Si era seduto sul letto, poggiando la schiena contro la testiera, guardando fuori dalla finestra i roseti in fiore. Le finestre erano state aperte per lasciare entrare l'aria tiepida della primavera inoltrata, nella stanza aleggiava odore di lilla. André si chiese da dove veniva quel profumo, Oscar preferiva le rose fresche nella stanza. Erano gli unici fiori che Nanny poteva introdurre in quel posto, la ragazza faceva portare via qualsiasi altra cosa adducendo che le procurava mal di testa.
Erano gli ultimi attimi di quiete prima che lei si svegliasse e lui fosse costretto a rivelarle il motivo del malore avuto a corte quella mattina. Qualcosa gli diceva che non sarebbe stato né facile né gradevole confrontarsi con sua moglie in merito alla gravidanza. Oscar avrebbe sollevato un polverone una volta ascoltato cosa il medico aveva prescritto: riposo fino a che le vertigini non fossero passate, niente cavalli fino al parto, assolutamente doveva abbandonare temporaneamente il lavoro. Chi avrebbe mai osato comunicarle quelle direttive?
Sospirò rassegnato: era lui il marito e il padre del piccolo in arrivo, non poteva delegare nessuno all'assolvimento di quel compito. Stavolta non ci sarebbe stato nessuno a prendere le difese di Oscar quando avrebbe provato a disobbedire al medico: qualsiasi cosa il Generale avesse in mente, quello era figlio suo e non avrebbe certo aiutato a metterne in pericolo l'incolumità. Se fosse stato necessario avrebbe ordinato che ci fosse sempre una cameriera con lei, per impedirle di fare qualcosa di stupido, avventato e pericoloso.
Quello che veramente lo angustiava era l'ultima cosa che aveva detto il dottore: assolutamente doveva abbandonare quanto prima gli abiti di foggia maschile in favore di abiti femminili più ampi e che non costringessero la pancia. Rabbrividiva all'idea della reazione della sua amica d'infanzia: urla, strepiti, minacce. Gli si parò davanti gli occhi la scena di lei che faceva a brandelli qualsiasi indumento vagamente femminile che la madre e Nanny le avrebbero proposto.
Decise che era preferibile passare quegli ultimi attimi di pace ricordando le cose belle. Il ricordo che più degli altri gli si affacciava alla memoria, risaliva a poche settimane prima. Oscar aveva preso un giorno di permesso dal suo incarico e avevano passato la maggior parte della mattina nel letto, insieme. Si erano decisi ad alzarsi solo quando la cameriera aveva bussato discretamente alla porta per annunciare che di lì a poco sarebbe stato servito il pranzo.
"Ancora… come ieri sera…" La richiesta così esplicita di Oscar l'aveva lasciato un attimo interdetto, poi aveva sorriso, deciso ad accontentarla. Da che ricordava, era la prima volta che lei chiedeva così sfacciatamente di fare l'amore: normalmente era sempre lui a prendere l'iniziativa e doveva faticare non poco per convincerla a lasciarsi andare; ma dopo… o dopo che si era finalmente rilassata era tutta un'altra storia.
La sentiva respirare affannosamente accanto a sé, mentre ammirava i giochi di luce sul soffitto. Erano entrambi sudati e accaldati, ma soddisfatti. Voleva stupirla, voleva godersi fino in fondo quello che poteva essere un caso fortuito: niente in lei sembrava cambiato, lui continuava a dirle quanto l'amava nella vana speranza che un giorno anche lei pronunciasse quelle due parole e gli aprisse, finalmente, il proprio cuore.
Si infilò ancora di più sotto le coperte e cominciò la propria esplorazione. La sentì ridere e dimenarsi, sotto le mani che continuavano a stuzzicarla e indugiavano nei punti che la facevano sospirare e gemere. Poi si fece più audace e decise di seguire solo il proprio istinto.
- André! Cosa stai facendo? – lei si tirò su a sedere, stupita di quello che stava avvenendo sotto le coperte.
- Non ti piace? A me sembrava che apprezzassi – rispose lui, spingendola fino a farla coricare di nuovo.
- E'… sono cose che… non si fa! – Oscar sembrava quasi spaventato da quel modo nuovo di procurarle piacere.
- Perché no? – il viso di André era la rappresentazione dell'innocenza.
- E'… sbagliato – disse, meno convinta.
- Chi lo dice?
- Come: chi lo dice? Ti rendi conto che… insomma… le regole della buona decenza…
Lui afferrò le coperte, si accomodò meglio sul corpo nudo di lei e le tirò fino a coprire le loro teste.
- Questo spazio chiuso è il nostro mondo – cominciò lui, con la risata nella voce – Qui ci siamo solo io e te, siamo noi che decidiamo cosa va bene e cosa no. Non esistono regole… fammi continuare.
- Cosa ti viene in mente? – lei riuscì a togliersi le coperte del capo – Di cosa parli?
- Ti fidi di me? – chiese lui guardandola fissa negli occhi.
- Sempre – lo sguardo di Oscar in quel momento… avrebbe voluto imprimerselo a fuoco nella mente.
- Lasciati amare…
La sentì muoversi al suo fianco e tornò prepotentemente al presente. La ragazza si stava svegliando, anche se le profonde occhiaie erano ancora presenti sul suo viso, sembrava più rilassata. Evidentemente il riposo le aveva giovato. Permise ad un ultimo pensiero di tornare a quel mattino: forse loro figlio era stato concepito proprio in quell'occasione.
- André? – aveva la voce impastata dal sonno e fece fatica a mettersi a sedere contro i guanciali.
- Tesoro, ti senti meglio? – premurosamente cercò di aiutarla a sistemare i cuscini per farla stare più comoda.
- Cos'è successo? Ricordo che stavo proteggendo sua maestà nell'abituale passeggiata mattutina e poi… devo essermi sentita male – si guardava in torno con aria smarrita – Siamo a casa?
- Sì, abbiamo preferito portarti qui e chiamare il medico.
- Fammi indovinare: mi sono stancata troppo e devo riposarmi? – scoppiò a ridere girandosi verso il marito, ma trovandolo stranamente serio si zittì subito – Cosa c'è? Non può essere niente di grave, io mi sento bene.
- Non è grave, però… il medico ha fatto delle raccomandazioni e tu dovrai seguire, scrupolosamente, le sue direttive.
- André, così mi spaventi. E' vero che ultimamente soffro spesso di emicranie e nausee, ma sarà solo un raffreddore mal curato, nulla di più – sembrava stesse cercando di venire a patti con la propria salute.
- Oscar… io… tu… - si passò le mani fra i capelli sciogliendo la coda, non sapeva neanche cosa dire esattamente.
- Cosa ho? – ora sembrava veramente spaventata – E' così grave?
- Sei incinta – lo disse in un soffio, voltandosi verso la porta per non dover vedere la sua reazione quando avrebbe cominciato ad urlare.
Contro ogni sua previsione, non un suono proveniva dalle sue spalle. Si girò lentamente, per assicurarsi che lei avesse capito. Si aspettava di vederla pronta ad esplodere, invece rimaneva seduta sul letto, con le mani abbandonate in grembo ed un aria assente sul volto.
- Tesoro, ti prego dì qualcosa – si mise a carponi sul materasso e le afferrò le mani.
Quella reazione apatica lo terrorizzava, avrebbe preferito vederla saltare giù dal letto e cominciare a dire cose come: "non è possibile", "non cambierò la mia vita per questo" o, quella che si aspettava di più, "il medico si è sbagliato".
- Oscar?
- Avete avvertito mio padre – continuava a guardare nel vuoto – Il suo tanto sospirato erede… dovrebbe essere contento, ora.
- Oscar, ti prego…
- E' per questo che ci hanno fatto sposare, giusto? Ho adempiuto al mio dovere verso il casato.
- Tutto qui? Per te nostro figlio è solo un dovere verso il casato?
I ruoli si erano invertiti: André stava per esplodere, mentre sua moglie sembrava calmissima.
- Sai benissimo che è quello che si aspetta da noi – si girò a guardarlo – Come dovrei vederlo?
- Come nostro figlio, Oscar, NOSTRO FIGLIO – afferrò il candeliere sul comodino e lo scagliò contro il muro – Come puoi essere così… indifferente.
Oscar lo guardò corrugando la fronte, non capiva bene cosa stesse succedendo. Non riusciva a reagire, come se assistesse a quella scena dal di fuori: come se la cosa non la riguardasse.
- Io… Non lasciarmi sola, non adesso – si alzò dal letto e fece il giro per cercare di fermarlo prima che uscisse – Ti prego!
Continua…
