Capitolo XV – Buon Compleanno!
I bambini si erano divertiti moltissimo ad ascoltare le storie dei loro genitori e dei loro zii da piccoli. Se l'erano goduta al punto che era risultato difficile mandarli a letto, quella sera, ed erano crollati sfiniti sul divano. Non avrebbero mai pensato che Éomund, che sembrava tanto serio, fosse un tornado devastatore, né che Arathorn riuscisse a mettersi nei guai – generalmente senza volerlo – un giorno sì ed uno anche, o che Denethor fosse così ostinato nelle proprie posizioni da aver passato tre giorni senza mangiare, all'età di sette anni, al solo scopo di dimostrare a suo padre che era stato ingiusto nei suoi confronti. Né avrebbero creduto che Finduilas fosse più spericolata di suo fratello Imrahil o che Gilraen avesse tentato di scappare di casa, a tredici anni, per seguire il promesso sposo nelle sue imprese.
Rispetto a certi esempi, si erano detti i piccoli, loro erano dei bambini modello. C'era anche da dire che generalmente i nonni, in gioventù, si erano dimostrati ben più duri di quanto non fossero i loro genitori attualmente. Boromir si rese conto da chi aveva preso sia l'audacia che la cocciutaggine, mentre Aragorn si appuntò mentalmente che nemmeno a suo padre piaceva fare il bagno, da piccolo. Gimli e Legolas avrebbero dato qualsiasi cosa per venire a conoscenza di qualche aneddoto riguardante Glόin e Thranduil, ma purtroppo quelle erano storie vecchie di decenni se non addirittura di secoli, e nessuno dei presenti ne era a conoscenza. Le confessioni spontanee sembravano aver riportato il buon umore, a Minas Tirith, ed aver cancellato ogni ombra di conflitto che ancora persisteva.
"Finalmente dormono tutti e cinque," disse Finduilas quando ebbero finito di rimboccare le coperte ai bambini e furono tornati in Sala. "Pensavo che sarebbero rimasti alzati tutta la notte."
"Io spero che aver raccontato certe storielle non abbia conseguenze nefaste," considerò Denethor, guardando Arathorn.
"Non credo, non vi preoccupate," sorrise il Ramingo, sprofondando sul divano ed accendendo la propria pipa. Gilraen gli lanciò un'occhiata significativa, ma non disse niente. "Avete notato che Legolas non ha chiesto dell'arco nemmeno una volta?"
"L'ho notato, sì," disse il Sire di Gondor. "Credo avesse paura di sentirsi dire che non se lo merita."
"Dobbiamo prendere una decisione, perché domani è il suo compleanno."
"Quanto sei stato severo con lui, dopo lo scherzo a Gimli?" domandò Gilraen.
"Sono stato piuttosto severo," ammise Arathorn. "Ero molto, molto arrabbiato. E sono sorpreso che non abbia fatto l'offeso."
"È stato dolce a preoccuparsi di aver ferito i tuoi sentimenti," intervenne Finduilas. "È un bambino diverso da come lo ricordavo io."
"Nemmeno noi eravamo perfetti," considerò Denethor. "E la nostra educazione è stata molto più rigida della loro. Mio padre non si sarebbe fatto scrupoli ad annullare il mio compleanno."
"E nemmeno il mio," convenne Arathorn.
"Non voglio usare gli stessi metodi di mio padre. Non gliene faccio una colpa, agiva in buona fede. Ma non voglio essere come lui." Gli altri tre annuirono sentitamente. "Sono quattro bambini piccoli. Anche Gimli, in fin dei conti, non ha nemmeno nove anni. Ogni tanto si mettono nei guai, ma fa parte della natura dei bambini, diciamo così. Quello che conta è che capiscano di aver sbagliato e chiedano scusa."
"Legolas si è pentito per quello che ha fatto," prese la parola Gilraen. "Ha avuto una punizione, ma non ha tenuto il broncio e si vedeva che gli dispiaceva davvero quando Gimli si è messo a piangere. In cucina non hanno litigato. Sarà sempre un po' viziato, ma è un bravo bambino."
"Sono d'accordo," le fece eco Finduilas. "Mi preoccupa solo l'idea che possa tornare com'era, dopo aver ottenuto l'arco."
La discussione andò avanti a lungo e cercò di rispondere ad una fondamentale domanda: il cambiamento di Legolas era effettivo o di comodo? Stava solo cercando di ottenere quanto voleva? Gilraen ricordò che, al ritorno da Lothlórien le aveva detto di voler essere buono, perché gli piaceva quando tutti lo coccolavano e nessuno lo sgridava. Arathorn aggiunse che, in effetti, durante il viaggio era stato obbediente. Durante quella giornata si era comportato bene, nonostante ci fossero tutti i presupposti perché non lo facesse e, dal momento che non si poteva tornare indietro nel tempo, forse non era il caso di infierire.
La mattina successiva, il primo a svegliarsi fu Aragorn. Saltò giù dal letto, aprì la porta della propria camera e zampettò verso la stanza dei propri genitori, che dormivano abbracciati. Trovò che fosse cattivo segno, in quanto erano da soli e magari sarebbe potuto capitare che il babbo facesse la magia alla mamma. I bambini piccoli come Faramir lo inquietavano: le poche volte che vi aveva avuto a che fare se ne era tenuto a debita distanza. Senza indugiare oltre, si arrampicò sul letto.
"Mamma," chiamò scuotendo la donna. "Mamma!"
"Tesoro," mormorò Gilraen voltandosi a fatica. "Cosa c'è?"
"Posso stare tra te ed il babbo?"
"Certo, ma non svegliarlo."
Aragorn annuì e prese posizione tra i genitori. Arathorn mormorò infastidito, ma continuò a dormire.
"Mammina, ho fatto un brutto sogno!" pigolò il bambino stringendosi alla madre. "Ho sognato che ci portavano via Gimli e Legolas!"
"E chi lo faceva, amore mio?"
"I loro genitori! Io non voglio che Gimli e Legolas se ne vanno, mamma."
"Non succederà, non ti preoccupare."
"Ma sei sicura?"
"Sì, tesoro. Adesso dormi un altro po' che è presto."
"Sì," Aragorn tacque per un momento. "Mamma?"
"Dimmi."
"Il babbo ti ha fatto la magia?"
"La… magia?"
"La magia per far nascere i bambini!"
"No, tesoro. Perché?"
"Perché io non voglio un fratello o una sorella, mamma!"
"Potrebbe capitare, un giorno."
"No. No, no e NO!"
"Aragorn, se svegli tuo padre giuro che le prendi. Giuro!"
L'Erede di Isildur tirò su col naso e nascose il viso nel cuscino.
"Tesoro," disse Gilraen tirandolo a sé. "Non dicevo sul serio. Ma non svegliare il babbo, sennò poi chi lo sente?"
Il bambino si lasciò coccolare. Strappò la promessa che sarebbe rimasto figlio unico fino almeno alla maggiore età. Se proprio doveva avere un fratello o una sorella, avrebbe voluto che fossero nati già grandi: ad esempio, gli sarebbe piaciuto avere un fratello maggiore, ma anche una sorella maggiore, possibilmente che somigliasse alla madre.
Arathorn non fu sorpreso di trovarlo lì quando, infine, si svegliò. Non poté dirsi molto felice di vedere che non era solo con sua moglie, ma preferì tacere.
"Babbo!" esclamò Aragorn vedendolo aprire gli occhi. "Adesso non devo più stare fermo e zitto!"
"Almeno fermo sì, pulce," considerò il Ramingo sbadigliando. "Per favore."
"Ma io voglio giocare con te! Sono sveglio da tanto, non voglio più stare a letto, mi annoio!"
L'uomo sospirò.
"E va bene," concesse. "Ma andiamo in Sala, così la mamma può tornare a dormire."
Gilraen diede un bacio ad entrambi e li spiò uscire insieme dalla stanza, con Aragorn arrampicato sulle spalle dell'uomo ed in preda all'eccitazione. Sorrise, considerando che fossero proprio una bella coppia, e le dispiacque che avessero deciso di non avere altri figli.
Aragorn pose le manine sulle guance di suo padre, mentre scendevano al piano di sotto, felice di averlo lì con sé. Gli avevano detto che sarebbe dovuto ripartire entro una settimana, ma era riuscito a strappare la promessa che si sarebbe trattenuto fino alla festa di mezza estate, il che significava almeno altri quindici giorni.
Non aveva senso andarsene in quel momento: Arathorn aveva sempre cercato di celebrare le feste d'estate ed inverno con la famiglia, per poter serbare il ricordo di quei momenti durante le sue lunghe peregrinazioni.
"Come si sta lassù, pulce?" domandò, acchiappando le gambe del figlioletto. "Sei abbastanza in alto?"
"Sì!" replicò il bambino, ballonzolando pericolosamente.
"Cerca di non cadere, sennò ti fai male e poi la mamma fa male a me!"
Aragorn rise.
"Ma babbo, la mamma non può farti male! Perché tu sei grande e grosso e lei è più piccola di te!"
"Non sottovalutare mai le donne quando si tratta dei loro figli," disse l'uomo, deciso ad insegnare una lezione di vita. "Io sono più forte della mamma, non ci sono dubbi, ma non userei mai la mia forza contro di lei."
"E se lei ti dà uno schiaffo?"
"Non è mai successo. E se succedesse, litigheremmo ma non alzerei comunque le mani su di lei. Non devi mai alzare le mani su una donna, Aragorn. Solo i codardi lo fanno. E se mai tu dovessi fare una cosa del genere, ed io lo venissi a sapere, fossi anche il Re di Gondor ed Arnor dovresti comunque vedertela con me."
Aragorn rifletté un attimo su quanto gli era appena stato detto.
"Io non lo farò mai," annunciò. "Mai mai. Lo giuro!"
"Bravo, bambino mio!" sorrise il Ramingo.
In Sala, Legolas non stava più nella pelle ed attendeva, seduto sul divano, che qualcuno scendesse quelle benedette scale! Si trovava lì da almeno un'ora e se avesse potuto avrebbe svegliato tutta la Reggia, ma si disse che non sarebbe stata una buona idea. Si voltò, sentendoli arrivare, e corse loro incontro saltellando.
"È il mio compleanno!" annunciò. "Ho sette anni! Sette!"
Sottolineò quel sette come se avesse raggiunto la maggiore età.
"Buongiorno, elfino di sette anni!" salutò l'uomo, inginocchiandosi sul tappeto e lasciando scendere il figlioletto a terra. Aragorn raggiunse l'amico e lo abbracciò stretto.
"Devo tirarti le orecchie!" annunciò. Il principe storse il naso. "La mamma dice che porta fortuna!"
Con riluttanza, Legolas lasciò che il lobo del suo orecchio destro venisse strattonato verso il basso sette volte, di cui l'ultima più forte delle altre.
"Ahia!" protestò. "Io ho fatto più piano per il tuo compleanno!"
"Perché sono più piccolo!" ridacchiò l'Erede di Isildur. "Me lo dici sempre che sono piccolo, no?"
"Se lui ha fatto il destro, a me tocca il sinistro," considerò Arathorn.
"No!" rispose l'elfino terrorizzato. "No, tu sei troppo grande e troppo forte."
"Sarò delicato," promise il Ramingo. "E comunque preparati, perché oggi sarà così!"
Legolas guardò per aria e accettò il supplizio che, ad essere sinceri, questa volta gli procurò solo un po' di solletico.
"Bacio grande allo zio?" domandò Arathorn, quando ebbero finito.
Il festeggiato eseguì al volo. L'uomo rise, ritrovandosi steso a terra, con due piccoli scalmanati che lo tenevano inchiodato al pavimento: avevano deciso di giocare alla lotta, due contro uno. La situazione peggiorò notevolmente quando anche Gimli e Boromir giunsero nella stanza.
"No, bambini, quattro contro uno no!" si limitò a dire il poveretto, tra il divertito ed il disperato, cercando aiuto nei tre adulti che erano arrivati con loro.
"Posso darvi un suggerimento?" domandò Gilraen, avvicinandosi ai piccoli. Sbottonò leggermente la camicia da notte del marito, lasciando scoperta parte della pancia.
"Gilraen, non ci provare!" ammonì il Ramingo.
"So per certo che gli piace molto quando gli si fa il solletico," disse la donna, ridacchiando e dando l'esempio. "Impazzisce per il solletico, davvero!"
"No!" gridò Arathorn svincolandosi. "Davvero, questo è un colpo basso. È cattiveria pura!"
"Impazzisce ancora di più per il solletico sotto le piante dei piedi," intervenne Denethor. "Éomund ed io glielo facevamo sempre, da bambini."
"A questo punto potreste anche provare col collo," aggiunse Finduilas, tenendo Faramir tra le braccia. "Di solito è un buon punto."
La vittima cercò di ripararsi.
"Smettetela!" disse con voce ferma. "Smettetela o giuro che saranno guai per tutti!"
"Tanto non è vero!" cinguettò Aragorn, cercando di seguire i consigli della mamma e degli zii.
"Bambini, per favore," sospirò il Capitano dei Dúnedain. "Mi dà fastidio, è una delle cose che mi danno più fastidio al mondo." I piccoli non lo ascoltarono. "E voi tre! Lo sapete che non lo sopporto!"
"Io non lo sapevo," si difese la moglie del Sovrintendente.
"Tu forse no, ma gli altri due lo sanno benissimo."
L'uomo chiuse gli occhi, mentre le pesti si accanivano contro di lui: quattro piccini contro un gigante buono. Il quale, tuttavia, si rese conto di avere una resistenza piuttosto bassa: con tutto l'amore del mondo, era davvero troppo. Se li scrollò di dosso, dimostrando a Legolas e Gimli, che lo tenevano fermo per le braccia, che poteva spingerli via con un dito se lo desiderava. Boromir, che gli si era seduto sul petto, rischiò di cadere e venne riacchiappato al volo.
"Basta!" tuonò, mettendosi a sedere. "Se volete giocare va bene, ma niente solletico!"
Suo figlio non sembrava disposto ad obbedire. Si sentiva in vena di essere dispettoso e birichino e non aveva voglia di smettere. Tentò un altro attacco a sorpresa, verso le gambe di suo padre, mentre gli altri tre ancora non sembravano rendersi conto di quanto fosse successo.
"Estel!" chiamò il Ramingo, gelandolo a mezza impresa. "Falla finita! Falla finita subito o giuro che me ne vado e non torno più!"
Il bambino si bloccò come impietrito. Guardò il padre con due occhioni immensi, quindi scoppiò in lacrime e non per capriccio. Gilraen corse a consolarlo.
"Arathorn!" esclamò. "Ti pare il caso?"
"Non te ne andare, zio," pigolò Boromir, abbracciando forte l'uomo che aveva accanto. "Rimani con noi. Noi ti vogliamo sempre qui!"
"Se vai via io voglio che poi torni," protestò anche Legolas. "Ti prego zio Arathorn. Lo voglio come regalo di compleanno!"
"Anch'io," concordò Gimli. "Anche se non è il mio compleanno… però voglio che torni da noi, per favore. Facciamo i bravi. Davvero, questa volta giuro che è vero!"
Arathorn si rese conto della gravità di quella esternazione.
"Aragorn," chiamò. "Vieni dal babbo, razza di terremoto."
Il bambino obbedì senza consolarsi nemmeno un po'.
"Piccole pulci," proseguì l'uomo, abbracciando il figlioletto e facendo cenno agli altri tre di sedergli accanto. "Non siate tristi: l'ho detto in un momento di rabbia, ma non lo pensavo. Lo sapete che hanno bisogno di me a Rohan, lo avete sentito, ed anche i miei uomini hanno bisogno di me. Ma tornerò, perché come si fa a stare senza di voi? Me lo spiegate?"
"Davvero torni?" chiese il futuro Re, tremando leggermente.
"Ma certo che sì. Io torno sempre da voi, non è forse vero?"
Il bambino annuì e tirò su col naso.
"Torno e vi porto sempre qualche nuovo giocattolo."
"Sì!"
"Perché quando non ci sono vi penso sempre, brutti marmocchi!" proseguì Arathorn, prendendo il naso del figlioletto tra le dita e strappandogli una risata. "Siete dei bravi bambini, volevate solo giocare ed io ho avuto una reazione esagerata. Ma odio il solletico! Veramente, lo odio! Pace?"
La risposta fu un sì corale e pieno di entusiasmo. Denethor li raggiunse sul tappeto.
"Legolas," disse. "Vieni un attimo qui."
"Cosa ho fatto, zio?" domandò l'elfino, preoccupato.
"Non hai fatto nulla," sorrise il Sovrintendente. "Ma in tutto questo mi pare che ci siamo quasi dimenticati che è il tuo compleanno!"
"Sì," saltellò Boromir. "Auguri, Legolas! Ti dobbiamo tirare le orecchie!"
"E anch'io te le devo tirare, elfo!" sottolineo Gimli. L'interessato scosse la testa con forza.
"Ma sì," disse il Sire. "Prima di sera dovranno averlo fatto tutti. Ma faremo piano, lo prometto."
"Auguri pulcino biondo," disse Gilraen, avvicinandosi al bambino. "Fatti abbracciare."
"E anche da me," intervenne Finduilas, passando per un attimo Faramir nelle braccia del marito. "Coccole al festeggiato!"
"Coccole al festeggiato, sì!" approvò il principino, prendendosi baci e carezze dalle zie. "Mi piacciono le coccole, sono la mia cosa preferita."
"Allora oggi ne faremo tantissime!" sorrise Gilraen.
"Sono contento che è il tuo compleanno, Legolas, perché così ci sarà la torta!" disse Boromir. "Le torte di compleanno sono la mia cosa preferita!"
"I regali!" intervenne Aragorn. "Le coccole, i regali e la torta! E che per un giorno puoi avere tutto quello che vuoi!"
"A proposito," interloquì il Sovrintendente, cullando il piccolino che teneva tra le braccia. "Legolas, prima hai detto che non vuoi regali e ti basta che Arathorn torni."
"Sì!" ribadì il principino.
"Lo trovo un gesto molto bello. Ma ne sei sicuro? Pensavo ci fosse un arco, in ballo."
"Lo vorrei tanto il mio arco, zio," disse Legolas, accoccolandosi contro il seno di Gilraen ed assumendo un'espressione triste. "Ci ho provato tanto a fare il bravo bambino, però non ci sono riuscito."
"Però ci hai provato tanto," disse Arathorn.
"Sì! Davvero tanto, lo giuro! Però non è stato abbastanza…"
"Dimmi una cosa, Legolas," proseguì il Sire. "Se tu fossi al nostro posto, cosa faresti? Pensi che concederesti comunque quell'arco al tuo bambino o no? Cerca di essere sincero."
Il principino tacque a lungo. Il resto della famiglia lo lasciò riflettere senza disturbarlo, con la sola eccezione del piccolo Faramir che emise dei borbottii quasi impercettibili. Denethor gli appoggiò il dito mignolo sulle labbra e il piccino prese a succhiare avidamente.
"Credo che abbia fame," mormorò l'uomo, passandolo nelle braccia della moglie. "Io non posso provvedere."
Boromir colse al volo l'occasione per prendere il posto del fratello; fino a quel momento aveva osservato la scena con una punta di gelosia. Suo padre gli passò una mano tra i capelli, quindi fece cenno anche a Gimli di avvicinarsi: era l'unico dei bambini ad essere rimasto per conto proprio. Erano tutti seduti sul tappeto della Sala, adesso, con la sola Finduilas accomodata sul divano per allattare.
Legolas chiuse gli occhi, mentre cercava una risposta. Avrebbe voluto dire che sì, si sarebbe dato un arco certamente, ma gli era stato chiesto di essere sincero e non voleva fare la figura dello sciocco.
"Zio," chiamò infine. "Posso?"
"Certo che sì."
"Lo zio Arathorn mi ha fatto male," pigolò l'imputato, cercando di ricacciare indietro due lacrimoni. "E nessuno mi ha consolato, nessuno. Nessuno mi ha dato un bacino, nessuno mi ha messo la crema o mi ha detto di non piangere più!"
"Tesoro," disse Gilraen, sentendosi terribilmente in colpa.
"Però ho chiesto scusa. Se volete chiedo scusa di nuovo!"
Denethor diede un buffetto al nipotino.
"Non serve, lo hai già fatto ieri," disse.
"Non piangere, pulce elfica," intervenne Arathorn, mosso a compassione.
"Io voglio il mio arco, lo voglio tanto! Se non me lo date sono due punizioni. Perché due?"
"Legolas, ti ricordi com'eri prima di andare a Lothlórien?" domandò il Sovrintendente. L'interessato annuì. "E ti ricordi che dovevo sempre metterti in castigo?"
"Sì. Però adesso non mi ci metti più…"
"Perché adesso ti comporti da bravo bambino. Sei diverso, rispetto a come ti conoscevamo noi."
"Io ci provo, ma a volte non ci riesco."
"Lo so, ed è normale. Voglio una promessa da te: voglio che mi prometti che, anche se non potrai essere sempre perfetto, non tornerai a comportarti come prima."
"Sì!"
Il cuore del piccolo batteva all'impazzata. Gilraen lo strinse a sé e notò che era un fascio di nervi.
"Se dovessimo darti quell'arco e tu tornassi a comportarti come prima, o se lo usassi per fare male a qualcuno, il tuo arco verrebbe chiuso in soffitta e non lo rivedresti mai più."
Il tono di voce dell'uomo non dava adito a dubbi: non stava scherzando, decisamente no.
"Sì, zio," disse il principino con un groppo in gola. "Ma io farò il bravo! Lo giuro! Io, se posso avere il mio arco, non lo userò per fare male a nessuno e sarò bravo, però…"
"Però?"
"Però se mi succede di combinare qualcosina tu non mi togli l'arco subito, vero?"
"No. Te lo tolgo se lo usi per far male a qualcuno o se torni ad essere capriccioso ed indisponente come prima di Lothlórien. Se mi accorgo che in queste settimane hai finto di essere cambiato, solo per avere l'arco, l'arco sparisce."
"Non voglio essere come prima, zio. Non mi piaceva, prima."
"Io sono d'accordo con Denethor," intervenne Arathorn. "E lo stesso vale per le zie. Ne abbiamo discusso molto e questa è la conclusione a cui siamo arrivati. Puoi avere il tuo arco, ma devi continuare a comportarti bene."
"Sarò buono, lo giuro!" farfugliò il bambino.
"Amore," chiamò Gilraen, sorridendo rassicurante. "Non vorrai mica piangere proprio adesso, no?"
Legolas prese a singhiozzare senza ritegno, ma erano lacrime di gioia. Si strinse forte alla zia che lo teneva in grembo e sembrava che non se ne sarebbe staccato mai più.
"Elfino," disse la donna, massaggiandogli la schiena. "È andato tutto bene. Non sei felice?" Il bambino crollò la testa in segno d'assenso. "Allora smetti di piangere, sciocchino. Adesso ci vestiamo e ci prepariamo per il tuo compleanno. È la tua festa!"
"Legolas non piangere! Avrai un arco tutto tuo!" disse Aragorn. "È vero che me lo fai usare?"
"E anche a me!" intervenne Boromir. "Voglio provarlo anch'io!"
L'interessato annuì, senza riuscire a parlare.
"Dai, elfo, basta!" sbottò Gimli. "Ma cosa sei, una femmina che piangi come una fontana?"
"Non sono una femmina!" rivendicò Legolas in uno scatto d'orgoglio.
"Allora direi che è ora di finirla, no?"
"Non litigate," ammonì Finduilas. "E lasciate in pace Legolas."
"Finduilas ha ragione," convenne Gilraen. "Torniamo al piano di sopra, elfino? Che ne dici?"
Il piccolo non si mosse.
Arathorn si alzò dalla propria postazione e lo prese tra le braccia.
"Andiamo," disse. "Dobbiamo sbrigarci o la colazione sarà pronta prima di noi."
Aragorn precedette i genitori, trotterellando su per le scale. Gimli e Boromir attesero, invece, che Denethor si alzasse: al figlio del Sovrintendente non piaceva l'idea che suo padre rimanesse da solo col nuovo nato, con cui passava fin troppo tempo. Il piccolino riceveva un sacco di attenzioni da tutti, molte di più di quante non ne ricevesse lui al momento.
In camera con Arathorn, Gilraen ed Aragorn, in un contesto decisamente più intimo rispetto a quando erano in Sala, Legolas riuscì infine a calmarsi. Gli fu permesso di sfogarsi quanto desiderava, finché i singhiozzi non si fecero meno frequenti e non si limitò a tirare su col naso di quando in quando.
Era rimasto l'unico ad essere ancora in abiti da notte.
"Grazie," si limitò a dire ai due adulti seduti sul letto, accanto a lui. "Grazie tantissimo."
"Ricordati che devi fare il bravo," disse il Ramingo. "Io me ne dovrò andare, dopo la festa di mezza estate, ma tu dovrai comunque fare il bravo elfino. Con o senza di me."
"Sì."
"E quando tornerò, non voglio sentir dire che avete fatto disperare le vostre zie o mamme," insistette l'uomo, lanciando un'occhiata eloquente a suo figlio. "So che manca ancora del tempo, ma mettetevelo bene in testa."
"Sì!" replicarono i due interessati all'unisono.
Non dovette passare molto prima che tutta la famiglia si trovasse riunita in Sala da Pranzo. Bambini ed adulti erano vestiti a festa, per l'occasione; stropicciandosi il colletto, Boromir lanciò un'occhiata di disapprovazione al piccolo elfo, che incolpava certamente per quella tortura. Cercò di consolarsi al pensiero del cibo che sarebbe stato delizioso ed abbondante, ma non poté trattenere un piccolo capriccio su quanto odiasse andare in giro conciato così.
"E non piace nemmeno a me, mamma!" gli fece eco Aragorn, protestando sentitamente. "Ma perché dobbiamo farlo?"
"Perché è il compleanno del Principe di Bosco Atro," spiegò Denethor. "Sarà il caso di dimostrare un po' di rispetto?"
Legolas arrivò nei suoi abiti migliori, con una piccola tiara d'argento tra i capelli, semplice ma degna del figlio di un Re. Era raggiante ed era davvero un Principe Elfico, in quel momento. Gli fu permesso di sedersi a capotavola e gli venne concesso di assegnare i posti per quella giornata. Non ci sarebbero stati un tavolo degli adulti ed uno dei bambini, decise, e stabilì che avrebbe avuto a destra Gilraen, Aragorn ed Arathorn e a sinistra Finduilas, Boromir, Denethor ed infine Gimli. Faramir era stato messo nella propria culla, portata in Sala per l'occasione.
"Oggi puoi avere tutto ciò che desideri," disse Arathorn. "Purché non siano cose proibite a dei bambini e non vadano a svantaggio di nessuno. Ma tutto il resto è tuo: qualsiasi gioco tu voglia fare, in qualsiasi modo tu voglia spendere il pomeriggio, ti sarà concesso quello che chiederai. Perché è il tuo compleanno ed è il tuo giorno."
Legolas sorrise al culmine dell'eccitazione; le cameriere cominciarono ad entrare con le portate per la colazione e per prima cosa disposero, dinnanzi al festeggiato, una torta di panna e fragole che era una gioia a guardarla.
Aragorn sentì l'irrefrenabile istinto di allungare un dito per rubarne un ricciolo, uno solo.
"Estel!", ammonì Arathorn dandogli uno scappellotto. "Siamo bambini o maialini?"
"Ma io dovevo! Scusa, babbo!"
"Non riprovarci!" e l'occhio del Ramingo cadde su un altro bambino. "Boromir!"
L'interessato si infilò il dito in bocca velocemente.
"Non ho fatto niente," mentì, ricevendo uno scapaccione dal proprio padre.
"Basta voi due," protestò Legolas. "Sennò vi faccio sedere in fondo al tavolo e niente torta!"
"Severo ma giusto," convenne Denethor. "Smettetela di fare gli sciocchi."
Fu subito dopo la torta che un corvo entrò da una delle finestre. Arathorn fece cenno agli altri di non scacciarlo e lo chiamò a sé, ma l'uccello sembrava sapere di chi fosse in cerca e si diresse senza esitazione dal piccolo elfo.
"Principe Legolas," disse in una lingua comprensibile a tutti, al punto che Aragorn e Boromir si stupirono di poterla capire. "Ho un messaggio da vostro padre."
Si accomodò sul grembo del bambino e lasciò che prendesse la pergamena che aveva custodito gelosamente fino ad allora. Era stata chiusa con una collana d'argento che terminava in un ciondolo di smeraldo a forma di foglia. Legolas la indossò subito, chiedendo a Finduilas di aiutarlo nell'impresa, quindi srotolò il plico e lesse, tirando su col naso di quando in quando.
"Tutto bene?" domandò la donna.
"Sì, zia. Ada dice che mi pensa sempre e che gli manco tanto. E spera che ho avuto l'arco per il compleanno e che sono stato un bravo bambino."
"Allora dopo gli scriviamo, così puoi raccontargli tutto. Che ne dici?"
"Sì! Zia, questo corvo può restare con noi, per ora, così poi gli diamo un messaggio per ada e gli dice anche come uso l'arco?"
"Ma certo, non ti preoccupare."
La moglie del Sovrintendente ordinò che venissero accomodati due piattini anche per il volatile, uno pieno d'acqua ed uno ricolmo di cibo, poiché il suo viaggio non era stato di breve durata. Nessuno degli adulti si stupì di poter comprendere la lingua dell'animale: del resto era normale, tra elfi, nani e uomini, ricorrere a tali messaggeri alati. Non era stato forse stato un uccello a dare l'allarme per primo, all'epoca dell'avventura di Thorin e compagni?
Denethor pensò che avrebbe chiesto a propria volta al corvo di portare un messaggio a Thranduil e Glόin, per informarli su come si comportavano i loro figli. Non lo aveva mai detto ai bambini, ma cercava di tenere aggiornati i loro genitori per quanto poteva, Arathorn incluso, scrivendo loro regolarmente. Thranduil, nella sua Reggia a Bosco Atro, sarebbe stato felice dei progressi del rampollo: spesso, nei mesi precedenti, era stato tentato di recarsi a Minas Tirith per metterlo in riga.
Legolas, al momento, era un bambino felice. Felice che fosse il suo compleanno, felice di sentirsi amato da tutti, felice di essere viziato e coccolato come desiderava.
Attese con impazienza che la colazione fosse finita e che i due uomini si alzassero da tavola, permettendo al resto della famiglia di fare altrettanto. Li guardò uscire e li seguì con gli occhi, mentre si dirigevano nella Stanza dei Cimeli, ma non osò andare con loro visto che non gli era stato chiesto di farlo.
Non passò molto prima che lo chiamassero in cortile; il tiepido sole del mattino splendeva in cielo ed era una giornata senza una nuvola, ben diversa delle precedenti. Obbedì correndo, seguito dagli altri bambini e, a distanza, dalle due donne.
Arathorn lo attendeva con un piccolo arco di legno, ben lavorato e perfettamente rifinito, tra le mani. Denethor reggeva la faretra: le frecce non avevano la punta e non avrebbero potuto uccidere nessuno, ma avrebbero comunque potuto far male. L'elfino si sentì mancare il fiato e si avvicinò tremando leggermente.
"È mio?" chiese.
"Sì," replicò il Ramingo. "Posso farti vedere come si usa?"
"Io… io lo so già. Perché mi ha insegnato ada. Mi ha fatto lezione, qualche volta, però mi aiutava perché l'arco di ada è grande per me."
"Allora dimostraci quello che sai fare!" sorrise il Sovrintendente. Scesero nel sesto cerchio.
"Riesci a colpire quell'albero, Legolas?" domandò l'uomo, indicando davanti a sé.
Boromir ed Aragorn guardarono l'amico con ammirazione, mentre Gimli scuoteva la testa scettico. Il principe imbracciò il giocattolo, si fece passare una freccia, si concentrò per qualche istante, quindi mirò e centrò il bersaglio.
"Un talento straordinario," sorrise Arathorn, guardando Denethor con stupore. "Bravissimo, piccolo, bravissimo davvero."
"Sono senza parole," convenne il Sire. Fecero provare anche agli altri tre – incluso Gimli, sebbene il festeggiato non fosse d'accordo – ed i risultati furono ben diversi. Legolas prese galletto e, alla presenza delle zie, decise di colpire un albero più lontano del precedente.
"Bravissimo tesoro. Sei davvero bravissimo," sorrise Gilraen facendogli una carezza.
"Un piccolo guerriero," convenne Finduilas.
Le due dame si andarono a sedere su una delle panche del giardino. Gilraen notò una certa tristezza negli occhi di Finduilas e la abbracciò.
"Che cosa c'è che non va? Sei ancora preoccupata per Faramir?"
"No," rispose quella. "Ha due settimane e per ora sembra che stia andando tutto bene. Brandir dice che è un bambino sanissimo e so che lo è. Non sono preoccupata per lui."
"E allora?"
"Non mi piace vedere i bambini giocare con le armi," sospirò la moglie del Sovrintendente. "So che non sono armi vere e proprie, so che sono innocue, ma mi fanno star male."
"Perché?"
"Se potessimo vivere in pace fino alla fine dei nostri giorni, le vedrei solo come dei balocchi. Se non dovessimo temere niente, per il futuro, se la Terra Nera fosse stata definitivamente sconfitta, allora vederli combattere mi farebbe sorridere. Ma ogni volta che Boromir ha in mano la sua spada di legno, penso che sia un addestramento. Adesso ha cinque anni ed una spada di legno. Quando di anni ne avrà venti quella spada sarà di ferro… e forse un giorno il mio bambino non tornerà più a casa."
Gilraen tacque. L'idillio non era destinato a durare per sempre.
"Ho sperato tanto che Faramir, almeno Faramir, fosse una femmina e che non dovesse scendere in battaglia," proseguì Finduilas. "Ma è un maschio e come gli altri dovrà prendere parte ad una guerra più grande di lui. E come gli altri, forse un giorno non tornerà più a casa."
"Lo capisco," disse Gilraen, con un filo di voce. "Almeno tu temi solo per i tuoi figli… ed anch'io temo per loro e per tutto quello che sarà. Ma non devi temere anche per tuo marito: Arathorn presto ripartirà."
"Lo so," disse Finduilas stringendo a sé l'amica.
"Mi sento morire ogni volta che riparte e resto sospesa finché non ritorna. E la stessa cosa succederà anche con mio figlio."
Erano due donne in un'epoca che non lasciava loro spazio, stando alle leggi ed alle convenzioni del tempo. Tuttavia, avevano un ruolo importante, sebbene non potessero impugnare le armi.
Finduilas conosceva bene la profonda tristezza che celavano gli occhi di Denethor, la sua paura del futuro: era il Sovrintendente Reggente di Minas Tirith, ultimo avamposto di civiltà prima della barbarie di Mordor. Con la propria presenza, gli dava la forza per andare avanti. Cosa avrebbero fatto suo marito ed i suoi figli senza di lei? Erano bastati due mesi lontani a far capire loro che non avrebbero potuto vivere separati.
Gilraen, dal canto proprio, era consapevole di avere dato la speranza agli uomini, mettendo al mondo Aragorn. Tentava di infondere quella stessa speranza anche nel cuore di Arathorn, quando l'uomo riteneva di non fare abbastanza per renderla felice o, semplicemente, non si sentiva all'altezza della propria discendenza. Talvolta la guardava negli occhi e le domandava se avesse senso rischiare la vita, restare lontani in nome di qualcosa che non esisteva. Aragorn un giorno avrebbe regnato, rispondeva allora Gilraen, ed era loro dovere gettare le basi per il futuro.
Entrambe volsero lo sguardo ai propri mariti, giunti a recuperale.
"Va tutto bene?" domandò Arathorn. "Vi sentite male?"
"Stiamo bene, non preoccuparti," disse Gilraen, tentando di accennare un sorriso. Finduilas si sforzò di fare altrettanto, mentre Denethor la prendeva per mano e la aiutava a rimettersi in piedi.
"Allora venite," disse il Sovrintendente. "È una bella giornata. Possiamo passarla insieme?"
"Sì," replicò la donna, quindi sfiorò le labbra del marito con un bacio leggero: l'uomo rimase interdetto, in quanto non era abituato a certe effusioni in pubblico.
"Mi andava di farlo, scusami," disse Finduilas, notandone l'incertezza.
"Non scusarti. Per favore, non farlo," replicò il Sire prendendola sottobraccio. Si diressero dai bambini, prima che combinassero qualche disastro, da soli con un arco, e si accomodarono sotto l'ombra di uno degli alberi.
Le due dame cercarono di scacciare i pensieri di poco prima: dato che il futuro era incerto, tanto valeva godersi il presente. Avrebbero custodito gelosamente il ricordo di quegli istanti.
Delle urla richiamarono la loro attenzione.
D'istinto, Gilraen si alzò e si diresse dai piccoli, seguita dagli altri tre.
"Che succede?" chiese, frapponendosi tra i contendenti.
"È colpa sua!" replicò Legolas, indicando Gimli.
"Visto che hai le orecchie a punta, l'orchetto lo fai tu!" si difese l'accusato.
"No! No, impossibile!"
"Gli orchetti erano elfi una volta! E tu sei un elfo, sbaglio?"
"Stiamo giocando all'ultima alleanza," spiegò Boromir. "E nessuno vuole fare l'orchetto."
"Come sempre!" sbuffò Aragorn.
"Di certo lui non può fare l'elfo!" sottolineò Legolas, rivolto al nano. "Io faccio l'elfo. Perché è il mio compleanno, perché ho un arco e perché… e perché sono un Principe Elfico! Lui, deve fare l'orchetto, perché i nani nell'ultima alleanza non c'erano!"
"Io l'orchetto non lo faccio e non lo farò mai!" replicò il figlio di Glόin piccato.
A sorpresa, Gilraen scoppiò a ridere.
"Scusate," disse. "Ma io questa scena l'ho già vissuta. Almeno, oggi non è giorno di bagno!" La sua mente tornò a due mesi prima, alla notte in cui Arathorn era tornato a casa con il braccio fasciato.
"Sapete una cosa?" intervenne Denethor. "L'orchetto lo faccio io!"
"Ma babbo, tu sei il Sovrintendente!" protestò Boromir. "Non puoi!"
"Certo che posso!"
"Allora io faccio Sauron in persona," propose Arathorn, trovando tutto ciò molto divertente.
"Io non voglio che tu sei Sauron!" pigolò Aragorn. "Non voglio tagliarti il dito!"
"Non per davvero, spero!" esclamò l'uomo. "Avanti, scegliete chi volete essere!"
Un coro di vocine squillanti rispose all'unisono, rendendo impossibile capire chi volesse essere chi.
Le due donne tornarono a sedersi sotto all'albero. Guardarono i loro uomini, grandi e piccoli, giocare tra di loro: Denethor si ritrovò ad essere attaccato da quattro furie, che gli dichiararono guerra pressoché contemporaneamente; Arathorn ebbe di che temere per il proprio futuro prossimo.
Gilraen e Finduilas sorrisero: avrebbero presto dovuto consolare i rispettivi mariti ed elogiare i loro piccoli eroi. Le loro imprese, per il momento, erano note solo alle loro mamme ma un giorno sarebbero state cantate in tutta la Terra di Mezzo, nei secoli dei secoli a venire.
FINE
