarono quelli di Finduilas, che lo chiamò accanto a sé e gli disse che si sentiva davvero molto dispiaciuta per quello che gli era capitato. L'elfino comprese che con quella frase avrebbe rovinato il momento.
"Sono contento che abbiamo un nuovo cugino," si limitò a dire. "Vado a prendere una cosa!"
Sparì per tornare, poco dopo, con le coroncine di fiori che lui ed Aragorn avevano fatto a Lothlórien.
"Queste sono per voi," disse porgendone una a Finduilas ed adagiandogliela sulla testa. "Sei bella come una dama elfica, zia," aggiunse, mentre Aragorn ornava i capelli della propria madre. "Anzi, siete belle come due dame elfiche. Sono belle anche le dame umane, ma quelle elfiche di più, perché… perché noi siamo elfi. Però voi siete belle come le dame elfiche."
"Grazie, Legolas," rispose le neo-mamma con un bacio. "Sei un elfino molto dolce. Molto più dolce di come ti ricordavo io."
"Io sono sempre stato un elfino dolce e buono, zietta," disse Legolas sfoderando due grandi occhioni blu. Avrebbe ottenuto quell'arco, in un modo o nell'altro.
"Mi piace il fratellino di Boromir," disse Aragorn sinceramente. "È piccolo, però ha la faccia simpatica. Ora che c'è lui io non sono più il più piccolo: il più piccolo è lui!"
"Sì!" rispose Boromir, che non aveva ancora considerato quel dettaglio. "Ora il più piccolo è lui!"
Era capitato spesso che si ritrovassero a prendere ordini dai bambini più grandi, in virtù della loro giovanissima età. Ma non più, o quanto meno ancora per poco, in quanto adesso c'era Faramir e il ruolo del piccolino spettava, finalmente, a qualcun altro!
"Visto che io sono il maggiore, qui dentro, posso tenerlo in braccio?" domandò Gimli.
Denethor rifletté.
"Sì, ma devi appoggiarti bene contro la testiera del letto e ti aiuteremo a tenerlo nella maniera giusta."
"Però se lo tiene Gimli allora anch'io! Prima io," intervenne Boromir.
"Giustamente, prima tu. Dopotutto è tuo fratello."
I quattro si ritrovarono il pargoletto tra le braccia, uno dopo l'altro, e si dissero che era una sensazione piuttosto strana e che faceva anche paura. Boromir lo tenne tremando un po', mentre la mamma lo aiutava. Gimli fu decisamente più sicuro di sé, tutto preso nel suo ruolo di quasi adulto di casa. Legolas cercò di dimostrarsi altrettanto coraggioso, sebbene temesse di fare male a quel cosino. Aragorn lo prese ma dopo poco più di un minuto chiese alla mamma di portarglielo via.
Sballottato a destra e a manca, Faramir si svegliò e scoppiò in lacrime. Le quattro pesti guardarono il nuovo arrivato con occhi spalancati, mentre Finduilas cercava di calmarlo, sorpresi che potesse fare tanto rumore.
"Perché invece di Faramir non lo chiamiamo Strillo?" disse Boromir. "Secondo me è un bel nome, Strillo!"
"Non essere sciocco, Boromir," replicò Arathorn. "Tuo fratello non può chiamarsi Strillo, siamo seri."
"Ma è un bel nome. Voi chiamatelo Faramir, io lo chiamo Strillo!"
Denethor preferì tacere. Si ritrovò a considerare che Faramir non avrebbe avuto vita facile, a meno che non avesse un carattere piuttosto forte.
Finduilas sapeva che Boromir si sarebbe impuntato ad ogni costo, se avesse cercato di impedire che il nome Strillo venisse usato. Trovò sensato cambiare totalmente discorso. Aspettò che il figlioletto si calmasse, lo affidò a Gilraen perché lo rimettesse nella culla e si voltò verso colui che, in teoria, ricopriva il ruolo di suo prediletto.
"Allora, Gimli," cominciò. Mi è stato detto cosa hai fatto oggi a Legolas."
"Sì," rispose il nano guardando per terra.
"Sei soddisfatto di te stesso?"
"Io…"
"Adesso che Faramir è nato, e che stiamo bene entrambi, ci sono due questioni in sospeso di cui dobbiamo parlare" annunciò la donna. "La prima sono le scuse che tu, Gimli, devi a Legolas. Non mi interessa se l'idea ti piace o meno: lo devi fare e lo farai. Arathorn è stato generoso, visto che non sei affatto pentito."
"Sì," disse il figlio di Glόin senza sollevare la testa.
"E la seconda questione è questa: l'arco di Legolas. Se Legolas si comporterà molto bene, fino al giorno del suo compleanno, potrà avere un arco giocattolo in regalo. Non ero convinta all'inizio, ma in effetti sembra un altro elfino, rispetto a come lo ricordavo io… per cui va bene, Legolas, se farai davvero il bravo sarò d'accordo. Ma dovrai comportarti estremamente bene."
"Sì!" rispose l'elfino con eccitazione.
"E quello che voglio dirvi è questo, Gimli e Legolas: non voglio vendette per quello che è successo oggi. Gimli si è comportato male ma è in castigo e tu, Legolas, non hai ragione di vendicarti. Quanto a te, Gimli, cerca di non provocare Legolas per metterlo nei guai in queste due settimane."
"Sì, zia Finduilas," replicarono gli imputati.
"Voglio due bambini modello. Giuro che se mi accorgo che c'è una faida in corso, per quello che è successo oggi o per la questione dell'arco, finirete male."
"Molto male," confermò Denethor lasciando anche intendere cosa sarebbe capitato. Arathorn annuì e così Gilraen. "E anzi, Gimli, se pensi di provocare Legolas per non fargli avere l'arco sappi che, in un caso del genere, le conseguenze le pagheresti solo tu e lui l'arco lo otterrebbe lo stesso."
"E già che siamo qui," intervenne il Ramingo, "non voglio che vi prendiate in giro per quello che è successo oggi. Voglio che Gimli si scusi, che Legolas accetti le scuse e che non si parli mai più di questa storia. Mai più."
"Sì," risposero di nuovo i due, all'unisono. Il più sincero era certamente l'elfino, sia per il desiderio dell'arco sia perché l'idea di finire davvero nei pasticci lo terrorizzava. Nemmeno a Gimli quella prospettiva faceva piacere, ma la viveva con meno ansia. Di sicuro essere stato rimproverato da Arathorn nel pomeriggio, e da Finduilas adesso, lo spingeva a voler essere obbediente.
"Faremo i bravi, lo prometto," disse.
"Lo prometto anch'io," gli fece eco il figlio di Thranduil.
"Allora, visto che abbiamo così tanti buoni propositi, direi che il momento di fare pace," propose Gilraen. "Risolviamo questa cosa adesso. Non credete?"
"In piedi, uno di fronte all'altro," disse Éomund. "Spiegatevi, chiaritevi e datevi la mano."

I due sospirarono ma non poterono fare a meno di obbedire, avendo gli occhi di tutti addosso.
Si alzarono dal letto e si squadrarono per qualche minuto: a chi li avesse visti dall'esterno, sarebbero sembrati due bambini di sette e quattro, massimo cinque, anni dato che Gimli non cresceva allo stesso ritmo di Legolas, pur essendo più grande. Legolas era esile e slanciato, con i lunghi capelli biondi incorniciati da due trecce ai lati ed ornati con una catenina d'argento; in accordo col suo nome vestiva per lo più di color verde-foglia e marrone, per ricordare i colori del bosco da cui proveniva.
Gimli, più cicciotello e ben piazzato, aveva una massa di capelli tendenti al rosso che arrivavano alle spalle e ancora nessun accenno di barba: era ancora troppo giovane, pur essendo un nano. Non aveva gli occhioni blu con cui Legolas irretiva le zie, ma due occhi nocciola piuttosto furbetti. Poteva essere più piccolo, in statura, ma in un corpo a corpo con l'elfo non ne sarebbe uscito sconfitto: già a quell'età era piuttosto forte, per essere un bambino. Non indossava tunica e calzamaglia, a differenza del rivale, ma una camicia da notte azzurrina, visto che era stato messo a letto in anticipo quella sera, ed aveva al collo una collana d'oro che gli era stata data prima di partire.
A dire il vero non sapevano nemmeno loro perché ce l'avessero tanto l'uno con l'altro, ma avevano sempre sentito dire che agli elfi non piacciono i nani ed ai nani non piacciono gli elfi.
"Perché gli elfi sono estremamente sciocchi e vanesi," aveva risposto Glόin ad una domanda diretta da parte di suo figlio. "E più di tutti quelli di Bosco Atro, con le loro prigioni, i loro barili e le loro… mele!"
"Perché i nani sono avidi e non hanno gli occhi per il bello che c'è fuori dalle loro caverne," aveva spiegato Thranduil al proprio erede. "Qualche anno fa ne è arrivata qui una masnada che ha provocato i ragni, ha spaventato il nostro popolo e ha risvegliato il drago della Montagna Solitaria. Per non parlare degli orchetti delle Montagne Nebbiose. E sai una cosa, Legolas? Quando ho chiesto loro perché fossero qui, non mi hanno degnato di una spiegazione. Nani!"
"Gli elfi sono un branco di ragazzini svitati che pensano solo a cantare sotto le stelle, ridacchiare per ogni sciocchezza, fare banchetti e abbracciare alberi!" aveva aggiunto Glόin. "Ti mando a Minas Tirith solo perché, da un po' di tempo in qua, stanno succedendo degli eventi bizzarri. Preferirei averti qui, è chiaro che preferirei averti qui, ma cercherò di venire da te ogni qualvolta potrò. Certo, gli elfi sono degli ottimi guerrieri… ma non ti fidare. Sii rispettoso ed educato, comportati bene e rendi orgoglioso tuo padre. Ma non ti fidare degli elfi! Nani ed elfi non possono essere amici! Possono essere alleati, possono convivere in pace, ma non possono essere amici. Soprattutto se si tratta di quegli elfi, quelli di Bosco Atro! Se fossero elfi di Rivendell sarebbe diverso, Elrond ci accolse con cortesia… ma con Bosco Atro ci può essere solo pacifica convivenza, non certo amicizia."
"Ti mando a Minas Tirith solo perché mi è stato caldamente consigliato, ed in effetti la situazione nel nostro Regno sta peggiorando," aveva sospirato Thranduil. "Ma ti ci mando con un enorme peso sul cuore. Ti verrò a trovare ogni volta che potrò e chiederò a Lord Arathorn di portarti qui, quando ne avrà facoltà. Suppongo che lì sarai al sicuro e mi fido degli uomini, per quanto riguarda l'educazione e la disciplina… ma non dare confidenza ai nani. I nani non sono nemmeno stati pensati da Ilúvatar, bambino mio. Non dovrebbero nemmeno esistere! Sii educato, sii rispettoso, soprattutto non fare i capricci e non essere arrogante. Quello che non ti è permesso qui non ti sarà permesso lì. In ogni caso, non ti fidare dei nani. Educazione, rispetto, ma mantenendo le distanze. Dopotutto, sei un Principe Elfico: onora il tuo popolo!"
I due bambini avevano, ovviamente, prestato ascolto alle raccomandazioni dei loro padri, specie in un momento tanto delicato quale quello degli ultimi saluti. Quando si erano ritrovati l'uno davanti all'altro, nella Reggia di Minas Tirith, avevano deciso che non sarebbero mai stati amici. Mai, per nessuna ragione, anche se non era ancora successo nulla. Avevano mantenuto fede alla loro promessa piuttosto fedelmente, in quei mesi insieme.

In piedi davanti a Legolas, Gimli pensò che avrebbe preferito non cedere e che fosse un disonore chinare la testa e chiedere scusa, ma in fin dei conti Glόin gli aveva chiesto di essere rispettoso ed educato: disobbedire apertamente non rientrava nella definizione.
"Mi dispiace per quello che ho fatto," mormorò. "Scusa Legolas."
"Non ho sentito," disse l'elfino.
Gimli sospirò profondamente e si voltò verso Arathorn, lanciandogli un'occhiata piuttosto torva.
"Non ho sentito nemmeno io," disse l'uomo. "Non bisbigliare e chiedi scusa per bene. Avanti."
"Mi dispiace per quello che ho fatto," ripeté Gimli a voce alta e scandendo bene le parole. "Scusa Legolas."
Il principino tacque e si guardò intorno.
"Legolas," disse Denethor. "Tocca a te."
"Ma io non ho fatto niente!" protestò il bambino.
"Tocca a te accettare le scuse," spiegò il Sovrintendente. "Dai la mano a Gimli in segno di pace."
Il figlio di Thranduil obbedì con riluttanza.
"Scuse accettate," borbottò.
"Non ho sentito," disse il nano.
"Hai sentito benissimo!" scattò il principino. Il Sire di Gondor si schiarì la voce, senza aggiungere altro.
"Scuse accettate," ribadì Legolas, scandendo bene e a voce alta.
"Bravissimi i miei bambini," sorrise Gilraen facendosi loro accanto. "Siamo tutti molto orgogliosi di voi."
"E lo saremmo ancora di più se vi abbracciaste," aggiunse Finduilas. "In segno di tregua. Sarebbe un gesto bellissimo."
"Basta, per favore!" implorò Gimli.
"Zia Finduilas, ti ho fatto anche la coroncina!" protestò Legolas.
"Non chiedete troppo," intervenne Éomund. "Sono sicuro che per loro sia già stato un bello sforzo. Vedrete che, magari, la prossima volta faranno un passettino in più. Vero bambini?"
"Sì!" replicarono gli interessati in coro. Finalmente la tortura era finita e non avrebbero più avuto gli occhi di tutti addosso!

Éomund propose una storia della buonanotte collettiva, quindi sarebbero andati tutti quanti a dormire senza ulteriori indugi. La proposta venne accolta con entusiasmo e Legolas decise di ascoltare la favola rifugiato tra le braccia di Gilraen, mentre Gimli si avvicinò ad Arathorn.
"Bravo, piccoletto," disse l'uomo a voce bassa, mettendogli una mano sulla testa, mentre il rohirrim raccontava. "Hai fatto quello che andava fatto."
"Grazie, zio," rispose il bambino quasi timidamente. "Allora, non sei più arrabbiato con me?"
"No, Gimli. Perché hai chiesto scusa."
"Non volevo dirti che sei cattivo, zio."
"So che non volevi, bambino."
"E grazie per avermele risparmiate."
"Non c'è di che, ma non potrà essere sempre così e dovrete imparare a comportarvi bene."
"Sì, zio. Zio?"
"Lo so cosa vuoi domandarmi. Hai chiesto scusa… per cui direi che pulirai comunque la camera di Legolas, ma non c'è bisogno della settimana in castigo. Contento?"
"Sì!"
"Adesso ascolta anche tu la favola della buonanotte. È quasi ora di andare a dormire."

Éomund si impegnò davvero molto per tessere un racconto che parlasse di cavalieri, guerrieri gondoriani, elfi e nani che sconfiggevano il nemico e lo ricacciavano indietro. Forse non era proprio la storia più rassicurante di sempre, ma ai bambini piaceva e ne sembravano tutti e quattro rapiti. Del resto, il rohirrim aveva imparato col suo piccolo Éomer ad elaborare una nuova avventura ogni sera e quando i piccini crollarono sfiniti, con solo Legolas e Gimli capaci di dirigersi a letto sulle proprie gambe ma stropicciandosi gli occhietti, si domandò come se la stesse cavando il suo bambino. Si domandò, soprattutto, come se la stesse passando Théodwyn con quel terremoto per casa, senza che ci fosse lui a mettergli un freno. Si pentì, in parte, di non averlo portato con sé ma si ripromise di farlo in futuro. Si disse anche che lunedì mattina, al più tardi, sarebbe ripartito alla volta di Rohan, visto che ormai Finduilas era al sicuro e Faramir era venuto al mondo.

NOTE AL CAPITOLO:
La mia coinquilina fa l'ostetrica e mi ha assicurato che il secondo parto, a volte, può essere rapidissimo. Ha visto casi di donne che hanno partorito in mezzora! Io non avrei pensato fosse possibile, ma se lo dice lei mi fido.