Aveva l'assurda sensazione di essere in due posti contemporaneamente. Stava rivivendo il suo passato, ma come se si trovasse fuori dal proprio corpo, come se tutti i legami con la razionalità fossero stati recisi in un sol colpo. Quegli occhi azzurri che la fissavano così intensamente, sembravano perseguitarla e lei correva lungo i corridoi di un palazzo sconosciuto cercando di nascondersi a quello sguardo così insistente.
Sentiva le voci familiari di Oscar e Andrè, ma non riusciva a trovarli, per quanto li cercasse in quei meandri ignoti. Si fermò al centro di quella fila di porte chiuse, guardandosi intorno e chiedendosi dove si trovasse. Annuì e afferrò con decisione una maniglia, intenzionata a vedere cosa ci fosse dietro quella porta chiusa.
Come l'uscio si aprì, tutto intorno a lei scomparve, trasformandosi nella stalla del palazzo di suo fratello. Vide suo padre trascinarla via, mentre rantoli indistinti venivano da dietro la parete di fondo. Correva verso quei suoni, avvertendo un peso sul petto e chiedendosi perché le risultasse così difficile respirare. Appena girato l'angolo vide suo fratello incombere su un corpo esanime, con un pugnale insanguinato fra le mani e gli occhi spaesati di chi non capisce bene cosa sta succedendo. Un urlò le uscì prepotente dalla gola.
- Auguste! Lascialo stare! Il mio Andrè! Il mio Andrè!
- Zia, sono qui, sono qui accanto a voi.
Cosa stava succedendo? Quella non era la voce del suo Andrè e perché lui avrebbe dovuto chiamarla zia? Lottò con tutta se stessa per aprire gli occhi, anche se le sembrava che già lo fossero. La stalla scomparve e vide davanti a se due occhi verdi, con un'espressione preoccupata dipinta sul volto che conosceva così bene. Sorrise e allungò una mano per posarvi sopra una carezza.
- Armand, hai sempre voglia di scherzare – sospirò stordita, tornando a chiudere gli occhi.
Il sole cocente la rese cieca per qualche istante, i contorni delle case e delle persone rimasero indistinti per alcuni attimi, prima che le iridi si contraessero permettendole di mettere di nuovo a fuoco le cose. Si trovava nella grande piazza del mercato, che aveva visto solo una volta, quando Annette l'aveva mandata a chiamare.
Davanti ad un vinaio, alcuni uomini stavano armeggiando intorno ad un carro pieno di grandi botti. Riconobbe subito quei capelli neri e corti, e la risata inconfondibile le tolse ogni dubbio.
- Sbrighiamoci! Voglio tornare a casa prima dell'ora di cena – Armand si asciugò la fronte con un braccio, sembrava così vivo e sereno in quel momento.
- Ci credo! Con quella bella moglie che ti aspetta e quel bambino che stravede per te – rise un altro uomo, aiutandolo a tirare una fune – Sai, Grandier, non tutti hanno la tua fortuna.
Altre risate, frasi che non capiva e poi quel rumore sinistro. Uno scricchiolio che non le piacque per nulla. Vide le botti cominciare a muoversi e di nuovo urlò.
- Attenti! Armand, spostati!
Troppo tardi. Si voltò per non vedere il suo amico d'infanzia schiacciato dal carico malfermo. Le lacrime le inondarono il viso, mentre avvertiva di nuovo quel senso di perdita indescrivibile: perché doveva perdere tutto quello a cui teneva? Perché doveva seppellire così la sua vita passata?
Alzò la testa di scatto, pensando che qualcuno doveva avvertire Annette. Non poteva permettere che un estraneo le portasse quella infausta notizia, voleva esserle accanto per consolarla anche se sapeva che non c'era consolazione quando moriva l'uomo che ami. Cominciò a correre lungo le strette strade di Parigi, dove la miseria e la disperazione la facevano da padrone. Nessuna redenzione, nessuna speranza per quella povera gente costretta a lavorare fino alla morte per un tozzo di pane: trovava ingiusto che i nobili banchettassero nei loro bei palazzi, quando tanti, troppi, francesi erano costretti a vivere di stenti.
I suoi migliori amici erano finiti lì per aiutarla, erano lì per colpa sua: cosa aveva guadagnato da tutto questo? Andrè era morto, Armand era morto e Annette sarebbe morta di crepacuore. Si dava la colpa di tutto: riusciva solo a far del male alle persone che le volevano bene, lei portava sfortuna, ecco la verità.
Spalancò la porta malferma, pronta a prendere la sua migliore amica fra le braccia e rimase pietrificata sulla soglia. Si vedeva inginocchiata accanto al letto, dove giaceva il corpo esanime di qualcuno a cui era stato messo un fazzoletto sul volto. Vide il piccolo Andrè piangere in un angolo e si sentì morire: di nuovo era arrivata troppo tardi. Fabrice era dietro l'altra se stessa e le aveva posato una mano sulla spalla in segno di conforto.
- Marchesa, mi dispiace – sembrava sincero – Ho fatto tutto il possibile, ma il suo fisico era troppo provato.
Vide l'altra Gerardine rimettersi in piedi e tirare sul il cappuccio, dopo essersi asciugata rabbiosamente le lacrime. Si era voltata verso il bambino che piangeva sconsolato, guardandola pieno di paura. Sicuramente si stava chiedendo cosa ne sarebbe stato di lui ed era atterrito dall'idea di cosa avrebbe potuto fargli quella donna vestita di nero. La figura incappucciata gli tese la mano e gli parlo con voce bassa e dolce.
- Vieni, mio piccolo André. Ti porterò in un bel posto, dove tua nonna si prenderà cura di te e dove sarai felice di nuovo.
- Voglio la mia mamma! – piagnucolò il bambino.
- Anch'io vorrei che la tua mamma fosse ancora qui con noi. Le ho promesso che non ti avrei mai abbandonato e ora voglio fare a te un'altra promessa.
Il bambino la guardò incuriosito e, finalmente, si alzò afferrando la mano che gli veniva tesa.
- Non sarai mai solo: veglierò sempre su di te, anche se non mi vedrai. I tuoi genitori ti guardano da lassù e sicuramente vogliono che tu sia coraggioso e forte.
Prese il bambino e si avviò verso l'uscita, lanciando un ultimo sguardo alla salma e facendo un cenno al dottore.
- Occupatevi voi di tutto. Che abbia una degna sepoltura e che venga ufficiato il funerale. Vi affido tutto.
- Hai vostri ordini, marchesa – rispose Du Martine, inchinandosi rispettosamente.
Le due figure le passarono attraverso e lei chiuse gli occhi. Troppe morti, troppa sofferenza per quelle persone così buone.
Aprì gli occhi, come se si fosse svegliata da un sonno di mille anni e guardò i tendaggi del baldacchino illuminati dal tenue sole del pomeriggio. Voltò la testa lentamente, sentiva tutti i muscoli doloranti e la pesantezza che nel sogno aveva avvertito sul petto l'aveva inseguita anche nella realtà.
Riconobbe subito la sagoma che si stagliava contro la finestra, dandole le spalle e sorrise. Era uno dei suoi più cari amici, anche se lui sperava in qualcosa di più e glielo aveva fatto capire molte volte. Eccolo lì, il caro e dolce Fabrice Du Martine, l'uomo che si era preso cura della sua salute dal giorno dopo il suo matrimonio. Cercò di alzarsi, ma non riusciva a fare forza sulle braccia per mettersi seduta, chiuse gli occhi un istante e lo chiamò.
- Fabrice – un bisbiglio appena udibile, ma lui si girò di scatto e corse al suo capezzale.
- Marchesa, vi siete svegliata finalmente – le toccò la fronte con il dorso della mano – La temperatura è finalmente scesa. Ci avete spaventato molto.
- Cos'è successo? Siamo a Parigi? – ricordava di essere uscita nel giardino della tenuta in Normandia, e poi tutto era diventato folle e confuso.
- No, madame, siamo in Normandia – si inumidì le labbra, prima di continuare – Avete avuto un malore e vostra nipote mi ha mandato a chiamare…
- Addirittura da Parigi, per un malore passeggero? Dovete esservi precipitato, sono dolente.
- Non lo chiamerei un malore passeggero. Avete la polmonite e siete stata incosciente per giorni, preda del delirio causato dalla febbre alta – l'aiutò a mettersi seduta e poi cominciò a picchiettarle sulla schiena – Siete in via di guarigione e il clima di questa regione vi farà senz'altro bene, ma mi raccomando di riguardarvi e di non uscire fino a che io non vi darò il permesso.
La porta si aprì, Gerardine non fece in tempo a girarsi che udì il rumore delle tazze di porcellana che si infrangevano sul pavimento. Nanny era ritta vicino alla porta con le mani davanti alla bocca e gli occhi pieni di lacrime.
- Bambina mia, vi siete svegliata – si avvicinò rapidamente e diede un colpo secco sulle mani del dottore – Credo che l'abbiate visitata abbastanza, tenete le mani a posto.
- Marron! – la marchesa le afferrò le mani – Fabrice è un medico, sta solo cercando di fare il suo dovere. Cosa ci fai tu qui?
- Oscar era così preoccupata e i bambini avevano bisogno di qualcuno che si occupasse di loro – spiegò la donna tornando a guardare male il medico che si defilò alla svelta – Mi ha scritto di raggiungervi il prima possibile e sono corsa, per quanto me lo consenta la mia età.
- Marron – si avvicinò le mani di lei al volto e chiuse gli occhi – Sono impazzita. Sapevo che prima o poi la follia mi avrebbe trovata, ma ora…
- Perché dite così?
- Forse era solo il delirio delle febbre, ma mi era sembrato che… - voltò gli occhi e li sbarrò, vedendo un vaso pieno di rose appena colte – Perché quei fiori? Perché proprio delle rose nere?
Cercò di alzarsi, ma l'anziana governante la trattene e le si sedette accanto sul letto.
- Ascoltami, bambina mia, devo dirti una cosa importante e devo essere sicura che tu capisca.
Gerardine si girò verso di lei, con gli occhi pieni di lacrime. Chi stava giocando così crudelmente con la sua mente e il suo dolore? Perché tutto quest'accanirsi su di lei?
Continua…
