Andrè prese a spingere sulla ferita, nel tentativo di fermare l'emorragia, mentre Oscar si avvicinava per aiutarlo. Gerardine sembrava come assente, mentre continuava a spostare lo sguardo alla ricerca di qualcosa.
- Dobbiamo chiamare un medico – disse Oscar rivolta alla zia.
La marchesa sobbalzò sbattendo le palpebre, poi si avvicinò alla finestra per assicurarsi che le strade fossero libere.
- Ho mandato Marron a chiamare Fabrice – tentennò qualche momento – E' l'unico di cui possiamo fidarci.
Proprio in quel momento la porta della stanza si riaprì di nuovo per lasciare entrare i due appena nominati. Du Martine si affrettò verso il ferito, ignorando la marchesa che rimaneva in disparte, lontana dalla luce. Oscar e Andrè si spostarono per consentirgli di fare il proprio dovere, mentre la vecchia governante rimaneva sulla soglia fra i due locali che costituivano le stanze private della padrona di casa. Anche lei, come Gerardine pochi istanti prima, si guardò intorno per poi puntare gli occhi sulla marchesa.
- Ho bisogno di aiuto – sentenziò Fabrice – Devo estrarre la pallottola e medicare la ferita.
- Possiamo spostarlo sul mio letto – si fece avanti la de Brennon.
- Preferisco compiere l'operazione sul pavimento, è meglio una superficie dura – il medico cercò qualcosa nella borsa e poi alzò finalmente lo sguardo su di lei – Ho bisogno di acqua calda, pezzuole e dell'alcool.
- Subito – rispose prontamente la donna, correndo fuori dalla stanza.
- Conte – riprese Du Martine, rivolto ad Andrè – Ho bisogno di braccia forti che lo tengano fermo. Quando inciderò la carne per estrarre la pallottola, sicuramente si agiterà.
L'uomo più giovane si fece avanti e si mise in ginocchio sulla sinistra del ferito. Marron si avvicinò ad Oscar e la tirò per un braccio, per costringerla a lasciare la stanza.
- Cosa fai, Nanny? – le chiese la donna, resistendo alla pressione leggera di quelle dita.
- Bambina mia, non è uno spettacolo adatto ad una signora – le disse la donna anziana.
- Ho visto altre volte uomini feriti, non sono così sensibile – fece presente il colonnello biondo.
- Dovranno spogliarlo e la decenza impone che tu non assista – si intestardì l'altra.
Con un sospiro, Oscar si decise a seguire la sua vecchia governante fuori dalla camera di sua zia, fino ai propri appartamenti. Appena la porta fu chiusa alle sue spalle, cominciò a togliersi i gioielli che ancora indossava, per poi dare la schiena a Marron in una muta richiesta.
- Non posso aiutarti – disse la donna, già con una mano sul pomello della porta – Avranno sicuramente bisogno di me nell'altra stanza, manderò Rosalie ad aiutarti.
- E' meglio di no – rispose prontamente la donna più giovane – In questo momento è meglio che lei ignori cosa sta avvenendo nelle stanze di mia zia… Se le chiedessi di aiutarmi, farebbe mille domande sul perché non possa chiedere a te di lasciarmi il corpetto e su dove sia Andrè. Senza contare che si intestardirebbe nel voler scoprire cosa è successo quando abbiamo udito lo sparo.
- Rosalie ormai è cresciuta, sa mantenere un segreto – ribatté Marron con piglio deciso – Dovreste cominciare a considerarla un'adulta: non credo che sia così impressionabile da temere perché un ladro si trova a palazzo, specialmente visto che è ferito.
- Già, tu non puoi saperlo… - rifletté Oscar.
- Cosa non posso sapere? – l'anziana donna la guardò con attenzione.
- Il cavaliere nero, in realtà, è l'uomo che aveva chiesto la sua mano e di cui lei è innamorata.
Marron scosse la testa scioccata: trovava quella coincidenza inverosimile. Sospirò, meditando che tutte le donne che facevano parte, a qualsiasi titolo, di quella famiglia erano sempre state sfortunate in amore. Poi alzò la testa, colta da un altro pensiero: no, non tutte. Oscar era stata fortunata, ma per quanto tempo ancora la maledizione che sembrava aleggiare sui De Jarjayes l'avrebbe risparmiata?
Gerardine aveva avvisato Diane e sua madre di portare acqua calda e pezzuole nella sua stanza, intimando loro di non rivelare a nessuno quello che vi avrebbero visto o sentito. Le guardò correre su per le scale con tutto il necessario, attese ancora un momento per essere sicura che non ci fosse più nessuno lungo i corridoi e poi si avviò verso l'ala riservata alla servitù. Raramente si era avventurata fin là, limitandosi a ordinare a Marie che tutti fossero alloggiati adeguatamente.
Toccò il muro, nel punto dove sapeva aprirsi il passaggio che conduceva nella sua camera. Una via di fuga che il proprietario originale della casa aveva commissionato durante la costruzione: l'aveva scoperto per puro caso. Una notte, mentre leggeva a lume di candela, era stata colta dall'impulso improvviso di distruzione che l'attanagliava ogni volta che si soffermava troppo sulla sua vita passata. Aveva lanciato il tomo attraverso la stanza, corrugando la fronte quando aveva sentito la parete suonare in modo strano all'impatto con il volume rilegato in pelle.
Aveva impiegato giorni a capire come fare per aprire quel piccolo varco che conduceva ad una scala di pietra e sbucava nel corridoio sottostante, all'altezza della porta di servizio. Una geniale via di fuga, nel caso un nemico avesse deciso di fare irruzione: anche se supponeva che il vero intento fosse stato quello di correre fra le braccia di qualche compiacente serva. Assicuratasi che il passaggio fosse ben chiuso ed invisibile a chi non fosse a conoscenza della sua esistenza, si incamminò verso le cucine da dove si aveva accesso alle cantine.
Fabrice le aveva chiesto qualcosa di forte con lo scopo di intontire Bernard durante la rimozione della pallottola. Prese una vecchia bottiglia di cognac e face a ritroso il cammino, fino a sbucare nell'atrio. C'era troppo silenzio, si guardò intorno con fare circospetto, provando l'inquietante sensazione che qualcuno la stesse spiando. Fece i gradini con passo sostenuto, fino ad arrivare alla propria stanza. Si appoggiò con una mano al muro e cercò di riprendere fiato: da quando aveva paura in casa propria?
Forse Bernard non era il solo ad essersi introdotto a palazzo senza invito… Scosse la testa e si biasimò per quei pensieri senza senso. Era tutto dovuto allo spavento che si era presa, quando il cavaliere nero l'aveva minacciata. Prese un profondo respiro ed entrò nelle proprie stanze, sentendosi al sicuro solo una volta aver chiuso la porta alle sue spalle. Meditò che tutta quella faccenda le aveva scosso i nervi in modo esagerato.
Guardò Andrè cercare di tenere fermo il ferito e si chinò accanto a lui, aprendo la bottiglia e facendo bere a forza Bernard. Nessuno di loro parlava, l'unica voce che si sentiva era quella di Chatelet che si lamentava pronunciando parole sconnesse. Gerardine voltò la testa, mentre Du Martine incideva la carne e faceva uscire la pallottola. Andrè aveva posato una mano sulla bocca di Bernard, perché non urlasse.
C'erano ancora molte guardie nella zona e un urlo improvviso, che avesse lacerato il silenzio della notte, poteva indurle ad entrare a forza per scoprire cosa stesse succedendo. Come avrebbero giustificato il fatto che quell'uomo che portava i vestiti del cavaliere nero, giaceva ferito e nessuno di loro aveva avvisato i suoi inseguitori? Quando Chatelet perse conoscenza, tirarono tutti un sospiro di sollievo, mentre Gerardine faceva cenno a Diane di ritirarsi con la madre. Osservò le donne lasciare la stanza in silenzio, poi, mentre riportava gli occhi sul ferito, si rese conto che il camino era acceso. Chi aveva avuto l'idea di accendere un fuoco in quella stagione? Come indovinando i suoi pensieri, Fabrice parlò per la prima volta, dacché lei era tornata.
- Dobbiamo cauterizzare la ferita – spiegò indicando il camino – Prendete il bastone che ho poggiato vicino alle fiamme e portatelo qui.
La marchesa eseguì senza protestare, mentre maneggiava quel ferro incandescente. Si fermò solo un attimo, chiedendosi se avrebbe resistito senza svenire. Ingoiò e si fece forza: si era sempre vantata di non essere così sensibile come la maggior parte delle dame che vivevano alla reggia, eppure ora sentiva la nausea assalirla alla sola idea di quel ferro che bruciava la carne.
- Dovrete tenerlo immobile – ammonì Gerardine e Andrè – Marchesa, tenetegli le spalle ferme e voi, conte, reggetegli le gambe.
I due si posizionarono come ordinato dal dottore e cercarono di fare più pressione possibile per evitare che Bernard potesse muoversi. Vedendo Gerardine pallidissima, Andrè si sporse in avanti per rincuorarla, non avvedendosi dello strano movimento di Bernard, che cercava di divincolarsi nonostante non fosse ancora in sé.
Oscar stava finendo di aggiustarsi la camicia, mentre Marron riponeva il vestito e il corpetto dentro una cassapanca. Le due donne non avevano parlato molto, dopo la rivelazione di chi fosse in realtà il cavaliere nero: la vecchia governante si era limitata a chiedere alla donna più giovane di alzare o abbassare le braccia per facilitarle il compito.
- Cosa ne sarà di lui, adesso? – chiese Nanny, girandosi a guardare la schiena di Oscar – Lo consegnerete alle autorità?
- E' un ladro – parve giustificarsi l'altra – La cosa più giusta è consegnarlo a chi di dovere.
- Allora perché vi preoccupate tanto di salvargli la vita? Quando lo consegnerete a vostro padre… - non finì la frase, perché era ovvio cosa sarebbe seguito.
- Dobbiamo sapere dove ha messo i fucili rubati – Oscar si girò verso Marron e le posò una mano sulla spalla – Se finissero nelle mani sbagliate, potrebbe andarci di mezzo qualche innocente.
- Cosa direte a Rosalie?
- Ancora non lo so – scosse la testa e scrollò le spalle in segno di resa.
In quel momento sentirono l'urlo di un uomo e si girarono verso la porta, pensando che fosse stato Bernard durante la medicazione sicuramente dolorosa. Idea che si infranse subito, quando sentirono la voce di Andrè.
- Oscar! Oscar! – sembrava disperato – Il mio occhio, il mio occhio!
Continua…
