- Non fate così, dovete mangiare – Du Martine era seduto sul letto di Gerardine, disperato dall'apatia della donna che rifiutava il cibo – Dovete rimettervi in forze.
- Perché?
- Come? – Fabrice sbatté le palpebre, stupito da quella risposta.
- Perché dovrei rimettermi in forze? A che pro?
- Marchesa, cosa c'è che non va? Sono giorni che vi comportate in modo irragionevole.
- Cosa sai, Fabrice? – vedendo la faccia perplessa dell'uomo si spazientì – Cosa sai di André?
- Di vostro nipote? Cosa dovrei sapere?
- Insomma! Sai che non mi riferisco al marito di mia nipote. Possibile che tu gli abbia salvato la vita tanti anni fa e che, nonostante questo, tu non sappia niente di lui?
Il medico posò il piatto di minestra sul comodino e si alzò. Portò le mani dietro la schiena e si incamminò verso la finestra, rimase in silenzio a guardare i roseti e cercò di riordinare le idee.
- Vostro fratello mi disse cosa cercò di farvi. So che è un gesto riprovevole e che non ha scusanti, ma cosa avrei dovuto fare? Lasciarlo morire? Sapete bene che la mia professione prevede un giuramento. Non devo tener conto di che genere di persona sia l'ammalato, ma solo provare a salvargli la vita.
- Quello che cercò di farmi? – era il turno di Gerardine di rimanere spiazzata, poi scoppiò in una fragorosa risata – E' questo che ti ha detto? Che cercò di usarmi violenza?
Scosse la testa e si riadagiò sui cuscini. Tipico di Auguste mentire per salvare il buon nome del casato: non poteva certo ammettere che quell'uomo era stato ferito mortalmente perché sua sorella si stava per donare a lui di propria volontà.
- Mi dispiace deluderti e, forse, dopo quello che sto per dirti la tua opinione di me cambierà radicalmente – tornò a guardare il vecchio amico, che ora si era girato verso di lei con lo sguardo smarrito – Io ero innamorata di lui. Dovevo sposarmi contro la mia volontà con un uomo con il doppio dei miei anni e, la sera che fosti mandato a chiamare, ebbi un incontro clandestino con l'attendente di mio fratello.
Sospirò, raddrizzando la schiena e abbracciandosi le ginocchia con le braccia. Sembrava una bambina, con quell'aria indifesa di chi sta per fare una confessione.
- Io l'amavo – come se con quella frase potesse racchiudere tutto quello che era successo – E credevo che anche lui amasse me. Come sono stata stupida.
- Lo incontraste di nascosto e lui provò ad approfittarsi di vuoi, quindi – Fabrice si teneva stretta quella che ormai sapeva essere una menzogna, tutto pur di non accettare le implicazioni di quella conversazione.
- No – lo guardò con le lacrime agli occhi – Mi dispiace, Fabrice, mi dispiace veramente. Mio padre ci scoprì e… il resto credo tu possa immaginarlo.
- E' per questo motivo che tuo marito ti ridusse in quel modo?
- No, lui non lo seppe mai. Mio padre ci interruppe prima che… quando ho sposato Antoine ero come lui si aspettava che io fossi – arrossì, non le piaceva parlare di quelle cose, ma sentiva che, dopo tutti quegli anni, era giunto il momento di raccontare la sua storia a qualcuno – Mio marito mi fece quelle cose per il gusto di farmi del male. Lui era così: non c'erano motivazioni dietro la sua cattiveria, semplicemente gli piaceva veder soffrire gli altri.
- Ma, dopo che l'ho minacciato, smise – si avvicinò di nuovo al letto e la guardò con occhi nuovi.
Aveva sempre pensato a lei come ad una vittima del proprio marito e del tentativo di violenza di uno stalliere: si rese conto che c'erano molte cose che il suo amore per lei gli aveva reso impossibile vedere. Scosse la testa e le si sedette accanto, poggiandole una mano su quelle chiuse a pugno di lei. Non gli importava cosa nascondesse nel suo passato, lui l'amava e questo niente avrebbe potuto cambiarlo.
- Si fece più furbo, evitò di lasciare segni evidenti. Tranne quando nacque Madeleine.
- Perché non me lo ha mai detto? Avrei trovato il modo di fermarlo, di impedirgli di farvi ancora del male.
- Io me lo meritavo, sentivo che era giusto così – chiuse gli occhi, mentre le lacrime le rigavano il viso – Ero convinta che l'uomo che amavo fosse morto per colpa mia, della mia avventatezza. Non meritavo di soffrire per espiare la mia colpa? E poi, dove sarei potuta andare per sfuggire a quel mostro di Antoine? Mio padre non mi avrebbe mai ripreso in casa, dopo quella notte, e mio fratello non avrebbe mosso un dito, timoroso di trascinare nel fango il nostro nome. Non avevo nessuno che potesse aiutarmi, solo tu e Marie come consolazione.
Riaprì gli occhi e lo guardò, cercando di sorridere. Allungò un braccio per posargli una carezza sul viso, lui imprigionò quella mano con la propria e la trattene per assaporare quel momento che aveva tanto sognato: essere toccato da lei in modo così dolce.
- Siete stati i soli che mi abbiano mostrato affetto e che si siano presi cura di me. Dopo che te ne andasti, quella mattina, presi una decisione: non volevo più essere una vittima e rimanere a piangere in un angolo. Dovevano pagare, tutti loro, per quello che avevano fatto a me e André. Se solo tu sapessi fino a dove mi sono spinta, nella mia sete di vendetta, non… non potresti più essere così caro con me.
- Cosa dite? Voi sarete sempre… - tacque, chiudendo la mano di lei fra le sue e cercando le parole, che sapeva di non poter pronunciare – Voi sapete cosa provo, questo niente e nessuno potrà mai cancellarlo.
- Provate quei sentimenti perché avete un'immagine distorta di me: un'immagine che io ho alimentato nel corso degli anni. Non sono una brava persona, Fabrice, sono cattiva e senza scrupoli. Voi non conoscete la mia vera natura.
- Allora, parlatemi, permettetemi di capire.
Gerardine annuì e sospirò. Temeva come lui avrebbe reagito alla fine del racconto, ma cominciò lo stesso a parlare. Gli disse tutto: come aveva torturato suo padre in agonia; come aveva piegato ai suoi voleri il fratello, obbligandolo a crescere la sua ultimogenita come un uomo e poi farle sposare il figlio dei suoi amici defunti; come aveva complottato con il duca d'Orleans, per impedire a suo marito di farle ancora del male e strapparle Rosalie, la figlia che non aveva mai avuto.
Non sapeva quanto tempo fosse durata la sua confessione, ma doveva essere passato molto tempo, visto che le ombre cominciavano ad allungarsi. Du Martine non aveva proferito parola e non l'aveva guardata in faccia, per tutto il tempo, limitandosi ad annuire o corrucciare la fronte quando aveva parlato dell'assassinio di suo marito e il ruolo che lei aveva avuto in quella faccenda.
Le sembrava che il silenzio che li aveva avvolti, dopo che aveva finito, fosse irreale. Non riusciva neanche a percepire il respiro di lui o il proprio, come se fossero sospesi nel tempo e l'aria fosse diventata superflua ai loro polmoni. Alla fine Fabrice rialzò lo sguardo verso di lei e sospirò a sua volta, tornando a prenderle la mano.
- Voi sapevate cosa aveva in mente il duca?
- Sì – decise di essere sincera fino in fondo – Quando mi disse che era di importanza vitale che tutti mi vedessero alla reggia quella sera… capii che mio marito sarebbe stato ucciso. Quello che mi spaventa ancora oggi è che non provai la minima emozione o il minimo rimorso, come se tutta la faccenda non mi riguardasse. Quando dissi al duca che o fermava Antoine o io avrei rivelato i suoi segreti, sapevo di averlo condannato a morte, ma non me ne curai. Vedi, Fabrice? Io sono un mostro.
- Voi non siete un mostro – per la prima volta in tanti anni, osò toccarla non come un medico ma come un innamorato, mentre le sfiorava una guancia – Siete stata vittima di uomini violenti che vi hanno usata e hanno abusato di voi. Avete fatto quello che era necessario per sopravvivere, nessuno potrebbe condannarvi.
- IO mi condanno, amico mio. Quando ho intrapreso la strada della vendetta, sapevo che non ci sarebbe stata redenzione. Ora vai, mio caro Fabrice, devo riflettere e anche tu avrai molte cose a cui pensare.
Non avrebbe voluto farlo, non avrebbe voluto lasciarla sola in quel momento, ma come sua abitudine negli ultimi trent'anni, chinò rispettosamente il capo e rispettò i suoi desideri.

A fatica si alzò dal letto, dopo aver congedato la cameriera che era venuta a portare via il piatto. Aveva dato un ordine a quella ragazza, sorridendo del fatto che anche se era suonata strana la sua richiesta, nessuno avrebbe osato contravvenire ad un suo ordine. Si infilò la veste da camera e aprì il cassetto dello scrittoio: il pugnale che suo fratello le aveva regalato per aprire le lettere era ancora dove l'aveva lasciato l'ultima volta che era andata in quel palazzo, tanti anni prima.
Sollevò lo sguardo, per ammirare il sole morente e trattenne le lacrime. Fin da piccola odiava andare in Normandia per il periodo estivo, suo padre non riusciva a capire: lì i suoi amici non potevano andare. Armand e André dovevano rimanere a palazzo Jarjayes vicino a Parigi, non c'era utilità nel portare quei due servi con loro, durante le vacanze in famiglia.
Dopo che Andrè era divenuto l'attendente di Auguste, qualche volta aveva accompagnato la famiglia. Ma, quasi sempre, suo fratello preferiva rimanere alla reggia per adempiere i suoi doveri. Unica consolazione era Annette, che in qualità di sua cameriera personale, la seguiva ovunque. Strinse gli occhi, cercando di scacciare i ricordi della sua giovinezza.
Non poteva permettersi di essere vulnerabile o di esitare in quel frangente. La resa dei conti era ormai vicina e aveva fatto la sua confessione, anche se non a un prete. Sarebbe stato inutile avvicinarsi al sacramento, sapeva che non c'era perdono per lei visto quello che stava per fare. Tanti anni prima aveva desiderato di essere morta con lui, ora era giunto il momento che quel suo desiderio di ragazzina sciocca ed ingenua venisse esaudito.
Quando sentì bussare discretamente alla porta, afferrò il pugnale e lo nascose fra le pieghe della vesta. Si concesse di riaggiustarsi i capelli, ultima vanità e poi cercò di assumere un tono fermo.
- Avanti – si girò verso la porta e attese che lui entrasse.

Continua…