Quasi due mesi erano passati dall'ultima volta che aveva visto la facciata di quel palazzo: non avrebbe mai detto che le sarebbe mancata così tanto la prigione che si era scelta. Du Martine l'aiuto a scendere dalla carrozza e poi l'accompagnò all'interno, dove la penombra del grande atrio li risucchiò.
Gerardine aveva recuperato le forze, ma era ancora più magra ed emaciata del solito, la qual cosa non aveva fatto che accrescere le paternali di Fabrice sul fatto che doveva riguardarsi e smetterla di comportarsi come una ragazzina avventata. La cosa buffa era che lei si sentiva ancora una ragazzina: la giovane ancora piena di speranze dell'estate dei suoi quindici anni, quando la vita le si stendeva davanti come un imperscrutabile viale di possibilità e sorprese. Sfortunatamente tutte le sue aspettative erano andate deluse, o quasi…
Mentre faceva le scale, ricordò a se stessa che aveva ancora molto per cui vivere e per cui essere felice. Rosalie l'attendeva in cime alle scale con gli occhi velate di lacrime e le mani tremanti, come timorosa di correre ad abbracciarla. Gerardine le sorrise ed allargò le proprie braccia per accoglierla, mentre si perdeva nel tempore di quel benvenuto che tanto aveva agognato. Era di nuovo con la sua bambina e nulla di male poteva ancora succedere.
- Zia, mi siete mancata così tanto – singhiozzò la ragazza – Perché non mi avete permesso di raggiungervi.
- Tu hai cose più importanti di cui preoccuparti – la scostò da se con delicatezza e le asciugò le lacrime – Spero che, in mia assenza, ci siano state delle novità.
- Che novità? – chiese la ragazza, sbattendo le palpebre.
- Possibile che quel giovanotto non si sia ancora deciso a chiedere la tua mano? – sbuffò la marchesa con un sorriso – Lascialo stare, se ancora non si è fatto avanti è un povero stupido che non apprezza la vera bellezza.
- Zia, cosa dite! – Rosalie arrossì e distolse lo sguardo – Inoltre… Bernard è tornato a casa: sua madre non sta bene.
- Me ne rammarico, ma vedrai che al suo ritorno… spero di ricordarmi ancora come si organizza un matrimonio.
- Zia!
Gerardine scoppiò a ridere, buttando indietro la testa, sotto lo sguardo severe di Du Martine che era a pochi passi da loro. La marchesa si girò verso di lui e la risata le morì in gola: sapeva di dover fare i conti con quello che era successo in Normandia, ma aveva sperato di rimandare quel momento per sempre.
- Vai ad avvertire che siamo arrivati – disse sbrigativa alla ragazza.
Rosalie corse giù per le scale, ma, invece di dirigersi verso le cucine, uscì dalla porta che dava sul piccolo giardino retrostante il palazzo. La donna più grande corrugò la fronte, ma tenne per se le proprie perplessità, fece un cenno a Fabrice e si diresse verso le proprie stanze.
Appena entrata, si adagiò sulla poltrona che troneggiava al centro del piccolo salottino privato, proprio di fronte al camino. Il ritratto di Antoine era ancora al suo posto e lei si lasciò andare alla considerazione che forse era giunto il momento di sostituirlo con qualcosa di più appropriato, qualcosa che non le ricordasse costantemente l'odio che l'aveva consumata per gran parte della sua vita.
- Marchesa – cominciò il medico, titubante – Credo che dopo quello che è successo…
- Cosa sarebbe successo, amico mio? – continuava comportarsi come se non sapesse di cosa si parlava, tutte le volte che lui provava ad intavolare quella conversazione.
- Capisco… ma ora, lei deve cercare di capire me. Per tutta la mia vita ho lottato contro la morte, non guardando chi dovevo salvare: non mi sono mai soffermato sul ceto sociale o sulla vita che il malato aveva condotto fino a quel momento. Spero che capiate che non posso tollerare un omicidio a sangue freddo – sospirò triste – Se avrete bisogno di me, chiamatemi e io correrò senza esitare, ma stando così le cose, non posso più tornare qui di mia spontanea iniziativa.
- Lo so, Fabrice, e non ti porto rancore per questo – il suo sguardo si era fatto tenero, mentre si posava sulla tozza figura dell'uomo che era stato un amico sincero per oltre trenta anni – Credo che questo sia un addio e, quindi: addio, amico mio, prenditi cura di te.
- Vorrei poter ricambiare il saluto – era sull'orlo delle lacrime – ma per quanto mi sforzi, so che non potrò mai dirle addio. Arrivederci, marchesa de Brennon, abbiate cura di voi.
Dicendo così uscì dalla stanza senza voltarsi a guardarla. Gerardine chiuse gli occhi per non assistere a quella scena così penosa e così li tenne fino a che non sentì i passi di lui allontanarsi lungo il corridoio. Una lacrima ribelle le sfuggì dalle ciglia e lei si affrettò ad asciugarla, non aspettandosi che altre lacrime seguirono a quel triste addio. Alzò gli occhi verso la porta chiusa e poi mormorò.
- Addio, Fabrice, avrei voluto ricambiare il tuo amore ed essere la persona che tu meriti di avere accanto. Mi spiace, mio caro, per tutto il dolore che ti ho causato.
Mentre finiva quel commiato, la porta si spalancò, lasciando entrare due bambini urlanti e felice che le si gettarono in grembo. Gerardine rise, mentre le lacrime finalmente si fermavano, e strinse a se i pronipoti, rincuorata di avere qualcuno che l'amasse senza aspettarsi nulla in cambio. Spostò gli occhi verso la persona ferma sulla porta.
- Bentornata, zia, vi trovo bene.
- Oscar, anch'io ti trovo bene – spostò i due piccoli che erano ancora chini sulle sue gambe – Voi due, dovreste andare da Rosalie a giocare, con questa bella giornata è un peccato rimanere chiusi in casa.
- Ma, zia – provò la piccola Annette – Voi non venite con noi?
- No, tesoro mio, sono ancora troppo debole. Ma il dottore ha detto che fra un paio di giorni potrò avventurarmi anch'io nel giardino.
- Che bello – gridò Armand – Allora resteremo a farvi compagnia fino a quando non potrete venire con noi.
- Grazie del pensiero, ma voi dovete respirare l'aria fresca. Andate a giocare con Rosalie – li spinse dolcemente per farli allontanare.
Armand roteò gli occhi e prese per mano la sorella che ancora esitava vicino alla zia.
- Andiamo, Annette, la mamma e la zia devo parlare di cose "da adulti" e non ci vogliono qui – disse il bambino, trascinando la piccola fuori dalla stanza.
Appena furono fuori, Oscar chiuse la porta e si voltò verso la zia con un sorriso orgoglioso.
- E' molto intelligente e perspicace – disse piena di fierezza.
- Cosa che manca alla maggior parte degli adulti che popolano Versailles – rispose la donna, poggiandosi contro lo schienale – Allora? La tua lettera è giunta al quanto inaspettata, come le notizie che portava. Ti trovi bene nel ruolo di madre?
- I gemelli sono impegnativi, ma non mi lamento – replicò Oscar mettendosi a sedere sull'altra poltrona – Voi, piuttosto, come vi sentite?
- Stanca, il viaggio di ritorno sembrava non finire mai – disse la donna con un sospiro – Sto diventando troppo vecchia per queste cose.
- Volete dirmi cosa esattamente è successo quella notte?
- Quale notte? – Gerardine sembrava cadere dalle nuvole.
- Sapete a cosa mi riferisco, ma se preferite: la notte in cui lasciaste la vostra stanza, contro il parere del medico, e riappariste il mattino dopo vestita con dei pantaloni.
- Niente di ché – ribatté la marchesa – Avevo voglia di cavalcare, ma sono stata disarcionata. Hai mai cavalcato al chiaro di luna? Lo spettacolo sul mare è incantevole.
- Cosa è successo fra voi e il giardiniere?
- Quale giardiniere? Ancora con questa storia? Io non so niente di questo Lazare, che forse è precipitato dalla scogliera.
- D'accordo, come preferite – si arrese la donna bionda – Sapete spiegarmi il comportamento di mio padre o la reazione di Nanny?
- Riguardo tuo padre: non sono mai riuscita a capire quell'uomo, per quanto mi sforzassi – si girò a guardare fuori dalla finestra – Cosa ti ha detto Marron?
- Si è rifiutata di seguirmi qui a Parigi. Mi ha detto che sarebbe venuta se e quando avessimo lasciato questo palazzo: non vuole venire a stare qui. Perché?
- Dovresti chiederlo a lei – Gerardine si alzò e fece il giro della poltrona, poggiando le mani sullo schienale – Oscar, io ho fatto molti errori nella mia vita, ho preso molte decisioni sbagliate, ma ti posso garantire che non mi pento di niente.
Dicendo così, lasciò sola la nipote, e si ritirò nella sua stanza da letto. Oscar rimase qualche minuto seduta a riflettere sulle risposte evasive della zia e poi decise che era ora di andare a vedere cosa stavano facendo i suoi figli.
Continua…
