Capitolo XII, Fate i bravi!

Boromir ed Éomund avevano passato il sabato pomeriggio insieme: erano andati al mercato, avevano comprato nuove spade di legno per tutti, avevano fatto man bassa di dolcetti e se ne erano andati a spasso per Minas Tirith in groppa ad un destriero che arrivava da Rohan.
Il bambino aveva eletto l'uomo a zio preferito, quasi quanto lo zio Imrahil e forse addirittura ai livelli dello zio Arathorn, sebbene fosse difficile battere lo zio Arathorn. Ad essere sinceri, competere con lo zio Arathorn era quasi impossibile, però anche Éomund si difendeva bene: quanto alle storie della buonanotte le sue erano le migliori, perché prevedevano una certa dose di braccia amputate, teste mozzate ed orchetti infilzati su una picca.
"Éomund!" aveva esclamato sconcertata Finduilas su quei dettagli cruenti. "Sono storie adatte a dei bambini?"
"Sì!" avevano commentato gli interessati. La donna aveva taciuto, salvo poi lamentarsi con Gilraen quando nessuno poteva sentirla.
"Non mi stupisco che Éomer sia tanto irrequieto, se lo tira su con questi bei racconti," aveva detto e l'altra non aveva potuto che concordare.

Il sabato di Gimli non era stato divertente. Aveva seguito Isil ed Aranel fuori dalla città, fino alle rive dell'Anduin, ed aveva dovuto aiutarle a fare il bucato. Lui, un nano! Intento a lavare lenzuola (lenzuola elfiche, se non bastasse) come l'ultima delle massaie. Era piuttosto stancante e a quello scopo si era persino dovuto alzare all'alba. Tornò a casa stremato, distrutto, e sebbene dovesse pulire la stanza di Legolas chiese di poterlo fare dopo pranzo.
Il pomeriggio portò con sé nuove fatiche. Non aveva ben chiaro quale fosse la relazione tra lo scherzo che aveva fatto e lavare pavimenti con una pezza bagnata, ma Arathorn era stato chiaro: "Tirerai a lucido la stanza di Legolas e questo ti insegnerà un po' di rispetto per gli altri e per le cose altrui."
Non ne poteva più. Saltò anche la merenda, intento com'era a pulire sotto lo sguardo attento di Endacil, e lo trovò doppiamente ingiusto: al piano di sotto gli altri tre stavano pasteggiando con dei biscotti portati da Boromir, ma lui era in punizione e per i bambini in punizione non ci sono biscotti. Denethor lo spiò senza farsi vedere, abbandonando per un attimo Faramir e Finduilas, quindi andò a riferire che il poverino ci stava mettendo davvero molto impegno nello scontare le proprie malefatte.
Gimli ridiscese ad ora di cena con aria sconfitta ed imbronciata; a dispetto della fame che indubbiamente aveva, dopo un paio di forchettate si addormentò sulla sedia. Arathorn lo prese tra le braccia senza svegliarlo, lo mise a letto e si allontanò dopo avergli posato un bacio sulla fronte. Era certo di avergli insegnato qualcosa, quel giorno. In effetti, il figlio di Glόin si ripromise di non fare più scherzi.

Arrivò il lunedì e con esso la partenza di Éomund per Rohan. Gimli e Legolas ne furono dispiaciuti ma relativamente dato che non lo conoscevano bene. Boromir ed Aragorn ne furono devastati; il secondo, in particolare, rivendicò a più riprese che non avevano cavalcato insieme, che lui aveva avuto la febbre, che lo zio doveva rimanere lì.
"Ma io non posso rimanere qui," rispose Éomund, smontando da cavallo ed inginocchiandosi alla loro altezza. Entrambi i bambini lo abbracciarono stretto. "Dovreste smetterla di fare i capricci. E poi io devo tornare da Éomer."
"Portalo qui, così stiamo insieme," propose il figlio del Sovrintendente.
"Oh, sì, ci manca solo Éomer," commentò Éomund. "Vi prometto che tornerò presto. Anzi, visto che tra due mesi è il compleanno di Éomer, se farete i bravi verrò a prendervi e vi porterò a Rohan. Va bene?"
"Sì!" risposero i due bambini in coro.
"E anche io?" chiese Legolas incuriosito.
"Se vorrete, potrete venire anche tu e Gimli. Ma con me si riga dritto…"
"Noi facciamo i bravissimi se ci porti a Rohan con te," rispose Aragorn.
"Allora è una promessa," commentò l'uomo dandogli un buffetto. "Ma basta piangere!"
"Sì."
Éomund rimontò a cavallo e, salutati gli adulti di casa ed il nuovo nato, si diresse verso il cancello.
"Ci vediamo presto," disse prima di partire. "Fate i bravi, mi raccomando. Niente capricci, niente litigi, niente fughe su carretti di ignari mercanti… e tu, Legolas, vedi di conquistare quell'arco."
"Lo farò!" replicò l'elfino con entusiasmo. E si diresse da Turis senza fare storie. Gimli lo imitò: visto che era riuscito ad evitare la settimana in castigo, ritenne che non fosse il caso di buttare legna sul fuoco. Boromir ed Aragorn furono ben felici di poterla scampare.
Mentre rientravano in casa, Arathorn si domandò come l'avrebbe presa suo figlio se avesse saputo che sarebbe ripartito da lì a tre settimane. Gli dispiaceva, con tutto il cuore avrebbe voluto restare, ed il giorno prima aveva espresso a Gilraen quanto si sentisse in colpa per quella vita da Ramingo.
"Aragorn starà bene," gli aveva detto la donna con fare rassicurante. "Non ti preoccupare per lui, questa volta ti sei trattenuto a lungo e non ha di che lamentarsi."
"Vorrei non doverlo lasciare. Vorrei poter essere come Denethor e veder crescere mio figlio."
"Tu non sei tanto presente quanto Denethor, ma sei comunque fondamentale per Aragorn e per tutti loro. Non sentirti in colpa, goditi i tuoi bambini finché sei qui. E poi tornerai presto, no?"
"Il prima possibile," aveva sorriso Arathorn.
"Anch'io ho bisogno di te, sai?"
"Perché, in un certo senso, sei la mia bambina anche tu."
Gilraen non aveva replicato, ma si era accoccolata contro suo marito. Arathorn aveva pensato che gli sarebbe piaciuto essere Re, vivere alla Reggia senza doversene allontanare, poter ornare i capelli di Gilraen con qualcosa di più di qualche fiore. Avrebbero fatto altri figli, tre o magari quattro, e sarebbe stato l'uomo più felice del mondo. Ma Gondor non avrebbe accettato un altro Re solo per discendenza dinastica, non uno della linea del Nord: le pretese di Arvedui, ormai mille anni prima, erano state rifiutate e certo non sarebbero state accolte quelle di Arathorn. Occorreva provare il proprio valore sul campo; se i presagi erano giusti sarebbe stato Aragorn a farlo, una volta cresciuto.
Per il momento, suddetto Aragorn non era che un bambino di cinque anni che si stava riprendendo molto bene dalla leggera febbre che aveva avuto. Mangiava, giocava, non voleva essere costretto a letto e – soprattutto – si opponeva strenuamente all'idea di farsi il bagno. Il giorno stesso in cui Éomund era ripartito, Arathorn aveva dovuto minacciare di arrabbiarsi davvero molto se non avesse obbedito.
"Non puoi tornare da Turis sporco, domani," aveva spiegato. "Perché tu andrai da Turis, visto che stai abbastanza bene da giocare con Boromir."
Aragorn aveva pianto tutte le proprie lacrime a quella notizia. La prospettiva di doversi lavare e di tornare a lezione era terribile: Turis era troppo severo, con loro.
Le cose parvero funzionare egregiamente durante la prima delle due settimane che li separavano dal compleanno di Legolas.

Il lunedì successivo – meno sette giorni al mio arco, come l'elfino aveva definito la giornata odierna – Gimli ascoltava la tediante lezione di Turis e pensava che fosse il caso di mettere Legolas nei pasticci. Anche solo per provare a se stesso di esserne capace, costasse quel che costasse. Boromir ed Aragorn, dal canto loro, seduti sulla loro panca di legno nella grande biblioteca della Torre, si annoiavano a morte.
"Voglio tornare nel mio letto," pigolò il figlio di Arathorn, mentre Turis parlava di moltiplicazioni agli altri due. "Voglio tornare dalla mamma…"
"Anch'io!" disse l'altro. "Ho tanto sonno! Tanto!"
Il maestro rivolse ai disturbatori un'occhiata da manuale.
"Silenzio," disse con voce severa.
"Ho sonno, Turis!" protestò l'Erede di Isildur.
"Signorino Aragorn, se avete sonno dovreste dormire di più la notte."
Boromir lasciò cadere la testa sul tavolo con un tonfo secco e prese a russare, suscitando i risolini degli altri tre.
"Signorino Boromir," chiamò Turis. "Vi invito a smetterla."
"Non posso, Turis, sto dormendo," rispose il bambino.
Aragorn imitò il suo compare e finse di russare a propria volta. Il maestro sospirò profondamente. Prese entrambi i bambini per un braccio e li mise dietro la lavagna. Non ottenne i risultati sperati.
"Boromir, guarda, un ragno!" bisbigliò Aragorn. E mosse le dita su e giù velocemente ad imitare l'animale, producendo un leggero ticchettio.
"Ce ne sono due!" rispose Boromir facendo altrettanto.
Andarono in direzioni diverse, inizialmente, quindi si avvicinarono l'uno all'altro sempre di più.
"C'era prima il mio," protestò il figlio di Arathorn.
"E adesso c'è anche il mio," replicò quello di Denethor. "Levati di mezzo!"
Aragorn rise, Boromir anche, e le loro manine si scontrarono in una lotta giocosa.
"Ho educato generazioni di studenti," li redarguì l'elfo con durezza. "E mai, ribadisco: mai!, ho assistito ad una tale mancanza di disciplina!"
I piccoli vennero adesso accompagnati in fondo alla stanza e seduti in due angoli ben distanti tra loro: a cose normali, questo sarebbe bastato per ristabilire l'ordine. Ma non quella mattina.
Boromir si ritrovò una biglia di legno in una delle pieghe della tunica. La fece scivolare sul pavimento di pietra in direzione di Aragorn, che si allungo per prenderla. Turis sollevò la testa udendo quel rumore, ma l'Erede di Isildur fece finta di niente, salvo passare di nuovo la biglia all'amico. Vedendo la pallina rotolare pericolosamente verso il centro della stanza, Boromir abbandonò la propria posizione per acchiapparla.
Turis lo raggiunse a grandi passi.
"Datemi quella biglia, Signorino, subito."
"No!" replicò Boromir, scuotendo la testa.
"Immediatamente! Non ve lo sto chiedendo: ve lo sto ordinando."
"Ho detto di no!"
"Signorino Boromir, sapete che mi dovete obbedienza come a vostro padre."
"Non voglio!"
Con un gesto rapido, il piccolo lanciò la pallina ad Aragorn, che l'acciuffò. Turis chiuse gli occhi per riuscire a trattenersi da gesti che lo avrebbero messo in una terribile luce col suo Signore.
"Signorino Aragorn," disse scandendo bene quel nome. "Datemi quella biglia!"
"No," rispose il bambino correndo via. Guardò Legolas, il quale abbassò la testa dicendo: Non posso! L'arco! Guardò anche Gimli che fece di no col dito indice: se avesse partecipato si sarebbe sentito dire che, in quanto maggiore, era suo dovere riportare la situazione alla normalità piuttosto che fomentare la bagarre. Ma Aragorn aveva il privilegio di essere il più piccolo, quello per cui generalmente si chiudeva un occhio, quello che alla fine – nel bene o nel male – la scampava sempre. E forte di questa sua caratteristica, tirò in direzione di Boromir che corse via e rilanciò.
Il gioco durò qualche minuto, finché l'oggetto del contendere non cadde a terra, permettendo a Turis di intercettarlo.
"Adesso basta!" tuonò l'elfo. Se i miei castighi non bastano, ricorreremo alle punizioni paterne."
Entrambi i bambini lo guardarono pieni di sgomento: presi com'erano a giocare non avevano proprio considerato che Arathorn e Denethor potessero essere chiamati in causa. Improvvisamente, ritrovarono l'educazione e le buone maniere perdute.
"No, Signor Maestro, per favore," implorò Boromir.
"Ma Signor Maestro…" pigolò Aragorn. "Io non voglio che lo dite al babbo!"
"Sarebbe stato il caso di pensarci prima," replicò Turis.
"Ma… ma si arrabbiano tanto," considerò il figlio del Sovrintendente, ricordandosi che ormai era entrato a far parte della categoria dei bambini grandi.
"Sperò che i vostri padri vi puniscano nel modo più severo possibile," ribadì Turis. "Ed insisterò personalmente affinché lo facciano!"
"NO!" gridò Aragorn scoppiando a piangere. Si accasciò per terra e singhiozzò. Non voleva essere cattivo e nemmeno mancare di rispetto a nessuno… certo, indubbiamente lo aveva fatto ed era stato disobbediente, ma voleva solo giocare. Perché si annoiava e non sapeva cosa fare mentre Turis spiegava cose che lui, ancora fermo a 2 + 3 e 5 + 1, proprio non riusciva a capire.
"Non piangere, Aragorn," frignò anche Boromir avvicinandoglisi. "Ci parlo io col babbo e lo zio."
Aragorn guardò Boromir. Ripensò alla storia del carretto ed al suo tragico epilogo: il racconto di quell'impresa era così popolare che sarebbe potuto finire negli annali di Gondor. Pianse più forte.
"Signor Maestro," intervenne timidamente Gimli. "Sono piccini. Secondo me se li mettete in castigo adesso fanno i bravi. Non lo dite agli zii, per favore."
"Sono come i nostri fratellini," disse anche Legolas. "Faranno i bravi. Lo prometto io, per loro."
"Faremo i bravi," pigolò Boromir ed Aragorn annuì.
Turis fu irremovibile.
Impose a Legolas e Gimli di rimanere seduti al proprio posto e diede loro una serie di esercizi per impiegare il tempo, quindi ordinò ad Aragorn e Boromir di precederlo nella sala del Trono, dove avrebbe chiesto che fosse convocato anche Lord Arathorn con assoluta urgenza.

Boromir obbedì trascinando i piedi e tirando su col naso. Diede la mano ad Aragorn, per aiutarlo a camminare, visto che l'amico non aveva smesso di singhiozzare un secondo. Turis non disse una sola parola per consolarlo, anzi, ribadì che meritavano un castigo esemplare per quel comportamento.
Denethor si fece loro incontro, vedendoli entrare. Dalle condizioni in cui versava il piccolino pensò che fosse successo qualcosa di grave, che fosse ferito o che stesse male. D'istinto lo prese in braccio, mentre Arathorn veniva fatto chiamare.
"Che cosa succede?" domandò rivolto a Turis, mentre il suo stesso figlio gli si avvinghiava alle gambe. Il Sovrintendente dovette inginocchiarsi per poterli stringere entrambi a sé. "Turis? Turis, non li hai picchiati, mi auguro."
"Non l'ho fatto, mio Signore, sebbene mi auguro che lo facciate voi."
"Non farlo, babbo," implorò Boromir. "Ti prego."
"Zio, per favore, no!" gli fece eco anche Aragorn. "Ho tanta paura, nessuno lo ha mai fatto con me. Non voglio. Non voglio! E non voglio che lo fa il babbo! Non il mio babbo, ti prego…"
"Prima di farvi promesse devo sapere quali monellerie avete combinato, questa volta," spiegò Denethor cercando di essere rassicurante. "Però adesso basta piangere." L'uomo chiamò a sé una delle guardie che presidiavano la Sala.
"Seguite il soldato fino in cucina e dite ad Estella di darvi una tazza di latte e qualche biscotto. Arathorn ed io parleremo con Turis… e vi prometto che non saremo troppo severi con voi."
"Ma l'altra volta mi hai fatto tantissimo male," pigolò Boromir.
"L'altra volta è stato un caso particolare, lo sai. Allora, li vuoi questi biscotti?"
"Sì!" rispose il bambino con entusiasmo.
"E tu, Aragorn?"
"Io voglio il mio babbo," mormorò l'Erede di Isildur.
"Sono andati a chiamarlo. Lasciaci parlare con Turis, poi faremo una chiacchierata anche con voi."
"Senza occhi all'ingiù!" intervenne di nuovo Boromir.
"Certo, assolutamente senza occhi all'ingiù. Da parte di nessuno e per nessuno."
Un po' più tranquille di prima, le due pesti si allontanarono tenendosi per mano. Boromir aveva ripreso galletto.

Arathorn arrivò concitato, preoccupato dall'essere stato convocato con urgenza. Si ritrovò davanti Turis e Denethor ma non vide traccia dei bambini, il che lo sorprese alquanto.
Salutò educatamente il precettore di suo figlio, quindi domandò perché fosse stato chiamato.
"Lord Denethor, Lord Arathorn, miei Signori," cominciò Turis seriamente. "Abbiamo un grave problema relativo alla disciplina, purtroppo."
Il Capitano dei Dúnedain sospirò e chinò il capo. La disciplina, già: non aveva forse detto a sua moglie, appena arrivato, che occorreva maggiore disciplina in quella casa? Certo, lo aveva detto e ripetuto e ne era convinto… ma vi è un'enorme differenza tra la teoria e la pratica, soprattutto quando si hanno davanti due occhioni blu incorniciati da una cascata di capelli arruffati.
"Che cosa hanno fatto, Turis?" domandò pronto ad aspettarsi di tutto.
"Come certamente saprete, il mio metodo implica spiegare un argomento ai due maggiori, lasciarli ad esercitarsi e poi passare ai due piccoli che mi avete affidato lo scorso Marzo," i due uomini annuirono. "Ebbene, durante questo frangente, i piccoli in questione hanno finto di addormentarsi e russare con la testa poggiata sul tavolo. Ho chiesto loro di smetterla, non sono stato ascoltato e li ho dunque messi dietro la lavagna."
"Mi sembra giusto," convenne Denethor.
"Sì," approvò Arathorn.
"I vostri figli hanno quindi preso a tamburellare sulla lavagna. Incuranti della punizione, stavano giocando e ridacchiando. Li ho allora messi in due angoli separati della stanza e a questo punto è avvenuto ciò per cui io pretendo che li castighiate."
"Dimmi, Turis, cosa è successo?" domandò Denethor a cui, per il momento, non sembrava che fosse accaduto nulla che non si potesse risolvere con un rimprovero.
"Il Signorino Boromir e il Signorino Aragorn si sono messi a giocare con una biglia. Dapprima lasciandola rotolare sul pavimento e poi lanciandosela. Si sono rifiutati di consegnarmela, finché non sono riuscito a prenderla. Ho detto loro che li avrei portati al vostro cospetto: questa totale mancanza di considerazione della mia autorità è a dir poco inaccettabile!"
"E non è accaduto altro?" domandò il Sovrintendente.
"No, miei Signori. Ho ignorato pianti e proteste e li ho portati da voi…"
"E dove sono, adesso?" chiese Arathorn.
"Sono in cucina con Estella," spiegò Denethor. "Sono arrivati qui che erano disperati. Non ho mai visto Aragorn piangere così, tranne la volta che è caduto dall'albero e si è rotto il braccio."
Il Ramingo lanciò a Turis un'occhiata significativa.
"Non tranquillizzare un bambino che sta piangendo mi sembra eccessivo," disse.
"Signore, vostro figlio merita una punizione," ribadì il maestro.
"Le punizioni sono la conseguenza di un cattivo comportamento. Se un bambino prova terrore per genitori e maestri, c'è qualcosa di molto sbagliato."
"Turis, ricordati che sono ancora molto piccoli e non abituati a dover seguire le tue lezioni," aggiunse Denethor. "Forse bisogna rivedere il metodo che usi: per due bambini di cinque anni non è semplice restare seduti senza fare niente mentre tu spieghi qualcosa che non riescono a capire."
"Dovresti dare loro qualcosa da fare," proseguì Arathorn. "In questa storia vedo solo due piccini che si annoiano e hanno voglia di giocare. A dieci anni non lo accetterei; a cinque non vedo malizia."
"Per cui non prenderete provvedimenti?" domandò Turis. "Disobbediscono apertamente, ignorano i miei rimproveri, ma non subiranno conseguenze?"
"No, interverremo certamente," assicurò Denethor. "Ma da tempo avrei dovuto parlarti. I bambini provano angoscia quando devono venire da te. A volte fingono di stare male, altre volte piangono e anche quando non dicono niente si vede che sono a disagio. Dovrebbero essere felici di passare del tempo con te e imparare nuove cose."
"Aragorn è un bambino molto intelligente," disse Arathorn. "Nel mese che abbiamo trascorso insieme gli ho insegnato molto e ne era affascinato. Quando qualcuno gli spiega ciò che ancora non sa, ascolta con interesse, si lascia coinvolgere, fa domande. Io penso davvero, Turis, che tu dovresti rivedere i tuoi metodi: i bambini hanno paura di te."
"Dal comportamento di stamattina non direi, mio Signore."
"Ma ti assicuro che è così. Cerca di coinvolgerli di più: otterrai dei risultati migliori."
L'elfo sospirò, ritenendo quella situazione grottesca.
"Farò il possibile," disse. "Ma ho bisogno che voi ristabiliate la mia autorità."
"E lo faremo," ribadì Denethor. "I bambini ti devono rispetto ed obbedienza, ma tu cerca di portarli dalla tua parte piuttosto che costruire un muro."
"Sì, mio Signore," replicò Turis ossequiosamente. "Farei meglio a tornare dai miei pupilli, adesso."
"Non sentirti attaccato, Turis."
"Non mi sento attaccato, Signore."
"Sai che ti tengo in enorme stima o non ti affiderei mio figlio."
"Lo so Signore. Vorrei congedarmi, col vostro permesso."
"Ti prometto che ristabiliremo l'ordine e che avrai le loro scuse. Per il momento accetta le nostre, nella maniera più sentita."
"Vi ringrazio," disse il maestro con un profondo inchino, prima di uscire.
Rimasti soli, Arathorn e Denethor discussero a lungo su come agire. Il Sovrintendente aveva negli occhi il momento in cui i piccoli erano entrati nella stanza, la loro espressione: non era quello che voleva per i suoi bambini, per quando disobbedienti potessero essere.

Quando finalmente andarono a recuperarli in cucina, Estella aveva già stabilito che nessuno – Sovrintendente o Capitano dei Dúnedain che fosse – avrebbe alzato un dito su quei piccini: no, nemmeno sul Signorino Boromir, che pure in molte altre occasioni se lo sarebbe meritato.
"Quell'elfo è insopportabile!" aveva sbottato. "Quell'elfo non può trattarli così! Ma scherziamo? E poi andare a dire che chiederà al Padrone di picchiarli. Ma che cosa orribile! Ma che cosa meschina! Ma si possono trattare dei piccini così?" Ed intanto aggiungeva alla tavola altro latte, altro cacao, altri biscotti ed altro pane su cui spalmare burro e marmellata. Boromir pensò che, qualsiasi cosa gli facessero, nulla avrebbe potuto guastare la felicità di quel momento bellissimo. Aragorn, invece, si augurò sinceramente di essere mandato a letto senza cena, o meglio senza pranzo, anche perché la maggior parte dei: "Mangiate, Signorino, che siete tanto sbattuto" e "Povero Signorino, con questo faccino triste: mangiate, su, che vi fa bene" erano rivolti alla sua personcina.
"Comunque, Estella, ad essere sinceri tu non è che sia molto diversa da Turis," disse Endacil anche e soprattutto per divertirsi a provocare. "Insomma, quante volte hai minacciato il Signorino Boromir col mestolo? O hai chiesto al Padrone di vendicarti?"
"Ma che c'entra!" sbottò la hobbit. "Io lo faccio perché in cucina ci sono i fuochi e i coltelli e mi preoccupo per lui. E perché viene qui a rubare: se chiedesse educatamente non direi niente!"
"Però lo hai fatto piangere con quella storia di Grendel. Che colpo basso! E poi dici di Turis, Estella. Ma insomma…"
"Io dicevo solo che il Signorino aveva bisogno di una bella scaldata, Endacil. E l'ha avuta, finalmente, dopo quella storia del mercante. E ora è un bravo bambino: non è vero Signorino?"
Boromir guardò entrambi con aria imbronciata, decise di non rispondere ed inzuppò l'ennesimo biscotto nel latte.
"E comunque, Endacil, smettetela di irritarmi," proseguì la cuoca. "Sennò potete essere chi volete: questo mestolo farà comunque giustizia! E farà giustizia anche di Lord Arathorn, se prova a toccare questa povera stellina che oggi ha pianto tanto."
In piedi sulla soglia, l'interessato ascoltò quell'ultima minaccia con fare divertito.
"Rischio di essere sculacciato?" domandò. "Ed io che pensavo di essere al sicuro, qui."
"Lord Arathorn, Signore, scusate," bofonchiò Estella, in preda al panico. "Ma sapete, il bambino, anzi i bambini… Lord Denethor ci siete anche voi, Signore? Ecco i bambini, loro… hanno pianto ed io non posso vedere dei bambini piccoli piangere. E quell'elfo non sa proprio prenderli, ecco!"
"Lo sappiamo, Estella, lo sappiamo. E non li toccheremo nemmeno con la punta del mignolo," disse il Ramingo, andando a recuperare suo figlio.
"Ma si meritano comunque una bella ramanzina," intervenne Denethor, posando una mano sulla testa di Boromir. "E una buona mezzora in castigo, ad essere generosi."
I due piccolini non si poterono definire felici, di quella soluzione, ma certo furono sollevati dal non dover subire conseguenze peggiori. Venne anche stabilito che, nel pomeriggio, sarebbero stati aiutati a scrivere una lettera di scuse per Turis.
"Voi detterete e noi scriveremo," spiegò Arathorn. "Ma potrete mettere la vostra firma alla fine o magari fare un disegno, se vorrete."
I ragazzini approvarono la proposta, strappando la promessa che poi avrebbero potuto passare il resto della giornata a giocare.

Mentre Turis parlava coi suoi Signori, Gimli e Legolas erano rimasti da soli.
Entrambi si sentivano inquieti per quello che sarebbe successo agli altri due; l'elfino, dal canto suo, si trovava particolarmente a disagio perché era consapevole di essere in una situazione a rischio. Era tornato a Minas Tirith da circa dieci giorni, ormai, e in tutto quel lungo periodo era riuscito a comportarsi bene. Non aveva litigato con nessuno, non aveva risposto male, non aveva fatto capricci, non aveva irritato il suo Maestro, non aveva combinato nessun tipo di guaio e non aveva provocato il nano in alcun modo. E questa era stata la parte più difficile.
"Quando festeggi il compleanno?" domandò il figlio di Glόin con fare innocente.
"Domenica," replicò Legolas. E contò di nuovo sulle dita: sette giorni, se si includevano domenica e lunedì, ma solo sei se poteva dare per scontato che l'arco arrivasse domenica mattina. Ormai il grosso era stato fatto.
"Tanto non avrai quell'arco," disse Gimli con un sorrisetto mellifluo sul volto. "Sento che succederà qualcosa."
L'elfino si morse la lingua per non replicare, ma non riuscì a trattenersi.
"Lo spero tanto, perché è bello dormire con le lenzuola fresche," disse.
Il piccolo nano si indispettì.
"Stai tranquillo che questa volta non se ne accorgerà nessuno, non daranno la colpa a me," minacciò. "Sarà tutta colpa tua, solo tua."
"Quando usciamo di qui vado dalla zia," replicò il principino.
"A dire cosa? Ci siamo solo tu ed io qui. Puoi raccontare quello che vuoi e io posso dire che non è vero. E ciao ciao arco!"
"La zia Gilraen mi crederà. La zia Gilraen mi crede sempre. Se succede qualcosa daranno la colpa a te. E le prenderai anche per quello scherzo che mi hai fatto!"
"E le daranno anche a te!"
"No! Io sono più furbo di te."
"Non credo proprio…"
"E invece sì. Stupido nano!"
Legolas si portò una mano alla bocca, ma quello stupido nano gli aveva fatto provare una sensazione meravigliosa, una soddisfazione che non esperiva da tempo: la gioia della guerra nano-elfica.
Considerato il viaggio a Lothlórien, era da circa un mese e mezzo che non litigavano. Il principino avrebbe voluto proseguire su quella strada, avrebbe voluto dire dell'altro, avrebbe voluto accartocciare della carta e tirarla sul grugno del nemico. Ma no, non doveva nemmeno pensarci. L'arco, ecco su cosa doveva concentrarsi: sull'arco.
Gimli notò che il fuoco era stato riacceso, ma si limitò ad annuire.
"Non volevo chiamarti stupido, mentì Legolas, tornando a concentrarsi sulle tabelline che gli erano state assegnate.
Era così difficile essere un elfino modello! Era molto, molto più divertente essere un Principe Elfico e rivendicarlo ad ogni possibile occorrenza. Ormai mancavano sette giorni, sei a dire il vero, e doveva certamente resistere. E poi essere un elfino modello aveva come controparte positiva il ricevere un sacco di elogi e coccole da parte di tutti.
Gimli smise di interessarsi alla matematica, per un momento, e approfittando dell'assenza di Turis prese a studiare un piano: cosa poteva fare per mettere nei guai Legolas senza che la colpa gli ricadesse addosso? Doveva essere qualcosa di molto semplice ma efficace, credibile.
Oppure qualcosa che lasciasse dei dubbi, ma che spingesse l'altro a volersi vendicare.
Quello stupido nano gli aveva fatto capire che il potenziale esisteva ancora, nella sua interezza: doveva solo trovare il modo di liberarlo.