Socchiuse le palpebre, svegliata dal chiarore che passava attraverso i tendaggi, e si voltò verso la sagoma che dormiva al suo fianco. I capelli sciolti nascondevano quei lineamenti a lei così famigliari, istintivamente allungò una mano per spostarli e poterlo guardare mentre dormiva.
Erano passati quattro anni dal loro matrimonio, anche se non aveva ancora ben chiaro cosa fosse che la legava ad André, aveva smesso di tormentarsi. Bastava che lui le fosse accanto e tutto il resto del mondo spariva come per incanto. Non esistevano più i suoi doveri, le preoccupazioni che derivavano dal suo ruolo di comandante delle guardie, suo padre e le sue mille pretese.
Quando André la prendeva fra le braccia, esistevano solo loro due. Il mondo si riduceva alle quattro pareti che delineavano la sua camera e lei si sentiva finalmente libera da tutto. Lui non le chiedeva mai nulla riguardo i suoi sentimenti, si limitava a mormorarle il suo amore e stringerla in un caldo abbraccio. Era tutto ciò di cui lei sentiva il bisogno. Si stupiva di come lei, sempre così fredda e distaccata, si ritrovasse ad essere una donna passionale e piena di desiderio.
Sorrise pensando a tutti i pettegolezzi che giravano a corte riguardo il loro matrimonio, alcune dame insinuavano che non fosse stato neanche consumato, vista la particolare condizione della sposa. Non le deva più fastidio che tutti parlassero di lei e facessero congetture su quello che nascondeva l'uniforme, sul fatto che forse lei non era neanche una vera donna.
L'unica cosa che ancora la turbava era quando sentiva i commenti di alcune dame riguardo all'avvenenza di André, alcuni giorni prima ne aveva sentito qualcuna chiedersi se il bel conte avesse bisogno di essere "consolato" della freddezza della sua sposa. Era pronta a scommettere che molte di loro si sarebbe offerte volentieri di scaldarlo, dopo una giornata passata al fianco di "un'algida bellezza" come la sua.
Si rese conto che due iridi verdi la guardarono e si destò dai suoi pensieri. André le regalò uno dei suoi sorrisi e poi si girò supino, incrociando le braccia dietro la testa. Oscar si accigliò, era la prima volta che lui non faceva nulla per convincerla a rimanere a letto, mentre di solito la mattina la stuzzicava e si impegnava per distrarla dal dovere di alzarsi.
Decise di prenderlo di sorpresa, voltandosi su di lui e cominciando a baciargli il collo, mentre scivolava dolcemente sul suo corpo. André si lasciò sfuggire una risata, mentre le sue mani forti e grandi le percorrevano la schiena.
- Non hai fretta di alzarti, stamattina? – la prese in giro – La regina non può certo aspettarti.
- Oggi non vado a corte – rispose lei mentre continuava a stuzzicargli il collo.
- Come mai?
- Ho preso un giorno di riposo. Credo di meritarmelo.
- Allora, credo convenga prepararci e poi, magari, usciamo per una cavalcata. A meno che tu non abbia altri programmi.
Gli afferrò le mani e portò i bracci di lui sopra la testa, mentre lo scrutava con uno sguardo severo. André, da parte sua, sembrava intenzionato a lasciarla fare, curioso di vedere cosa avesse in mente la sua riottosa sposa.
- Ancora…
- Cosa? – fece finta di non capire lui.
- Ancora… come ieri sera…
Invertì le posizioni con un colpo di reni e l'accontentò.
Gerardine camminava nervosa nella sua stanza, continuando a rigirare nelle mani quella lettera che l'aveva così turbata. Si disse che era ancora troppo presto, la sua posizione non era ancora così stabile da poter sopportare un tale scossone.
Rilesse il messaggio di suo marito e maledisse il destino che sembrava avercela con lei. Aveva lottato duramente perché la sua posizione fosse inattaccabile, ma ora le cose stavano per precipitare. Doveva intervenire prima che fosse troppo tardi.
Vorrei ricordarti i tuoi doveri di moglie, visto che tu sembra averli dimenticati. La nostra protratta separazione sta mettendo in imbarazzo il mio casato, tanto più che tu vivi a Versailles che si trova vicino a Parigi.
Esigo che questo tuo atteggiamento venga interrotto il prima possibile, non essendo più in grado di trovare giustificazioni per la tua condotta. L'etichetta prevede che marito e moglie condividano lo stesso tetto, anche se non lo stesso talamo.
Mi è giunta voce, inoltre, che da tre anni ti stai occupando dell'educazione di una tua parente che risiede presso il palazzo di tuo fratello. Per una donna che non si è occupata neanche di crescere i propri figli ciò è scandaloso.
Se non ritornerai sui tuoi passi, mi vedrò costretto mio malgrado a prendere seri provvedimenti.
Appallottolò la lettera e imprecò contro quell'uomo che suo padre le aveva fatto sposare. Ora si ricordava improvvisamente di avere una moglie, peggio ancora la minacciava. Quel piccolo ottuso depravato… il turpiloquio interiore continuò mentre una parte del suo cervello cercava una soluzione al problema.
Le rinfacciava di non essersi occupata dei suoi figli, quell'aguzzino senza pietà! Dopo tutto quello che le aveva fatto, osava ancora usare quel tono da marito ferito. Aveva preso una decisione, in fin dei conti era un passo necessario. Aveva evitato di parlare con il duca d'Orleans riguardo quelle famose lettere, era ora che qualcuno svegliasse il bell'addormentato e che lo costringesse a fare qualcosa di utile nella sua vita.
La sua mente tornò indietro, rivivendo quelli che per lei erano stati dei tormenti ingiustificati. Rosalie era la figlia che non aveva avuto la possibilità di crescere, nessuno gliela avrebbe strappata via.
Il marchese avrebbe imparato a sue spese che chi semina vento raccoglie tempesta.
1750
La camera era buia, aveva spento lei stessa tutte le candele. Aspettava immobile vicino alla finestra che l'uomo che aveva sposato quella mattina entrasse. Aveva paura, lo sguardo negli occhi del marchese durante i festeggiamenti era qualcosa che non aveva mai visto.
Un insieme di odio, rancore, lussuria. Rabbrividì al pensiero di dover dividere il letto con quell'uomo, che hai suoi occhi di quindicenne era un vecchio. Ripensò la dolce abbracciò del suo André, al modo in cui la baciava e com'era stato delicato quella sera nella stalla. Una lacrima le solcò il viso al ricordo dell'epilogo di quel loro convegno.
Non aveva potuto neanche dire addio ad Annette. Suo padre l'aveva chiusa a chiave nelle sue stanze, dalla finestra aveva visto la sua amica aggrappata al bracciò di Armand, mentre sotto la pioggia lasciavano per sempre palazzo Jarjayes.
Nel volgere di pochi attimi aveva perso tutto quello che le era stato caro. L'uomo che amava, i suoi migliori amici, la benevolenza di suo padre e suo fratello. Ora era solo una reietta, non più benaccetta nella casa che le aveva dato i natali, maritata con un uomo noto per la sua natura depravata e per essere un ubbriacone.
Chiuse gli occhi e si disse che poteva ancora sognare. Quando lui l'avrebbe presa fra le braccia, avrebbe immaginato André. Ogni volta che suo marito avrebbe preteso i suoi diritti coniugali, lei si sarebbe rifugiata nel ricordo del suo amore.
La porta si spalancò, lasciando entrare un uomo barcollante che reggeva ancora in mano una bottiglia di vino. Con un calciò deciso richiuse l'anta e si avvicinò a lei che lo guardava con gli occhi sgranati. Persino da quella distanza riusciva a percepire la puzza di liquore.
Il marchese si fermò ad un passo da lei e poggiò la bottiglia sulla toletta, senza perderla di vista un solo istante. Le regalò un sorriso torvo, aggrottando le sopracciglia in uno sguardo che non presagiva niente di buono. Gerardine ingoiò un paio di volte e poi chiuse gli occhi, decisa ad estraniarsi di quello che lui stava per farle.
Si rese conto di essere stata colpita solo quando si ritrovò per terra, con la guancia in fiamme. Sollevò gli occhi incredula, mentre quell'ombra grottesca si chinava su di lei e l'afferrava saldamente per le spalle.
- Eccola qui, la nostra piccola contessina – la schernì la voce imbastata dall'alcool – Vediamo di farti capire subito chi comanda da ora in poi. Tuo padre è stato troppo condiscendente con te. Cavalcare, tirare di scherma… una donna non dovrebbe fare queste cose. Ora ti insegnerò io ad essere una brava moglie.
La colpì ancora in pieno volto, stavolta con la mano chiusa. Lei avvertì il sapore metallico del sangue in bocca, ma si impose di non gridare e di non piangere. Non poteva permettergli di piegarla con la violenza, lei era una de Jarjayes!
La strattonò fino al letto e poi la gettò sulle coltri ancora tirate. Come lei cercò di sottrarsi, la colpì di nuovo con più violenza facendole fischiare le orecchie. Sentì la stoffa della camicia da notte lacerarsi ed avvertì il respiro pesante dell'uomo sulla sua guancia.
- Ora ti insegnerò un paio di cosette…
Avvertì il peso di lui addosso e poi un dolore lancinante fra le gambe. Cercò nuovamente di liberarsi, ma la sua resistenza fu ricompensata con altri colpi sempre più violenti, fino a che i contorni delle cose sfumarono lentamente. Sentiva ancora il dolore mentre lui sbuffava e squittiva, per quanto si sforzasse non riusciva ad imporre al suo cervello di distaccarsi dal corpo.
Troppo dolore, troppa sofferenza ed infine le lacrime, mentre lui terminava la sua opera di "ammaestramento".
Continua…
