Capitolo XIII – Un elfino modello
Legolas e Gimli incontrarono i piccolini in sala da pranzo ed entrambi sembravano allegri e spensierati: Aragorn era seduto sulle gambe di suo padre e stava chiacchierando senza sosta. Sorrise quando li vide arrivare e salutò con entusiasmo. Boromir, accomodato sulla sedia accanto, li raggiunse correndo ed annunciò ciò che era successo, anzi, ciò che non era successo. Saltellarono insieme in un tripudio di felicità, dopodiché presero posto ed attesero l'arrivo delle zie e del Sovrintendente.
"Dovete comportarvi bene con Turis," li redarguì Arathorn "È il vostro maestro e certi episodi non devono succedere. Anche se è molto severo, voi dovete fare i bravi bambini."
"Sì," risposero i quattro in coro.
"Brave pulci. Com'è andata quando Turis è ritornato da voi? Era arrabbiato?"
"Era nervoso," disse Gimli. "Ha detto che dovrà riflettere su un paio di cose."
"Ci ha dato una lista lunghissima di cose da fare," intervenne Legolas. "Però se gli chiedevamo le cose era gentile. Era arrabbiato, però non con noi."
"Anche perché noi, questa volta, non abbiamo fatto niente!" sottolineo il figlio di Glόin.
"Vi siete comportati bene anche quando siete rimasti soli?" domandò il Ramingo. I due annuirono. "Ottimo, piccini! Sono molto orgoglioso di voi."
"Io non sono piccino, zio. Ho otto anni, a dicembre ne ho nove!" puntualizzò Gimli.
"Hai ragione," sorrise il Capitano dei Dúnedain. "E invece tu, Legolas, puoi essere il mio piccino?"
"A me piace essere il tuo piccino, zio," rispose Legolas, sfoderando i suoi occhioni blu.
"Vieni qui," disse Arathorn invitandolo a sedergli sulla gamba libera. "Sbaglio o sei un po' triste?"
"Ho fatto una cosa brutta, zio Arathorn," pigolò il figlio di Thranduil, dopo aver preso posizione.
"Che cosa hai fatto, dimmi."
"Ho chiamato Gimli stupido nano, zio!"
Il figlio di Glόin restò stupito da quella confessione spontanea e si affrettò a confermare.
"Non è proprio una cosa degna di un elfino modello," considerò il Ramingo. "E perché lo hai chiamato stupido nano?"
"Perché lui ha detto che vuole mettermi nei guai, così posso dire ciao ciao al mio arco!" replicò il bambino puntando il dito contro il nemico.
"Non è vero!" protestò Gimli.
"Sì, è vero!" ribadì il principino. "E ha anche detto che se venivo da voi tanto non mi credevate."
"È una bugia!" insistette il nano. "Io non ho fatto niente e non ho detto niente. Mi ha chiamato stupido perché non è un elfino modello. Non lo è mai stato e mai lo sarà!"
"Tu non sai niente!" strillò Legolas. "Niente!"
Arathorn non riuscì a trattenere uno scappellotto.
"Basta," disse con voce ferma. "Non voglio vedere scene come questa, sono chiaro?"
"Sì, zio," rispose Gimli, cercando di non ridere.
"Zio," piagnucolò Legolas. "Mi hai picchiato!"
"Non ti ho fatto niente e lo sai," replicò l'uomo.
"Sì, invece!"
"No, Legolas, e adesso smettila o ti mando in camera tua."
L'elfino annuì, mentre Aragorn e Boromir gli chiedevano di non piangere.
"Introduciamo una regola, visto che comunque siano andate le cose a me i ricatti non piacciono," disse il Capitano dei Dúnedain. "La questione di comportarsi bene per ottenere l'arco vale per tutto tranne per la vostra guerra nano-elfica. Se tornate a farvi la guerra tu non perdi l'arco, Legolas, almeno non la prima volta, ma giuro di punirvi io personalmente e non vi piacerà, affatto."
I due ragazzini sbiancarono, alla prospettiva.
"Non sto scherzando," ribadì Arathorn. "So che mi vedete come lo zio che gioca con voi, ma se c'è bisogno di essere severi posso esserlo anch'io. E lo sarò. Ricordatevelo bene."
Gli interessati mormorarono: Sì, zio ed abbassarono gli occhi, prima che il resto della famiglia giungesse in Sala. A quanto pareva l'incidente avvenuto quella mattina, nelle aule di Turis, aveva fatto riflettere il Ramingo sulla necessità di mettere davvero in pratica le proprie teorie sulla disciplina, almeno sulle questioni più importanti e relative al comportamento.
"Stiamo crescendo dei futuri regnanti, non dei bambini normali," aveva detto a Denethor durante la loro discussione. "Se non li raddrizziamo ora potremmo avere di che pentirci, in futuro."
Non ci furono guerre, quel giorno, ma Boromir ed Aragorn dovettero scrivere una sentita lettera di scuse a Turis. Causa impegni legati al Regno, Denethor non poté seguire la questione come annunciato, ma ci pensarono le due dame a giungere in soccorso dei rispettivi figlioletti.
"Allora, cosa volete scrivere?" domandò Finduilas tenendo Boromir in grembo.
"Voglio scrivere io, mamma," disse il piccolo. "Però Turis dice che faccio le zampe di gallina."
"Perché hai appena imparato. Voi dettate, noi scriviamo e poi se volete ricopiate. D'accordo?"
"Sì!"
"Io posso fare un disegno?" chiese Aragorn guardando Gilraen la quale annuì.
"Scriviamo: Caro Turis," cominciò Boromir. "È brutto quando ti arrabbi e dopo io non ci voglio venire da te perché mi fai paura."
"Volevamo solo giocare," suggerì Aragorn. "Io piango sempre quando mi sgridi. Non voglio che mi sgridi. Non volevamo farti arrabbiare."
"E poi scriviamo: Facciamo pace? Boromir ed Aragorn," concluse il figlio del Sovrintendente.
Finduilas buttò giù il tutto velocemente e guardò i piccini con dolcezza.
"Siete due pesti, ma siete due pesti adorabili," disse. "Però dobbiamo scriverla un po' meglio questa letterina. Anche se mi piacciono le idee che avete messo, siete stati molto bravi. Allora…"
Caro Turis,
Ci dispiace per stamattina: noi non volevamo farti arrabbiare, volevamo solo giocare.
Non ci piace vederti arrabbiato, perché ci fai paura e piangiamo sempre quando ci sgridi.
Scusa se siamo stati cattivi, non lo faremo mai più.
Facciamo pace?
"Firmate col vostro nome. Se volete, potete fare un disegno per il vostro maestro."
"Sì," replicarono i due bambini in coro.
"Che tesori che siete," commentò Gilraen abbracciando il proprio bambino. "Siete proprio due pulcini: i miei due pulcini."
"E anche i miei due pulcini," le fece eco Finduilas.
Riscrisse la lettera, rendendosi conto che sarebbe stata troppo difficile da copiare, a quell'età. Quindi si fermò ad osservarli armeggiare con la penna d'oca, per firmare, e sporcarsi le manine d'inchiostro che non sarebbe stato semplice mandare via.
Aragorn si profuse in un disegno piuttosto impegnativo, quando toccò a lui. Disegnò Turis altissimo e magrissimo con a destra Legolas e Boromir, a sinistra se stesso e Gimli. Tutti sorridenti e allegri.
"Ti piace, mamma?" domandò con evidente orgoglio.
"Bellissimo, amore mio," disse Gilraen posandogli un bacio tra i capelli. "A Turis piacerà moltissimo, ne sono sicura."
"E faremo pace per sempre?"
"Non so se farete pace per sempre, ma di sicuro andrete d'accordo per un po'."
"La facciamo leggere anche a babbo prima di darla a Turis, vero?" domandò Boromir.
"Ma certo," sorrise Finduilas. "La faremo leggere sia al babbo che allo zio. Adesso, se avete finito, potete andare a giocare."
I due piccolini schizzarono fuori velocissimamente. Dopotutto era giugno, c'era un bel sole quasi estivo e faceva caldo: non c'era ragione per restare chiusi in casa.
Raggiunsero Arathorn, intento a farsi sconfiggere da Legolas in un duello di spade, e lo trovarono disteso per terra che chiedeva pietà: si lanciarono nella mischia senza esitazione, ben felici di essere ancora in libertà nonostante il pasticcio di poche ore prima.
Turis sembrò essere più rilassato, con loro, da quel giorno.
Aveva riflettuto sulla discussione avuta e aveva convenuto che essere eccessivamente severo non portava a molto. Fu ben disposto fin da quando entrò nell'aula della biblioteca, l'indomani, e lo fu maggiormente dopo aver visto la lettera ed il disegno.
"Sono molto dispiaciuto per ieri," annunciò. "Certo, non vi eravate comportati nel modo migliore… ma in fin dei conti siete ancora piccoli. Da qui in avanti, cambieremo metodo."
I bambini ascoltarono col fiato sospeso.
"Quando entrerete, vi lascerò qualcosa da fare e spiegherò a Gimli un argomento più difficile. Quindi passerò a Legolas, che come età sarebbe il mediano. Infine arriverò a voi di cinque anni. Mi è stato suggerito da Lord Arathorn e Lord Denethor ed in effetti mi pare un buon metodo. Inoltre, come concordato con Lord Denethor questa mattina, annoterò tutto quello che succede in questo diario che passerò ai vostri genitori. Annoterò quello che succede nel bene e nel male; a parte rari casi, non prenderò provvedimenti personalmente. Se sarete ingestibili, andrò a chiamare Lord Denethor o chi per esso."
I ragazzini tacquero: non erano certi che fosse una buona cosa, anzi, a dire il vero non sembrava una buona cosa per niente che i loro genitori fossero a conoscenza di tutto quello che combinavano.
"Sì, Signor Maestro" risposero in coro, ma Boromir ebbe la netta sensazione che si fossero cacciati in un guaio senza fine. Avrebbe voluto prendere quel diario e buttarlo in un camino accesso, anche adesso che non c'era ancora scritto niente. Fu di pessimo umore per tutto il giorno e rischiò di non uscire a giocare, quel pomeriggio. Nemmeno i battibecchi tra Gimli e Legolas lo facevano sorridere.
Dato che non c'era nessuno a sorvegliarli, Legolas decise che era il momento di fare uno scherzo al nemico: ne acciuffò la spada di legno e corse via. Il piccolo nano accettò la sfida e cercò di rincorrere l'avversario per quanto poteva. L'elfino zampettava allegro e sorridente, canticchiando canzoncine di scherno, e non sembrava avvertire nessuna fatica mentre Gimli, che pure aveva una resistenza notevole, arrancava dovendo puntare sulla velocità. Dopo circa dieci minuti il figlio di Glόin ne ebbe abbastanza di quelle quelle frivolezze da elfi.
"Io vado dalla zia," annunciò. "E vediamo se mi ridai la spada… piaga!"
"Io non sono una piaga!" protestò Legolas che da un po' di tempo, ormai, non si sentiva chiamare così. "Tieni la tua spada, non frignare," proseguì gettando l'oggetto per terra.
"Vedrai come frignerai quando arriverò con lo zio Arathorn. Piaga. Piaga, piaga, PIAGA!"
"Non puoi farlo!" protestò Legolas.
"Posso!"
"No, non puoi! Non devi! Per favore…"
"Posso farlo e lo farò!" annunciò il nano correndo via, inseguito dall'altro a tutta velocità. Aragorn e Boromir li raggiunsero per vedere come andava a finire.
Senza grande sforzo, Legolas braccò Gimli e lo acchiappò per la tunica.
"Non puoi dirlo allo zio Arathorn," ribadì. "Non puoi!"
"Faccio quello che voglio!" disse il figlio di Glόin. "E lasciami!" gridò cercando di liberarsi.
Legolas tirò più forte. Schiamazzarono parecchio, tanto da attirare l'attenzione di Endacil: il maggiordomo uscì in tempo per vedere la tunica di Gimli strapparsi e il bambino cadere clamorosamente per terra. Legolas assistette al disastro con orrore.
"Io, io non volevo," balbettò rivolto all'unico adulto presente. "Davvero, Endacil, io non volevo!"
"Volevi, invece! E adesso vado dagli zii!" protestò Gimli.
"Vi porto io, Signorini, ma prima calmatevi," disse l'uomo, porgendo una mano ad entrambi.
"Endacil," pigolò Legolas, "lo zio Arathorn si arrabbia tanto, tantissimo con me."
"E di chi è la colpa, Signorino?"
"Mia! Ma io non volevo, Endacil. Io non volevo, lo giuro."
Il figlio di Thranduil si accovacciò per terra con un'espressione tristissima dipinta sul volto.
Il nano approfittò del momento di distrazione e corse in casa; spifferò tutto nei minimi dettagli ed aggiunse particolari mai accaduti. Disse, ad esempio, che Legolas gli aveva lanciato la spada in testa. Aggiunse che la tunica strappata era dovuta al tentativo di picchiarlo, mentre lui si divincolava, che era caduto per terra e si era fatto molto male: lo aveva visto anche Endacil.
Tornò poco dopo seguito da un Arathorn furente, il quale chiese al maggiordomo di spostarsi, acchiappò l'elfino per un braccio, lo rimise in piedi e gli allungò un pesante sculaccione.
"Ahia!" strillò Legolas. "Mi hai fatto male!" piagnucolò massaggiandosi il sedere.
"In camera tua, subito," ordinò Arathorn, protendendo il braccio verso la Reggia. "Aspettami in piedi in un angolo. E non frignare!"
Il bambino si guardò bene dal protestare e obbedì. Passò davanti a Finduilas e Gilraen, sedute in sala a ricamare: la prima scosse la testa; la seconda sentì di doverlo chiamare a sé.
"Tesoro," disse. "Ma cosa hai combinato?"
"Niente!" tagliò corto Legolas, terrorizzato all'idea di essere trovato lì quando fosse rientrato lo zio.
Se l'elfino non aveva avuto il coraggio di replicare, c'era qualcun altro ben disposto a farlo per lui. Il figlio di Thranduil aveva sempre preso le loro difese e sia Aragorn che Boromir avevano avuto modo di assistere dall'inizio.
"Sei stato cattivo!" disse l'Erede di Isildur, rivolto al padre. "Povero Legolas, lui non aveva fatto niente!"
"E non è giusto che gliene dai altre!" gli fece eco il figlio del Sovrintendente. "Se diventi cattivo io non ti voglio più bene, zio Arathorn!"
"Voler picchiare qualcuno e strappargli la tunica è non fare niente, a parer vostro?" domandò il Ramingo, evidentemente irritato.
"Ma lui non lo voleva picchiare!" ribadì Aragorn. "Legolas ha rubato la spada di Gimli per scherzare! Gimli voleva venire da te e Legolas lo ha preso per la tunica."
"E poi la spada gliela aveva ridata," intervenne Boromir. "Gli aveva anche chiesto per favore di non venire. Non lo voleva picchiare, proprio no!"
"Lord Arathorn," prese la parola il maggiordomo. "Ho visto la scena e sono uscito di corsa. Sono arrivato in tempo per assistere alla fine. Il Signorino Legolas ripeteva Non andare dallo zio Arathorn, ma a parte tenere il Signorino Gimli per la tunica non ha fatto altro. Non ha alzato le mani su di lui. Il Signorino Gimli può essersi fatto male cadendo a terra, ma è stato involontario."
Arathorn si voltò verso il piccolo nano con uno sguardo che era tutto un programma. L'oggetto delle sue attenzioni rabbrividì.
"Ti ha colpito in testa, quando ti ha ridato la spada, o hai inventato anche quello?" domandò.
"Forse… forse un po' lo ho inventato," mormorò Gimli. E, per non sbagliare, corse via cercando di salvarsi. Arathorn si lanciò all'inseguimento e lo raggiunse davanti alle Case di Guarigione. Si sedette su una delle panche e, incurante di ogni protesta, se lo sdraiò sulle ginocchia; Brandir si affacciò a vedere cosa stesse succedendo.
"Scusaci, Brandir," disse il Ramingo, mentre il bambino si divincolava. "Faremo presto."
Non passò molto che anche il figlio di Glόin passò davanti alle zie diretto in camera, con le guance rigate e un forte bisogno di massaggiarsi il sedere.
"E a te cosa è successo?" chiese Finduilas allibita, mettendo giù il ricamo.
"Lo zio Arathorn," piagnucolò Gimli. "È cattivo e io non gli voglio più bene! Me ne ha date quattro e mi ha fatto male!"
"Tesoro," disse la donna avvicinandoglisi. "Ma perché, cosa hai fatto?"
"Ho detto una bugia. Lo zio è cattivo, è tanto cattivo! Io lo odio! Me le ha date sui vestiti, però mi bruciano!"
"Pulcino," disse Finduilas abbracciando il bambino. "Ma non si dicono le bugie, lo sai."
"Ma lui è stato cattivo!" singhiozzò un inconsolabile nano.
"Forse è meglio che andiate in camera," intervenne Gilraen. "Conosco Arathorn e non deve trovarlo qui o si innervosirà ancora di più."
La moglie del Sovrintendente annuì ed accompagnò il ragazzino al piano di sopra, dove poté consolarlo e coccolarlo a dovere.
Certo che oggi mio marito è proprio un padre amorevole, considerò Gilraen, tra sé. Dovrò chiederlo ad Aragorn e Boromir, cosa è successo. Ora andrà da Legolas, senza dare spiegazioni.
Arathorn rientrò poco dopo seguito dai due piccini e da Endacil.
"Lo so," disse rivolto alla moglie. "Ma devo andare da Legolas."
Gilraen sospirò, quindi chiamò a sé i due bambini.
Il Ramingo davvero non aveva tempo per raccontare in prima persona. Certo, non aveva fatto niente di irrimediabile, ma avrebbe dovuto sentire entrambe le campane prima di agire. Povero elfino… e a parte quel ahia, mi hai fatto male, non aveva nemmeno protestato o cercato di difendersi.
Passato il dolore iniziale, Legolas si era sdraiato sul letto e si era messo a giocare con un carretto di legno che gli avevano regalato chissà quando e chissà come. Fu sorpreso, e anche un po' felice, di sentir frignare il nano in corridoio; provò ad appoggiare l'orecchio sul muro che divideva le loro stanze e si rese conto che il nemico era disperato e che Finduilas era con lui: qualsiasi cosa fosse successa, giustizia era stata fatta!
Comunque sia si sarebbe vendicato.
Aveva lasciato perdere dopo la storia dello scherzo, ma dargli colpe che non aveva era cattiveria pura e meritava una risposta. Se avesse dovuto subire l'ira di uno degli zii se ne sarebbe fatto una ragione. Non si stupì nel sentire altri passi riecheggiare in corridoio, ragion per cui nascose il giocattolo e corse nell'angolo come gli era stato ordinato. Arathorn bussò alla porta e l'aprì leggermente, abbastanza da potersi affacciare.
"Vengo in pace," disse.
"Devo continuare a stare nell'angolo, zio?" domandò il bambino.
"No, piccino," rispose Arathorn andandolo a recuperare e sedendosi sul letto insieme a lui. "Mi dispiace non avere chiesto la tua versione. Scusami."
"Prima ho riletto la lettera che mi ha dato ada quando siamo partiti da Lothlórien," rispose Legolas.
"Davvero, elfino?"
"Sì, dice che mi vuole tanto bene e che posso tornare da lui quando voglio. Però dice anche che vi devo obbedire come al babbo e alla mamma."
"E dice anche che ti vogliamo bene come se fossimo il tuo babbo e la tua mamma?" domandò Arathorn, sorridendo e accarezzando il proprio bambino.
"No, zio, questo non lo dice."
"E allora te lo dico io. Pace fatta?"
"Sì!" rispose Legolas ritrovandosi subito dopo tra le braccia dello zio. "Ho dato fastidio al nano, ma giuro che non volevo strappargli la tunica. Lo giuro!"
"Lo so. Ma promettimi che cercherai di non cacciarti in altri guai. Lo sai che ogni volta che tu e Gimli vi accapigliate finite male. Basta guerra nano-elfica, per favore. Sennò poi mi tocca essere severo ed è una cosa che odio."
"Lo odio anch'io, zietto Arathorn."
"Lo so nipotino Legolas, lo so," ridacchiò il Capitano dei Dúnedain.
"Glielo dici allo zio Denethor che non l'ho fatto a posta, a strappargli la tunica?"
"Dirò allo zio Denethor che non serve che faccia niente a te o a Gimli perché ci ho pensato io."
"A Gimli sì, se vuole."
"Nemmeno a Gimli, piccola peste. Andiamo a farci fare le coccole dalla zia Gilraen?"
Il principino corse al piano di sotto saltellando da uno scalino all'altro, mentre il Ramingo lo seguiva camminando normalmente. L'uomo si domandò se non dovesse parlare anche con Gimli di quanto successo, ma avvicinandosi alla stanza del bambino si rese conto che non era solo e che qualcuno lo stava già consolando. Al piccolo nano venne dato il permesso di uscire circa un'ora dopo, ma preferì restarsene per conto proprio. Fu parecchio taciturno anche a cena.
"Tu non sei più mio amico," disse rivolto a Boromir, prima di sedersi a tavola. "E neanche tu!" aggiunse guardando Aragorn.
"Fai come vuoi," disse il figlio del Sovrintendente, che quanto ad orgoglio non aveva nulla da invidiare alla stirpe di Durin.
"Ma a me dispiace se non siamo più amici," mormorò Aragorn.
"Non siamo più amici perché siete due spie!" disse il figlio di Glόin. "Vi costava tanto farvi gli affari vostri?"
"Sì, ci costava," disse Boromir. "Perché hai detto una bugia per mettere nei guai Legolas. Ed è una cosa brutta che non si fa!"
"Io vi ho difeso, con Turis!"
"Ma non era giusto che Legolas le prendeva e magari perdeva anche l'arco per una bugia," ribadì Boromir. "Non era proprio giusto!"
"Legolas ti aveva solo rubato la spada," aggiunse l'Erede di Isildur. "Non ti voleva picchiare. E tu non dovevi dire una bugia. Non si dicono le bugie, Gimli!"
Il nano si voltò dall'altra parte, imbronciato, e smise di ascoltare mentre l'elfino gongolava godendosi il proprio trionfo. Comunque la cosa non sarebbe finita così, ci potevano contare. Forse avrebbe chiesto a Glόin di andarlo a riprendere, se davvero doveva convivere con quelle serpi… certo che poi gli sarebbe dispiaciuto non avere l'affetto di Finduilas, di Gilraen e di Denethor. Arathorn non gli interessava più: era stato ingiusto nei suoi confronti ed aveva deciso di chiudere con lui. Non parve rendersi conto che se gli era stata risparmiata la paternale ciò era dovuto alla richiesta di Arathorn di lasciar cadere la questione.
Aveva ascoltato la favola della buonanotte in silenzio, quella sera, senza intervenire una sola volta, e quando era stata l'ora di mettersi a letto aveva finto di dormire prima che il Ramingo potesse arrivare ad augurargli di fare bei sonni.
"Temo di aver offeso mortalmente uno del popolo di Aulë," disse quest'ultimo rivolto alla moglie, richiudendo la porta dietro di sé. "Mi dispiace che l'abbia presa così."
"Sei stato severo con lui," replicò la donna. "Capisco le motivazioni, però forse avresti potuto risolverla in altro modo."
"Non mi piace che cerchino di mettere qualcuno nei guai!"
"Lo so, ma le sculacciate sono una soluzione estrema, Arathorn."
"La devono smettere con la guerra nano-elfica, Gilraen. Questa storia è andata avanti fin troppo! E vale anche per il tuo pulcino biondo."
"Lo so e sono d'accordo con te. Ma non dimentichiamoci mai che sono dei bambini. Tutto qua."
L'uomo non replicò ulteriormente, quindi entrambi si diressero in camera di Aragorn, per continuare il giro della buonanotte.
A differenza di Gimli, Legolas aveva considerato quella giornata come un piccolo trionfo. Ormai non aveva più tanta paura di perdere l'arco, visto che era così vicino a raggiungere il traguardo che sembrava impossibile non arrivare a tagliarlo. Voleva vendicarsi con uno scherzo notturno.
Pensò che mentre l'altro dormiva sarebbe entrato in camera sua in punta di piedi e poi gli avrebbe versato un po' d'acqua in bocca. Si sarebbe volatilizzato subito dopo; se Gimli lo avesse incolpato le avrebbe prese di nuovo, mentre lui dormiva beato nel suo letto.
Farlo quella sera stessa sarebbe stato scontato e lo stesso si sarebbe potuto dire per la sera successiva. Aspettò venerdì notte, forte del fatto di non aver combinato nulla di male in quella settimana. Nemmeno Turis aveva avuto niente da dire sul suo conto, in quel diario che adesso teneva, e questo lo aveva reso un elfino modello agli occhi degli zii.
Attese che tutti dormissero, per agire. Era incredibilmente buio, là fuori, e la luna era in parte oscurata da un grosso nuvolone che sembrava minacciare pioggia da un momento all'altro. In effetti aveva preso a fare fresco, per essere giugno, ed in quella giornata avevano visto a stento un raggio di sole. Aveva dovuto fare uno sforzo notevole per restare sveglio, considerando che l'ora di andare a dormire era passata da un pezzo e che il sonno stava cominciando a prevalere: per quando gli elfi amino la notte e i canti sotto le stelle, i loro figli hanno bisogno di riposo come tutti i bambini.
L'ora giunse in cui nessun rumore proveniva dalle altre stanze e l'avversario sembrava russare placidamente. Legolas prese il proprio bicchiere d'acqua e ne raggiunse la camera, prestando attenzione a non fare rumore. Con una precisione incredibile, centrò la bocca semi-aperta del piccolo nano, che tossì come se stesse affogando. Resosi conto che qualcuno era entrato nella sua stanza, Gimli lanciò d'istinto il bicchiere di legno che teneva sul comodino.
Legolas corse via, versando acqua da tutte le parti, e si rifugiò a letto dove finse di dormire. Era andata bene, ma il finale era mancato di precisione. Tutto quel frastuono, nel silenzio generale, aveva svegliato Faramir che era scoppiato a piangere disperato. Finduilas barcollò fino alla culla, prese il secondogenito tra le braccia e cercò di farlo calmare. Denethor si sedette, si guardò intorno e ammise a se stesso che era incapace di fare qualsiasi cosa. Doveva essere mezzanotte.
La porta della stanza di Arathorn e Gilraen si aprì. Legolas li udì parlare con Gimli, che non smetteva di tossire, e sentì la voce della zia dirgli di non preoccuparsi, che sarebbe andato tutto bene. Il bambino era scoppiato in lacrime, per lo spavento; aveva detto allo zio – con cui, fino a quel momento, si era ostinato a non voler fare pace – che non voleva far male a nessuno, lanciando quel bicchiere, ma aveva avuto tanta paura perché non se lo aspettava.
Per quanto avesse delle buone orecchie e dei buoni occhi, il figlio di Thranduil non poteva vedere al di là dei muri. Non si accorse che Arathorn stava stringendo forte a sé il nipotino, massaggiandogli la schiena affinché smettesse di piangere. Né seppe che Gilraen gli stava accarezzando i capelli, mormorando dolcemente: Calmati amore mio, non è successo niente. Vieni a fare la nanna nel lettone, vuoi?
Non vide Gimli annuire a quella richiesta, ma si accorse che Denethor era infine uscito dalla propria stanza. Lo sentì domandare: Stai bene, bambino? e si accorse che Arathorn aveva fatto il suo nome, dopodiché aveva aggiunto: Ci penso io a lui. Perché mi pare evidente che sia stato lui.
L'elfino pregò Elbereth di cancellare ogni prova contro di sé e di farlo piombare in un sonno profondo. Elbereth non parve ascoltarlo, in quella notte senza stelle e senza luna, e di lì a breve comparve sulla soglia il Capitano dei Dúnedain in persona.
"Non fare finta di dormire," intimò. L'imputato non ebbe il coraggio di voltarsi a guardarlo.
"Legolas!" tuonò il Ramingo. "Smettila di far finta di dormire!"
L'interessato si voltò su un fianco.
"Io sono sempre stato qui, zietto, lo giuro," pigolò.
"No. Non mi incanti, mi dispiace," disse Arathorn avvicinandosi al letto. "Gimli sta male per colpa delle tue sciocchezze e hai svegliato tutta la casa. Lo sai?"
"Scusa, zio…"
"Non basta chiedere scusa," rispose l'uomo, tirando via le coperte al nipote. "L'altro giorno Gimli, oggi tu. Bene: se è questo che volete, è questo che avrete."
"Ma zio!" pigolò il principino mettendosi a sedere e cercando di ancorarsi al letto. "Ma zio! Io faccio il bravo! Io non volevo farti arrabbiare, zio! Zio, io non lo faccio più."
"Bene, ottimo. Vorrà dire che avrai imparato la lezione."
Se Aragorn e Boromir avessero avuto una possibilità di essere ancora addormentati, nonostante tutto quel trambusto, tale possibilità sfumò in quel momento.
Legolas strillò come un ossesso, come solo un principe elfico sa fare, quando lo zio lo mise in posizione sulle proprie gambe e ancora di più quando gli sollevò la camicia da notte.
"Non voglio, non voglio, non voglio!" scalciò e si dimenò, ma l'ira del Capitano dei Dúnedain si abbatté inesorabile sul suo sedere. Non si sveglia un Ramingo senza un motivo valido. Il Re di Bosco Atro, se fosse stato lì, avrebbe sicuramente dato il proprio benestare.
Arathorn fu più severo di quanto non fosse stato con Gimli; sebbene Legolas fosse più piccino di un anno e mezzo, trovò che non ci fosse paragone tra quello che avevano combinato. Aiutò comunque il piccolo a rivestirsi, quando ebbero finito, lo aiutò a soffiarsi il naso, quindi lo rimise a letto e gli rimboccò le coperte in modo che non prendesse freddo. Venne definito cattivo e si sentì persino dire un paio di ti odio, ma fece finta di niente.
"Non osare uscire da quella porta," intimò. "Nemmeno per farti consolare dalla zia. La zia è molto arrabbiata con te e lo sono anch'io. E domani decideremo se quell'arco te lo meriti o no!"
"L'arco no! L'arco no!" gridò Legolas con tutto il fiato che aveva in corpo.
"Non sta a te decidere. E adesso ti conviene dormire."
L'elfino tacque e guardò lo zio uscire e chiudere la porta dietro di sé. Era davvero, davvero inconsolabile in quel momento: erano tutti arrabbiati con lui, il suo povero fondoschiena era in fiamme e forse si era giocato la possibilità di avere un arco. Se proprio doveva vendicarsi non avrebbe potuto aspettare lunedì?
E se avesse chiesto ad un uccello di riferire tutto a Thranduil? Magari avrebbe detto che la sculacciata era una punizione severa di per sé e non serviva toccare il suo regalo di compleanno. O forse ada sarebbe stato d'accordo con gli uomini ed avrebbe suggerito di metterlo in castigo per qualche giorno. Conoscendolo, la seconda soluzione era la più probabile.
Non riuscì a chiudere occhio. Rifugiò la testa nel cuscino e tirò le coperte fin sopra le orecchie: spuntava solo un ciuffetto di capelli biondi ad indicarne la presenza.
Il suo istinto gli suggeriva di urlare e disperarsi finché una delle zie non fosse arrivata a consolarlo. Perché di questo aveva un estremo bisogno: essere consolato. Ci aveva messo così tanto impegno, in quelle settimane, per essere un bravo bambino ed adesso aveva perso tutto.
Si immaginò cosa sarebbe successo l'indomani, al momento del risveglio. Certamente Denethor lo avrebbe rimproverato. Lo avrebbe seduto accanto a sé, gli avrebbe fatto la paternale e lui avrebbe dovuto rispondere solo: Sì, zio, Scusa, zio, Non lo faccio più e Sarò buono, lo prometto.
E Finduilas, che ultimamente era stata tanto dolce e buona con lui? Sarebbe tornata a definirlo un insopportabile bambino viziato, come si era lasciata sfuggire una volta in cui stava infilando un capriccio dietro l'altro. Poi si era resa conto che ci era rimasto male, si era scusata e lo aveva preso tra le braccia.
Arathorn e Gilraen erano arrabbiati con lui e li aveva sentiti portare Gimli in camera loro. Quindi adesso avevano il nano, era lui il nuovo favorito e non sembravano aver bisogno di un elfino.
Ma io ho bisogno di loro, pigolò Legolas rivolto a se stesso e sperò che da un momento all'altro qualcuno entrasse dalla porta per dirgli che era stato perdonato. Le ore passarono e non entrò nessuno: sembravano essere tutti addormentati, tranne lui. Si disse che se non poteva essere consolato non voleva nemmeno essere sgridato.
Pensò di scappare di casa, ma era consapevole che non fosse possibile: il portone principale era chiuso, né conosceva la parola d'ordine per i cancelli dei sette cerchi della città. Era loro concesso recarsi nei giardini del sesto cerchio, nel pomeriggio, ma era un'eccezione e certo nessuno lo avrebbe lasciato passare da solo e di notte. E poi dove sarebbe andato? Non a Bosco Atro. Forse a Lothlórien, dato che Lady Galadriel era stata tanto gentile con lui… o magari a Rohan, da Éomund, che per quel poco di tempo che era stato con loro gli aveva fatto una buona impressione.
In ogni caso erano pure supposizioni, destinate a non avverarsi.
Se non poteva scappare, poteva quanto meno non farsi trovare lì.
Si liberò dal bozzolo di coperte e notò che il cielo stava cominciando a schiarire. Scese dal letto, sentendo una sensazione di freddo avvolgergli i piedini nudi; cercando di essere il più silenzioso possibile si diresse al piano di sopra, il terzo piano della Reggia, quello che era perlopiù abbandonato a se stesso in quanto destinato esclusivamente alle grandi delegazioni di ospiti. Nessuno ci andava davvero mai e i bambini ne avevano paura, essendosi raccontati in più di un'occasione storie di fantasmi che ne invadevano i corridoi. Ma Legolas era un elfo ed in quanto tale non aveva paura della morte, né degli spiriti dei defunti.
Salì le scale senza guardarsi indietro e percorse buona parte del corridoio, prima di rifugiarsi in una delle stanze e prendere possesso del letto.
