Capitolo 60. Nuove regole
Oscar si stava preparando davanti allo specchio, guardava la nuova divisa con occhio critico e sorrise, pensando che Andrè la sera prima le aveva detto che il blu le donava molto. Nonostante le rimostranze della regina, aveva fatto la sua scelta, lasciando il comando della guardia reale a Girodelle e accontentandosi di essere il secondo ufficiale della guarda metropolitana. Non essere più al comando era un'esperienza nuova per lei e la cosa la rendeva più nervosa di quanto fosse disposta ad ammettere con il marito.
Nonostante il diniego di Marron nel venire a Parigi per occuparsi dei bambini, avevano deciso di rimanere ospiti presso la zia, almeno per i primi tempi. Andrè le aveva fatto notare che troppi cambiamenti tutti insieme potevano avere un effetto negativo sui piccoli e così avevano rimandato il progetto di una casa "loro". D'altro canto non sapeva bene come muoversi in quell'ambito, non conosceva nessuno che avesse dovuto comprare un palazzo: normalmente i nobili ereditavano le proprie dimore.
Suo padre le aveva garantito che palazzo Jarjayes un giorno sarebbe stato loro, ma non volevo tornare lì finché ci fosse stato anche lui. Era ancora tremendamente adirata con il Generale, anche se ormai erano passati cinque anni. Non avevano più ripreso l'argomento e gli avvenimenti della Normandia avevano messo tutto il resto in secondo piano.
Si fermò dopo aver allacciato l'ultimo alamaro. Non sapeva cosa fosse successo, ne perché quell'uscita notturna di sua zia avesse causato tutto quello scompiglio. Le uniche cose certe erano che un giardiniere era scomparso e che suo padre, Nanny e Du Martine avevano troncato i rapporti con la marchesa. Scosse la testa dubbiosa: quando si era trattato della morte del marchese de Brennon non aveva avuto incertezze sul fatto che sua zia vi entrasse in qualche modo. Ma perché un servo? Non c'era logica nel supporre che lei avesse avuto un ruolo nella presunta morte di quell'uomo.
Avevano detto che si chiamava Lazare e che era a servizio della sua famiglia da molti anni, eppure lei non ne aveva memoria. Non lo aveva mai notato e neanche Andrè aveva qualche ricordo di lui. Non aveva mai scambiato neanche una parola con quell'uomo e, ogni volta che era andata in Normandia, stranamente il giardiniere le si era tenuto a debita distanza, come se avesse voluto evitarla. Chiuse gli occhi e prese la decisione di non pensarci più ed archiviare la cosa come uno dei tanti misteri che circondavano Gerardine.
La sua attenzione fu attratta dalle urla felici dei bambini che giocavano nel piccolo giardino retrostante il palazzo, si affacciò dalla finestra e li guardò giocare per qualche istante. Il famoso "giardino" non era altro che un piccolo fazzoletto di terra trascurato fino a poco tempo prima. Improvvisamente la marchesa aveva deciso di piantarvi delle rose e Marie si era premurata di assumere addirittura un giardiniere. Fece spallucce e si decise ad andare, rischiava di fare tardi il suo primo giorno e non voleva dare un'impressione sbagliata ai soldati. Che sua zia decidesse di sprecare i propri soldi per mantenere un piccolo capriccio non era una cosa che la riguardava.
Oscar percorreva il corridoio di malumore, i soldati, se bene fossero scattati sull'attenti quando era stata presentata, l'aveva guardata dall'alto in basso. Non era abituata a quegli uomini rudi, che, una volta scoperto che l'ufficiale in seconda non era solo una donna ma addirittura la moglie del loro amato comandante, la ritenevano solo un bel faccino a cui avrebbero ubbidito di malavoglia e solo per portare rispetto a suo marito.
Si fermò davanti alla porta dell'ufficio del comandante della compagnia e sospirò: Andrè l'aveva avvertita che avrebbe dovuto guadagnarsi il rispetto dei soldati, che non ritenevano di dover essere deferenti verso qualcuno solo perché nobile; grugnì, meditando che non sarebbe stato facile ritagliarsi un posto di comando in quel mondo a lei ignoto. Sorrise e annuì con convinzione: le erano sempre piaciute le sfide.
Bussò ed attese rispettosamente l'invito ad entrare: anche se erano sposati, sul lavoro Andrè era il suo nuovo superiore e non contava che dividessero lo stesso letto, l'etichetta andava rispettata e lei si sarebbe comportata da bravo sottoposto. Aprì la porta e il sorriso le morì sulle labbra: seduto di fronte ad Andrè, c'era quell'inqualificabile de Soisson che aveva osato addirittura farle l'occhiolino con fare ammiccante.
Avrebbe gradito dare una lezione a quell'indisponente villano, che ora se ne stava seduto scomposto e con i piedi sulla scrivania come se non si rendesse conto di trovarsi nell'ufficio di un superiore. Lo squadrò da capo a piedi con l'espressione più glaciale di cui era capace: se fosse stata al posto di Andrè l'avrebbe preso a calci fino al cortile dove si stavano esercitando gli altri soldati e poi l'avrebbe sfidato a duello: mal sopportava quell'atteggiamento menefreghista di cui l'altro era chiaramente un illustre esponente.
- Colonnello – l'apostrofò senza alzarsi.
- Soldato, dovresti essere con i tuoi compagni a esercitarti – lo redarguì gelida.
- Sono già abbastanza allenato – sorrise lui, rigirandosi una paglia fra le labbra.
- Alain, raggiungi gli altri, finiremo il discorso più tardi – Andrè non aveva neanche alzato gli occhi dai fogli e de Soisson era scattato in piedi.
- Come ordinate, comandante – rispose rispettoso – Colonnello, ci vediamo nella piazza d'armi.
Oscar lo seguì con lo sguardo, fino a quando non lasciò la stanza, dopodiché si girò verso il marito con un cipiglio che prometteva tempesta. Andrè si limitò a sorridere leggermente, mentre intingeva la penna nel calamaio e riprese a scrivere senza badarle troppo.
- Non ti sembra di essere troppo permissivo? Se fossi al tuo posto…
- Ma non lo sei – il marito, finalmente alzò lo sguardo ad incontrare il suo – Prima lezione: qui c'è un equilibrio di potere precario. Alain è il capo indiscusso dei soldati e se lui dice di fare o non fare qualcosa loro ubbidiscono senza fare domande. Meglio averlo come amico e alleato.
- Ma tu sei il comandante! – rispose lei sbigottita – Devono rispettare i tuoi ordini!
- A Versailles, forse – si alzò e fece il giro della scrivania – Ti avevo avvisato: questo è un mondo diverso da quello che conosci tu, quindi dimentica le regole che hai imparato e adeguati al nuovo stato di cose. Se non ci riesci questo non è il posto per te.
- Sì, comandante – rispose scattando sull'attenti.
L'uomo rimase un attimo ad osservarla. Se solo lei si fosse resa conto di quanto era seducente con quella divisa addosso! Una vera tentazione per chi sapeva cosa nascondeva quella giacca che celava al resto del mondo quello che lui, ormai, conosceva bene. Era arrivato il momento di mettere alla prova l'ubbidienza del suo nuovo secondo, meditò con un'espressione maliziosa dipinta sul volto.
Sapeva che sarebbe stata una giornata lunga e noiosa, visto che in programma c'erano le solite esercitazione e i turni di guardia erano stati già decisi: perché non concedersi un piccolo diversivo? Andrè la superò e chiuse la porta con il chiavistello, per poi avvicinarsi e stringerla da dietro. Oscar si irrigidì e cercò di divincolarsi.
- Siamo in caserma – gli ricordò, con il panico nella voce.
- Rilassati, i soldati sono nel pieno delle esercitazioni e ne avranno per un paio d'ore.
- E tu dovresti andare ad assicurarti che quello che fanno…
- Seconda lezione: qui non siamo a casa e comando io – rise nell'orecchio di lei e fece scorrere le mani sui suoi fianchi.
- Mi sta ordinando di farmi sedurre? – sollevò un sopracciglio, divertita dalla bizzarra situazione.
- Mi hanno detto che sei un bravo ufficiale e i bravi ufficiali rispettano sempre gli ordini dei loro superiori – la situazione aveva più di un risvolto positivo, rifletté Andrè mentre le slacciava la giacca dell'uniforme.
Continua…
