- Girodelle mi aveva detto che avevi rifiutato di aiutarci – tuonò il Generale – E, invece, ti trovo nei giardini della reggia, vestita in quel modo e piena di gioielli.
Auguste de Jarjayes passeggiava avanti ed indietro con le mani dietro la schiena, mentre Oscar era seduta composta su una poltrona, con Andrè in piedi alle sue spalle.
- Vi rendete conto del pericolo che stavate correndo? Quell'uomo è pericoloso e avrebbe potuto farti del male!
- Ero lì per proteggerla; non avrei mai permesso che le capitasse qualcosa – fece presente Andrè, mantenendo la calma.
- Sconsiderati, ecco cosa siete. Entrambi! – si girò verso la figlia, puntandole un dito contro – Avevo chiesto il tuo aiuto, ma non certo per fare da esca. Dovevi pianificare con me e Girodelle il modo di acciuffare quel furfante.
- Ritengo che il mio piano fosse il più valido – Oscar non si degnò neanche di guardare suo padre – Una nobildonna qualsiasi avrebbe corso un pericolo maggiore, io so difendermi. Dimenticate, inoltre, che Andrè era a pochi passi, pronto ad intervenire nel caso il cavaliere nero si fosse fatto vivo.
- Hai sempre odiato i vestiti da donna, ti sei rifiutata categoricamente di indossarne uno persino durante la gravidanza: e ora sei così ansiosa di metterti in ghingheri?
La donna non rispose, limitandosi a sorridere sbuffando. Trovava esagerata la reazione di suo padre, nonché senza senso: aveva chiesto il suo aiuto e ora si lamentava perché loro aveva avuto una buona idea? Probabile che dietro tutto quel suo sbraitare si nascondesse la rabbia di non aver pensato lui a quel piccolo sotterfugio. Si chiese se un'altra spiegazione non potesse essere la paura che loro riuscissero dove le guardie reali aveva miseramente fallito: il suo orgoglio ne sarebbe stato distrutto.
- Sono grande abbastanza per prendere da sola le mie decisioni – si decise a dire alla fine, vedendo che il Generale non si sarebbe accontentato del suo silenzio.
- Tu permetti a tua moglie di rispondermi in questo modo? – la sua rabbia si era spostata sul genero.
- Con tutto il rispetto, Generale, voi avete educato Oscar a pensare ed agire come un uomo. Cosa pensate io possa fare, se non vegliare su di lei?
Auguste tentennò, non sapendo bene cosa rispondere a quello che era un dato di fatto: lui aveva allevato sua figlia come un uomo, ora non poteva lamentarsi se la donna agiva come un ufficiale invece che come una moglie e una figlia obbediente. Mentre cercava una risposta per non uscire sconfitto da quello contro, si rese conto della figura che rimaneva ferma sulla soglia del salotto: Gerardine era pallida ed indossava una veste da camera; i capelli non erano acconciati e non c'era traccia di belletto sul suo viso. La mente pratica del conte calcolò che era più facile spostare l'attenzione su quella che lui riteneva la causa di tutti i problemi del suo casato.
- Proprio tu! – stavolta il dito accusatore si sposto sulla sorella – Scommetto che ci sei tu dietro a tutto questo. Come ti è venuto in mente di usare mia figlia per…
- Spiacente deluderti, Auguste, ma sarebbe impossibile per chiunque "usare" tua figlia, visto che è dotata di un cervello e sa pensare senza bisogno dell'ausilio di altre persone – la donna si fece avanti con un'aria di sfida – L'ho aiutata, questo è vero, ma se non l'avessi fatto io avrebbe trovato sicuramente qualcuno pronto a rendersi utile.
Si fermò dietro il divano e vi poggiò entrambe le mani. Era visibilmente tesa e nervosa, la pelle tirata del viso tradiva anche molta stanchezza; eppure rimaneva sempre un avversaria temibile, questo Auguste lo sapeva bene. Era quasi impossibile piegare quella donna, molti avevano fallito nel tentativo e ne avevano pagato le conseguenze. Si rese conto, distrattamente, che sua figlia e sua sorella avevano molte cose in comune; a partire dal carattere forte e deciso, che imponeva loro di non arretrare mai quando venivano attaccate.
- E' passato molto tempo dall'ultima volta che ci siamo visti – riprese Gerardine, come se il fratello si trovasse lì per una visita di cortesia – Ora rivolgo a te, le stesse parole che tu rivolgesti a me: non sei più un ospite gradito in questa casa, quindi ti invito ad andartene.
Tornò sui suoi passi e afferrò il pomello della porta, lasciandola aperta in un muto invito a togliere il disturbo. Il Generale prese un respiro e si incamminò impettito, fino ad arrivare davanti alla sua contendente.
- Non finisce qui, Gerardine, te lo posso assicurare.
- Come vuoi – rispose lei, agitando la mano con noncuranza – Ora, se non ti dispiace, si è fatto tardi. Fammi sapere quando sei libero dai tuoi impegni e farò in modo che qualcuno accompagni i bambini a farti visiti.
L'uomo si aggiusto la giacca della divisa e andò via con passo marziale. Con la sua uscita, sembrava che nella stanza l'aria fosse tornata respirabile. Oscar si alzò, pronta a fronteggiare a sua volta la zia, ma la donna la prevenne facendole un cenno e correndo fuori dal salotto per raggiungere l'atrio. Fermò uno dei servitori, che stava per mettere le spranghe all'ingresso principale.
- Qualsiasi cosa accada, chiunque bussi alla porta stanotte, fai in modo che nessuno entri nel palazzo – tentennò un momento, prima di aggiungere sottovoce – Gli unici che potranno passare sono il dottor Du Martine e la signora Marron, la governante di mia nipote. Chiaro?
L'uomo annuì, calando il paletto dietro la porta e poggiandovi sopra un mano. A sua volta la marchesa fece un segno di assenso e si precipitò su per le scale, quasi investendo Oscar e Andrè che non si perdevano nessuno dei suoi movimenti. La seguirono fino al secondo piano, dove Gerardine si fermò davanti alla propria stanza e si mise a cercare furiosamente nelle tasche per estrarre una chiave. A quel punto Oscar le bloccò la mano e la costrinse a guardarla.
- Zia, davanti a mio padre non ho detto niente, ma non credo ad una parola della vostra storia – strinse gli occhi e la guardò fissa – La veste che indossavate poco fa era macchiata di sangue e voi non siete il tipo di donna da spaventarsi per un'ombra.
Gerardine taceva, stringendo convulsamente la mano intorno alla chiave e guardando un punto lontano del corridoio. Oscar la strattonò in malo modo, cercando di provocare in lei una reazione e costringerla a dirle la verità. Alla fine la lasciò andare, guardandola fissa.
- Gli avete sparato, vero? Avete preso il cavaliere nero – nessuna reazione da parte della marchesa – Perché non l'avete consegnato a mio padre?
La donna più grande sembrò riscuotersi a quella domanda, guardò prima lei e poi André. Annuì convinta ed afferrò la mano della nipote per posarvi sopra la chiave, poi la allontanò con stizza.
- Fai quello che ritieni più giusto, ma ti avverto che se quei fucili saranno usati nel modo sbagliato sarà solo colpa vostra – si scansò dalla porta e le fece cenno di procedere.
- Cosa intendete dire? – Oscar fece un passo avanti, minacciosa.
- E' gravemente ferito e tuo padre non avrebbe inteso ragioni, trascinandolo via in questo stato e lasciandolo morire prima di scoprire la verità – Gerardine scosse la testa, tornando a guardare il fondo del corridoio – Non vi siete chiesti perché un ladro di gioielli dovrebbe rubare dei fucili? Qualcuno lo sta manovrando e lui è così sciocco da lasciarsi manipolare.
- Quindi voi lo conoscete – asserì la bionda, guardandola stravolta – Non negate?
- Negare, cosa esattamente? – incrociò le braccia e sospirò – Lo conoscete anche voi… Ora, volete rimanere qui e lasciarlo morire dietro una porta chiusa; oppure entriamo e cerchiamo di salvarlo, per scoprire che fine hanno fatto i fucili?
Andrè afferrò la chiave della mano di Oscar e aprì la porta, dirigendosi a passo sicuro verso la camera da letto della marchesa, illuminata dalla tenue luce di una candela. Le due donne lo seguivano di un paio di passi e si fermarono sulla soglia, mentre l'uomo si chinava sul corpo esanime del famigerato "cavaliere nero". La ferita era stata tamponata con degli indumenti e la maschera giaceva poco distante, cosicché tutti poterono riconoscere in quei tratti il volto di Bernard Chatelet.
Continua…
