Oscar guardava i raggi del sole disegnare strane figure sul soffitto, accanto a lei sentiva il respiro regolare di André. Si voltò per guardarlo, le piacevano quei momenti prima del risveglio, quando tutto era calma e quiete intorno a loro, e avrebbe voluto fermare il tempo per impedire che lui andasse via. Sapeva che il dovere lo chiamava, era quello che era stato loro insegnato fin da piccoli: il dovere prima di tutto. Che fosse il dovere verso il casato, la corona e i loro doveri verso l'esercito, poco importava: non esistevano i desideri personali, prima il dovere e poi, solo se c'era il tempo e l'opportunità, il piacere.
Sospirò, chiedendosi per la prima volta in vita sua, se le scelte che l'avevano condotta a quel punto della sua vita fossero sue, oppure se avesse seguito solo gli ordini che gli erano stati impartiti. Si era sempre ritenuta fortunata, poteva godere di una libertà che le donne del suo rango potevano solo sognare: ma era veramente libera? Forse rispetto alle dame che conosceva sì, ma se pensava attentamente a tutto quella che la circondava… L'unica donna veramente libera che conosceva era sua zia: nessuno poteva comandarla, specialmente ora che suo marito era morto. I suoi figli non badavano a lei, la ignoravano del tutto come se ignorandola lei smettesse di esistere: perché tanto odio nei confronti della donna che li aveva partoriti?
Gerardine era libera persino verso il fratello. Il generale sembrava temere la propria sorella: anche se ogni tanto alzava la voce, per ricordare chi era a capo della famiglia, non si era mai azzardato a dirle di fare questo o quell'altro. Eppure molte nobildonne nella sua posizione avrebbero trovato la strada preclusa a determinati capricci: vivere lontano dal marito, condurre un'esistenza autonoma alla corte, prendere sotto la propria ala una ragazza del popolo e poi abbandonare il mondo dorato di Versailles e andare a vivere a Parigi. Prendere possesso del palazzo che il padre le aveva dato come dote, aprire il proprio salotto agli intellettuali della capitale, fare vita mondana come e dove voleva.
No, non conosceva nessuna come sua zia e, nel profondo, la invidiava. Sorrise scostando una ciocca di capelli dal volto del marito: lei aveva qualcosa che la marchesa poteva solo desiderare. Anche se sotto costrizione, aveva sposato l'uomo che amava; un uomo eccezionale che la rispettava come persona, innanzitutto; aspettava un bambino che avrebbero cresciuto insieme. Decisamente era fortunata e cominciava a rendersene conto.
Tornò a guardare il soffitto, mentre meditava che aveva molto eppure si sentiva insoddisfatta. Lei voleva di più, voleva tutto! Scosse la testa in modo energico: non erano ragionamenti degni di lei. Meditò che faceva sempre più spesso pensieri strani, su un possibile futuro lontano da tutto e tutti: solo lei, Andrè e il bambino. Sapeva che erano solo fantasie, non poteva esimersi dai suoi doveri.
Avvertì un cambiamento nel respiro di André e riprese a guardarlo mentre apriva gli occhi e sbatteva le palpebre un paio di volte. Sembrava non rendersi ben conto di dove si trovasse, ma appena mise a fuoco il suo viso le regalò uno dei suoi radiosi sorrisi.
- Buongiorno – si girò sulla schiena e si stiracchiò – Ho dormito talmente bene che avevo dimenticato dove ci trovavamo. Questo letto è molto più comodo di quello che mi hanno messo a disposizione in caserma.
Oscar sorrise di rimando e si tirò su a sedere, preparandosi ad essere investita dalle solite nausee.
- Mi sento bene – disse perplessa, come aspettandosi l'esatto contrario.
- Direi che è una cosa buona, no? – anche lui si era messo a sedere e le passò una mano sui capelli, trattenendo alcune ciocche fra le dita – Anche il tuo colorito è migliore.
- Forse perché ho dormito tutta la notte. Ultimamente mi svegliavo spesso.
- Il cambiamento d'aria fa miracoli – sussurrò lui, mentre le baciava un orecchio – Sai cos'altro potrebbe farti bene?
- Che la smetteste tutti di trattarmi come una bambina? – alzò un sopracciglio e lo guardò con aria di sfida.
- Avevo in mente ben altro, ma se reputi che sia questo a farti bene… io posso anche andare.
Fece per scendere dal letto, ma Oscar, prontamente, l'afferrò per la camicia e lo sbatté sul materasso.
- Dove credi di svignartela? – il tono era serio.
- Devo andare in caserma, mi dispiace ma sarò irremovibile – rispose Andrè con un sorriso malizioso sulle labbra – Dovrai usare la forza.
- Sono sempre stata più forte di te, mio caro – con un'agilità insospettata per una donna con il pancione gli si mise a cavalcioni – Potrei costringerti a rimanere qui con me…
- Solo se io volessi e non sarà facile convincermi.
- Non mi sfidare – fece scivolare le dita sulla stoffa e cominciò a slacciare i nastrini che la tenevano chiusa – Io ottengo sempre quello che voglio.
- Disse la bambina viziata – le diede un colpetto sul naso.
Senza badargli, Oscar aprì del tutto la camicia e cominciò ad accarezzargli piano il torace, mentre lo guardava fisso negli occhi e si mordeva il labbro inferiore, cercando di trattenere il desiderio.
- Potrebbe fare male al bambino – sussurrò Andrè, colto alla sprovvista da quelle carezze così sensuali.
- Al bambino farebbe male anche che la mamma fosse insoddisfatta – rispose chinandosi in avanti e cominciando a baciargli il petto – Sai che le voglie delle donne incinta vanno assecondante?
- Oscar…

Si erano ricomposti e si accingevano a scendere per la colazione, camminando lungo il corridoio fianco a fianco. Videro avvicinarsi Rosalie che aveva uno sguardo serio e sembrava assorta in altri pensieri, quasi non notando i due giungere: aveva la fronte corrugata e aveva lo sguardo rivolto verso il basso, come se temesse di mettere un piede in fallo. Erano giunti ormai alla sua altezza, quando la ragazza alzò la testa di scattò e sgranò gli occhi.
- Buongiorno, non vi avevo visti arrivare – si portò una mano sul volto e sospirò – Venivo a chiedervi se avevate intenzione di unirvi a me per la colazione o preferivate che vi fosse servita in camera.
- La zia non scende? – chiese Oscar perplessa.
- Marie ha detto che non si sente bene – disse la ragazza visibilmente preoccupata – Vorrei chiamare il dottore, ma la zia si oppone, dice che è un male passeggero e che presto starà meglio: dice sempre così…
- Capita spesso che abbia di queste indisposizioni? – si fece avanti Andrè.
- Ultimamente più del solito. Il medico dice che dovrebbe lasciare Parigi, ritirarsi in una tenuta dove possa respirare aria buona e dove possa rilassarsi e distendere i nervi, ma lei sembra sorda a qualsiasi tentativo di persuasione. L'ultima volta mi ha detto che troppe cose la tengono ancora legata a questi posti. D'altro canto, mi ha confidato che Versailles con i suoi mille intrighi è ancora più deleterio per la sua salute.
- E' molto malata? – Oscar era sempre più stupita – Eppure sembra godere di ottima salute.
- Non so cosa abbia, né lei né il dottore mi hanno mai detto in cosa consiste la sua infermità. Ma una cosa è certa, sempre più spesso si rinchiude in camera e non esce fino a pomeriggio inoltrato. Non permette a nessuno di starle vicino se non a Marie e al dottor Du Martine – alzò gli occhi pieni di lacrime verso Oscar – Madame, sono così in pena per lei. Non c'è nulla che possiamo fare?
- No, se non si lascia aiutare – scosse la testa André – Possiamo solo cercare di starle accanto e controllare che vada tutto bene.
- Sì, ma…
I ragionamenti della ragazza furono interrotti dal trambusto che veniva dai piani bassi. C'era un gran vociare e qualcuno chiamava la marchesa a gran voce. I tre si affrettarono verso il grande atrio per capire l'origine di quella baraonda. Appena giunsero a destinazione videro un uomo vestito da valletto che cercava di superare due cameriere che invece tentavano di calmarlo e allontanarlo.
- Ho notizie per la marchesa, deve riceverle subito! – l'uomo si accalorava.
- Madame non sta bene, non può ricevere nessuno – rispose la più anziana delle due – Se avete un messaggio saremo liete di riferirlo appena sarà in grado di alzarsi dal letto.
- Voi non capite – il valletto cercò di liberare un braccio strattonando malamente la serva più giovane – E' importante, mi ha ordinato di darle immediatamente notizie provenienti dalla reggia. Mi sono precipitato qui al sorgere del sole!
- Calmati! – ordinò Oscar facendo un passo avanti – Come ti è stato già detto mia zia non è in grado di ricevere nessuno ora. Riferisci pure a me, vedrò io di informarla.
- Ma… - provò ancora l'uomo, interrotto da una voce perentoria proveniente dalla scalinata e che fece girare tutti.
- Cosa sei venuto a riferirmi? Cos'è che non può attendere? – la marchesa era ritta in cima alle scale.
Sembrava impossibile riconoscere in lei l'altera Marie Gerardine de Brennon: indossava una camicia da notte molto accollata, con le maniche lunghe nonostante la stagione calda, che le arrivava fino ai piedi. I capelli, di solito splendidamente acconciati, erano una matassa di ricci spettinati, mentre il viso appariva emaciato, senza l'abituale belletto che copriva i segni del tempo. Eppure, anche in quello stato, trasmetteva una forza tale da intimorire le serve, che corsero a rifugiarsi nelle cucine.
- Madame – si fece avanti il valletto, inginocchiandosi – Notizie urgenti dalla reggia: ieri sera Charlotte de Polignac è morta.
- Come? – il colorito della donna sembrò farsi ancora più pallido.
- La versione ufficiale parla di un incidente, ma sottovoce si mormora ben altro – il valletto continuò il racconto torturandosi le dita – Vedete, madame, chi era presente dice che la giovane Polignac si era arrampicata sul parapetto della scalinata che porta all'aranceto del Re*… La versione ufficiale, come le ho detto, parla di un disgraziato incidente, sarebbe scivolata e caduta. Eppure molti sostengono che si è gettata di proposito.
- Capisco – il suo sguardo diceva tutt'altro – Passa da Marie, saprà ricompensarti a dovere. Vai ora.
Rosalie corse su per le scale seguita da Andrè, entrambi timorosi che la marchesa stesse per sentirsi male. La donna, infatti, si aggrappò al corrimano e pareva sul punto di svenire, mentre i due ragazzi cercavano di sostenerla e Oscar li seguiva più cautamente, viste le sue condizioni.
Appena giunti nelle stanze di Gerardine, la donna si liberò malamente delle mani che la sorreggevano e si diresse alla sua poltrona, dove si lasciò cadere a peso morto. Respirava a fatica e guardava il ritratto dal defunto marito piena di odio. Poi, lentamente si voltò verso Rosalie, mentre calde lacrime cominciavano a sgorgarle dagli occhi e tese le braccia in una muta supplica. La ragazza corse subito ad inginocchiarsi davanti a lei e l'abbracciò all'altezza della vita, mentre la marchesa le lisciava i capelli.
- Rosalie, la mia piccola dolce Rosalie – mormorava sconsolata – Potevi essere tu… avresti potuto essere tu.
- Zia, cosa dite – la ragazza alzò lo sguardo sulla donna che era una seconda madre per lei – Perché avrei dovuto fare un gesto insano?
- Ho combattuto tanto per decidere se parlare o meno. Se avessi parlato prima, potevi essere tu su quel parapetto pronta a gettarti – la strinse forte a sé – Ne sarei morta.
- Di cosa parlate, zia? – si intromise Oscar.
- Antoine era un mostro della peggior specie e tirai un sospiro di sollievo quando, dopo la nascita della mia Madeleine, si allontanò definitivamente dalle mie stanze e da me. Avrebbe dovuto seguitare a frequentare le ragazze di strada, quelle che gli piacevano tanto – sciolse l'abbraccio con Rosalie e si alzò – Tutti gli uomini hanno un punto debole, nessuno escluso: quello di Antoine era la sete di conquista, avere ciò che non gli spettava; ottenerlo con la forza o con l'inganno. Era molto amico di una coppia aristocratica, ma le loro finanze non erano fiorenti come il loro nome poteva suggerire e quindi vedevano in mio marito la possibilità di avvantaggiarsi socialmente dell'amicizia di qualcuno che contava.
Sospirò e cominciò a camminare avanti ed indietro per la stanza. Sembravano un'anima in pena, mentre di quando in quando il suo sguardo cadeva sulla giovane ragazza ancora inginocchiata davanti alla poltrona.
- I de Polastron erano felici di averlo sempre in casa loro, quello che non potevano sapere era che lui aveva puntato la giovane ed ingenua figlia minore. Yolande era una bella ragazza, ma piena soltanto di bei sogni romantici e priva di buon senso. Lui le aveva detto che io ero gravemente malata, che sarei morta da un momento all'altro e che sarebbe rimasto vedevo inconsolabile: io era una pessima moglie, ma ero comunque la madre dei suoi figli, nonostante li avessi rifiutati e li avessi affidati a delle balie. Maledetto bugiardo! – si girò nuovamente verso il ritratto, come se volesse aggredire quella tela priva di vita – Quella sciocca si beveva le sue parole come se fossero acqua fresca e si lasciò incantare dalla prospettiva di diventare la nuova marchesa de Brennon.
- Ma voi non eravate malata, voi siete ancora viva – interloquì scioccamente Rosalie.
- La disonorò – continuò Gerardine, come se non l'avesse udita – La famiglia minacciò uno scandalo e lui corse a cercare il mio aiuto: lurido verme. Sapeva che il duca non avrebbe tollerato altri scandali che rischiassero di macchiare anche il suo nome, in quanto amico di un libertino depravato. Parlai con la famiglia di lei e arrivammo ad un accordo: loro avrebbero mantenuto il segreto anche per il bene della figlia, mio marito si impegnava a trovare un pretendente per quella sciocca e io avrei avuto quello che desideravo di più. Il bambino sarebbe stato mio. MIO!
Afferrò un bicchiere e lo tirò contro il camino spento.
- Ma no! Il grande uomo e la sua piccola sgualdrina non potevano permetterlo! Lei fu rinchiusa in convento con la scusa di ultimare la sua educazione, nessuno avrebbe mai saputo che era stata disonorata e alla fine della gravidanza ne sarebbe uscita, io avrei preso il bambino con me e l'avrei cresciuto come se fosse stato mio – appoggiò entrambe le mani contro la parete e si sostenne in quel modo – Disse che la bambina era nata morta, piansi ma alla fine decisi di dimenticare: se era la volontà di Dio che io non fossi mai madre, l'avrei accettata. Yolande si sposò e la vita continuò. Eppure il destino a volte gioca con noi.
- Perché mi state raccontando tutto questo? – Rosalie piangeva, avendo già intuito che quella era la "sua" storia.
- Yolande mi mentì. La bambina era vive e sana, l'aveva affidata ad una serva che aveva lavorato per i Polastron: tutto pur di non darla a me – si girò a guardare la ragazza che tratteneva il fiato – Ora so che l'aveva affidata a Lamoliere.
Rosalie sgranò gli occhi e la guardò come se la vedesse per la prima volta.
- Chi è? – mormorò fra le lacrime – Chi è mia madre?
- Perdonami, piccola mia – Gerardine era immobile come una statua – Tua madre si chiamava Yolande Martin Gabrielle de Polastron e mio marito combinò per lei un matrimonio con il conte de Polignac.
Gerardine chiuse gli occhi, udendo la ragazza cominciare a gridare.

Continua…

* Scena ripresa dal manga, mentre nell'anime si butta giù dal tetto della reggia.