La febbre era calata e si sentiva molto più lucido, mentre prestava poca attenzione al medico che continuava a parlare e a fargli raccomandazioni. Sentiva il brusio indistinto dell'uomo che lo stava medicando, guardava fuori dalla finestra deciso a ignorare Rosalie, che continuava a fissarlo con i pugni lungo i fianchi e le labbra strette.
Lei non poteva capire, si comportava come una ragazzina e non aveva voglia di spiegarle perché non poteva accettare il patto che l'avrebbe salvato. Non avrebbe mai tradito le persone che l'avevano aiutato ad alleviare la povertà della gente di Parigi: uomini come lui, che volevano giustizia. A differenza della marchesa, che si riempiva la bocca di belle parole, quell'uomo gli aveva suggerito la via per rendersi utile alle persone che necessitavano di un aiuto. Cosa ne poteva capire Rosalie, cresciuta in un ambiente sfarzoso e circondata da servi che avrebbero esaudito qualunque suo desiderio? Era stato un folle a chiederla in moglie: non avrebbe retto all'impatto con la dura realtà. Lui non poteva certo offrirle un grande palazzo, cameriere, cuoche e quant'altro la marchesa le aveva elargito a piene mani.
Che razza di vita sarebbe stata la loro? Sarebbero presto cominciate le recriminazione e i litigi, si sarebbe comportata da ragazza viziata di buona famiglia e l'amore sarebbe sfociato nell'odio e nel rancore. Rosalie gli aveva assicurato che non era un problema il fatto che lui non fosse benestante, che nella vita i soldi non erano tutto. Belle fantasie di una giovane innamorata che non si rendeva conto di cosa c'era fuori dalla porta.
Sapeva che era la figlia di una nobile, cresciuta da una donna a cui la madre l'aveva affidata appena nata. Sicuramente la famiglia adottiva non era stata ricca, ma dubitava che un'aristocratica avrebbe permesso che sua figlia crescesse nella povertà.
Cosa ne poteva sapere lei della vita della povera gente? Come poteva capire che una volta che si fossero sposati sarebbe stato tutto diverso? Era stato meglio troncare la cosa, anche se aveva sofferto nel dirle addio; meglio così che trascinare quel sentimento in un baratro senza fine. Come gli era venuto in mente di chiederla in moglie? Perché la marchesa aveva accettato? Perché si amavano? Sicuramente la donna avrebbe fatto di tutto per rendere la loro vita più comoda, per poi obbligarlo a chinare il capo in segno di riconoscenza e adeguarsi alle richieste della moglie.
Ora lei osava chiedergli di prendere in considerazione la proposta del conte de Jarjayes? Non poteva e non voleva farlo: la parola di un nobile valeva meno di niente ai suoi occhi. Era certo che, una volta ottenuto quello che volevano, l'avrebbero consegnato all'esercito perché facessero giustizia. "Giustizia": quella parola in bocca ad un nobile perdeva completamente di significato, riducendosi ai meri desideri di chi poteva permettersi tutto.
Guardò di sottecchi la ragazza che si ostinava a non abbassare gli occhi, sospirò e si girò su un fianco continuando a fissare le nuvole che si muovevano nel cielo.
Stava galoppando verso casa, le sembrava che il cavallo non corresse abbastanza, mentre Alain alle sue spalle continuava a dirle di rallentare e aspettarlo. Come faceva a non capire? Non poteva aspettare, doveva correre a casa, dove la sua mente era stata tutto il giorno. Il motivo per cui aveva affidato a de Soisson le esercitazioni, non riguardava quello che aveva sentito nelle camerate o la dimostrazione di lealtà dell'uomo: era troppo ossessionata dal pensiero di Andrè, steso sul letto con l'occhio fasciato, non poteva concentrasi su quello che gli uomini avrebbero dovuto fare.
Per la prima volta in vita sua era stata distratta dal suo dovere, non si era concentrata abbastanza sui suoi compiti e il risultato era stato il non poter sovraintendere alle manovre che si tenevano sulla piazza d'armi. Non aveva fatto altro che camminare avanti ed indietro per tutto il giorno, chiusa nell'ufficio del comandante come un leone in gabbia. Si era fermata, di quando in quando, per sedersi e riflettere, sempre con lo stesso risultato: Bernard doveva essere consegnato a suo padre perché fosse processato. Non aveva altra scelta, visto l'evolversi delle cose.
Sapeva che stava cercando vendetta, ne era ben consapevole, ma la parte più emotiva di lei, quella che era sempre riuscita a tenere incatenata e zitta sul fondo della sua anima, aveva preso il sopravvento: voleva che quell'uomo pagasse per aver fatto del male a suo marito. Sentiva un furore cieco divampare, ogni volta che pensava a Chatelet sul letto di sua zia, assistito dal miglior medico di Parigi e con Rosalie che gli teneva la mano: non meritava tutto ciò, era ben altro quello che gli avrebbe riservato lei se ne avesse avuto l'occasione.
Aveva fantasticato tutto il giorno di salire di corsa le scale, aprire la porta della stanza con un calcio e poi avventarsi su di lui con la spada sguainata: voleva che Bernard soffrisse come stava soffrendo Andrè e, se l'uomo avesse perso l'occhio sinistro, nessuno avrebbe potuto fermare la sua furia. Sapeva che ai suoi occhi c'era solo un reato più grave di ferire l'uomo che amava, cioè fare del male ai suoi figli.
Il solo pensiero che qualcuno potesse nuocere ad Annette o Armand le faceva perdere la ragione. Si era ritrovata con la testa fra le mani a piangere come una femminuccia al solo pensiero che un'eventualità del genere potesse presentarsi. Avrebbe legato il farabutto di turno ad un albero e poi l'avrebbe ucciso come il cane che era.
L'unica consolazione, durante quell'estenuante giornata di riflessioni, era stata il pensiero che sua zia avrebbe impedito a qualsiasi costo che i suoi adorati pronipoti fossero vittima di qualche malintenzionato. Se la figurava, la terribile marchesa de Brennon, mentre agiva come una errini: nella sua immaginazione la vedeva con un pugnale nella mano e uno sguardo folle negli occhi.
Tirò le briglie del cavallo, per costringerlo ad interrompere la sua folle corsa verso casa: qualcosa in quell'ultima immagine le aveva fatto scattare qualcosa a livello inconscio ed ora non riusciva a non focalizzare la sua attenzione sul viso tirato e furioso di sua zia.
- Colonnello? – la chiamò Alain, che era riuscito finalmente a raggiungerla – State bene?
Non prestò attenzione al soldato, concentrata alla ricerca di un ricordo che rimaneva appena sotto la superficie. Quell'espressione sul viso di Gerardine non era frutto della sua immaginazione, l'aveva vista in quello stato alterato, ma non ricordava dove o quando. Eppure, raramente aveva visto la donna perdere il controllo: anche in quelle occasioni, si era limitata ad alzare leggermente la voce o ad imprimere nel suo tono un che di tagliente. Fece segno ad Alain di tacere e continuò a guardare il selciato, alla ricerca di quel momento che non ricordava bene.
Andrè rifiutò per l'ennesima volta il laudano, con gran contrarietà di Du Martine, che scuoteva la testa ed insisteva sul fatto che la guarigione poteva essere affrettata dal riposo. Aveva bisogno di mantenere la lucidità per affrontare Oscar e Gerardine: sapeva che presto ci sarebbe stata una discussione e non poteva uscirne vincitore con la mente annebbiata dalle droghe.
- Signor conte, mi trovo costretto ad insistere – ribadì Fabrice.
- E io mi trovo costretto a declinare – si voltò verso la marchesa, che era ferma ai piedi del letto – Sto bene e il dolore è sopportabile: perché dovrei prendere del laudano? Ho sentito di gente che è morta e non voglio correre rischi.
- Pochissimi casi, conte – il medico si alzò dalla sedia e si aggiustò la giacca – Tutti quelli che sono morti in seguito all'assunzione di laudano, non avevano assunto la dose consigliata. Sinceramente credo che fossero diventati dipendenti dalle sensazioni che questa medicina procura.
- Quindi corro il rischio di diventarne dipendente anch'io, giusto?
- Siete impossibile – sospirò l'uomo, recuperando la borsa – Comunque l'occhio sta già meglio, ma sconsiglio colpi di testa. Dovrete stare a riposo e con la ferita bendata almeno per una settimana. Questo non è un consiglio, ma un ordine tassativo.
- Non temete, dottore – si intromise Nanny – Il "conte" farà esattamente quello che voi avete ordinato. Mi sincererò personalmente che non faccia niente di stupido.
- L'affido a voi, allora. Passerò domani per ricontrollare anche Bernard – passò accanto alla marchesa, che non lo guardò – Buona serata.
- Marron – si riscosse la donna – Accompagna il dottore, per favore.
- Subito, marchesa – l'anziana donna fece strada, mentre Fabrice si girava per un'ultima occhiata all'oggetto del suo amore.
Calò il silenzio nella stanza, mentre i due contendenti si guardavano in cagnesco. La prima a cedere fu la marchesa, che sbuffò e spinse i pugni verso il basso, in un gesto di stizza.
- Spero che tu ti renda conto della follia che vuoi portare avanti – lo redarguì.
- Sto cercando solo di fare la cosa giusta – si difese Andrè.
- Quando tua moglie lo verrà a sapere…
- Se lo verrà a sapere – rispose, mettendosi a sedere.
- Lo saprà! Mi occuperò io stessa di informala – cominciò a camminare avanti ed indietro – Hai sentito il medico? Vuoi perdere l'occhio?
- Voglio fare la cosa giusta – ripeté con veemenza.
- Già dare la tua "parola di figlio del popolo" a Bernard è stato un gesto folle e sconsiderato, ma arrivare a pensare di…
- Pensare cosa? E cosa significa "la sua parola di figlio del popolo"? – Oscar era ferma sulla soglia della porta e fissavo ora l'uno ora l'altra.
- Per fortuna sei tornata! Cerca tu di far ragionare questo testone – dicendo così, Gerardine fece per uscire, ma fu prontamente trattenuta dalla nipote.
- Devo parlare con voi ed esigo che mi spiegate un bel po' di cose.
La de Brennon fece un passo indietro: Oscar la guardava con un'espressione furiosa dipinta sul volto e gli occhi tradivano tutta la rabbia dalla donna più giovane. Erano anni, ormai, che avevano imparato a rispettarsi e stimarsi, aiutate dall'affetto che era sbocciato fra di loro. Cosa era successo in quelle poche ore?
Continua…
