Gerardine aveva chiesto a Marron di occuparsi dei bambini, fino all'arrivo del precettore, per permetterle di parlare da sola con Rosalie. Aveva convocato la figlia adottiva nel salotto del primo piano, e ora stavano sedute su un divano fianco a fianco. Il silenzio della stanza era interrotto solo dai singhiozzi della ragazza, che piangeva con le mani sul viso, china in avanti. La marchesa, dal canto suo, rimaneva seduta diritta con le mani incrociate sulle gambe e lo sguardo perso nella contemplazione del mondo fuori dalla finestra intenta a meditare. Quando aveva rivelato la verità sulla nascita dalla sua figlia adottiva, era sicura che non avrebbe più dovuto dirle verità che facevano male. Ora, per colpa della stupidità e avventatezza di un ragazzo che lei aveva sempre ritenuto degno di stima, si trovava costretta ad assistere di nuovo alla distruzione di sua figlia.
- Cosa ne sarà di lui, madre? – chiese la ragazza fra un singhiozzo e l'altro.
- Non lo so, piccola mia – abbandonò la sua posizione, per posarle una carezza distratta sulla testa – Non dipende da me. Voglio che tu sia cosciente di una cosa: tutti dobbiamo pagare lo scotto delle nostre scelte, prima o poi.
- Lo uccideranno, vero?
- Non voglio mentirti, sei grande abbastanza per capire – sospirò abbracciandola – Bernard è un ladro. Non è giusto – si ribellò la giovane, scattando in piedi – Lui ha cercato di aiutare la povera gente; sapete che farebbe di tutto per alleviare le sofferenze dei francesi.
- Non si alleviano le sofferenze con le armi: ha rubato dei fucili che appartengono all'esercito. Se si fosse limitato a sottrarre dei gioielli, se la sarebbe cavata con la galera, come è successo a Jeanne, ma per questo reato c'è la pena capitale.
- Dovete aiutarlo, madre – Rosalie le si gettò ai piedi – Se mi volete bene, salvatelo.
- Non posso fare nulla per lui – Gerardine scosse la testa, rassegnata – Posso però permetterti di stargli accanto ancora per qualche tempo, ma solo se mi giurerai di non farlo scappare.
- Come potete chiedermi una cosa del genere? – la ragazza era prostrata.
- Ti ho insegnato cosa è bene e cosa è male, per questo posso chiederti una cosa del genere – si alzò facendo qualche passo verso la finestra – Si è introdotto in casa nostra, è arrivato a minacciarmi con la spada sguainata.
- Non vi avrebbe mai fatto del male, lo conosco, so che non ne sarebbe capace!
- Ma ha ferito gravemente Andrè, che rischia di perdere l'occhio sinistro – le ricordò la donna – Alzati ora.
Rosalie si alzò, asciugandogli gli occhi con il dorso della mano: sapeva che doveva reagire ed affrontare la cosa, ma le risultava impossibile capire come farlo. Non voleva che le ultime parole che si era scambiata con l'uomo che amava fossero quell'addio, con cui lui le aveva spezzato il cuore pochi giorni prima. Se, veramente, Bernard era destinato a morire così presto, voleva stargli vicino e alleviare la sua sofferenza come meglio poteva. Annuì convinta e si girò verso la madre adottiva, che la stava fissando con un sorriso dolce stampato sul viso tirato dalla stanchezza.
- Vi giuro che non lo farò scappare – si arrese.
- Sapevo che avresti preso la decisione giusta.

Oscar si allacciava i bottoni della divisa con dita malferme, mentre osservava Andrè di sottecchi. Sospirò, notando il pallore del viso di lui, e si avvicinò al letto con sguardo grave.
- Rimango qui con te – comunicò decisa.
- Ne abbiamo già parlato – Andrè, a fatica, aprì l'occhio sano – Non possiamo attirare troppo l'attenzione: ti ricordo che abbiamo un ricercato che giace ferito nella camera di fronte. Se nessuno dei due si presentasse in caserma, cominceremmo a destare sospetti; tuo padre ne verrebbe a conoscenza e si presenterebbe qui facendo mille domande su come mi sono ferito.
La donna bionda ingoiò la propria delusione, rammentandosi che suo marito era sempre stato il più saggio e riflessivo dei due: anche se quello che le aveva detto era giusto, voleva rimanergli accanto, incurante di quello che ne sarebbe seguito. Bernard lo aveva ferito e ora rischiava di perdere un occhio: se suo padre lo voleva, poteva portarlo via di peso seduta stante e fare di quello sciagurato quello che più gli aggradava.
- Saremo comunque costretti a consegnarlo, è un ricercato, cosa cambia oggi o domani? – finì di allacciarsi i bottoni e si mise a sedere sul letto dando le spalle al marito.
- Tua zia ha ragione: il cavaliere nero è un ladro di gioielli, cosa se ne può fare dei fucili? Se finissero nelle mani sbagliate, non oso immaginare cosa potrebbe succedere – le coprì una mano con la propria – Tuo padre non perderebbe tempo a cercare di farlo parlare: lo manderebbe a morte senza esitazione e noi non sapremmo mai chi c'è dietro a tutto questo.
Oscar grugnì, desiderosa di poter controbattere qualcosa e trovare una scusa convincente per rimanere in casa. Sapeva che Andrè aveva ragione su tutta la linea, eppure detestava l'idea di abbandonarlo su quel letto e andare a compiere il "proprio dovere". I suoi pensieri furono interrotti da un bussare deciso alla porta, si riscosse credendo che si trattasse di una cameriera che le veniva a comunicare che il cavallo era pronto.
- Avanti – disse con tono sicuro.
Si girò verso la porta, che si aprì lentamente, fino a rivelare l'identità del visitatore mattutino. Alain de Soisson era fermo sulla porta con il berretto in mano e guardava Andrè evidentemente preoccupato per il suo superiore, per poi spostare lo sguardo sul secondo del suo comandante assumendo un'aria di rimprovero.
- Cosa fai qui, de Soisson? – l'apostrofò Oscar, contrariata.
- Ero venuto a trovare mia madre e mia sorella… visti i tafferugli che si sono verificati questa notte, ho pensato che fosse opportuno scortarvi fino in caserma; ma sono stato avvisato che il comandante è indisposto oggi – si rimise il berretto e scattò sull'attenti, vicino al letto – Quali sono gli ordini per me?
- Riposo, Alain – gli disse il ferito, guardandolo con un occhio solo – Com'è la situazione?
- Le sommosse sono state sedate senza spargimenti di sangue. Ci sono stati vari avvistamenti del cavaliere nero, ma credo che molte siano false denuncie. E' impossibile che si trovasse in posti così lontani fra loro e li avesse raggiunti in poco tempo. Inutile precisare che non siamo riusciti a catturarlo.
- Consolati, pensando che la guardia reale non ha avuto maggior successo di noi – Andrè chiuse di nuovo l'occhio sano.
- Avete ordini per me, comandante?
- Sì: accompagna il colonnello in caserma e non dire a nessuno che sono ferito – sospirò, portandosi una mano sulla fasciatura – Per tutti deve trattarsi solo di una momentanea indisposizione: conto sulla tua discrezione.
- Come comandate – il gigante si voltò verso Oscar e scattò di nuovo sull'attenti – Quali sono i vostri ordini, colonnello?
- Aspettami nell'atrio e, se sei venuto a piedi, fatti preparare un cavallo.
- Subito – richiuse la porta con delicatezza, lasciandoli soli.
- Possiamo fidarci? – la donna si appoggiò al baldacchino e guardò il marito con fare dubbioso.
- Alain ha molti difetti, ma è leale e non tradirebbe mai la mia fiducia – rispose convinto l'uomo.
- Me lo auguro, altrimenti dovremo aspettarci la "cortese visita" di mio padre oggi stesso – ironizzò lei, prima di chinarsi a baciarlo – Cercherò di liberarmi il prima possibile.
- Sii prudente e cerca di non destare sospetti.
- Cosa c'è da sospettare? Mio marito non sta bene e io cercherò di assolvere i miei compiti il più in fretta possibile per tornare ad accudirlo, da brava mogliettina – chiuse gli occhi e fece un sorriso sarcastico.
Andrè annuì e poi cadde di nuovo nel torpore che le droghe gli causavano.

Gerardine entrò nella stanza semibuia con un vaso di fiori, si mosse silenziosamente per non disturbare il riposo di Andrè. Mentre passava vicino al letto, si sentì osservata e si voltò, trovando l'uomo che la fissava con l'occhio sano.
- Andrè, ti senti meglio? – chiese la donna.
- Il dolore è sopportabile, anche se l'occhio mi pulsa, sotto la fasciatura – sospirò, carezzandosi la medicazione – Come sta l'altro ferito?
- Bernard non si è ancora svegliato e gli è salita la febbre – comunicò poggiando il vaso pieno di rose sul tavolo – Du Martine ha detto che è una cosa abbastanza comune, l'importante è continuare a tenere la ferita pulita e a medicarlo con continuità. Tornerà in serata per controllare entrambi.
- Qual è la previsione più brutta? – si interessò Andrè, mettendosi a sedere.
- Potrebbe andare in setticemia e in quel caso… non ci sarebbero più speranze – la marchesa scosse la testa affranta – Rosalie ora è con lui e cerca di alleviare le sue sofferenze, è molto brava con i malati.
- Credete che sia prudente?
- Mi ha giurato che non lo farà scappare, d'altro canto dubito fortemente che nelle sue condizioni attuali possa tentare alcunché – si avvicinò di più a lui e si mise a sedere sul letto – Dovresti preoccuparti di te stesso in questo momento.
- Avete sentito il medico, no? Non farò niente di stupido e mi atterrò alle sue disposizioni – sospirò, tornando a sdraiarsi – Certo mi resterà la cicatrice.
- Anche se rimanessi sfigurato, non credo che agli occhi di tua moglie saresti meno attraente o che ti amerebbe di meno – gli prese una mano fra le proprie – Perdonami, Andrè. Se solo mi fossi accorta che portava ancora un pugnale alla cintura.
- Nessuno di noi l'aveva notato, eravamo troppo presi dal tentativo di soccorrerlo – liberò la mano e le batté alcuni colpi sul braccio in segno di conforto – Non dovete sentirvi responsabile, è stata una fatalità. Le rose che avete portato sono molto belle.
- Sì, quest'anno la fioritura è stata incantevole e ho pensato che potessero rendere l'ambiente meno tetro – si schernì la donna, con una risatina.
- Come mai rose bianche?
- Credo che siano quelle che si addicono di più a mia nipote – fece spallucce Gerardine – Le trovo molto belle.
- Nel vostro giardino ci sono solo rose bianche e rosa, eppure ne esistono di vari colori. Come mai questa scelta?
- Sai, le rose hanno un significato specifico a seconda del colore. La rosa bianca rappresenta l'amore puro, qualcosa che non è stato toccato dal mondo e ha conservata intatta la sua autenticità.
- E vi ricorda Oscar? – chiese Andrè, dubbioso.
- Conosci così poco tua moglie? – lo prese in giro la marchesa – Credo che lei sia riuscita meglio di chiunque altro a mantenersi candida, nonostante l'ambiente in cui si è trovata costretta a vivere per così tanti anni.
- Vi riferite alla reggia?
- Quel posto corrompe chiunque – sospirò, voltandosi a guardare le rose – Rappresentano anche la lealtà.
- E perché avete scelte anche quelle rosa? – si interesso l'uomo, contento di potersi distrarre con quelle chiacchiere da salotto.
- Mi ricordano la mia Rosalie – ammise, alzando le spalle – Rappresentano l'amicizia, l'affetto… e non c'è affetto più vero di quello che ci lega.
- Ormai è vostra figlia a tutti gli effetti – notò il ferito, sorridendo – E voi che rosa siete?
La marchesa si irrigidì e spalancò gli occhi, guardando nel vuoto. Cominciò a tormentarsi le mani, mentre si mordeva un labbro. L'uomo si stupì della reazione a quella domanda così innocente: per quanti segreti la donna celasse a tutti, non credeva che fosse così facile turbarla.
- Tanto tempo fa, un uomo che amavo molto, mi diede un soprannome: la rosa nera – si confido alla fine – Lo diceva scherzando, riferendosi ai miei occhi e ai miei capelli: ignorava il significato dei quel fiore.
- E quale sarebbe?
- Rappresenta un cattivo presagio – si limitò a sussurrare la donna tornando in piedi.
- Non credo a queste sciocchezze – rise Andrè – Voi siete stata la mia fortuna.
- Fai attenzione, mio caro, chiunque abbia avuto affetto per me… io porto sfortuna – dicendo così uscì dalla stanza, sorda ai richiami dell'uomo.

Continua…