Capitolo XIV – Sei stato bambino anche tu

Arathorn si svegliò presto quella mattina, si voltò su un fianco e rivolse uno sguardo a Gimli e Gilraen che riposavano abbracciati. Il piccolo nano si era ripreso abbastanza facilmente e lo stesso Faramir, nella camera accanto, aveva smesso di piangere consolato dal seno di sua madre.
Ripensò a Legolas. Provò ad immedesimarsi per un attimo in quella peste di elfino, a ricordarsi cosa volesse dire avere sette anni e una propensione a combinare pasticci; non gli sembrava di essere mai stato viziato o capriccioso, ma di certo sapeva come mettersi nei guai. Anche Arathorn bambino strillava, scalciava, diceva: sei cattivo e anche: ti odio, non riusciva a dormire e avrebbe tanto voluto che la mamma lo abbracciasse.
Scusami Arathorn di sette anni, considerò tra sé. Diede un'occhiata a Gimli, vittima delle sue attenzioni appena qualche giorno prima. E scusami anche tu, Arathorn di otto anni. Fece una carezza al piccolo e gli posò un bacio tra i capelli; il bambino sorrise e si voltò nella sua direzione.
"Tesoro," sussurrò Arathorn stringendolo a sé. "Vieni dallo zio?"
Gimli annuì e si lasciò coccolare, senza davvero svegliarsi. L'uomo ripensò alla pulce bionda che aveva lasciato nell'altra stanza: gli sarebbe piaciuto andare a vedere come stava, ma preferì rimandare il tutto ad ora di colazione. Gli sembrava la soluzione più coerente.
Passò una buona ora con il figlio di Glόin stretto a sé, finché quello non si avvicinò di nuovo a Gilraen. Lo lasciò fare, ma si rese anche conto che se fosse rimasto a letto prima o poi li avrebbe destati entrambi. Si diresse al piano di sotto e si mise a fumare un po' di erba-pipa nel cortile dinnanzi alla Reggia. Amava la fresca brezza del mattino, ma amava soprattutto la pace del mattino. Fu sorpreso nel vedere Denethor raggiungerlo di lì a poco.
"Cosa ci fai tu qui?" chiese.
"Faramir ci ha buttato giù dal letto tre volte, stanotte." rispose l'uomo, sbadigliando. "A questo punto, preferisco lasciar perdere."
"Capisco. Vuoi fumare?"
"Sai che non fumo, Arathorn."
"Siediti qui con me e fammi compagnia, per favore," disse il Ramingo passando la propria pipa di riserva al Sovrintendente, il quale acconsentì non completamente convinto.
"Ho bisogno di aiuto per accendere questa cosa." Arathorn ridacchiò.
"Ascolta, tu ti ricordi di quando eravamo bambini?"
"Certo che mi ricordo," rispose Denethor, dando un tiro e pensando che avesse un sapore terribile.
"Sono stato troppo severo con Gimli e Legolas, secondo te? Sinceramente."
Il Sire rifletté.
"No," disse infine. "No, direi che sei stato giusto."
"Trovi?"
"Non è mai morto nessuno, Arathorn."
"Una parte di me si sente in colpa."
"È normale ed è giusto così. Succede anche a me."
"Cosa dobbiamo fare con Legolas, Denethor?"
"Cosa intendi?"
"Si aspetta un arco, per il suo compleanno. Ma non è stato completamente un bravo bambino…"
"Lo è stato per la maggior parte."
"Ma non come da patti."
"No, non come da patti. Però…"
"Però?"
"Però è stato punito per quello che ha fatto. Togliergli anche l'arco, forse, è troppo."
"Lo so, ma darglielo lo stesso non equivale a premiarlo?"
Il Sovrintendente rifletté a lungo, questa volta.
"Legolas è un bambino di appena sette anni." disse infine. "È ancora piccolo. Prima di prendere decisioni, in un verso o nell'altro, vediamo come si comporta oggi."
Arathorn si sentì sollevato, da quella discussione. Si rese conto che Denethor non stava veramente fumando, ma si limitava ad un tiro ogni tanto e nemmeno ben dato: era una pratica da stregoni e raminghi, non da nobili gondoriani. Non disse niente, tuttavia, e fece finta di non aver visto.

Rimasero seduti in cortile a lungo, chiacchierando del più e del meno come non facevano da tempo, tirando fuori discorsi tra vecchi amici e anche questioni da uomini. L'alba doveva essere passata da almeno un paio d'ore, quando Gilraen li raggiunse.
Arathorn scattò in piedi e le si fece incontro, temendo di vederla svenire da un momento all'altro.
"Legolas è sparito," disse la poverina cercando di non scoppiare in lacrime. "In camera sua non c'è. Non è da nessuna parte, abbiamo provato a cercarlo e non c'è!"
"Si trova in casa," la rassicurò Denethor. "Il portone e le finestre vengono chiusi, di notte, e nessuna guardia lo lascerebbe uscire dal cancello."
"E se ha trovato il modo di scappare?"
"Non può averlo fatto, è impossibile. È assolutamente impossibile."
Gilraen rivolse lo sguardo alla parte della città che rassomigliava alla prua di una nave; un precipizio che dava sui cerchi inferiori, per quando delimitato da un muro.
"Non ci pensare nemmeno," disse Arathorn toccandole il viso con un dito e facendola voltare verso di sé. "Non può essere successo. Manderemo qualcuno a controllare, ma Legolas non è stupido. Sarà triste, arrabbiato, offeso… ma non è stupido."
"Ho paura che gli sia successo qualcosa, Arathorn."
"Gli succederà qualcosa quando me lo ritroverò davanti, tesoro, quello sì."
"No! Per favore, no. È solo un bambino spaventato."
"Non dovrebbe andare in giro per casa. Dovrebbe restare in camera sua."
"Ha solo bisogno di coccole. Sono sicura che si è nascosto per non essere sgridato."
"Facciamo così: pensiamo prima a trovarlo, poi decideremo," intervenne il Sovrintendente. "Finduilas è sveglia?"
"Sì e lo sta cercando," replicò la donna.
"Bene. Penseremo noi due a Legolas. Voi tornate in casa, fatevi portare un tè e cercate di parlare senza litigare."
"Sì," annuì Gilraen mentre rientravano. Si sedette sul divano e tacque, immersa nei propri pensieri. Arathorn le passò un braccio attorno alle spalle.
"Non volevo sembrare eccessivo," disse "Ma non riesco a vederti triste, arrabbiata o preoccupata per i suoi capricci. Devo ripartire e non voglio che ti facciano impazzire mentre non ci sono."
"Lo capisco e ti ringrazio," replicò Gilraen accoccolandosi. "Ma non voglio che i bambini abbiano paura di te. Non possiamo risolvere ogni birichinata con le maniere forti."
"Non intendevo picchiarlo. Ma sgridarlo sì!"
"Proviamo a parlarci senza sgridarlo?"
"D'accordo. Quando lo troveremo gli parleremo con calma e senza drammi. Promesso."
Il Ramingo baciò la moglie con dolcezza. In fin dei conti non voleva diventare ciò che non era: non faceva parte della sua natura essere eccessivamente severo, se poteva evitarlo.
Denethor e Finduilas, nel frattempo, si divisero la Reggia. L'uomo avrebbe controllato le cantine e la soffitta; la donna, invece, avrebbe cercato nella Sala dei Cimeli ed al terzo piano, dato che aveva già setacciato quello di mezzo.
"Spero tanto che lo troveremo e che stia bene," disse a suo marito. "È viziato ed è capriccioso, ma in fondo è un bravo bambino. Sono sicura che non vuole farci arrabbiare."
"Lo so tesoro, lo so. Ho promesso che quando lo troveremo non gli farò niente."
"E lo prometti anche a me?"
"Lo prometto anche a te, sì."
Finduilas sorrise, prima di dirigersi di sopra. Aprì ogni singola porta e cercò in ogni armadio, nella speranza di trovarvi un elfino che dormisse rannicchiato su se stesso. Non trovò nessuno, solo ragnatele e polvere; pensò che fosse il caso di chiedere alle cameriere di dare una bella pulita, una volta che quella storia si fosse risolta. Stava cominciando a disperare, quando arrivò presso una delle ultime stanze e notò che il pomello della porta era decisamente più lucido degli altri. Sorrise, certa di aver individuato il fuggiasco.
Il figlio di Thranduil se ne stava tutto raggomitolato per il freddo, poiché non era riuscito a scalzare le coperte e aveva dovuto sdraiarvisi sopra. Dormiva su un fianco e si succhiava il pollice destro, mentre con l'altra mano si teneva l'orecchio sinistro.
"Povera stellina," esclamò la dama, provando un'estrema dolcezza a quella visione. Si domandò se fosse il caso di andare a chiamare gli altri, ma non voleva lasciare da solo il piccolo. Si sedette sul letto e lo accarezzò.
"Legolas," chiamò. "Legolas, piccino?"
L'interessato non diede segno di volersi svegliare. Finduilas continuò a coccolarlo e tentò con qualche bacio.
"Proviamo così," mormorò, facendogli lievemente il solletico sulla pancia. Per tutta risposta il bambino si mise in posizione prona. Passò allora a ciò che di solito funzionava con Boromir, ovvero il solletico sotto le piante dei piedi. L'elfino scalciò, si lamentò, quindi si riparò la testa con le braccia e si rannicchiò ancora di più… ma non si svegliò.
Era chiaro che avrebbe continuato a dormire qualsiasi cosa gli si facesse.
Finduilas raggiunse Denethor; lo trovò in soffitta, intento a rovistare tra cianfrusaglie di ogni tipo. L'espressione dell'uomo era eloquente e traspariva che avrebbe voluto essere ovunque, tranne lì. Sorrise quando entrò nella stanza e vide il nipotino sonnecchiare amabilmente.
"I bambini sanno sempre come farsi perdonare, in un modo o nell'altro," disse prendendolo tra le braccia. "Lo avrei fatto a fettine fino a cinque minuti fa!"
Strinse a sé il bambino, mentre si dirigevano al piano di sotto, e gli massaggiò la schiena: se possibile adesso era ancora più confuso di prima sulla questione arco. Lo portò in camera, dove lo adagiò sul letto e gli rimboccò le coperte.
"Non c'è bisogno di scappare," disse accarezzandogli i capelli, mentre quello dormiva placido. Per quanto fosse nel mondo dei sogni doveva essersi accorto di qualcosa: la sua espressione era cambiata ed era adesso molto più serena. Gli altri arrivarono di lì a poco. Gilraen prese una delle mani dell'elfino nella propria e sussurrò: pulcino mio. Arathorn rimase in piedi, rendendosi conto, in quel momento, che si sentiva in colpa. Domandò dove lo avessero ritrovato, quindi sparì per ritornare poco dopo con il pupazzo preferito di Legolas.
"Lo avevate dimenticato di sopra," disse. "Non volevo che destandosi non lo trovasse."

Legolas, tuttavia, non si svegliò. Aveva passato la notte senza chiudere occhio ed era un elfino davvero stanco. Gli venne concesso di continuare a dormire fino a quando lo desiderava e fu chiesto ad Aranel di vegliarlo di modo che non rimanesse solo. Saltò completamente la colazione e non aprì gli occhi prima delle due del pomeriggio, quando era ormai passata anche l'ora di pranzo. Si riscoprì affamato come un lupo, più che come un elfino, ma si sentiva risposato. Si ricordava di essersi addormentato piangendo, ma in quel momento era tranquillo e niente affatto triste. Si domandò se per caso non fosse stato tutto un sogno: lo scherzo a Gimli, la sculacciata, la fuga al terzo piano… eppure gli era sembrato incredibilmente reale. Provò a mettersi seduto e si accorse che non provava dolore, ma poi notò la ragazza seduta sulla poltrona, intenta a rammendare.
"Aranel?" chiamò. "Perché sei qui?"
"Signorino Legolas," disse la serva sollevando gli occhi dal proprio lavoro. "Come state? Avete dormito bene?"
"Sì! Mi ricordo delle cose, Aranel, ma forse non sono successe."
"Sono successe, Signorino," disse la ragazza, alzandosi dalla poltrona e avvicinandosi al letto. "Avete avuto una notte… difficile, diciamo così."
Legolas tese le braccia, in cerca di affetto.
"Signorino," sorrise Aranel. "Siete molto dolce, ma forse devo chiamare una delle Signore?"
"Ma mi vogliono ancora bene? Perché qui ci sei tu e non loro?"
"Sono in Sala, Signorino. Sono le due del pomeriggio."
"Davvero?"
"Vi hanno lasciato dormire, Signorino, ma adesso dovreste scendere al piano di sotto."
"Ma mi prenderanno tutti in giro! Io non voglio scendere, io voglio restare qui!"
"Sono sicura che non vi prenderà in giro nessuno, Signorino."
"Perché?"
"Ecco, Signorino, prima di me c'era Isil con voi. Io ho servito la colazione, questa mattina, e quando il Signorino Gimli ha provato a dire qualcosa su di voi è stato rimproverato."
"Me lo giuri, Aranel?" sorrise Legolas.
"Certo. Lord Denethor ha detto che voi vi dovete scusare e vi scuserete, ma che non si ride delle disgrazie altrui. È una cosa che non tollera."
"Però mi devo scusare, Aranel!"
"Avete combinato un bel guaio, Signorino."
"Ho fatto arrabbiare tantissimo lo zio Arathorn!" pigolò l'elfino. "Non volevo farlo arrabbiare, lui è il mio zio preferito. E gli ho detto che lo odio, ma non è vero!"
"Lo so, lo so," disse la ragazza stringendo il principino tra le braccia. "Perché non scendiamo di sotto e raggiungiamo gli altri? Lord Arathorn non mi sembrava arrabbiato, solo un po' triste."
"Anch'io sono un po' triste…"
"Allora andiamo? E poi avrete fame, immagino."
"Sì!" replicò Legolas saltando giù dal letto. Fu sorpreso di trovare tutti in Sala: Gimli stava giocando con i blocchi di legno, mentre Aragorn e Boromir erano intenti a dipingere: dopotutto era sabato, giorno di bagno, quindi potevano sporcarsi quanto volevano. Non era possibile uscire in giardino: tirava un vento fortissimo.
"Ci siamo svegliati?" domandò Gilraen sorridendo, quando lo vide. Il bambino scese l'ultimo scalino con un balzo e corse a farsi coccolare. Venne salutato con svariati buongiorno, ben svegliato, ciao Legolas provenienti da più parti.
"Sei un dormiglione," disse Finduilas facendogli una carezza. "Ho provato a svegliarti stamattina, quando ti ho ritrovato, ma non ci sono riuscita."
"Mi hai ritrovato tu?" chiese il piccolo elfo.
"Sì, ti ho ritrovato io e lo zio Denethor ti ha messo a letto e ti ha rimboccato le coperte. Eri tutto rannicchiato e infreddolito."
"Grazie!" disse il principino guardando il Sovrintendente che gli si sedette accanto. Se lo avevano ritrovato loro due, voleva dire che non ce l'avevano con lui: no, nemmeno zia Finduilas. Tuttavia mancava qualcuno, all'appello, e quel qualcuno se ne stava in piedi accanto al figlioletto. Aveva salutato, sì, ma aveva preferito tenersi in disparte, immaginando che suo nipote fosse estremamente offeso nei suoi riguardi, come del resto lo era stato Gimli nei giorni precedenti.
"Mi dispiace tanto per quello che ho fatto," disse Legolas. "Non volevo farvi arrabbiare e non volevo far male a nessuno. Volevo fare uno scherzo… ma non sapevo che succedeva così!"
"Abbiamo capito che la situazione ti è un po' sfuggita di mano," disse il Sire. "Adesso direi che è il caso di chiedere scusa, non trovi?"
Il bambino annuì.
"Ziettine," mormorò guardando prima Gilraen, che lo teneva sulle ginocchia, e poi Finduilas. "Ho detto allo zio Arathorn che lo odio. Gli ho detto che è cattivo e che lo odio. Però non lo penso!"
"So che non lo pensi," replicò Gilraen. "E lo sa anche lui, pulcino."
"Perché non chiedi scusa a Gimli e poi vai a far pace con lo zio?" propose Finduilas.
"Posso fare pace con lo zio, prima? Per favore!"
"Ma certo che puoi."
Legolas scese a terra e si avvicinò ad Aragorn e Boromir, che gli proposero di prendere parte al quadro che stavano dipingendo insieme: una meravigliosa macchia di colori.
"Non posso ora," replicò, mentre l'eterno avversario roteava gli occhi dicendosi che, nonostante tutto, la piaga la scampava sempre. Si avvicinò al Ramingo e lo guardò. Arathorn si sedette a terra a gambe incrociate, per essere più o meno alla sua altezza.
"Ciao, pulce elfica," disse mettendogli una ciocca di capelli dietro l'orecchio. "Come stai?"
"Sono un po' triste, zio Arathorn," rispose l'interrogato.
"Allora siamo un po' tristi in due."
"Davvero sei un po' triste anche tu?"
"Ho avuto sette anni anch'io. Mi dispiace essere severo con voi."
"Zio Arathorn!" disse Boromir agitando pericolosamente un pennello. "Perché non ci racconti di te e del babbo da piccoli?"
"Sì!" saltellò Aragorn riempiendo il pavimento di macchie di pittura gialle e rosse.
"Buoni, buoni," rise l'uomo. "Se non farete i capricci per il bagno, vi racconterò qualche storia di noi da piccoli."
Il Sovrintendente fece di no col dito, ma Arathorn lo guardò e annuì.
"Io non voglio farmi il bagno!" protestò l'Erede di Isildur.
"Niente bagno, niente storielle," lo ammonì suo padre.
Aragorn dovette riflettere sulla questione, perché la curiosità era tanta e forse per una volta si poteva affrontare il supplizio con dignità.
"Tornando a te, Legolas," riprese Arathorn. "Mi prometti che farai il bravo?"
"Sì!" rispose il piccolo. "Però ti posso dire una cosa, zio?"
"Certo che puoi. Dimmi tutto!"
"Zio, io non voglio che sei arrabbiato con me."
"Non lo sono. Ma devi promettere di fare il bravo e chiedere scusa a Gimli."
"Zietto," piagnucolò il bambino. "Io ti ho detto che sei cattivo e che ti odio! Però non è vero, zio Arathorn: io non ti odio!"
"Vieni qui," rispose l'uomo aprendo le braccia. Strinse forte a sé il nipotino, grato che avesse deciso di non tenergli il muso. "Ci sono passato anch'io, pulce. So che certe cose non le pensavi veramente."
"E non sei arrabbiato?"
"No. Però devi fare pace con Gimli. Voglio che ti scusi e che facciate pace."
"Adesso?"
"Sì, adesso."
Il piccolo sospirò e guardò per terra: era stato tutto troppo facile, doveva esserci il trucco. Tuttavia, al momento era disposto a fare qualsiasi cosa gli venisse richiesta. Si staccò dallo zio e si diresse verso il nemico, che finse di ignorarlo e continuò a giocare con i mattoncini.
"Gimli?" chiamò.
"Non ci voglio parlare con te," disse il figlio di Glόin, dandogli la schiena.
Finduilas fermò Denethor che era pronto ad intervenire: dovevano lasciarli fare da soli.
"Ti volevo chiedere scusa," insistette Legolas.
"E io non le voglio, le tue scuse!" replicò Gimli prendendo i balocchi e andando a mettersi in un angolo. L'elfino si voltò verso gli zii e si strinse nelle spalle.
"Va' a parlarci," suggerì Gilraen. "Coraggio."
Il principe obbedì. "Mi dispiace per quello che ho fatto," disse. "Lo giuro."
Il nano prese a singhiozzare, pur seguitando a fingere di giocare. Legolas lo guardò con aria smarrita. Tornò dagli zii e si limitò a dire: "Gimli piange".
Fu Denethor ad alzarsi. Si diresse dal bambino, lo sollevò da terra, lo prese tra le braccia e si sedette sul divano accanto alla moglie; gli diede il permesso di sfogarsi, come voleva e per quanto tempo desiderava. Gli altri piccoli lo guardarono atterriti ed increduli.
"Non voglio più essere grande," disse il ragazzino. "Voglio essere il vostro piccino, come tutti gli altri!"
"Ma tu sei il nostro piccino," lo rassicurò Denethor. "Come ti viene in mente?"
"L'altro giorno ho detto allo zio che non volevo essere piccino. E invece sì! E invece voglio essere piccino! Perché essere bambini grandi è brutto e non mi piace!"
"Gimli, ma tu sei il nostro piccino. Esattamente come gli altri: hai solo otto anni, non ti definirei mai grande, nemmeno se lo volessi tu."
"Allora perché Legolas può fare quello che vuole e se lo faccio io finisco male?"
"Non mi pare che Legolas l'abbia passata liscia…"
"Però poi lo avete lasciato dormire e nessuno lo ha sgridato. Tutti a fargli le coccole! E a me, invece, sgridate su sgridate! E con me lo zio Arathorn non ci ha parlato per tre giorni."
"Tesoro," intervenne Gilraen. "Tu hai fatto l'offeso per giorni. Lo zio avrebbe voluto parlarti."
"Esatto," confermò Denethor. "E quanto a stamattina, l'ho detto e lo confermo: non dovete farvi la guerra. Dovete fare pace e giocare insieme."
"Perché Legolas non è in castigo?" insistette il figlio di Glόin. "Io potevo anche morire!"
"Gimli, Legolas non aveva previsto le conseguenze. È stato sciocco ed irresponsabile ed infatti è stato sculacciato. Possiamo metterlo in castigo, però una punizione l'ha già avuta."
"Voi volete più bene a lui che a me!"
"Lo sai che non è vero. Noi vogliamo bene ad entrambi allo stesso modo."
"No!"
Denethor si voltò verso gli altri ed in particolare verso Arathorn.
"Gimli," disse il Ramingo. "Se vuoi mando Legolas in camera sua, senza uscire fino a domani."
"Sì!"
"Però sappi che è già pentito, ha chiesto scusa ed io non ho avuto la mano leggera con lui." Il piccolo nano tacque, mentre l'elfino tirava su col naso. "Sei ancora un po' arrabbiato con me per l'altro giorno, vero?"
"Perché ti avevo detto che volevo essere grande! E sei stato cattivo, anche se non me lo meritavo!"
"Non è andata così e lo sai. Sono settimane, anzi mesi, che vi chiediamo di non farvi i dispetti. E tu sei venuto a raccontarmi cose che non erano vere per metterlo nei guai. Non è un bel gesto, Gimli."
"Ma lui mi aveva davvero rubato la spada!"
"Ma non ti aveva picchiato e non voleva picchiarti. C'è una bella differenza con quello che mi avevi detto tu. E comunque puoi definirti grande quanto vuoi: per me rimani una pulce."
"Una pulce delle stirpe di Durin?" chiese il bambino stropicciandosi gli occhi.
"Ovvio! Una piccolissima pulce della stirpe di Durin!"
"Davvero?"
"Davvero. Però adesso non piangere più. Promesso?"
Il ragazzino annuì restando ben stretto a Denethor.
"Povero tesoro," intervenne Finduilas con un bacio. "Gimli, perché tu e Legolas non fate pace? Non serve a nessuno farsi la guerra."
Il figlio di Glόin non replicò.
"Ma sì che faranno pace, lui e Legolas," disse Gilraen. "Io ne sono sicura!"
"Gimli, ascolta il tuo zio preferito", disse il Sovrintendente. "Se farai pace con Legolas, poi potrai chiedermi quello che vorrai ed io sarò felice di concedertelo. Ma dovrà essere qualcosa per fare contento te, non a dispetto di qualcun altro."
"Legolas ha già avuto una punizione, non è tanto giusto infierire." ribadì Finduilas.
"Sono d'accordo," convenne suo marito. "Chiedimi quello che vuoi, ma per Gimli e non contro Legolas. Mi dispiace vederti triste ed anche che pensi certe cose, perché non sono vere."
"Non sono assolutamente vere," insistette la donna. "Noi vogliamo bene a tutti voi. E tu sei il nostro piccino, esattamente come gli altri."
Gimli tirò su col naso e sembrò calmarsi poco a poco.
"Se faccio la pace con lui, posso dormire nel lettone anche stasera?" domandò infine.
"Vuoi dormire con me e lo zio Denethor?"
"Sì!"
"E anch'io, mamma," disse Boromir, tirando la madre per la veste.
"Tu domani," rispose quella. Lo guardò bene ed era effettivamente una macchia di colore vivente. Avrebbero dovuto quanto meno dare a lui e ad Aragorn una rinfrescata veloce con un panno, prima del bagno, o Minas Tirith avrebbe presto smesso di essere la città bianca.
"Ma mamma!" insistette il bambino.
"Boromir, ho detto domani."
Il figlio del Sovrintendente sbuffò.
"E vorrei andare in giro per la città anch'io," proseguì Gimli. "Legolas ed Aragorn sono andati a Lothlórien e Boromir è andato con Éomund. Perché io niente?"
"Ti posso portare io, se vuoi," propose Arathorn. "Lunedì niente Turis e andiamo a fare un giro?"
"Voglio venire anch'io!" disse Aragorn pestando un piede.
"Io! Io!" gli fece eco Boromir.
"Andrà solo Gimli," tagliò corto Denethor. "E niente capricci," aggiunse. "Non ci provate o lunedì andrete da Turis sia la mattina che il pomeriggio."
"No," risposero gli interessati in coro.
"Allora fate i bravi. E tu, sei più tranquillo?"
Il piccolo nano annuì.
"Facciamo pace con Legolas?" chiese il Sire.
"Ma devo, zio?"
"Non devi se non vuoi. Però saremmo tutti molto felici se lo facessi." Gimli sospirò. Rivolse uno sguardo ai due piccolini e trovò che le loro espressioni fossero davvero buffe.
Si rimise in piedi e si avvicinò al rivale, che in tutta quella conversazione aveva assistito alla scena con gli occhi lucidi e il groppo in gola.
"Mi dispiace tanto," mormorò Legolas quando furono l'uno davanti all'altro. "Non volevo farti male, non volevo nemmeno farti piangere. Scusa. Io giuro che non lo farò mai più!"
"Non te lo meriteresti," rispose Gimli. "Ma ti perdono, per questa volta. Anche se sei un elfo!" Si voltò con aria soddisfatta verso gli zii: "Abbiamo fatto pace, avete visto?"
"Sì, abbiamo visto," replicò Arathorn, posando una mano sulla testolina bionda di Legolas e una sui ricciolini di Gimli. "E siamo tutti molto orgogliosi di voi."
"Zio, io sto morendo di fame," disse il piccolo elfo, dopo qualche minuto.
"Vuoi andare in cucina con la zia?" rispose l'uomo. "So che vuole passare un po' di tempo con te."
"Posso andare anch'io?" domandò il figlio di Glόin. "Non ho mangiato tanto, a pranzo."
"Venite," disse Gilraen, porgendo una mano ciascuno. "Ma ricordatevi che avete fatto pace."

Non litigarono nemmeno una volta, né ebbero il più piccolo battibecco. Estella li riempì di complimenti e si accanì in particolare sulle guance paffute di Gimli che era così bello, ed era anche così piccolo, che lo si sarebbe potuto scambiare per uno hobbit.
"E io non sono carino, Estella?" domandò Legolas facendo gli occhioni.
"Ma certo che lo siete, Signorino. Avete un visetto che sembrate una bambola!"
Il nano ridacchiò a quella considerazione, ma non disse niente.
"E non mangio da ieri sera, sai?" aggiunse l'elfino al preciso scopo di suscitare compassione.
"Oh povero amore!" disse la cuoca. "Ma come li trattate questi bambini, Signora? Li affamate?"
"No!" rise Gilraen. "Non li affamiamo per niente! Tutto si può dire, ma non che li affamiamo."
"Mah!" si limitò a commentare Estella. "Sono un po' sciupati. Ma adesso li rimetto in sesto io!"
"Te la sei cercata, Legolas," mormorò la donna, procurando di non farsi sentire.
Era felice che i suoi nipotini stessero bene e fossero tranquilli. Gimli sembrava addirittura allegro, come non lo vedeva da tempo: non avrebbero dovuto dimenticare che era piccino anche lui e che aveva bisogno di attenzioni, esattamente come gli altri.
Suggellò quella promessa a se stessa con una carezza al bambino, il quale sorrise per quel gesto inaspettato. L'elfino le rivolse uno sguardo da animale ferito.
Quando rientrarono alla Reggia, nulla era come lo avevano lasciato: il quadro era stato messo ad asciugare, il pavimento era stato ripulito, e l'unico presente era Denethor con il piccolo Faramir.
"Dove sono gli altri?" mormorò Gilraen, invitando i piccini a sedersi accanto a lei.
"Finduilas sta riposando," spiegò l'uomo. "Questo Signorino qui non ci ha fatto chiudere occhio."
"Vuoi darlo un po' a me? Così puoi riposarti anche tu…"
"Mi piace tenerlo in braccio mentre dorme," disse il Sovrintendente guardando il figlioletto.
"Sembra imbronciato," commentò Gimli. "Non è vero?"
"Sembra imbronciato, sì," convenne Denethor. "È un esserino minuscolo."
"È bellissimo," disse Gilraen, sorridendo. "E gli altri tre?"
"Si stanno facendo il bagno. Boromir, ormai, era quasi completamente blu. Non scherzo."
"Il bagno? Davvero?"
"Sì. Arathorn ha detto che sarebbero andati a combattere contro i pirati di Umbar."
"Anch'io voglio combattere i pirati!" disse Legolas.
"E io!" gli fece eco Gimli. "Possiamo andare anche noi?"
"Sì," rispose Denethor. "Se davvero hanno dato loro la tinozza più grande che abbiamo, immagino possiate starci dentro in quattro."

Al piano di sopra, il pavimento della Sala da bagno era completamente allegato, Arathorn era fradicio – pur essendo vestito – ma Aragorn e Boromir si stavano divertendo un mondo.
Il Ramingo aveva usato due vasche. Nella prima aveva insaponato ben bene i bambini, per togliere ogni residuo di pittura: Aragorn aveva pianto tutte le proprie lacrime, aveva sbattuto i piedini ed aveva cercato di uscire; Boromir non era stato felice, anzi. Ma poi Isil aveva dato l'annuncio che la seconda vasca era pronta: Arathorn ve li aveva tuffati dentro ed era partito con una storia sui pirati di Umbar, che andavano sconfitti. Lui, ovviamente, era il Capitano dei Dúnedain e dava gli ordini ai sottoposti.
L'Erede di Isildur aveva concluso che l'acqua gli piaceva ed era divertente giocarci. Fu felice di vedere arrivare Gimli e Legolas e che prendessero parte all'avventura, dopo una bella passata con il sapone.
L'uomo si sentì quasi un eroe per essere riuscito a lavare tutti e quattro contemporaneamente senza grossi drammi. Giocarono per una buona mezzora, finché Gilraen non giunse portando con sé degli asciugamani: un dettaglio a cui suo marito non aveva pensato.
"È ora di uscire, bambini," disse la donna. "Avete le dita cotte dall'acqua e vi sta venendo freddo."
"Possiamo rifarlo anche domani?" domandò Aragorn.
"Davvero vuoi farti il bagno anche domani?" chiese sua madre frizionandogli i capelli.
"Non voglio farmi il bagno, mamma!" spiegò il piccolo. "Voglio combattere i pirati! È diverso!"
"Capisco," rise la donna. Lo avvolse in un asciugamano e fece lo stesso con Boromir, mentre Arathorn si preoccupava dei due più grandi.
"Siete capaci tutti e quattro di rivestirvi, vero?"
"La calzamaglia non mi riesce, mamma," disse Aragorn.
"E nemmeno a me!" protestò Boromir.
"Tu vieni con me, Aragorn, e tu Boromir con lo zio. Voi due più grandi andate in camera e vestitevi. Sfregatevi bene i capelli, così quando sono asciutti li pettiniamo."
"Mi fai le treccine?" chiese Legolas.
"Certo, amore mio."
"E a me?" domandò Gimli.
"Anche a te, tesoro. Come sempre."
"E poi, zio Arathorn, ci devi raccontare le storie di quando eravate piccoli!" intervenne Boromir, lasciandosi prendere in braccio. "Io le voglio sapere. Voglio che ci racconti tutto!"
"Vi racconterò tutto stasera dopo cena, come favola della buonanotte," promise il Ramingo.
I bambini accolsero la notizia con entusiasmo. L'uomo trovò che fosse meglio farsi un bagno caldo a propria volta, prima di prendersi un raffreddore coi fiocchi.
Gilraen si ritrovò da sola coi suoi pulcini, come era solito accadere qualche mese prima. Li riebbe tutti e quattro per sé, li ascoltò cinguettare allegri e spensierati, li guardò giocare a prendersi in giro e non disse niente nemmeno quando si misero a saltellare sul letto. Concesse loro di fare quello che volevano: in fin dei conti, era stata bambina anche lei. Ringraziò che Arathorn non avesse aneddoti che la riguardavano, ma si sarebbe divertita a scoprire come era il suo Ramingo da piccolo: era certa che fosse stato sensibile ma anche molto pestifero, ed immaginò che i suoi suoceri non avessero avuto vita facile. Ridacchiò tra sé e si scoprì piuttosto curiosa; sentì che sia lei che Finduilas si sarebbero ritrovate a consolare i rispettivi consorti per le conseguenze di qualche birichinata avvenuta anni prima e anche, forse, che l'autorità paterna sarebbe stata un po' compromessa dopo quella sera.