Capitolo 1

A volte vorrei davvero poter condividere questa vista con gli altri.
Oh, certo, loro possono venire qui sotto con me per un po' di tempo. Ma il più delle volte quando succede abbiamo ben altro da fare che ammirare il panorama. E poi, in fondo non potrebbero mai vederlo come me. Perché non potrebbero mai trovarcisi altrettanto a loro agio.
Quello lassù azzurro, molto più azzurro del cielo, non è il cielo. È una volta, una pelle increspata striata dai raggi del sole. Protettiva e tentatrice al tempo stesso.
Tutti i suoni qui arrivano attutiti e allo stesso tempo amplificati. I movimenti sono più difficili eppure più leggeri. Conoscere le correnti, muoversi in tutte le direzioni, lasciarsi salire, cadere senza paura. O perfino starsene soltanto qui sdraiati sul fondo, mentre fuori è una torrida giornata d'estate.
La carezza continua sul corpo, come sapendo che qualcuno pensa a te, tiene a te. Puoi chiudere gli occhi e far finta che niente sia accaduto. Che sia ancora tutto come tanto tempo fa.
Allora mi sdraiavo sul fondo del ruscello e trattenevo il fiato finché non mi sentivo scoppiare. O finché non mi trovavano. Una volta ho davvero rischiato di soffocare. I rimproveri che mi sono preso…
Ma già a quel tempo mi sembrava tutto così tranquillo… molto più tranquillo, in quest'altro mondo. Mi sembrava che gli odi e le rivolte non avrebbero mai potuto arrivarci.
È solo apparente, lo so. Ciò che succede in superficie ha effetto anche nelle profondità. L'inquinamento, la caccia, le battaglie, esistono quaggiù come in ogni altro posto. Siamo tutti legati su questo pianeta, che lo capiamo o no. Però… ogni tanto è bello poter fare finta di dimenticare.
O ricordare. Per me in fondo è la stessa cosa.
Prometti di non andare dove l'acqua è profonda finché non sarai grande.
Credo di averla mantenuta, la promessa. Se adesso si può dire che sono grande, mamma.
Ma sono stato in acque ben più profonde di questa.
Quegli anni erano felici per me. Sì, c'era la fame. Il disagio. Ho sempre saputo, fin da quando ho cominciato a rendermi conto delle cose, che non avrei potuto avere tutto ciò che volevo.
Ma mi sentivo al sicuro. Qualunque cosa mi fosse successa… qualunque privazione avessi patito, chiunque avesse provato a farmi del male… ci sareste stati sempre tu, o papà, i miei fratelli e le mie sorelle, a proteggermi e salvarmi. Ero quasi il più piccolo, nella nostra famiglia. Mi circondavate da ogni lato. Non potevo ricambiarvi proteggendovi allo stesso modo, finché non fossi cresciuto… quindi mi sentivo in dovere perlomeno di ricambiarvi obbedendo, comportandomi bene. O quasi sempre. Ma lo facevo solo per senso di responsabilità, non perché avessi paura delle conseguenze delle mie marachelle. Per quanto mi ricordi, anzi, forse allora non avevo paura di niente. Perché avrei dovuto? Avevo la mia famiglia su cui contare.
Poi… la fame. Le malattie. La rivolta contro gli inglesi… e la mia famiglia se n'è andata pezzo dopo pezzo. Tutti i miei fratelli e le mie sorelle maggiori. I vecchi e gli uomini validi della tribù. Alla fine papà fu eletto nuovo capo perché era il più istruito ma anche quello che meglio conosceva i nemici… come combatterli, come trattare con loro, come eluderli. E ci fece nascondere in un posto dove credeva che non ci avrebbero mai trovato. Mamma invecchiò prima del tempo per il dolore di aver perso tanti figli. Lei che era stata così allegra non parlava quasi più. Aveva tanti capelli imbiancati. Restavamo solo io e Zuri. Zuri, la mia bellissima sorellina, la più piccola… la mia preferita, fin da quando eravamo bambini. L'unica che potevo proteggere. Specialmente ora che ero diventato io il maggiore. Non avrei mai lasciato che le accadesse qualcosa di male. E avrei cercato di cambiare il nostro paese, perché lei fosse al sicuro.
Papà non avrebbe voluto che lasciassi la nostra nuova casa. Che mi mettessi in pericolo. Che rischiassi di farci scoprire dai soldati. Si era rassegnato… aveva combattuto da giovane ma ora le sue ferite lo avevano spinto a pensare che fosse più importante nascondersi e proteggere le poche persone rimaste, guarire e aspettare un momento migliore.
Io però ero un ragazzino pieno di voglia di giustizia e non volli ascoltarlo. Uscii nel mondo come aveva fatto lui prima di me. Mi istruii più che potei per imparare il modo di fare del nemico, e quello che non imparai sui libri di scuola lo imparai per esperienza, sul campo. Partecipai alla lotta dei miei fratelli, cercai di unire le tribù così tragicamente separate e messe le une contro le altre dagli invasori. Visitai paesi stranieri che erano nelle nostre stesse condizioni, che come noi stavano dando il sangue per uscirne, e aggiunsi il mio sangue al loro. Mi feci ovunque degli amici. Strinsi dei contatti che mi sarebbero stati molto utili. La mia sete di libertà cresceva sempre di più. Appresi le tattiche più approssimative e quelle più sofisticate, mi feci una cultura sulle pistole, sulle bombe, su tutti gli strumenti di morte che usavano da entrambe le parti… credendo che saper fare la guerra fosse il modo migliore per vincere e giungere alla pace. Cercai di aiutare ovunque meglio che potevo e spesso sbagliai, nel mio entusiasmo, nella mia incoscienza infantile. Ancora pago in rimorso il prezzo di quegli errori.
E con tutte le mie imprese, mi feci una fama. E mi attirai l'attenzione delle spie militari di vari governi. Che si passarono le informazioni tra loro. Così, quando tornai a casa pensando di essere pronto, all'esercito inglese non fu difficile risalire a me. E al mio villaggio. Per non sporcarsi le mani, ne riferirono casualmente la posizione ai trafficanti di uomini con cui avevano rapporti d'affari. E se ne lavarono le mani del resto, considerando sistemato un potenziale pericoloso sovversivo e tutta la sua gente.
Ma sopravvissi… per modo di dire. Fuggii dal loro camion, vergognandomi solo di non poter portare con me i miei compagni di prigionia catturati in ogni angolo del continente. Rammaricandomi che non avessero avuto abbastanza forza d'animo da spezzare anche le loro catene e seguirmi. Risoluto comunque in cuor mio a morire prima che quegli uomini riuscissero di nuovo a catturarmi. Non ci riuscirono infatti. Ma qualcun altro sì. Avevo lottato per tutta la vita per liberarmi da una schiavitù solo per ritrovarmi in un'altra più grande. Legato da catene invisibili. Catene intorno a me… e poi dentro di me.
Eppure, paradossalmente, da allora sono riuscito a sentirmi davvero libero. Sono uscito dai loro schemi. Ho davvero combattuto per la libertà mia e di altri. E nonostante molti errori, sono riuscito a vedere l'indipendenza del mio popolo, anche se resta ancora tanto da fare. Ho contribuito, spero, a spezzare delle catene. Quelle dell'ignoranza, della mentalità ristretta, della diffidenza verso gli altri. Ho fatto come ha fatto la mia gente… mi sono servito per scopi giusti delle armi che mi sono state date per forza. Ma nonostante tutto, mi sento ancora in debito.
Perché sentivo di avere ancora fiducia in me stesso… sentivo ancora di avere la capacità di comandare. Ci ho riprovato. E riprovandoci ho commesso altri errori. Non mi pento di aver cercato una vita migliore per il mio popolo. Ma nulla potrà mai lavare la vergogna per ciò che a causa mia è successo ai miei genitori.
E Zuri… la mia bellissima Zuri…
Una cosa comunque mi sembra tornata ad essere come ai tempi della mia infanzia. Sento di nuovo di non aver più paura di nulla, almeno per me stesso. Di avere di nuovo una famiglia che mi circonda da ogni parte. Solo che adesso posso proteggere anch'io gli altri come loro proteggono me. Ci fidiamo l'uno dell'altro, vegliamo l'uno sull'altro, a vicenda. È quasi come se avessi ritrovato i miei fratelli. E anche la mia piccola Zuri…
Ma ho anche una famiglia più grande. Formata prima che mi unissi a loro. E degli obblighi che non sempre possono capire. O aiutarmi ad onorare.
Dandomi una spinta, salgo a fendere la superficie sopra di me come in un tuffo all'incontrario. Prendo una larga boccata d'aria. In alto, qualcuno sta arrivando a prendermi col solito rumore esplosivo da aviogetto. Ho sempre pensato a lui come al mio analogo e contrario. In fondo, anch'io non potrò mai vedere davvero il mondo dalla sua prospettiva. Chissà se lui ci pensa.
–È l'ora della partenza, vero?
–Già. È arrivato il taxi. Meglio che ti sbrighi se vuoi prenderlo in tempo. Un passaggio?
Ammicco. –No, grazie. Scommetti che riesco ad arrivare a casa prima di te?
Mi gratifica di un ghigno. –Cominci a volermi sfidare anche tu? Non ti facevo competitivo. Comunque… sei sicuro di non volere che ti accompagni qualcuno?
–No, grazie. Non è una missione ufficiale. Non penso che ci saranno intoppi. È solo qualcosa che sento di dover fare. Tranquilli, me la caverò benissimo. E nel caso, posso sempre chiamarvi.