Mentre correva verso la stanza di sua zia, attirata dal grido di Andrè, le sembrava di muoversi pianissimo e che il tempo si fosse dilatato fino a fermarsi. Sentiva il sangue rimbombarle nelle orecchie, mentre lo stomaco era chiuso da una morsa di paura che la spingeva a cercare di fare ancora più in fretta. Quel grido che aveva squarciato il silenzio della notte le aveva messo i brividi, mentre sentiva dietro di sé la presenza di Marron che la seguiva con tutta la velocità che la sua età le permetteva: sapeva di essere in balia del puro terrore, ma non riusciva a trovare la forza di pensare lucidamente, affidandosi solo all'istinto.
Spalancò la porta sotto lo sguardo di Rosalie che si era affacciata sul corridoio e cercava di trattenere i bambini che volevano correre in aiuto del proprio padre. Non si soffermò neanche un momento sulla ragazza o sui suoi figli; avvertiva un urgenza che metteva tutto in secondo piano. Si fermò sulla soglia della camera da letto, assistendo a quella scena che sembrava irreale ai suoi occhi.
Du Martine era accucciato vicino ad Andrè, che rimaneva inginocchiato continuando a lamentarsi, dicendogli di togliere la mano e permettergli di curarlo. Bernard giaceva immobile sul pavimento, la ferita cauterizzata che impregnava l'aria di un odoro disgustoso, sembrava morto dal pallore del suo viso. Eppure lo sguardo di Oscar si focalizzò sulla marchesa, ritta in piedi con lo sguardo vacuo e un pugnale insanguinato nella mano, sembrava aver perso il senno mentre continuava a farfugliare frasi incomprensibili per lei.
Si riscosse prontamente e concentrò la sua attenzione sul marito, che si dondolava sulle ginocchia lamentandosi. Corse da lui, inginocchiandosi al suo fianco, cercando di capire cosa fosse successo. Andrè si premeva il palmo sull'occhio sinistro e rivoli di sangue gli passavano fra le dita, mentre il dottore cercava di spostare la mano che l'uomo si teneva sul volto.
- Vi prego, conte, devo accertarmi della gravità della vostra ferita – continuava ad implorarlo Fabrice.
- Il mio occhio, il mio occhio – Andrè non riusciva a dire altro, mentre afferrava la mano della moglie.
- Cosa è successo? Andrè, rispondimi! – Oscar non riusciva a capire.
- Mentre cauterizzavo la ferita, si è divincolato ed ha estratto un pugnale – spiegò concitatamente Du Martine indicando l'uomo a terra – E' avvenuto tutto in un momento, credo che Bernard non si sia reso neanche conto del suo gesto, è stata una reazione al dolore.
Oscar trattenne il respiro, mentre accarezzava la testa di suo marito, cercando parole di incoraggiamento. Fece appello a tutta la sua disciplina militare per comportarsi nel modo più sensato, vista la situazione.
- Andrè, il dottore deve visitarti – cercò di trattenere il tremito della voce – Ti prego, amore, ti prego.
L'uomo cercò di respirare a fondo e poi annuì, continuando a tenere la mano sull'occhio ferito. Cercò di rimettersi in piedi, aiutato dalla moglie e dal dottore, mentre Marron correva da Gerardine che sembrava incapace di riprendersi.
- Ho bisogno di più luce – disse Fabrice, cercando di trascinarlo fuori dalla stanza.
- Potete visitarlo nei nostri appartamenti – disse convinta Oscar, sorreggendo il marito – Nanny, corri dai bambini a tranquillizzarli e chiudili nella loro stanza, non devono vedere tutto questo sangue.
L'anziana governante annuì e si affrettò a far rientrare i bambini e Rosalie nella camera che occupavano. Rimasta sola, Gerardine fissava ora Bernard ora il pugnale, chiedendosi cosa fosse successo, dove avesse sbagliato.
- Non di nuovo – pregò con tutta se stessa, scagliando lontano lo stiletto insanguinato – Ti prego Dio, non di nuovo.
Aveva visto scorrere troppo sangue nella sua vita.

- Fortunatamente la ferita è superficiale – sentenziò Du Martine dopo averlo medicato – Si è tirato indietro istintivamente e questo lo ha salvato.
Andrè, steso sul letto, si poggiò una mano sull'ingombrante fasciatura che gli nascondeva tutta la parte sinistra del viso. Non si sentiva molto fortunato in quel momento, aveva rischiato molto per aiutare Bernard.
- Guarirà? – chiese Oscar con un filo di voce.
- Deve rimanere a letto, non togliersi la fasciatura se non per medicare la ferita, e deve tenersi lontano dalla luce forte – il dottore cominciò a sistemare i propri strumenti dentro la borsa – Se seguirà scrupolosamente le mie istruzioni non perderà l'occhio. Devo comunque avvisarvi, che se facesse di testa sua non potrei garantire sulla guarigione completa.
- Rimarrò sfigurato? – chiese il ferito.
- Avrete un'interessante cicatrice, sì – ammise l'altro con un'alzata di spalle – Ma non credo che questo deturperà irrimediabilmente il vostro volto.
- Che importanza ha una cicatrice? – gli sorrise la moglie prendendogli una mano – L'importante è che il tuo occhio guarisca.
- Tenete la ferita pulita e cambiate la medicazione ogni tre ore – disse ormai sulla porta all'indirizzo di Marron – Verrò a vedere come procede domani mattina. Sia voi che…
Non aggiunse altro, limitandosi a guardare la porta della stanza di fronte. Scosse la testa e si incamminò verso l'uscita, stanco ma soddisfatto di aver salvato una vita quella notte. Dopo che uno dei servi gli aveva chiuso il portone alle spalle, cominciò a camminare lungo il marciapiedi. Arrivato all'angolo della strada si sentì afferrare e si voltò, pronto a difendersi da qualche male intenzionato. A fatica, nel buio del vicolo, mise a fuoco una figura incappucciata avvolta in un lungo mantello.
Guardò la mano che lo tratteneva ancora in modo delicato e sorrise. Sarebbe stato in grado di riconoscerla anche da un singolo quadratino di pelle, aveva passato gli ultimi trent'anni ad osservare ogni più piccolo particolare di quella persona.
- Pensavo che mi aveste detto addio – disse con un sospiro.
- Non dovete riferire a nessuno quello che avete visto o udito questa notte – gli intimò Gerardine, mettendogli un sacchetto pieno di monete fra le mani – Conto sulla vostra discrezione, dottore.
L'uomo le rimise a forza il denaro fra le mani e l'allontanò con un moto di stizza. Chiuse i pugni e digrignò i denti, offeso dal quel modo imperioso di parlare.
- Credete che io sia in vendita? Non parlerò, non temete. Sapete benissimo che reputo gli affari dei miei pazienti problemi che non mi riguardano – fece per andarsene, ma ancora la donna lo trattenne.
- Non è per il vostro silenzio, ma per i vostri servigi – precisò infilandogli le monete nella tasca della giacca – Grazie, Fabrice, grazie di tutto.
- Non dovete ringraziarmi, ho fatto solo il mio dovere – fece un passo verso di lei e tese una mano nel tentativo di toglierle il cappuccio.
La marchesa fece un passo indietro e gli scanso la mano, poi si calò il cappuccio del mantello da sola. Si guardarono a lungo, come se solo nel silenzio potessero esprimere quello che provavano in quel momento.
- Io… mi farebbe piacere tornare a frequentare il vostro salotto – disse il dottore, distogliendo lo sguardo – Mi siete mancata… Posso passare sopra a tutto per amore vostro.
- Nulla è mutato e non è mia intenzione riprendere la nostra amicizia – sentenziò Gerardine asciugandosi una lacrima – Vi ho già detto addio.
- Marchesa – l'uomo la guardò sconcertato – Dopo tutti questi anni, pensavo di contare qualcosa per voi.
- Siete stato il mio migliore amico, il mio solo confidente – ammise scrollando la testa – Ma quella donna che voi conoscevate è morta diverso tempo fa, una notte di primavera in Normandia.
- Non capisco.
- Addio di nuovo, Fabrice – si tirò su il cappuccio.
Lo guardò ancora qualche istante, prima di avviarsi verso l'ingresso di servizio lasciandolo solo e spaesato in mezzo alla strada buia.

Continua…