- Non mi va – Oscar girò il viso disgustata.
Nonostante fossero riuscite a farla uscire per prendere un po' d'aria fresca in giardino, continuava a rifiutarsi di mangiare. Marron, a forza, le aveva messo in bocca un pezzo di pane imburrato con l'unico risultato che la ragazza era corsa a vomitare dietro un cespuglio. Gerardine corrugò la fronte preoccupata, non era normale nelle sue condizioni non mangiare nulla. Meditò che sua nipote era troppo deperita, ma decise che un attacco frontale non avrebbe sortito gli effetti sperati.
Elaborò in fretta e furia una strategia: la ragazza era stata visitata dal medico di famiglia, che non aveva trovato nulla di strano in lei. Quel vecchio caprone, ancorato alle sue certezze in ambito medico, non sembrava riuscire a trovare una soluzione. Dubitava che Oscar si sarebbe piegata a farsi visitare nuovamente da un altro specialista e, quindi, urgeva uno stratagemma.
- Ho saputo che tua madre e tuo padre sono alla reggia – cambiò argomento, sperando di portarla dove voleva lei.
- Sì – ammise il biondo comandante – Mia madre è una delle dame di compagnia della regina e i suoi servigi sono richiesti a Versailles. Mio padre… beh, a quanto pare il re ha bisogno del suo consiglio.
- Capisco… Quindi stai tutto il giorno sola, giusto? – sorrise del gesto di assenso della nipote – Perché non viene a Parigi con noi per qualche giorno? Distrarti ti farebbe bene e forse gioverebbe anche al tuo appetito.
La ragazza parve meditare sulla proposta della zia. Era vero che rimaneva spesso sola: i suoi genitori erano via, André rientrava raramente e Nanny era impegnata tutto il giorno a dirigere la servitù. Cosa la tratteneva lì? Era molto tentata, ma non sapeva bene come rispondere.
- Sarebbe meraviglioso – squittì Rosalie – Oh, madame Oscar, vi prego di accettare. Stasera io e la zia avevamo in programma di recarci all'opera, potreste unirvi a noi. Voi amate la musica.
- D'accordo – cedette infine – Dovrò avvertire Andrè e i miei genitori.
- Per i tuoi genitori, penso che un semplice biglietto possa andare bene, mentre Andrè si trova già a Parigi. Sarò felice di mandare uno dei miei valletti a dargli la notizia e ad invitarlo a dormire da noi per tutto il tempo in cui ti tratterrai. Sarebbe anche più comodo per lui non dover fare avanti e indietro tutti i giorni.
- Avete ragione, zia – convenne Oscar – Nanny, potresti fare preparare i miei bagagli?
- Subito, ma non sarà pericoloso viaggiare nelle tue condizioni?
- Su via, Marron – intervenne la marchesa – Parigi non è mica in capo al mondo! Stiamo parlando di un'ora di carrozza, distesa fra comodi cuscini. Io stessa ho fatto quel tragitto molto volte durante la mia seconda gravidanza.
- Voi eravate costretta – le ricordò l'anziana governante – Vostro padre stava morendo…
- Ma Gilbert non ne ha risentito minimamente, era un bambino forte e sano. Cosa vuoi che sia una passeggiata in carrozza? Oscar potrà riposarsi qualche giorno e poi tornare a casa.
- Come desiderate – cedette Marron, poco convinta.
Appena arrivate a destinazione, Gerardine ordinò a una delle cameriere di far preparare un stanza per la nipote e fece accomodare Oscar in salotto, mentre attendevano. Con la scusa di dover mandare un valletto alla caserma della guardia metropolitana, si allontanò lasciando sole la nipote e Rosalie.
La donna incinta, guardava incuriosita l'arredamento e le finiture. Era tutto molto sobrio, così diverso dall'opulenza della regia e di palazzo Jarjayes. Non sembrava neanche la casa di un nobile, se non fosse stato per il blasone dei de Jarjayes che faceva bella mostra di sé sopra il portone d'ingresso. Il sole entrava dalle ampie finestre, che erano lasciate aperte per far circolare l'aria in modo da alleggerire l'afa. Anche se erano al primo piano, si sentivano distintamente i rumori della strada e la gente indaffarata che circolava.
- E' molto diverso da casa mia – disse, mentre osservava il ritratto di sua zia da giovane.
- Sì – ammise Rosalie – A palazzo Jarjayes è tutto calma e tranquillità, qui, invece, si respira la vita frenetica della città.
- Ti piace qui? Sei felice? – chiese posando il suo sguardo sulla ragazza più giovane.
- Sì, madame – fece un sorriso imbarazzato – Non che non mi trovassi bene con voi, ma…
- Deve essere molto più interessante vivere a contatto con il fermento culturale della città. Mi hai detto che il salotto della zia è molto frequentato. Chi viene a trovarla? Nobili?
- Pochissimi – ammise con un'alzata di spalle – Ma molta gente interessante. Fatemi pensare… c'è monsieur Rousseau, anche se le sue condizioni di salute lo hanno portato a diradare le sue visite. Poi c'è un avvocato, una volta mi ha detto di avervi conosciuta. Mi ha raccontato del vostro incontro in una taverna del suo paese.
- Come si chiama? – chiese Oscar, non capendo chi potesse essere.
- Maximilien de Robespierre. E' sempre accompagnato da giovani, alcuni molto a modo.
- Uno in particolare – intervenne Gerardine facendo il suo ingresso – Vero, mia cara?
- Come? – la ragazza arrossì – Non capisco a chi vi riferiate.
- Quel giovane dai capelli neri – altro segno di diniego da parte della giovane – Quello che assomiglia ad André… come si chiama? Bertrand?
- Bernard, si chiama Bernard – la corresse Rosalie.
- Per non sapere di chi io stia parlando, hai fatto subito il collegamento mentale – la prese in giro la donna facendole l'occhiolino – Scommetto che anche lui non sa di chi io parli, quando mi riferisco a te.
- Io… io… - le guance della ragazza avevano assunto un'accesa colorazione rosata.
- E' un nobile? – chiese Oscar.
- No – Rosalie si prese il viso fra le mani e si girò timida.
- Allora non credo possa ambire alla tua mano – meditò seria.
- Credo sia ancora troppo presto per pensare a queste cose – il tono di Gerardine era diventato improvvisamente freddo – Inoltre, non importa se nobile o plebeo, Rosalie sposerà chiunque scelga. Non reputo che l'ascendenza sia un fattore così importante. Ma io sto qui a blaterare e tu hai bisogno di rinfrescarti: ero venuta ad avvisarti che la tua stanza è pronta e che il messaggio è stato inviato a tuo marito.
- Grazie, zia – Oscar decise di soprassedere: come aveva detto la marchesa, era ancora troppo presto per pensare ad un possibile matrimonio di Rosalie.
Andrè sedeva alla sua scrivania, intento a scrivere il resoconto dell'ultimo pattugliamento. C'erano stati disordini in città, per lo più gente del popolo in preda alla disperazione per la miseria che attanagliava le classi più basse: comunque niente che i suoi uomini non potessero risolvere. Sembrava passata un'eternità da quando era giunto in caserma la prima volta: aveva visto più di una faccia stupita di vedere presentare lui, il ragazzo che si era ubriacato con loro, come il conte Andrè de Jarjayes, il nuovo comandante del reggimento.
Lo sguardo più incattivito era quello di Alain, che alla fine della serata di bagordi lo aveva definito "il mio nuovo grande amico". Come poteva non giustificare la sua reazione? Si era presentato come un figlio del popolo ed ora saltava fuori che era un nobile, peggio ancora il loro nuovo comandante.
Il suo primo ordine era stato la convocazione del soldato de Soisson nel suo ufficio. Il giovane gigante si era presentato con un'aria strafottente e un atteggiamento aggressivo, che aveva fatto sorridere Andrè. Chissà perché aveva immaginato quella scena proprio in quel modo? Basta una notte per capire così bene una persona? Aveva alzato lo sguardo ed era rimasto a fissare il suo sottoposto per un po'.
- Riposo, soldato – quando impartiva un ordine, cercava di ricordare il tono che usava Oscar con i soldati della guardia reale – Credo che noi due si debba parlare.
- Come siamo forbiti nell'esprimerci, vero comandante? – Alain aveva incrociato le braccia e attendeva.
- Se preferisci: ti devo una spiegazione, amico – il tono si era fatto più confidenziale – Perché non afferri una di quelle sedie e ti metti comodo?
- Posso parlare liberamente?
- Certo – Andrè corrugò la fronte, pronto a sentirsi riempire di improperi.
- Non ci sono spiegazioni da dare: ci hai preso in giro, ti sei fatto passare per uno di noi ed invece sei solo il solito nobile che cercava una serata di svaghi.
- Questo non è vero – il comandante mantenne un tono basso – Grandier è il cognome di mio padre ed è stato anche il mio fino a quattro anni fa.
- Davvero? Colpo di fortuna essere fatto nobile. A chi hai salvato il culo?
- Il nobile presso cui prestavo servizio mi ha adottato – tagliò corto.
- Così, di punto in bianco? Ragazzo mio, hai una fortuna sfacciata.
- Mai sostenuto il contrario – rise di gusto il primo.
- Avrei voglia di pestarti come si deve, ma se lo facessi passerei il resto della settimana in guardina… sempre se tu non decidessi di mandarmi davanti alla corte marziale.
- Per come la vedo io hai due scelte: decidi che ti sono antipatico, fai di tutto per mettermi i bastoni fra le ruote e passi un sacco di guai.
- Oppure?
- Ti decidi a metterti a sedere, parliamo e troviamo il modo di convivere in questa caserma.
Alain buttò indietro la testa e scoppiò in una fragorosa risata. Quando si fu calmato, afferrò una sedia e vi si mise a sedere a cavalcioni, squadrando il nuovo comandante con un sorriso beffardo dipinto sul volto.
- Una cosa te la riconosco, oltre la fortuna sfacciata: hai una gran faccia tosta. Sai che i soldati mi considerano un po' il loro capo, potrei renderti la vita un vero inferno.
- E io potrei rendere la tua insopportabile – l'apostrofò André – Se pensi di poter rendermi difficile la vita qui, non sai cosa mi aspetta a casa tutte le sere.
- Il tuo nuovo padre è così cattivo?
- No, ma ho sposato sua figlia. Ragazza bellissima e adorabile, ma con un caratterino…
I due si scambiarono un sorriso complice, prima di scoppiare a ridere insieme.
- André de Jarjayes, sei il primo nobile che incontro che mi vada a genio.
Il bussare insistente alla porta lo riportò al presente, mentre guardava ancora il foglio con il resoconto incompleto che doveva consegnare entro la fine della giornata. Sospirò, sicuro che quelle continue interruzioni non gli avrebbero permesso di terminare il lavoro ad un'ora decente. Si rassegnò a passare un'altra notte lontano da sua moglie: chi aveva detto che la vita dei nobili è facile?
- Avanti.
- Conte de Jarjayes – un valletto fece il suo ingresso, profondendosi in un inchino – Mi manda la marchesa de Brennon con un messaggio per voi.
- E' successo qualcosa a mia moglie? – scattò in piedi.
- La marchesa mi ha chiesto di informarvi che vostra moglie è ospite presso di lei e che si tratterrà per qualche giorno. Ha inoltre aggiunto che potete sentirvi libero di recarvi anche voi a palazzo in qualsiasi momento: la mia padrona sarà ben lieta di ospitare anche voi.
- Oscar è a Parigi? – batté le palpebre interdetto – Sta bene?
- Non saprei, conte, non l'ho veduta.
- Grazie, puoi andare – lo richiamò, dopo un breve ripensamento – Avverti la marchesa che sarà ben lieto di accettare la sua cortese ospitalità, ma che potrò raggiungerle solo dopo il tramonto.
- Sarà fatto, signore.
Rimasto solo, tornò a sedersi e si prese la testa fra le mani. Forse era un bene che Oscar non rimanesse sola tutto il giorno, Rosalie e la marchesa si sarebbero sicuramente prese cura di lei. Ma i recenti disordini lo preoccupavano. C'era, inoltre, il problema della salute della moglie: anche se non ne aveva fatto parola con la diretta interessata, quando l'aveva vista due giorni prima l'aveva trovata deperita. Forse era meglio usare il termine "sciupata": aveva sempre creduto che le donne incinta fossero radiose, ma quella gravidanza non sembrava portare giovamento alla salute di Oscar.
Continua…
