Aveva congedato Diane, aveva spento tutte le candele e aveva aperto la finestra che dava sulla strada, poi si era seduta su una poltrona attendendo nel buio più totale. Si sentivano voci concitate salire dalle strade circostanti, voci di uomini che rispondevano a dei richiami, di quando in quando si sentiva qualcuno impartire degli ordini. Corrugò la fronte e poi sorrise divertita: pensavano di riuscire a prendere il cavaliere nero facendo tutto quel rumore così da avvisarlo preventivamente della loro presenza? Più passava il tempo, meno capiva cosa passasse per la testa dei soldati della corona o, forse, lo capiva benissimo: alcuni di quegli uomini appartenevano alla guardia metropolitana, erano figli del popolo e sicuramente parteggiavano per l'uomo che stava derubando i nobili.
Si portò una mano alla tempia, meditando che la situazione si faceva giorno dopo giorno più tesa e pericolosa. Il popolo era sull'orlo della rivolta e mal digeriva i privilegi accordati a determinate categorie come gli aristocratici e parte del clero. Come dare loro torto? I poveri erano affamati e molti perdevano il lavoro rischiando di soffocare nei debiti, mentre la miseria si faceva sempre più pressante. Questa marea di disperati guardava alla reggia e alla sovrana come alla sorgente di tutti i mali: libelli, sempre più velenosi, prendevano di mira Maria Antonietta, i suoi amici e i dignitari di corte. L'affare della collana aveva contribuito a rendere l'austriaca ancora più invisa ai francesi; mentre il suo comportamento e la sua ostinazione di rimanere al Trianon, non facevano che accrescere l'astio dei nobili che si vedevano negate le udienze che la sovrana avrebbe dovuto concedere.
Non erano discorsi che poteva fare in presenza di sua nipote; Oscar avrebbe difeso la regina a spada tratta, arrivando ad inveire contro chiunque osasse dire una parola sul suo comportamento e contegno. Negli ultimi otto anni aveva evitato accuratamente che la suscettibile donna incontrasse ancora Bernard, o che assistesse ad uno degli incontri che si svolgevano nel suo salotto: come avrebbe potuto giustificare la presenza di tutti quei repubblicani nel suo palazzo? Come spiegarle che lei era d'accordo con le idee del suo amico deceduto, Rosseau?
Era così concentrata sui suoi pensieri che ci mise qualche istante a rendersi conto di non essere più sola nella stanza. Sbatté le palpebre un paio di volte, rendendosi conto che la mezzanotte non era ancora scoccata: socchiuse le palpebre e ispezionò con lo sguardo l'anticamera dei suoi appartamenti, sapeva che c'era qualcuno ma non riusciva ad individuare l'intruso.
- Sei tu? – chiese in un sussurro.
Poi lo vide: una sagoma con un mantello era passata velocemente davanti alla porta della sua camera da letto, leggermente illuminata dal chiarore della luna. Si alzò di scatto, avvertendo i peli dietro il collo rizzarsi e la paura cominciare ad attanagliarle il cuore.
- Chi c'è? – chiese a voce più alta, senza avere risposta.
Ingoiò un paio di volte, timorosa di conoscere la risposta a quell'interrogativo. Chiunque si fosse introdotto, non era passato dalla porta che dava sul corridoio, ne dal pannello vicino al camino che conduceva ad un passaggio di servizio che ormai nessuno più usava. L'intruso era entrato dalla finestra aperta e questo chiariva bene che non fosse qualcuno che lei aspettava. Cominciò a spostarsi lentamente verso il muro, stando attenta a non dare le spalle al misterioso uomo che sentiva come una minaccia.
- Cosa volete? – riuscì a dire, in preda al terrore.
- I vostri gioielli, madame – era un brusio quasi indistinto – Non costringetemi ad usare la forza.
- Non li ho qui con me, li ho prestati a mia nipote – rispose sull'orlo delle lacrime.
- Non vi credo e voi mi costringete a fare qualcosa che non vorrei – sentì una spada che veniva sguainata.
Gerardine si appiattì contro la parete e sperò in un miracolo.
Oscar afferrò la mano che Andrè le tendeva per aiutarla a scendere dalla carrozza, con la coda dell'occhio vide suo padre e Girodelle scendere da cavallo: li avevano seguiti, invece di unirsi al resto degli uomini che perlustravano le strade. Si girò impettita verso il Generale, pronta a dare battaglia: non le era piaciuto il modo in cui l'aveva apostrofata alla reggia, ma poi tutto era sembrato precipitare e non era riuscita a parlargli. Suo marito le mise una mano sul braccio e le si accostò ancora di più.
- Non ora, Oscar. Abbiamo altri problemi da risolvere – le sussurrò Andrè all'orecchio.
- Vorrei sapere come vi è venuta in mente questa follia – tuonò l'uomo che si avvicinava a grandi falcate.
Prima che la figlia potesse rispondergli, furono costretti a girarsi tutti verso le finestre del palazzo: l'inconfondibile suono di un colpo di pistola aveva lacerato il silenzio delle strade buie.
Andrè quasi buttò giù il portone d'ingresso e i quattro fecero di corsa le scale fino al secondo piano, da dove proveniva il pianto dei bambini. Oscar aveva raccolto l'ampia gonna con entrambe le braccia e correva più velocemente possibile abbigliata in quel modo. Si fermarono in cima alle scale, guardando il corridoio illuminato solo da due candele: una l'aveva Rosalie e l'altra Marron. I bambini si stringevano alle gonne della vecchia governante e piangeva, Diane arrivò dietro di loro, mentre tutti fissavano la figura appoggiata alla porta. Gerardine era in penombra e reggeva una pistola in mano, mentre cercava di calmare i presenti.
- Vi ripeto che non è successo niente – si voltò e vide gli ultimi arrivati, sgranando gli occhi – Scusatemi, mi sono svegliata udendo le grida in strada e mi era sembrato di vedere un movimento nella mia stanza. Ho afferrato la pistola che tenevo accanto al letto ed è partito un colpo: nulla di grave…
Auguste fece un passo verso la sorella, che posò di corsa la pistola sulla consolle che ornava il corridoio e poi si ritrasse nell'oscurità.
- Entriamo a controllare – fece sapere con tono imperioso.
- Vi ho detto che non è successo nulla, mi sono solo spaventata per un'ombra – ribadì la donna sbarrandogli la strada – Rosalie, porta i bambini in camera loro e cerca di calmarli.
Appena la ragazza si allontanò, fu la volta di Andrè di provare ad entrare, ma la marchesa gli bloccò la mano sulla maniglia e scosse la testa.
- Insomma! Quante volte devo ripetervi che era solo un'ombra? Mi sono spaventata come una sciocca, ecco tutto – prese un respiro, sapendo di non poter contare su nessuno dei presenti – Non ho mai permesso a nessun uomo di entrare in camera mia, non ho intenzione di cominciare stasera.
- Entro io – si fece avanti Marron spostando il nipote – Con permesso.
L'anziana donna accostò la porta e cercò di farsi luce con la candela che reggeva in mano. Non notando niente di strano nel salottino che fungeva da anticamera, varcò la porta che conduceva al letto di Gerardine. Corrugò la fronte, notando una sagoma vicino al letto della marchesa e fece per avvicinarsi: sentì qualcosa sulla bocca che le impediva di urlare e vide la mano di un uomo che afferrava il candeliere per non farlo cadere.
- Per quello che avete di più caro, non fate un fiato ed ascoltate attentamente – disse in un sussurro una voce baritonale.
L'anziana donna annuì e si girò, sgranando gli occhi. Continuò ad annuire come in trance ascoltando quello che l'uomo le stava dicendo, poi riprese il candeliere dalle sue mani e uscì chiudendo la porta dietro di lei.
- Come ha detto la marchesa, non c'è nessuno in questa stanza – disse seria la donna – Solo un foro di proiettile sulla parete di fronte al letto, che dovrà essere riparata quanto prima.
I presenti si guardarono, ma nessuno fece domande. Gerardine, che sembrava cercare di sfuggire alla luce della sola candela rimasta, parlò con tono imperioso.
- Diane, accompagna i signori nel salotto al primo piano e avverti tua madre di preparare il tè. Una bevanda calda è quello che ci vuole dopo uno spavento del genere – si voltò verso sua nipote e fece una risatina – I miei nervi non sono più quelli di una volta e mi sono comportata come una donnetta isterica. Aspettatemi di sotto, mentre cerco di rendermi presentabile.
- Non abbiamo tempo di aspettare che tu ti vesta – rispose Auguste sbrigativo – Io e il conte Girodelle dobbiamo pattugliare le strade…
- Padre – si fece avanti Oscar – Lasciatemi il tempo di cambiarmi e…
- Anzi, Girodelle andate avanti senza di me – la interruppe l'uomo – Qui ho delle faccende da risolvere. Devo parlare con mia figlia e mio genero.
Si incamminò con passo sicuro verso le scale, seguito da Andrè e Victor, mentre Oscar si girò a guardare ancora una volta sua zia. Non era così facile spaventare una tempra come la sua: cosa l'aveva spinta a sparare e perché sfuggiva alla luce delle candele? Decise che questa volta la marchesa de Brennon avrebbe dovuto fornirle spiegazioni molto convincenti per tutto quel parapiglia.
Gerardine, dal canto suo afferrò Marron per un braccio e la trascinò nella sua stanza, accertandosi di aver chiuso la porta. Si avvicinò al camino e tirò un pannello, che si aprì rivelando una scala a chiocciola.
- Corri a chiamare Fabrice – sbatté le palpebre e si corresse – Il dottor Du Martine, ma non devi essere vista da nessuno. Questa scala ti porterà nel corridoio dell'ala riservata alla servitù.
Marron annuì seria e fece per scendere le scale, ma la marchesa la trattenne per le mani e la fissò con le lacrime agli occhi.
- Ti prego, Marron, siamo nelle tue mani. Dipende tutto dalla tua capacità di mantenere questo segreto.
- Bambina mia, dovreste sapere che sono una maestra nell'arte di mantenere i segreti – disse la governante facendogli una carezza sul viso.
- Allora sbrigati, fai più in fretta che puoi – si girò verso la camera da letto – Ho paura che sia molto grave.
Appena l'anziana donna cominciò a scendere le scale, Gerardine fece scattare il meccanismo che richiudeva il passaggio e corresse nella camera attigua, quasi strappandosi di dosso la veste da camera sporca di sangue.
- Come sta? – si rivolse ad una figura china su un uomo vestito di nero e con una maschera.
- Non bene. La ferita è profonda, ma l'ho preso ad un braccio: se riusciamo a fermare l'emorragia, non corre pericolo di vita.
- Bene – disse la donna, indossando una vestaglia pulita e tirando su i capelli alla meglio, fermandoli con delle forcine – Chiuderò la porta a chiave da fuori, in modo che nessuno possa entrare se non attraverso la scala. Du Martine non deve vederti!
- So quanto sia importante che nessuno mi veda… possiamo fidarci di lei? – fece un cenno verso il passaggio segreto.
- Marron sarà una tomba – disse la donna guardando il suo interlocutore – Ora devo andare, altrimenti Auguste potrebbe sospettare che gli nascondo qualcosa.
Si precipitò fuori dalla stanza e chiuse la porta con tutte le mandate, infilandosi la chiave in una tasca della vestaglia. Prese un profondo respiro e si preparò a recitare la parte dell'ingenua sprovveduta che si era spaventata per un'ombra.
Continua…
