La stanza era in penombra e, con l'occhio ferito, gli era difficile mettere a fuoco gli oggetti che lo circondavano. L'effetto del laudano stava lentamente svanendo, ma, fortunatamente, il dolore all'occhio era notevolmente diminuito permettendogli di non dover chiedere nuovamente di essere drogato. Detestava quella medicina, gli sembrava che con il dolore scomparisse anche la sua capacità di razionalizzare, gli riusciva difficile anche formulare un pensiero coerente.
Ringraziava il cielo che Oscar non si fosse resa conto di quanto non fosse in sé quella mattina, altrimenti sua moglie si sarebbe rifiutata categoricamente di lasciarlo solo: probabile anche che decidesse di "occuparsi" lei stessa di Bernard e punirlo per averlo ferito all'occhio sinistro. Sorrise, chiudendo l'occhio sano, sua moglie aveva un temperamento focoso e spesso gli era difficile placare la sua ira e costringerla a ragionare a mente fredda su cosa convenisse fare.
Con il duca de Germain era stata una battaglia persa; l'aveva supplicata di lasciar stare, di non badare a quell'uomo arrogante che si considerava al di sopra di tutti. Non era solo l'offesa velata che le aveva rivolto quella maledetta sera a Versailles ad aver indotto Oscar a sfidarlo a duello: il ricordo di come il duca avesse ucciso il piccolo Pierre, sparandogli alle spalle, era sicuramente ancora impresso a fuoco nella mente della donna. Aveva usato tutte le sue argomentazioni, dicendole anche che un uomo che uccide un bambino alle spalle, senza osare guardare negli occhi la propria vittima, era un vigliacco di cui si doveva avere pena.
Ricordava ancora come le urla del fiero colonnello de Jarjayes avevano richiamato tutta la servitù, che si era ammassata fuori dalle porte aperte del salone al piano terra, per cercare di capire come mai la figlia del padrone e il marito litigavano in quel modo così sconveniente. Gli sfuggì una risata: la sua Oscar, la sua indomabile Oscar.
Riaprì l'occhio, percependo il rumore della porta che veniva discretamente aperta e seguì l'ombra di un uomo che entrava in punta di piedi nella stanza. Socchiuse le palpebre, cercando di mettere a fuoco quella sagoma e capire chi fosse: non era sicuramente Du Martine, che era più basso e tozzo; non era Alain, molto più alto; ma allora chi? Un riverbero che filtrava attraverso i tendaggi, infiammò i capelli color miele e allora capì.
- Sei uno dei valletti, vero? – disse all'uomo maturo che lo fissava ritto ai piedi del letto.
- No, padrone – rispose una voce dal timbro baritonale – Sono il cocchiere privato di sua signoria.
- Strano, non sapevo che la zia avesse un cocchiere personale – aggrottò le sopracciglia, per quanto la pesante fasciatura gli permettesse – Non mi sembra di averti mai visto, qui a palazzo, eppure ai un'aria famigliare.
- I servi si assomigliano un po' tutti, signor conte.
- Sciocchezze – brontolò Andrè – Frasi che dicono i nobili che non hanno considerazione dei propri dipendenti. Cosa ci fai qui?
- Vostra zia era preoccupata e ero venuto a sincerarmi che voi stesse bene. Siamo tutti molto in ansia per lei, signore – si giustificò lo sconosciuto.
- Come ti chiami?
L'uomo sobbalzò a quella domanda e si spostò il peso da un piede all'altro, in evidente agitazione.
- Allora? Come ti chiami? – insistette Andrè – Non temere, non sarai punito per essere entrato qui. Voglio solo sapere il nome di una persona che si preoccupa per me.
- Legrand – l'uomo prese un respiro ed indugiò un attimo.
- Avrai un nome, oltre al cognome – si intestardì Andrè, mettendosi a sedere.
- Andrè – disse una voce femminile vicino alla porta – Si chiama Andrè, proprio come te, mio caro.
Gerardine entrò speditamente nella stanza e si mise al fianco del cocchiere, che la guardò con aria contrita. La donna sorrise, scuotendo la massa di riccioli neri e poi tornò a concentrare la sua attenzione sul nipote.
- Era un caro amico di tuo padre – spiegò avvicinandosi al ferito – Era in pena per te e voleva sincerarsi che tu stessi bene.
- Non sapevo che un vecchio amico di mio padre lavorasse ancora per voi – guardò l'uomo con occhi nuovi, curioso di poter parlare con lui e chiedergli di raccontargli qualche storia sui suoi genitori.
- Non è molto che si trova qui a palazzo – si giustificò la donna, esaminando la fasciatura, indecisa se fosse il caso o no di cambiare la medicazione – E' stato lontano per molto tempo, quando è tornato a Parigi in cerca di lavoro sono stata felice di poterglielo offrire.
- Non dovete giustificarvi con me, zia, questa è casa vostra – rispose rispettosamente l'uomo più giovane.
- Non mi sto giustificando – lo corresse la donna mettendosi a sedere – Il cielo sa che non è mia abitudine dare spiegazioni a chicchessia. Cercavo solo di spiegarti chi fosse quest'uomo e perché fosse così preoccupato per te.
- Mi piacerebbe parlare con voi – disse Andrè rivolgendosi a Legrand – Quando starò meglio, vorrei che mi raccontaste qualcosa dei miei genitori.
Gerardine e il suo uomo si guardarono un momento, poi la donna sospirò e si alzò.
- Ora devi riposare, ti abbiamo disturbato abbastanza – decise la marchesa, avviandosi all'uscita, seguita dal fido Andrè.
- Aspettate – il ferito tese un braccio verso le due figure indistinte – Devo chiedervi un favore. Non sono sicuro di riuscire a reggermi in piedi da solo e…
- Non fare sciocchezze – la Brennon si girò sbarrando gli occhi – Hai sentito cosa ti ha detto Du Martine? Non devi alzarti.
- E' di vitale importanza che io parli con Bernard prima del ritorno di Oscar.
Scostò le coltri e cercò di mettersi in piedi, ma gli effetti della droga si facevano ancora sentire. Legrand corse al suo fianco e lo sostenne prontamente, nonostante la vistosa zoppia che lo affliggeva.
- E' testardo come un mulo, proprio come suo padre – disse rivolto a Gerardine – Non riusciremmo mai a dissuaderlo, a meno di legarlo a questo letto. Lo farebbe con o senza il nostro aiuto.
La marchesa si imbronciò e prese posto all'altro fianco di Andrè, sorreggendolo a sua volta. Sbuffò e lo guardò male, mentre Legrand sghignazzava divertito.
- Non potevi prendere il carattere dolce e malleabile di tua madre – lo redarguì la donna – Oltre che nell'aspetto, hai preso anche la testa dura di tuo padre, che era notoriamente un uomo impossibile.
- Ma con un cuore grande – lo difese il vecchio amico – Dobbiamo solo attraversare il corridoio, con il nostro aiuto non perderà l'equilibrio e non credo sarà un gran danno per la sua salute.
- Dovresti aiutarmi a farlo ragionare, non assecondarlo! – sbottò la donna.
- Ho molti debiti nei confronti di Armand, il minimo che io possa fare è cercare di aiutare suo figlio e non farlo finire in qualche guaio.
- Benedetti siano gli amici di mio padre, allora – sorrise, rincuorato l'uomo più giovane – La vostra gamba non risenta troppo dell'aiuto che state per darmi.
- Il figlio di Armand è un peso leggero da portare e potete darmi del tuo. Voi qui siete il padrone.
Andrè meditò per un attimo su quell'affermazione, poi annuì convinto e si girò verso Legrand con un sorriso.
- Ritengo che il figlio di Armand e un suo caro amico possano darsi benissimo del tu, senza dover dare spiegazioni ad altri.
- Come vuoi, figliolo – acconsentì immediatamente l'altro Andrè – Ma direi di sbrigarci a compiere questa missione. Primo perché la mia gamba malandata potrebbe perdere forza se rimaniamo qui impalati.
- Secondo? – chiese Gerardine sollevando un sopracciglio.
- Non vorrei incorrere nelle ire della contesse – spiegò l'uomo – Quella donna mi terrorizza.
Le risate di Gerardine e dei due Andrè risuonarono nel corridoio, mentre i tre si dirigevano al capezzale di Bernard.
Continua…
