La carrozza entrò dal cancello ad un'andatura sostenuta, chiunque fosse che, all'alba, si recava al palazzo in Normandia dei Jarjayes aveva molta fretta. La carrozza non fece quasi in tempo a fermarsi, che ne scese un uomo visibilmente agitata. Una delle domestiche si precipitò fuori dal portone per accogliere il nuovo arrivato.
- Conte – disse facendo una riverenza – Non l'attendevamo, altrimenti avrei provveduto ad accoglierla…
- Non ho tempo ora per queste cose – ingiunse il Generale entrando a grandi falcate nell'atrio.
Oscar e Andrè si affacciarono dal parapetto del piano superiore, ancora in camicia da notte e fissarono il conte visibilmente preoccupati.
- Padre, cosa ci fate voi qui? – la donna era sulla difensiva, pronta a litigare di nuovo con il proprio genitore.
- Non ora, Oscar, ho cose più importanti a cui pensare – si avvicinò con fare minaccioso alle scale – Dov'è mia sorella?
Non ottenendo risposta, si voltò verso la governante, che era ferma sulla porta cercando di capire cosa stava succedendo.
- L'uomo che ti ho affidato anni fa… dov'è ora? Convocalo immediatamente – era furente e non faceva nulla per nasconderlo.
- Signore, veramente… Lazare non è nella sua camera e non sembra esserci tornato per la notte. Ho mandato alcuni domestici a cercarlo.
- So io dove si trova, quella serpe ingrata – fece di corsa le rampe di scale che lo separavano dal primo piano e spinse via sua figlia, prontamente sostenuta da Andrè.
- Signore, se mi permettete, non so cosa stia succedendo ma il vostro comportamento…
- Taci! – continuò per la sua strada sbraitando all'indirizzo del genero – Non osare mai più intrometterti, gli affari della NOSTRA famiglia non ti riguardano.
Du Martine e Nanny erano nel corridoio superiore, richiamati da quelle urla che sembravano prive di significato. La vecchia Marron corse via, non appena sentì i bambini piangere, svegliati di soprassalto da tutto quel trambusto, mentre Fabrice si avvicinò alla porta della camere di Gerardine, fissando l'uomo che si avvicinavano con fare minaccioso.
- Togliti – disse spintonandolo – Non avrei dovuto chiamarti, avrei dovuto lasciarlo morire. Ora è venuto il momento di rimediare a quell'errore.
- Non potete saperlo con certezza. Cosa vi fa pensare che vostra sorella abbia voluto rivederlo?
- Conosco quella disgraziata, segue solo i propri capricci senza preoccuparsi delle conseguenze. Stavolta faremo i conti una volta per tutte – dicendo così spalancò la porta, ma trovò la stanza miseramente vuota – Se è fuggita con lui, giuro che…
- Padrone, correte, padrone! – le urla della governante spinsero i quattro a tornare sui propri passi e dirigersi verso l'atrio.
La donna sorreggeva la marchesa di Brennon, vestita da cavallerizza e con gli indumenti sporchi di terra. Lo sguardo della donna era vacuo e il viso era scavato dalla stanchezza. Il medico accorse al suo fianco e la sorresse, mentre la riaccompagnava nelle sue stanze.
- Le avevo detto di non uscire senza il mio permesso – la redarguiva con voce dolce – Perché vi siete allontanata in piena notte? La vostra salute potrebbe risentirne.
Gerardine non rispose, limitandosi ad alzare gli occhi verso il fratello con aria di sfida. I due si affrontarono per alcuni istanti, mentre un vociare concitato proveniva dal giardino.
Uno dei domestici entrò nel palazzo con un cappello in mano e un pugnale insanguinato nell'altra. Aveva il respiro affannato in seguito alla corsa e sgranò gli occhi alla vista del padrone. Immediatamente chinò il capo e tacque, guardando di sottecchi la governante che non sapeva cosa fare o dire in quella circostanza.
- Dimmi cosa hai trovato – ordinò il Generale.
- Vicino alla scogliera a strapiombo, oltre la boscaglia, ho trovato il capello di Lazare e questo pugnale – rispose il ragazzo evitando lo sguardo del nobile – C'erano tracce di sangue sulla roccia… credo che il vecchio Lazare sia morto.
Il Generale parve pietrificarsi a quelle parole e poi si girò lentamente verso la sorella, che, invece, non sembrava sorpresa dalla notizia. Si limitò a guardare di nuovo il fratello e poi si girò verso Du Martine.
- Fabrice, portami nelle mie stanze, sono così stanca – mormorò poggiandosi a lui.
I due cominciarono a salire le scale, seguiti dal Generale, mentre Oscar e Andrè rimanevano fermi, incapaci di dare un senso a tutto quello che avevano sentito. Si guardarono e rimasero così per alcuni minuti.
- I bambini, saranno spaventati – disse Oscar incamminandosi verso il piano superiore.
- Hai ragione, andiamo da loro – convenne André seguendola.

Una cameriera accompagnò la marchesa dietro un paravento per aiutarla a cambiarsi, mentre Auguste e Fabrice camminavano nervosamente per la stanza, guardandosi di quando in quando.
- Conte, vostra sorella mi ha raccontato tutto – ammise l'uomo - Mi avete mentito.
- Non ora – prese tempo il Generale, indicando con un cenno la cameriera presente, continuò abbassando la voce – Aspettiamo che la servitù si ritiri e poi parleremo liberamente.
Appena la giovane domestica uscì, la marchesa si diresse con passo malfermo verso una poltrona e lì si accoscio priva di forze. Sembrava che la sua bravata notturna avesse peggiorato le sue condizioni, ma la donna non si lamentava, limitandosi a tenere il capo chino e gli occhi chiusi.
- Gerardine, per l'amor del cielo, cosa hai fatto? – Auguste le si avvicinò – Non avrai…
- Perché ti sorprendi, Auguste? Cos'altro mi rimaneva da fare? – rimaneva accasciata, senza guardare nessuno – Ho finito il lavoro che nostro padre ha cominciato tanti anni fa.
Si girò verso il fratello e sorrise della sua espressione inorridita.
- Il buon nome del casato va preservato a qualsiasi costo, no? Nessuno deve osare infangarlo e nemmeno provarci – sembravano impazzita – Era solo un servo che aveva osato guardare troppo in alto: ha avuto quello che si meritava fin dall'inizio.
- Come hai potuto?
- L'avresti fatto tu, in qualsiasi caso, no? Ti ho risparmiato la fatica.
- No! Potrò anche averlo minacciato, potrò aver fatto cose riprovevoli per salvare il nome di famiglia dal fango dove tu volevi trascinarlo, ma non sono un assassino! – la rabbia sembrò abbandonarlo repentinamente come era arrivata – Gli salvai la vita, perché ero sinceramente affezionato ad Andrè.
Sospirò e scosse la testa, avvicinandosi alla finestra e dando le spalle alla figura seduta sulla poltrona.
- Ero furioso quando sono arrivato qui, pensavo che voi due… - raddrizzò la schiena – Avrei fatto in modo di separarvi di nuovo, ma non sarei mai arrivato ad ucciderlo. Non so chi tu sia, ne come abbia fatto a prendere il posto di mia sorella. Per quel che mi riguarda, da oggi in poi noi siamo degli estranei. La tua presenza non sarà più gradita a palazzo e, se mai ci incontrassimo per i corridoi della reggia, ti invito a guardare da un'altra parte e fare finta di non conoscermi. Appena sarai guarita, fai i bagagli e lascia questo posto. Addio.
Dicendo così uscì dalla stanza senza guardarla e sbatté l'uscio. Fabrice e Gerardine erano rimasti soli: l'uomo le si avvicinò per controllarle il polso, mentre rabbrividiva a quel contatto. Si chiedeva anche lui chi fosse la donna che si trovava davanti. Non era, sicuramente, colei che gli aveva rapito il cuore tanti anni prima, eppure non riusciva a separarsi da lei.
- Come avete potuto? – disse, prima di scoppiare a piangere.
- Ho fatto ciò che dovevo, non mi aspetto che tu capisca – si alzò, solo per andare a sdraiarsi sul letto – Quanto tempo ci vorrà prima che io possa viaggiare fino a Parigi?
- Almeno un mese – rispose l'uomo guardandola – Come giustificherete quello che avete fatto?
- Cosa avrei fatto? – chiese con un sorriso diabolico e alzando un sopracciglio – Non c'è il corpo, nessuno sa che fine abbia fatto il vecchio giardiniere… si posso fare solo congetture. Forse si è ubriacato e, in quello stato, non si è accorto di dove si trovava e ha messo un piede in fallo.
- Il pugnale… ho riconosciuto lo stemma della vostra famiglia – balbettò l'uomo – Chiunque potrebbe fare il collegamento.
- Quale collegamento? – di nuovo quel sorriso cattivo – Uno dei domestici ha rubato un oggetto della nostra famiglia e poi è morto perdendolo… cose che succedono tutti i giorni in una casa piena di servi.
Du Martine indietreggiò, ingoiando a vuoto. Quella donna era del tutto pazza, ma di una follia lucida che le aveva permesso di non lasciare prove. Chi avrebbe osato accusare la marchesa de Brennon di omicidio? E poi perché una donna così altolocata si sarebbe presa la briga di assassinare un umile servo? Era un piano semplice ma perfetto, che la metteva al di sopra di ogni sospetto.

Continua…