I giardini di palazzo Jarjayes erano un tripudio di colori, i cespugli di rose si erano riempiti di fiori dalle varie sfumature e lei passeggiava cullata dal tepore del sole e dal profumo inebriante della primavera. Presto si sarebbe celebrato il suo matrimonio e in casa fervevano i preparativi, anche se lei non era contenta e detestava l'idea di doversi sposare per imposizione del padre.
Si fermò nei pressi dell'ultima varietà di rose che il loro giardiniere era riuscito a reperire con molta difficoltà, una splendida rosa nera che sembrava fatta di velluto risplendeva alla luce del sole. Sentì una presenza alle sue spalle e chiuse gli occhi, aveva riconosciuto l'odore che accompagnava sempre la sua persone e sorrise.
- Buongiorno André.
Lui non le rispose, limitandosi a mettersi al suo fianco e ad allungare una mano per cogliere quella splendida rosa appena sbocciata. Stando attendo a non pungerla gliela mise delicatamente in mano e rimase a fissarla a lungo.
- La rosa più bella e preziosa è quella che sboccia nelle avversità – i loro occhi non si staccavano gli uni dagli altri – Tu sei come questa rosa.
Improvvisamente il sole scomparì e lei si ritrovò in un giardino pieno di rovi. Continuava a guardarsi in torno alla ricerca disperata dell'uomo che le era stato accanto fino a poco prima.
- André! Dove sei? Non mi piace questo gioco.
I suoi occhi si spostarono sulla mano che poco prima teneva la rosa, il fiore era sparito lasciando il posto ad un pugnale insanguinato.

Si svegliò di soprassalto, madida di sudore e stravolta da quel sogno. Tremante scese dal letto e si ritrovò in ginocchio, le gambe avevano ceduto per l'emozione. Poi una paura che credeva di aver dimenticato si impossessò di lei.
Cominciò a gattonare in giro per la stanza, cercando un rifugio. Lui presto sarebbe entrato, ubriaco come sempre e l'avrebbe picchiata fino a stordirla per poi abusare di lei. Nel proprio ceco terrore non si rendeva neanche conto di continuare ad urtare violentemente i mobili, finché un movimento improvviso davanti a lei non la fece sussultare.
Alzò di scatto le braccia per proteggersi e chiuse gli occhi per non vedere, i secondi passarono come ore nella sua mente annebbiata dalla paura. Finalmente si azzardò a guardare cercando di capire perché lui non dicesse niente, perché non le facesse ancora del male e si rese conto che il movimento che l'aveva fatta trasalire, altro non era che il proprio riflesso nel grande specchio alla parete.
Il cuore lentamente tornò a battere ad un ritmo accettabile, mentre lei ritrovava la propria lucidità e si soffermava su quella figura tremante che la guardava. Era scalza, scarmigliata e con gli occhi sgranati, quando era stata l'ultima volta che si era ritrovata in quella situazione? Decise che era arrivato il momento di riprendere il controllo di sé. Chiuse gli occhi e respirò a fondo, mentre lentamente tornava in posizione eretta per poi tornare a guardare la propria immagine.
- Io sono Marie Gerardine de Jarjayes, marchesa de Brennon. Sono una donna forte, altera e potente. Tutti hanno paura di me e mi rispettano, io non cedo mai e non ho attimi di debolezza – ripeté la tiritera un paio di volte a voce alta, per ricordare a sé stessa chi era e dove era arrivata grazie solo alla sua forza di volontà.
Si accostò alla vetrata dei suoi appartamenti a Versailles e scrutò la luna. Erano passati tanti anni, eppure quel ricordo tornava ancora a tormentarla ogni tanto. Si scostò una ciocca di capelli dal viso con gesto impaziente, non poteva cambiare il passato e non credeva nei fantasmi. Sapeva che quei sogni erano solo il rimorso e il rimpianto di qualcosa che non era mai stato e non sarebbe tornato.
Forse il matrimonio di sua nipote le ricordava quello che era successo a lei ventitré anni prima e questo spiegava l'incubo che aveva avuto. Si consolò pensando che era stata meno crudele di suo padre, che aveva dato a sua nipote un marito diverso dal marchese de Brennon e che comunque ormai era tardi per tornare indietro. Mancavano solo due settimane alla cerimonia che, su richiesta della Delfina in persona, si sarebbe svolta nella cappella di Versailles alla presenza della famiglia reale e della nobiltà. Bello smacco per i nemici dei de Jarjayes, questo dimostrava la loro influenza e come la futura regina fosse affezionata al comandante delle guardie reali.
Della famiglia de Brennon, lei sarebbe stata l'unica presente. La cosa non la turbava più di tanto: lei e suo marito non si parlavano da anni ormai, lui era troppo preso dalle numerose amanti e dagli amici di bagordi per ricordarsi di avere una consorte; dei tre figli nessuno la cercava mai, d'altro canto lei non era affezionata a nessuno di loro, erano più figli del marchese che suoi.
"Ho mai provato affetto per qualcuno? Sono mai stata qualcosa di più che un'arida manipolatrice?" Perché quella domanda adesso? Il destino aveva scelto al suo posto, privandola della tenerezza e della gioia di vivere. Nella sua vita ormai c'era solo il buon nome del suo casato, era tutto ciò che le rimaneva.
Sorrise amara, un tempo aveva provato affetto per tre persone ed ora erano tutti morti. Che senso aveva l'amore? Ogni attimo di felicità veniva pagato con sofferenze indicibili, allora perché darsi tanta pena? Rabbrividì nel freddo della propria stanza e si mise di nuovo al letto alla ricerca di un po' di tepore.
Senza rendersene conto si addormentò piangendo per quello che aveva perso e per la ragazzina che era stata.

André stava finendo di vestirsi, stupendosi ancora di come la sua vita era cambiata nel volgere di una notte. Occupava ancora la stanca contigua a quella di Oscar, ma molte cose erano diverse, primo fra tutte il suo guardaroba. Le giacche comode e dimesse erano state sostituite da eleganti indumenti di velluto e seta riccamente ricamati, le sue camicie ed i pantaloni provenivano da un sarto molto in voga fra i nobile ed aveva scarpe e stivali di prima scelta.
La mattina veniva svegliato dal proprio valletto personale e il primo giorno gli era preso quasi un colpo quando Jacques era entrato tutto impettito nella sua camera e gli aveva chiesto se "sua signoria" aveva dormito bene. Sentirsi chiamare così dal personale di servizio gli dava una sensazione strana e imbarazzante, chiarando che una barriera altissima si era alzata fra lui e il resto della servitù.
Come era avvenuto nelle ultime due settimane, era stato avvisato che "suo padre, il Generale" lo attendeva da basso per fare colazione insieme. Non che fosse una novità mangiare alla tavola dei padroni, ma ora era anche lui uno di "loro".
Passando accanto alla porta di Oscar sentì la ragazza lamentarsi, mentre voci di donne a lui sconosciute continuava a cinguettare della morbidezza dei tessuti. Incuriosito sbirciò dalla porta socchiusa e vide la sua amica di sempre seduta su una poltrona, mentre delle ragazze continuavano a mostrarle abiti dalle varie fogge sotto l'occhio attento di Nanny e della contessa Marguerite.
- Io non voglio indossare nessuno di questi vestiti – ribadì la ragazza accigliandosi ancora di più.
- Oscar, mia cara, ragiona. Non puoi presentarti all'altare in uniforme, cosa penserebbero gli invitati? – la contessa sembrava sfinita da quella lotta con la figlia.
- Pensino quello che vogliono, io non voglio indossare un vestito da donna.
- Bambina mia – provò Nanny – Rifletti, non vuoi che il tuo sposo ti trovi bellissima?
André pensò di aver sentito abbastanza. Entrò nella stanza con passo sicuro, doveva aiutarla ad uscire da tutto questo con il minimo dolore. Non poteva sopportare che lei affrontasse tutto da sola, senza nessuno che prendesse le sue difese.
- Cosa succede? – chiese fissando sua nonna.
- André… volevo dire, sua signoria – si corresse l'anziana donna abbassando lo sguardo – La vostra fidanzata dovrebbe scegliere il vestito per la cerimonia.
- Cosa vorresti indossare, Oscar?
- Niente di tutto questo! – la ragazza scattò in piedi e strinse i pugni – Se proprio deve esserci questa "cerimonia", voglio farla con i "miei" vestiti.
- D'accordo – acconsentì lui – Voglio che Oscar si vesta come desideri per il giorno del nostro matrimonio. Obiezioni?
La contessa e la vecchia nutrice si guardarono incerte, non potevano opporsi ad un preciso ordine dell'erede dei de Jarjayes. André sorrise, pensando che il suo nuovo ruolo aveva dei risvolti piacevoli, la gente faceva quello che lui diceva senza contraddirlo.
- Signore – disse rivolto alle ragazze che avevano ancora in mano i vestiti da sposa – Credo che possiate andare ora.
Uscirono tutti dalla stanza, Nanny si mise sulla soglia della porta continuando a fissare i due ragazzi, sapendo di non poterli più lasciare soli.
André mise una mano sulla spalla di Oscar.
- Qualsiasi cosa tu decida per me va bene – le disse con un sorrise dolce – Hai ragione, se proprio dobbiamo sposarci preferisco che tu ti vesta come ritieni più consono.
- Grazie, André – lei si scostò in modo brusco.
- Ora che la faccenda è stata risolta, vogliamo scendere per la colazione?
- D'accordo – acconsentì lei con lo sguardo basso – Non vorrei fare aspettare "nostro" padre.
Al ragazzo non era sfuggito tutto il sarcasmo che l'amica aveva messo nel pronunciare quella frase e si limitò a seguirla fissandola con uno sguardo triste. Voleva chiarirsi con lei, ma non li lasciavano mai soli, erano sempre sotto stretta sorveglianza ogni volta che si incontravano. Inoltre aveva il vago sospetto che Oscar lo stesse evitando deliberatamente, la cosa non lo stupiva, ma lo rattristava molto.

Continua…